Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

15 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Perfidia venezuelana

In Colombia ieri si è votato per la Camera e per il Senato. Ve la faccio breve: ha prevalso la coalizione di Uribe, ma nello scrutinio si sono verificati intoppi, contrattempi, lentezze incredibili che hanno fatto scattare nell’opposizione il sospetto di frodi elettorali. Noemi Sanin che a maggio sarà grande protagonista nella corsa alle presidenziali ha espresso perplessità sulla trasparenza delle elezioni. Fino a tre ore fa non era stata scrutinata neppure la metà dei voti. Ma la cosa che mi ha più colpito è stato questo articolo in cui si racconta l’odissea dei colombiani residenti in Venezuela. Volevano votare anche loro, ma per la prima volta hanno trovato le frontiere chiuse e così sono stati costretti a guadare fiumi, ad attraversare foreste, a camminare lungo sentieri impervi. In questa foto c’è tutta la tensione che sta avvelenando Colombia e Venezuela, tutta l’ostilità tra Chavez e Uribe e tutto il desiderio dei colombiani di aiutare il loro paese a garantirsi un futuro migliore con il loro voto.

A chi interessasse, sarò in Colombia alla fine di maggio e seguirò in diretta per voi le presidenziali

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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14 marzo 2010

Goudougoudou Italia

Gli haitiani di Port-au-Prince si sono inventati un’onomatopea, o meglio, un fonosimbolismo complicatissimo – Goudougoudou – per rievocare in una sola parola tutto l’orrore del sisma. In Goudougoudou c’è tutto il suo fragore micidiale, lo schianto delle case, le urla di panico, il pianto dei bambini, i canti religiosi che salivano dalle macerie, l’agghiacciante eco delle scosse di assestamento. Da Casoria in poi, anche noi abbiamo vissuto un Goudougoudou quotidiano, il cui fragore anziché mitigarsi è cresciuto giorno dopo giorno fino a diventare esasperante cacofonia. Dai voli di stato usati come Love Boat volanti, ai ridicoli misteri di Elio Letizia, alle senili prodezze sul lettone di Putin, alle cortigiane di Palazzo Grazioli, si è passati al marcio nella Protezione civile, a Balducci, Anemone e alla saga dei cognati, alle aragoste a colazione dei Bertolaso Boys, alla mafia in Parlamento, a Di Girolamo, allo scandalo Fastweb, alle raccomandazioni di Verdini, ai panini di Milioni, al repubblichino La Russa buttafuori in conferenza stampa, al tormentone ‘Napolitano, firma o non firma?’, al legittimo impedimento, per finire con Trani, Minzolini e le pressioni del premier sull’Agcom per far chiudere Annozero. Ogni santo giorno chi ha la sventura di vivere in questo paese si alza con uno Goudougoudou sempre più assordante nelle orecchie. Abbiamo provato a ignorarlo, a imitare mestamente gli struzzi, a fingere di vivere in un altro continente, con un’altro fuso orario e un’altra longitudine, a buttare tutto sull’ironia, a sdrammatizzare, a minimizzare, a consolarci argomentando che in fondo c’è chi sta peggio di noi – nordecoreani, per esempio, eritrei, iraniani, turkmeni, sarahawi. Non ha funzionato. Questo paese affonda inesorabilmente. Chi dovrebbe governarci pensa solo a sopravvivere, a salvarsi il culo, a sottrarsi dal pressing della magistratura. Chiusa definitivamente la stagione degli specchietti per allodole – i grembiuli della Gelmini, gli emoticon di Brunetta, le social card di Tremonti, le crociate anti-kebab di Zaia, le grottesche bonifiche anti prostituzione di Mara Carfagna – affogata l’Italia del fare da monsoni di scandali, stroncato sul nascere il neopartito dell’amore da un premier che dimostra di saper comunicare solo a forza di anatemi deliranti, rimane un paese a pezzi, smarrito, irriso, truffato, smembrato da una cricca di banditi che ne ha fatto scempio e carcame. L’ultimo esempio di Goudougoudou? L’intervista che oggi Franco Martinelli ha rilasciato al ‘Giornale’ dove spavaldamente spiega perché i film italiani non hanno successo all’estero. Sono troppo provinciali, chiosa lui. Il nostro cinema d’autore può sbarcare al massimo in Francia. E rivela che il suo Barbarossa ha già incassato un milione di dollari ed entro quest’anno ne incasserà un altro. “Raitrade, assicura gonfiando il petto, lo ha venduto anche dove abitualmente di italiano non comprano nemmeno una diapositiva”. Martinelli dovrebbe tacere. Ha speso 30 milioni e rotti di euro per realizzare uno dei film più imbarazzanti della storia del cinema italiano. Nelle 283 sale in cui è stato proiettato, una desertitudine impressionante. Multisale vuote, ma così vuote, che sembravano evacuate dalla protezione civile. Adesso Martinelli gongola perché lo ha venduto alla tivù slovena e a quella bulgara e perchè verrà distribuito nelle sale russe e forse anche in quelle sudamericane. La Bigelow con quello che è costato il primo tempo del Barbarossa ha fatto un film sull’Iraq, ha vinto sei Oscar e le sono pure avanzati i soldi per il suo prossimo film. A lei Hollywood. A Martinelli, Lubiana. E tanto, tanto, Goudougoudou.

© Lorenzo Cairoli

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13 marzo 2010

Dopo l’editoriale di questa sera, notate qualche differenza tra i due? (2)

Bandito dalla Rai

Bandito della Rai

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Dopo l’editoriale di questa sera, notate qualche differenza tra i due?

Lei non batte per il TG1.

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Articoli per il Gamberorosso – Se non è multietnico non lo mangio! Viaggio nell’universo parallelo di Pigneto

Con il Ghetto e San Lorenzo Pigneto è il quartiere romano che amo di più. Una specie di enclave, o spartiacque, tra quel che rimane del centro e la periferia che incombe – Casilina, Prenestino. A volte Pigneto mi dà la sensazione di camminare in un quartiere di Parigi, altre volte di essermi perso nel cuore di Amsterdam, nella multietnica Warmoesstraat. E’ un quartiere pullulante di associazioni culturali e di ristoranti etnici, di cinema sottratti alla mafia e di artigiani del presepe, di spacciatori nordafricani dalle occhiate turbolente come le loro vite e di botteghe odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. Un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla, in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. A via Montecuccoli, dove Lucio Battisti abitò negli anni sessanta, c’è una frutteria, e accanto una tavola calda senegalese dove quasi ti negano il cibo perchè temono d’incendiarti il palato con il loro cibo piccante. Più avanti, proseguendo per la Prenestina trovi tutte le cucine del mondo nel raggio di 800 metri. Il berberè del corno d’Africa, le mazzeh libanesi, la moussaka greca, i sancochos colombiani, i caldos ecuatoriani, i ceviches peruviani. Pigneto l’ho viaggiato insieme a un grande fotografo, Francesco Vignali, cercando di catturare le pulsioni e le tensioni del quartiere e la sua anima multietnica e il prodigio delle sue cucine. Un reportage bellissimo da uno degli universi paralleli più spiazzanti della capitale. Che a maggio potrete leggere sul ‘Gamberorosso’.

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Anteprima giro del mondo – L’eredità di Uribe

In Colombia è tempo di elezioni. Il 14 marzo 30 milioni di colombiani voteranno per rinnovare i membri del Parlamento. Il 30 maggio, invece, pochi giorni dopo il mio sbarco a Cartagena, uscirà dalle urne il nome del nuovo presidente, dopo quasi otto anni di controverso ‘uribato’. Se avessero permesso al caudillo di concorrere ancora per la presidenza, non ci sarebbe stata competizione. Ma senza di lui c’è grande incertezza, anche se le chances maggiori sembrano averle l’ex sindaco di Medellin Sergio Fajardo del Compromiso Ciudadano e Noemí Sanin Posada del Partido Conservador Colombiano. Sabato scorso su ‘Semana’ Maria Jimena Duzan ha scritto un editoriale all’arsenico su Uribe, ‘El paìs que nos dejò’. In cui ha ricordato, fra le altre cose, che dopo otto anni di governo Uribe il Paese ha il più alto tasso di disoccupazione di tutta l’America Latina, il peggior tasso di partecipazione femminile alla vita politica ed economica, un fondamentalismo religioso che sta avvelenando la Colombia con figure abiette come il levrefista Alejandro Ordóñez che considera i diritti umani un’invenzione del comunismo internazionale per sovvertire l’ordine del Paese. Senza dimenticare un triste primato, sottolinea la Duzan: in questi otto anni, la Colombia è diventata il secondo paese al mondo con più profughi interni

Luego de ocho años del gobierno Uribe el país tiene el desempleo más alto de América Latina y la peor tasa de participación de la mujer en la vida política y económica del país. Somos el último en el continente en el número de mujeres en el Congreso y se redujo ostensiblemente la presencia de la mujer en puestos de liderazgo en la rama ejecutiva, en los medios y en la empresa privada. Para colmo, en estos ocho años el país se lo tomó un fundamentalismo religioso que ha ido permeando las instituciones; el mismo que hoy ha convertido en letra muerta la sentencia de la Corte Constitucional por medio de la cual se despenalizó el aborto en tres casos específicos y que tiene en la Procuraduría a una persona como Alejandro Ordóñez, un lefevrista que considera los derechos humanos un invento del comunismo internacional concebido para acabar con el orden natural. Mientras el país veía cómo las cifras de homicidios disminuían, en uno de los logros iniciales innegables de la seguridad democrática -lo propio sucedió con los secuestros-, en el campo se producía una compra masiva de tierras que el país aun desconoce. Ese hecho produjo un incremento en el número de desplazados. En estos ocho años Colombia pasó a ser el segundo país del mundo con más desplazados internos. Durante ese lapso los hijos del Presidente se convirtieron en el epítome de los nuevos empresarios del régimen, con derecho a zonas francas, a exenciones de impuestos y en el epicentro de esa juventud que creció pensando que nuestra democracia era caudillista. En esos mismos años, el campesino que vivía en La Macarena experimentó una mejora sustancial en materia de seguridad, pero no pudo acceder a subsidios agrícolas porque el gobierno los destinó en su gran mayoría a los grandes terratenientes. ¿Qué es lo que queremos reelegir? ¿El derecho de los terratenientes a tener subsidio? ¿Hacer como Tomás y Jerónimo?

En estos ocho años el paramilitarismo mutó y hoy es una mafia poderosa entroncada con el poder local, regional y nacional, cada vez más difícil de detectar, a pesar de los ingentes esfuerzos que hace el general Óscar Naranjo. La política de Justicia y Paz no logró acabar con el paramilitarismo porque dejó intactas sus estructuras de poder y aunque ha logrado brindar un porcentaje mínimo de verdad -hoy son muchas las víctimas que han encontrado el cuerpo de sus seres queridos-, en materia de reparación y de justicia ha dejado una tremenda frustración. Las posibilidades de que una nueva vorágine de violencia se vuelva a repetir son aterradoramente altas.

A chi interessasse, sarò in Colombia alla fine di maggio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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12 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Che ne è dell’inferno due mesi dopo?

Sono passati due mesi esatti dal terremoto e di Haiti non si parla più. Come se gli aiuti e la solidarietà della Comunità Internazionale avessero sepolto tutti i morti, ricostruito le città, riaperto le scuole, gli ospedali, risolto il problema degli sfollati (700.000 solo nella capitale), bonificato l’isola dai criminali in fuga, dagli sciacalli, dai trafficanti di minori e di organi. Nell’isola invece è ancora inferno. Vi segnalo alcuni link che aiutano a capire cos’è oggi la quotidianità ad Haiti.

Haiti, terreno di conquista delle sette religiose

Giornalisti di giorno, sfollati di notte. Essere cronisti a Port-au-Prince

Scontri tra cristiani evangelici e seguaci del vudù infiammano le baraccopoli

Cité Soleil, le repaire des détenus évadés après le séisme

La stagione delle piogge porterà anche le epidemie?

A chi interessasse, sarò ad Haiti alla fine di luglio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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11 marzo 2010

Non esageri, Presidente

Qui

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10 marzo 2010

Folta chioma e il contestatore

Berlusconi ha anche ironizzato sulla calvizie di Carlomagno: “Capisco perché lei è cosi – ha detto – perchè tutte le mattine quando va a pettinarsi davanti allo specchio si vede…”.

Berlusconi che irride il giornalista freelance facendosi beffe delle sue calvizie è come il marito di Lorena Bobbitt che dileggia un condannato sotto la ghigliottina

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Anteprima giro del mondo – Malheureusement, aujourd’hui, Monsieur Le Président est en tournée en Jamaïque

Sto finendo un pezzo per il ‘Gamberorosso’, domani ho appuntamento col fotografo, l’ottimo Francesco Vignali, ho tre articoli da consegnare alla ‘Stampa’ e qualcosa ancora da ritoccare sugli itinerari del mio giro del mondo. Tempo per scrivere sul blog ne ho davvero poco, mi riesce più facile aggiornare la mia rassegna stampa su Facebook. Comunque, non mi è sfuggita questa interessante intervista a Youssou Ndour sui suoi rapporti col presidente Wade. L’ha fatta a Dakar, Cécile Sow per Jeune Afrique. Dove si parla anche di un Ndour in politica e magari in corsa per la poltrona presidenziale….

Envisagez-vous d’entrer en politique ?

C’est le peuple qui décidera. Je ne dis plus « jamais je ne ferai de politique ». Désormais, je ne serai plus neutre. J’ai une vision et une petite expérience qui peuvent me servir, et servir aux autres. Je ferai mon choix en fonction de la qualité des programmes et selon mes convictions.

Quel homme politique a des idées qui vous séduisent ?

Ce n’est pas le moment d’en parler. Nous ne sommes pas à la veille d’une élection. Il faut sonner la fin de la récréation et se remettre au travail. Le moment venu, je ferai mon choix.

Et Youssou candidat à la présidentielle ?

Je n’ai pas d’ambition personnelle. Mais je vois l’affection que les gens ont pour moi. Ils soutiennent mes initiatives. Ça me touche

A chi interessasse, sarò in Senegal ad aprile 2011.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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