Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

9 febbraio 2010

C’era una volta New Orleans, Port-au-Prince d’America

They have learned to live with death here more than most. It isn’t just the above-ground cemeteries so prevalent that you’ll find small plots in the middle of just about any neighborhood. It is that Hurricane Katrina hit this area with such force that, five years later, New Orleans hasn’t really been able to get all the way back up. This game and happiness doesn’t fix any of that, though it’ll be framed that way by people who don’t have to experience how parts of the Ninth Ward still smell. It just feels really good for a bit, a bandage on something broken, and that is enough if you are living in the now.

The drink so many people had in their hands? It is called a Hurricane, and it is the most famous in a city that features a drive-through for daiquiris. Hurricane. It is responsible for the disaster that everyone around here remembers, and it is the drink that helps them forget.

My brother and I walked all around New Orleans during the Super Bowl. Walked about eight miles. From downtown to uptown, through the Garden District. It felt like we had the city all to ourselves. Everyone seemed to be inside. Many establishments were closed — with notes that they’d be closed Monday, too, when the Saints won. We walked past a McDonald’s at 9 p.m. that didn’t have a customer in it. How often do you ever see that? Strippers stopped dancing. Cab companies would not answer their phones. Never heard a siren, either.

If you didn’t know where you were, you couldn’t have had any idea that you were minutes away from the happiest day in the history of this spiritual city. Or that savior Drew Brees — known as “Breesus Christ” among Saints worshipers — was minutes from producing something that felt a little bit like a resurrection. Of hope and rewarded faith, if nothing else.

And the headline in big, black letters of the newspaper was four perfect letters.

Amen, it read.

Del foootball americano e del Superbowl non me ne è mai fregato granchè. Un’altra scuola di pensiero, un DNA che non mi appartiene. In certe cose o ci si nasce dentro o è meglio lasciar perdere. Non funziona che una mattina ti alzi e dici: ‘Da oggi la mia musica sarà il jazz’. Col jazz nel sangue ci si nasce. E questo vale per mille altre cose, tra cui il football americano. Ma la vittoria dei New Orleans Saints sugli Indianapolis Colts è qualcosa che va oltre il Superbowl. E’ coincidenza miracolosa, è un segno divino, è il più bel messaggio di speranza che potesse arrivare al popolo haitiano in questo momento. New Orleans è la Port au Prince d’America. Brothels. Slavery. Piracy. Voodoo. Hurricanes. Una storia quasi in fotocopia: entrambe fondate dai francesi e grossomodo nello stesso periodo – Big Easy ha solo 31 anni più di Pòtoprens – entrambe fuori dalla giurisdizione di qualunque Dio, entrambe poverissime (Haiti col reddito pro capite più basso d’America, la Louisiana col quarantaduesimo reddito pro-capite degli Stati Uniti), entrambe nere, entrambe convertite al culto del voodoo, entrambe flagellate dagli uragani più devastanti della storia, entrambe violente e capaci di una corruzione spudorata, flamboyant, da corno d’Africa. A New Orleans regnò il governatore Long che dei suoi elettori diceva: ‘Don’t want good government, they want good entertainment’. A Port au Prince infierì François Duvalier, detto papà Doc, dottore col pallino dell’etnologia, inventore del fascismo nero e ferocissimo tiranno che non faceva che ripetere: ‘Il Destino del popolo di Haiti è la sofferenza‘. Nel 2005 Katrina devastò New Orleans e la Louisiana quasi come il terremoto che il 12 gennaio ha inghiottito Port au Prince e Haiti. I giornali titolarono ‘Good Bye, New Orleans. It’s time we stopped pretending’. Gli scienziati sconsigliarono di ricostruire New Orleans e i suoi sistemi di difesa perché era solo una questione di tempo: più alti sarebbero stati gli argini artificiali, più disastrosa sarebbe stata la prossima inondazione. Il direttore dei servizi geologici statunitensi andò in tivù e sentenziò ferale: “Fra 100 anni New Orleans non esisterà più”. Cinque anni dopo, Big Easy è risorta. Mentre l’altra America è bollita dalla crisi, economicamente a pezzi, squassata da tifoni finanziari, a New Orleans si vive un anomalo stato di grazia. Qui i prezzi delle case non sono tracollati, i cantieri edilizi lavorano, le betoniere macinano, gli architetti sognano in grande e il tasso di disoccupazione è del 5,3% contro l’8,1% del resto del paese. Nell’agosto del 2007 il ‘New York Times’ titolava: ‘A billion dollars later, New Orleans Still a Risk’; la ricostruzione di Big Easy non decollava, la città divorava i fondi stanziati dal Governo e le polemiche sul rinforzamento degli argini infuriavano. Quasi tre anni dopo, New Orleans rialza la testa e grazie all’economia post-Katrina dà lezioni di benessere al paese intero. E vince anche il primo Superbowl della sua storia. Chissà se tra cinque anni la favola si ripeterà anche coi cugini di Pòtoprens…

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8 febbraio 2010

L’agonia della cultura

In questi ultimi 18 mesi spesso si è sentito parlare di commissariamento a proposito di molte aree d’interesse culturale: in realtà a essere “commissariato” è lo stesso ministro Bondi, considerando che perfino nelle attività culturali la presidenza del consiglio gli ha scippato la legge sul cinema. Tuttavia la politica perseguita dal governo di concedere superpoteri ai super commissari della protezione civile non sta avendo risultati positivi: l’ultimo caso è Brera, dove oggi si trovano l’Accademia di belle arti e la Pinacoteca. Entro il 2015 si dovrà trovare una nuova dimora per la scuola e trasformare l’intera sede in spazio espositivo per la Pinacoteca, e i lavori di ristrutturazione sono stati affidati al commissario straordinario Mario Resca. Già l’anno scorso la sua nomina a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale aveva destato molte perplessità: Resca è manager di notevole esperienza nel settore privato, tra cui McDonald’s, ma per sua ammissione di pochissima esperienza nella cultura, come non bastasse siede attualmente nel Cda Mondadori – da cui dipende Electa che fornisce servizi al Ministero e anche alla Pinacoteca di Brera -, dunque secondo molti in palese conflitto d’interessi.

Pretendeva d’essere il governo della meritocrazia, è diventato invece il governo dell’inciucio, del pignoramento, della spartizione. E di quelli messi lì non si sa bene perchè (o si sa benissimo, ma si finge di non saperlo). Come Giorgio Medail, quel giornalista dal pallore spermaceo, barba a vanvera e un panama anacronistico in testa, che conduceva i programmi più sfigati di Canale 5 – vi ricordate ‘I misteri della notte’ ? Bè, la sua amica Brambilla lo ha nominato responsabile della struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia. Giorgio Medail per rilanciare l’immagine dell’Italia? E Pierluigi Ronchetti, ve lo ricordate? Uno col fisico di chi è sempre in guerra con le bilance, che scriveva per ‘Sorrisi e Canzoni’, Ciak e ‘Tutto di Tutto’? La Brambilla – sempre lei – lo ha nominato capo della Commissione per la promozione e il sostegno del turismo enogastronomico. Pierluigi Ronchetti per promuovere il nostro turismo enogastronomico? Poi ci si sorprende se a valorizzare il nostro patrimonio culturale hanno chiamato uno che per dodici anni ha rifilato agli italiani strategie di dark marketing, obesità infantile e colesterolo alle stelle.

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Anteprima giro del mondo – Il bar in mezzo all’oceano dell’eretico Floyd Forbes

Per il novanta per cento delle persone la Giamaica è la terra delle tre R – reggae, reefer (spinello), rum. La patria dei Rasta, di Bob Marley, di sprinter supersonici come Usain Bolt. Per spiegare al mondo i giamaicani le Lonely Planet non servono a nulla. Ci vorrebbe un Asimov, un Bradbury, un Dick, perché questi giamaicani sono veramente un popolo di alieni. Già da piccoli sono precocissimi. A due mesi iniziano a gattonare, a tre camminano, a quattro camminano bendati su una fune, a cinque corrono così veloci che se in un cinodromo s’azzoppa un levriere, lo sostituiscono col primo bimbo che passa. Si dice che per arrestare uno scippatore in Giamaica servono poliziotti addestrati nella galleria del vento. La Giamaica è l’unico paese del mondo dove gli school-bus non portano a scuola nessuno. Fanno da lepri e i ragazzini gli corrono dietro. Recentemente un ricercatore di Harvard ha scoperto che sono l’unico popolo al mondo ad avere l’airbag anche nelle piastrine, globuli aerodinamici ed alettoni sui linfociti.

Io in Giamaica sarò tra la fine di giugno e i primi di luglio e vi farò conoscere un genio, un genio vero, Floyd Forbes, uno che col senso della vita ci beve insieme tutti i santi giorni, uno dei più grandi filosofi che il genere umano abbia mai avuto – uno Schopenauer nero, ma più profondo di Schopenauer e molto più bravo di lui a cucinare l’aragosta affogata nella salsa di zenzero. Floyd una notte si sognò un bar in mezzo all’oceano. Il giorno dopo lo confidò agli amici e gli amici invece di congratularsi con lui, gli annusarono il fiato. Quel bar, il ‘Floyd’s Pelican Bar’, Floyd lo costruì davvero, nell’anno del mio ictus. E mentre io, nella solitudine del mio letto, in quella stanza dove nel dormiveglia scambiavo le aste delle flebo per infermieri, mi battevo per restare integro, mi battevo per esorcizzare il napalm che mi devastava dentro e che mi aveva proiettato fuori dalla Specie, ai margini della zoologia, Floyd, come una formichina, si costruiva il suo bar eretico in mezzo all’oceano. Dalla costa si portò tutto il legno necessario per costruire la sua palafitta, poi sulla barca caricò tutta la bumba da servire ai turisti assetati, le cassette di soda, il pentolame, il suo cane che presto diventò il primo cane da punta di delfini del mondo.

Nel 2004 il ‘Floyd’s Pelican Bar’ fu spazzato via dall’uragano Ivan. La scansia fu avvistata al largo delle Cayman, le pentole furono rinvenute sulla spiaggia di San Kitt’s. Per Floyd fu una tragedia, ma lo fu anche per tutti gli abitanti di Treasure Beach perché il Pelican Bar era diventato un formidabile volano che ogni giorno garantiva almeno una comitiva di turisti e lavoro, tanto lavoro, alla gente del posto. Così albergatori di Treasure comprano nuovo legname e aiutarono Floyd a ricostruire il Pelican. Adesso, Floyd è di nuovo lì. Col suo cane che punta i delfini, con la sua aragosta affogata nello zenzero, con la sua palafitta eretica in mezzo all’oceano. Che mi aspetta.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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7 febbraio 2010

Tre sfizi kasher

Questo post è dedicato a un amico che conosco dall’asilo e che non sentivo da una vita, ventanni almeno. Ci siamo ritrovati con grande naturalezza pochi giorni fa, come se ci fossimo lasciati solo da qualche giorno. Abbiamo parlato di figli, di amici comuni e di comuni incidenti – lui un infarto, io un ictus, entrambi nel 2001. Ho scoperto che ha una passionaccia per la cucina kasher e che è cliente affezionato di ‘Yotvata’. I ristoranti kasher a Roma sono raddoppiati: il primo ad aprire fu lo storico kasher di carne di Raffi Fadlon ‘La Taverna del Ghetto’, poi fu la volta di ‘Yotvata’, a Piazza Cenci, il primo chalavì, cioè kasher di latte. Adesso davanti alla Taverna del Ghetto c’è un nuovo kasher di carne e a pochi metri da loro, Nonna Betta, un altro lodevole chalavì. Io invece ho un debole per la Taverna di Raffi che considero uno dei migliori ristoranti della capitale. Ho pranzato da lui recentemente e ho mangiato un delicatissimo patè di fegato all’ebraica, una delle rare concessioni di Raffi alla tradizione ashkenazita, ghiotte pappardelle con carne secca, zucchine e Pachino e una strepitosa coratella coi carciofi. Tutta la pasta che si mangia da Raffi è fatta in casa e richiede pazienza certosina e una giornata intera di lavoro. Le uova vanno controllate ad una ad una, nel caso contenessero macchie di sangue.

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Anteprima giro del mondo – Comida mexicana busca declaratoria de UNESCO

Però se lo meritano i messicani. E ha ragione da vendere il buon vecchio Fortino quando cantilena: “C’è più storia in un mole poblano che in tutta la Florida”. Loro ci hanno creduto con incrollabile perseveranza, difendendo e diffondendo la loro cucina con appassionata e impetuosa dedizione. Perchè la loro cucina è la storia del Messico, esattamente come lo sono le piramidi azteche, i calendari maya o i voladores totonachi. Noi invece salvaguardiamo la nostra cucina, la nostra identità culturale, il nostro made in Italy, facendo ridicole marchette con Mc Donald’s e seminando il panico tra i venditori di kebab. Ai messicani, l’UNESCO. A noi, Zaia e i panini della vergogna.

P.S. A luglio sarò in Messico. Fortino Rojas è la prima persona che incontrerò a Città del Messico. La seconda, grazie Flavio per l’assist, sarà la ‘presidenta’ del Conservatorio de la Cultura Gastronómica Mexicana, Gloria López.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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Anteprima giro del mondo – ‘Vivi la Colombia, visitala!’

La prima tappa del mio Giro del mondo sarà la Colombia, la mia base Cartagena. Ho scartato le altre città della costa – Barranquilla, caldaumida da soffocare e trasandata, Santa Marta troppo vocata al traffico di droga e al turismo sessuale. Ho contatti con molti blogger del posto, come Gabriel, che ha due bed and breakfast a Mompox. Ieri mi raccontava che fino a pochi anni fa nessuno si azzardava a girare la Colombia in auto. Era più insidioso di una roulette russa: i guerriglieri strappavano gli incauti turisti dalle loro auto e li portavano sulle montagne – a volte per anni – in attesa del riscatto. Mi ha rammentato che qualche anno fa il governo incoraggiava i cittadini in partenza per le vacanze a percorrere le strade in carovane scortate. La campagna si chiamava: “Vivi la Colombia, visitala!” e consisteva in convogli di turisti lunghi alcuni chilometri e armati fino ai denti: l’unico modo per viaggiare attraverso il paese e sopravvivere.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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Anteprima giro del mondo – Miguel Caballero: la vita appesa a un filo (e a un ago)

La prima tappa del mio giro del mondo sarà la Colombia e una delle prime persone che incontrerò sarà Miguel Caballero nel suo atelier di Bogotà. Non collezionerò solo paesi, città, valli, sierre, altopiani, cordigliere, ma storie eccezionali, come questa che state per leggere…

Mia figlia Sveva non lo può ricordare ma il prete che la battezzò era un colombiano. Non ricordo più il suo nome ma ricordo la mitezza e il sorriso di quest’uomo quando venne per la prima volta a casa nostra e un tic curioso: ogni volta che lo riaccompagnavo in parrocchia camminava sempre al centro della strada, mai rasente le case. Tranne una volta. Quella volta era così infervorato in una discussione – si parlava di Dio, della Chiesa, del Sudamerica – che dimenticò la strada e quando si accorse di camminare a un palmo dalle case, sbiancò in volto. ” In Colombia – mi confidò – bisogna camminare lontano dalle case. Specie di sera. Se non lo fai, rischi la vita. Possono spaccarti una bottiglia in testa, infilarti un coltello nella schiena, spararti nelle gambe. Mio cugino è morto così. Camminando troppo vicino alle case”.
Non ero mai stato in Colombia, ma bastò quella testimonianza per farmi capire che razza di inferno poteva essere la vita in quel paese.

All’inizio degli anni Ottanta la Colombia era il maggior produttore mondiale di cocaina con i cartelli che gestivano il 90% del traffico mondiale. A capo del cartello di Medellin c’era un ex-ladro di automobili, Pablo Escobar, ricco e feroce oltre ogni immaginazione. Si dice che guadagnasse un milione di dollari al giorno. Secondo Forbes Magazine era il settimo uomo più ricco del pianeta. Aveva un esercito personale, terreni ovunque, una flotta aerea, una flotta navale, possedeva giornali e squadre di calcio. Nel 1983 il governo colombiano sferrò un attacco violento al narcotraffico; i capi dei cartelli, allora, proposero al presidente Betancur un trattato di pace; in cambio della loro immunità – sia dall’azione penale che dall’estradizione – avrebbero investito i loro capitali in programmi di sviluppo per il paese e sanato per intero il debito estero della Colombia che all’epoca ammontava a 13 miliardi di dollari. Betancur rifiutò, i capi dei cartelli reagirono con attentati di inaudita violenza, il paese precipitò nel caos. Ma il peggio doveva ancora venire. Nel 1989 i signori della coca organizzarono l’attentato in cui morì Luis Carlo Galàn, il candidato del partito liberale alle elezioni presidenziali del 1990. La reazione del governo fu immediata. Confiscò un migliaio di proprietà dei cartelli e chiese aiuto agli americani. I narcotrafficanti, punti nel vivo, dichiarono guerra allo Stato. Fu la stagione delle bombe. Bombe che esplosero nei locali pubblici, nelle abitazioni private, nelle caserme, nelle redazioni dei giornali, nelle sedi di partito, nelle chiese, nelle banche, persino negli ospedali. Il culmine fu raggiunto con l’abbattimento di un aereo della Avianca in volo da Bogotà a Calì. Fu abbattuto con un missile terra-aria, nell’attentato morirono 107 persone, un atto di terrorismo sensazionale, senza precedenti. Il resto della storia, credo, vi sia nota. Escobar è morto, i capi dei cartelli non fanno più notizia come negli anni Ottanta, ma il narcotraffico in Colombia non è mai stato debellato. La gente continua a camminare lontano dalle case, anche se l’avvento del presidente Uribe e della sua ‘democrazia’ militare ha riportato in Colombia un cauto ottimismo.

In uno scenario così turbolento, un personaggio come Miguel Caballero se non nasceva occorreva inventarlo. Caballero è lo ’stilista’ più anomalo di questa terra, il re del look ‘antiproiettile’. Quindici anni fa fonda il suo impero con soli 10$ dollari e una giacca di cuoio. Sono gli anni della presidenza Gaviria, Escobar è braccato, ma nessuno si sente al sicuro in Colombia. La sicurezza personale è la questione che leva il sonno ai colombiani. Il sarto Caballero si inventa così nel suo atelier in Calle 70, a Bogotà, una linea di capi supersicuri: giacche e giubbotti di cuoio a prova di proiettile, ma anche camicie anticoltello, anfibi a prova di mina, coperte, plaids e trapunte in grado di deviare le granate a pallette. Il passaparola funziona. I suoi primi affezionati clienti sono i residenti americani di Bogotà, poi i politici nel mirino del narcotraffico, infine gli stessi narcotrafficanti. Oggi, Caballero è una superstar da 3 milioni di dollari l’anno, ha filiali in Messico, in India, a Caracas, Quito, Madrid, Amsterdam, Atene. Tra i suoi clienti il presidente Uribe, il venezuelano Chavez, il re di Spagna e divi di Hollywood come Steven Seagal. Se gli chiedi qual’è il suo paese preferito ti risponde: l’Iraq. “Lavoravo con Saddam, adesso lavoro con chi l’ha fatto impiccare. L’Iraq di oggi sembra la Colombia del 1989. C’è un solo modo per sopravvivere oggi in Iraq. Vestire Caballero”.
Piccola curiosità. Sul lavoro tutti i dipendenti di Caballero devono indossare abiti antiproiettili perchè il capo quando ha nuovi clienti in atelier ama dare improvvise dimostrazioni. Ad oggi nessuno dei dipendenti di Caballero ha avuto modo di lamentarsi … a parte qualche lieve ammaccatura.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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6 febbraio 2010

Frutto aggravato

(grazie Valentina)

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Sollevar polveroni

Caro Sig. Cairoli, ho eseguito ricerche accurate e scientifiche sull’etilometro ed ho avuto contatti diretti con il prof. Hlastala, fisiologo polmonaramericano di indubbia fama. Sembra che l’etilometro a fiato (qualsiasi esso sia) non possa funzionare. Stiamo mettendo insieme materiale per passare all’azione. Se le interessa può andare nel gruppo facebookhttp://www.facebook.com/n/?group.php&gid=44135699690&mid=1b7ef71G5fce5775Gfc53e5G6
Siamo già in 3000, ma quello che conta di più e che potrà trovare parecchio materiale scientifico e legale che ho postato.
Cordiali saluti

Enzo Zappalà

Io ho sollevato un bel polverone. Ma anche loro non scherzano.

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Helsinki come la vedeva Signe Brander

Ho quasi terminato il mio nuovo pezzo per ‘La Stampa. Stavolta la meta è Helsinki, una città che conosco quasi come le mie tasche. Per avere informazioni più aggiornate mi sono rivolto a Gino, il mio agente nel Baltico, che mi ha segnalato questa strepitosa mostra fotografica di Signe Brander a Villa Hakasalmi e questa gallery che racconta com’era Helsinki nelle foto di Brander un secolo fa e com’è oggi.

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