Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

7 febbraio 2007

La festa del papà

Ho abitato a Castelbolognese per un mese, nell’appartamento di due fratelli di Bafusam. L’appartamento l’aveva affittato il maggiore, uno piccolo, di poche parole, metalmeccanico. Era venuto in Italia con la moglie, poi la moglie si era ammalata, un cancro, e quando i dottori gli avevano detto che non c’era più niente da fare l’aveva riportata in Camerun. Tre giorni prima che mi trasferissi da lui, mi inviò questo sms: ‘Torno a Bafusam, mia moglie è al capolinea. Shado ti aspetta a casa’. Shado era il fratello, un clandestino che passava le giornate disteso sul divano, guardando film africani e stordendosi di birra. L’Africa gli mancava in modo lancinante; bastava guardargli occhi, o il suo sorriso goffo, innaturale, una specie di scenografia dietro alla quale nascondere disagi, malinconie, frustrazioni. Non credo che lasciando il Camerun immaginasse la vita che lo aspettava in Italia, la vita di uno costretto agli arresti domiciliari; in un mese era uscito solo tre volte, due al discount sotto casa, una a Faenza. Il resto era divano, videocassette e birra. Comunicare con lui era molto faticoso, parlava inglese e francese come tutti i suoi connazionali, ma li parlava male. Ma era un pezzo di pane, lento, generoso, un po’ primitivo, con alluci grandi e polposi come due palette della stradale.
L’appartamento si trovava in un’area commerciale squallida, alienante, un po’ sovietica. Tutte case prefabbricate, come quelle in cui ammassano i terremotati, bollenti e appiccicose d’estate, gulag gelidi d’inverno. Ricordo un bowling annerito da un incendio, un discount dalle commesse slavate, un caffè di nome ‘Industria’ e fabbriche, ovunque, fabbriche di antifurti, di sistemi di oscuramento, di cosmetici, di portoni industriali. Sotto alla mia finestra, priva di persiane e di tapparelle, c’era una rivendita al dettaglio di caffè e di cialde. All’entrata avevano montato un enorme pannello luminoso sul quale si poteva leggere l’ora esatta, la temperatura e abbaglianti auguri di Buona Pasqua, con un mese d’anticipo. Irradiava una luce così intensa che la notte mi sembrava di dormire a Rovaniemi, in pieno sole di mezzanotte. Di fronte al bowling c’era una fabbrica di palloncini a gas, con un’insegna colorata in stile ‘anni 50′. Quella fabbrica aveva qualcosa di miracolosamente incongruo. Sembrava messa lì per sfidare la plumbea dittatura delle fabbriche. Mi affezionai a quella fabbrica. Ogni volta che uscivo di casa, cercavo con gli occhi quell’insegna. Mi metteva di buon umore. Un pomeriggio tornando da Imola vidi Shado sul divano con occhi lustri e arrossati più del solito. Il televisore era spento, la casa puzzava di birra. Mi fece cenno di sedermi accanto a lui, poi infilò una mano sotto a cuscino del divano, prese delle foto e me le allungò.
C’era un bimbo – avrà avuto al massimo cinque anni – vestito di bianco, con guanti di pizzo bianco che gli fasciavano le mani. Stava disteso su un letto matrimoniale che il suo corpicino minuto faceva sembrare enorme. Ai piedi del letto, notai una piccola bara di legno chiaro, grezza, elementare.
” E’ mio figlio” – mi disse Shado con un filo di voce.
Provò a spiegarmi la causa della sua morte in inglese ma le parole che gli rantolarono fuori erano incomprensibili. Provò in francese, fu anche peggio. Così lasciò che le foto parlassero da sole. Vidi tutta la cronologia del funerale: lo strazio della madre, i pianti dei nonni, le espressioni smarrite dei vicini di casa. L’appartamento era povero, spoglio, piccolo come un giocattolo. I parenti sollevarono il corpicino del bimbo e lo adagiarono nella bara. Ricordo che uno di loro indossava un giubbotto della Alleanza Assicurazioni. Mi chiesi come fosse finito lì. Ma in Africa finisce sempre tutto. L’Africa è la grande discarica di questo pianeta. Alla fine, Shado, ripose le foto sotto il cuscino del divano, si alzò, stappò un’altra birra. Mi venne un brivido.
“Sai che giorno è oggi ?” – gli occhi lustri adesso li avevo io.
Shado scosse il capo
” Il 19 marzo. La festa del Papà, Shado”
Sgranò gli occhi sporgenti come se gli avessi tirato un pugno. Restò fermo per un lungo istante, cercò di dirmi qualcosa, ma non ci riuscì. Si asciugò gli occhi col dorso della mano e con rabbia buttò giù la birra che rimaneva .
Che fosse la Festa del Papà me lo ero ricordato solo ora.

© Lorenzo Cairoli

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Un Commento a “La festa del papà”

  1. Che bella bambina!

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