Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

8 febbraio 2007

Kinski, il mio amatissimo nemico

Per ricordare Chatwin, nel suo anniversario, sull’Arena di Verona, Bresciaoggi e sul Giornale di Vicenza ( che io inspiegabilmente mi ostino a chiamare Gazzettino) avevo previsto due pagine in cui avrei scritto dell’eredità che ci ha lasciato, della sua prosa gourmet e del suo rapporto col cinema che poi si riduce quasi tutto all’incontro con Werner Herzog e al progetto di ‘Cobra Verde’. In quei giorni di ricerche scopro che Herzog ha realizzato un film-documentario ‘Kinski il mio nemico più caro’ ; non l’ho mai visto e non ne ho mai sentito parlare, però la RHV lo ha distribuito in DVD per una spesa di poco inferiore ai 15 euro. Durante la mia trasferta romana lo trovo e lo compro alla Feltrinelli. Com’è ? Nella mia carriera di cinefilo di rado mi sono imbattuto in un documentario così affascinante e, aggiungo, di eccellente qualità nonostante il materiale di varia provenienza

 

Si apre con Kinski in turnè negli anni settanta – recitava Gesù Cristo nei teatri e nei Palasport – e la gente affollava i teatri non per vederlo recitare ma per vederlo dare in escandescenze. Kinski sembra l’ultimo Lenny Bruce, o l’Iggy Pop, di Detroit, ai tempi degli Stooges, quando provocare era più necessario che suonare. E’ rabbia allo stato puro, un detonatore con labbra carnose ; appena uno spettatore lo provoca Kinski esplode, arriva persino a inseguirne uno, brandendo l’asta del microfono. Monaco di Baviera. Herzog bussa a una porta. Due coniugi che sembrano la parodia di due coniugi della middle-class, lo fanno entrare in casa. In quella casa, molti anni fa, Herzog coabitò con Kinski che viveva come una creatura silvestre in una camera tappezzata da foglie morte in cui carponava nudo e nudo riceveva il portalettere. Un giorno venne da loro un giovane critico che aveva appena visto Kinski a teatro. Herzog gli chiede come lo ha trovato. "Straordinario!" – gli risponde il critico. Per tutta risposta, Kinski gli getta in faccia due patate bollenti. "Non sono stato straordinario – urla – Sono stato monumentale! Non sono stato straordinario, sono stato epocale!".

 

I due si perdono di vista. Herzog comincia a fare il suo cinema nomade che lo porta da un capo all’altro del mondo, Kinski gira più di un centinaio di film, quasi tutti da dimenticare. Negli anni settanta il cinema tedesco rialza la testa. Sono gli anni del Film und Drang alla cui testa c’è Fassbinder e Kluge, Lilienthal, Schroeter. Schamoni, Handke, Schlondorf, Wenders. Di questo movimento Lotte Eisner divenne la musa ispiratrice. Era stata l’assistente di Fritz Lang a Berlino, poi negli anni Trenta era emigrata a Parigi, e là, aveva contribuito alla fondazione della Cinémathèque. Vide Segni di vita di Herzog e subito scrisse a Lang in California. "Ho visto il lavoro di un giovane tedesco, un cineasta eccezionale". Al che Lang replicò "No. Impossibile". L’aneddoto è folgorante, ma Lang ebbe torto. A cavallo tra il ’69 e il ’70 Herzog gira ‘Fata Morgana’ , per il quale vaga un anno attraverso il continente africano insieme al suo operatore, facendosi arrestare prima in Uganda e poi in Camerun perché sospettati di essere dei mercenari – curiosa affinità con il Chatwin arrestato in Benin per lo stesso motivo – ma nel 1972 gli capita la grande occasione con ‘Aguirre furore di Dio’. E’ il primo dei suoi cinque film con Kinski. Kinski è preceduto da una fama terribile ; litigioso, inaffidabile, matto come un cavallo. Sono più i film da cui è scappato che quelli che ha terminato. Ma Herzog lo vuole a tutti costi. Vediamo Herzog ritornare suoi luoghi del film. All’aeroporto di Lima lo accoglie una vecchia comparsa che ora campa come guida turistica. Appena si parla di Kinski l’uomo si fa grave in volto e mostra una grossa cicatrice sul suo cranio calvo ; Kinski lo colpì con una spada, ma per sua fortuna, uno di quegli elmi da conquistadores che aveva in testa gli salvò la vita. Dalle sue testimonianze emerge la natura violenta, collerica, assolutamente imprevedibile dell’attore che avevo il vezzo di passeggiare per il villaggio delle comparse armato. Una sera sparò a casaccio in una capanna. Ferì degli indios e ad uno amputarono un dito. Ma anche Herzog ha sempre avuto un inquietante rapporto con le armi da fuoco. Quando Kinski lo minaccia di lasciare il set, e stavolta sembra veramente intenzionato a dar seguito alla sua minaccia, Herzog lo gela: "Ho un fucile e nove colpi. Otto sono per te, il nono, a cose finite, per me". Quando Herzog rievoca questo episodio guardategli bene il viso. L’ultima cosa che uno penserebbe è ’sta bleffando’. Kinski torna sui suoi passi. Il biografo di Chatwin, Nicolas Shakespeare racconta che quando Herzog andò a trovare lo scrittore nella fase terminale della sua malattia, Chatwin gli disse: "Voglio morire". E Herzog, senza pensarci due volte, rispose: " Devo spararti ? ". Il Woyzeck e Nosferatu vengono girati nel 1978, uno dietro l’altro, poi si ritorna in Amazzonia per Fitzcarraldo. In origine i protagonisti dovevano essere Jason Robards e Mick Jagger, ma a due terzi del film Robards si ammala e non torna più, a questo punto Herzog ricorre a Kinski per la quarta volta. Sul set ne succedono di tutti colori. Un taglialegna viene morso due volte da un serpente chuchupe, lascia cadere la motosega inorridito, poi la riprende e si taglia il piede. Si salva la vita perché il siero era a venti minuti dal campo. Kinski è protagonista di sfuriate bestiali che atterriscono gli indios. Una sera il capo-indio si avvicina a Herzog e gli chiede se desidera che glielo ammazzi. Claudia Cardinale ricorda come Kinski assomigliasse un po’ a Michael Jackson "Girava sul set con una boccettina d’alcol con cui disinfettava ogni cosa, e quando gli chiesero di accarezzare un cucciolo di un ocelot, diede in escandescenze fino a farsi venire la bava alla bocca". Siamo testimoni di un incidente sulla barca con il direttore della fotografia Thomas Mauch sbalzato da un urto che gli squarcia la mano destra. Intorno a lui Herzog traffica con una bottiglia di gin e Kinski con un cerotto cerca di medicarlo, quello stesso Mauch che, anni dopo, Kinski riuscirà a far licenziare sul set di ‘Cobra Verde’ dopo furibonde litigate.

"Ogni mio capello bianco lo chiamo Kinski " – annota Herzog sardonico. A volte, ho come la sensazione che Herzog non racconti Kinski ma se stesso e Kinski rappresenti una sorta di ostacolo, di calamità naturale, che mette in risalto la capacità di Herzog di risolvere anche le situazioni più intricate. Come a dire : vedete? nonostante Kinski il film l’ho finito lo stesso. Ma alla fine di 95 minuti esemplari Herzog confeziona per il suo amico-nemico un epitaffio di struggente poesia e quelle ultime immagini con Kinski e la farfalla sono uno dei più bei regali che il cinema ci abbia donato negli ultimi anni.

 

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3 Commenti a “Kinski, il mio amatissimo nemico”

  1. A corollario della recensione io Kinski l’ho conosciuto a Cannes durante la conferenza-stampa di ‘Nosferatu-Vampiri a Venezia’ una cialtronata diretta dal mio amico Caminito.
    Vidi Kinski litigare con un giornalista olandese a cui tirò in testa le chiavi della sua suite. Poi andammo tutti a cenare – con lui c’era la sua ultima fiamma Debora Caprioglio – e fu di una dolcezza sconcertante.
    Si arrabbiava a comando.
    Mai visto nulla del genere.

  2. se vi va di leggere, ogni tanto, una mia poesia tra sentimenti e tecnologia vi invito a visitare il mio nuovo blog!!!
    facci un salto lorenzo, ogni lunedì una stramba poesia!!!

  3. non è un documentario, herzog finge di farlo, camuffa ciò che stà facendo per documentario, ma in realtà non lo è, è tutto costruito, tutto fatto per uno scopo..
    ma quale?
    kinski è un pretesto,ma per dire cosa?
    parla sicuramente di se stesso,herzog, e all’interno di questo stravagante “documento” non “documento” c’è l’esternazione di una poetica ben precisa: quella di un cinema”contro”, contro la macchina holliwoodiana, per la precisione..
    parla anche di kinski certo, ma attraverso di lui in realtà vuole parlare dell’immagine cinema, e criticarla, smascherandone la falsità, quella filmica ma sopratutto quella televisiva..
    inizio:immagine di kinski sul palco, che non recita la parte di dio, ma recita se stesso..è cmq un recitare, è un immagine cliscé che perde cosi il suo diritto di essere IMMAGINE diventando icona, strereotipo, che si contrappone all’immagine di kinski con farfalla, che rappresenta il ritorno, la rinascita ,invece di una vera IMMAGINE( perchè rappresenta, forse, una realtà di kinski più reale, per lo meno, dell’immagine iniziale).
    Forse non è neanche questo, indicativa la frase di herzog:”così -vorrei- ricordarmelo”;
    parlando dell’ultima inquadratura con kinski e farfalla..
    è questo “vorrei” che priva l’immagine di una “vera” verità, che ci fa capire quanto non sia più un immagine stereotipata, ma neanche realmente reale, ma solamente ciò che l’autore desidererebbe..
    attraverso questo, herzog, introduce nel film anche la critica al concetto di verità.
    di più non so..

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