Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

9 luglio 2007

Il termostato della terra e la neve di Rovaniemi

Venerdì sera inciampo in un orribile film americano, ‘Un ciclone in casa’, con Steve Martin e Queen Latifah.
Risate zero, sceneggiatura da vomito, e loro due, una delle coppie peggio assortite di tutta la storia del cinema; come ci sia finito dentro Steve Martin e come abbia accettato di girare certe scene, si può solo spiegare in un modo: deve dei soldi alla mafia russa, sennò uno non butta via così trentanni di onorata carriera. Dopo il film tocca a ‘Matrix’ e a Enrico Mentana. Si parla delle stagioni che non ci sono più, di eventi meteorologici estremi, di mutamenti climatici, di un’Italia subsahariana, insomma, nel caso non ve ne siate accorti il nostro clima somiglia sempre di più a una maionese impazzita. Negli ultimi diecimila anni, ci ricorda Tim Flannery ne ‘I Signori del clima’, il termostato della terra è stato regolato su una temperatura superficiale media di circa 14 °C. Questo ha favorito la nostra specie che è stata capace di organizzarsi in modo estramemente efficace, introducendo l’agricoltura, domesticando gli animali e costruendo città. Infine, nel corso dell’ultimo secolo, abbiamo creato una civiltà veramente globale. Adesso però il termostato della nostra terra è andato in tilt.

Mentana ne parla con i suoi ospiti. Il mutamento climatico, chiede, è una terribile minaccia oppure un falso allarme? un botto o un gemito? Fosse stato lì il ‘negazionista’ Bocca, quello che vomita scemenze su Pavese e che contesta a Piovene di averci rifilato un’Italia falsa, avrebbe detto, come ha scritto ne ‘Le mie montagne’ che i ghiacciai vanno e vengono, e che non è vero ciò che dicono in tanti, che la loro superficie si stia riducendo in modo drammatico, ma, se anche fosse vero, sarebbe un fatto normale. Un po’ come la prima volta che andai in Calabria, a Crotone e feci un giro notturno della città. Sul lungomare sobbalzai nel vedere due auto che bruciavano come pire nella più completa indifferenza. Le fiamme salivano alte ma nessuno interveniva. Chiesi al mio autista, un poliziotto tra l’altro, cosa fosse accaduto. E lui, senza scomporsi, mi disse: ” Ogni tanto succede. Prendono fuoco”. Prendono fuoco? Fenomeni di autocombustione sul lungomare di Crotone?
Ecco,quando Bocca parla dei ghiacciai mi ricorda quel poliziotto lì.

Tornando invece al quesito di Mentana una cosa è certa. Quando l’uragano Ivan travolse il Golfo del Messico nel 2004, con le onde più alte mai registrate nella regione, interruppe completamente la produzione di greggio, sradicando lunghi tratti di oleodotti, cosa che provocò maggiori danni che non quelli causati in superficie. L’industria petrolifera considerava Ivan un evento che poteva verificarsi una volta ogni duecentocinquant’anni, ma poi sono arrivati Katrina e Rita. ” Assistiamo quasi ogni anno a fenomeni che dovrebbero capitare una volta ogni cento anni” – ha dichiarato un dirigente di un’industria petrolchimica. Basterebbero queste parole per farci capire che il tempo è scaduto. Signori, siamo al capolinea e gli individui, l’industria e i governi devono agire sul mutamento climatico subito; un ritardo anche solo di un decennio potrebbe rivelarsi fatale. Da anni i mezzi di comunicazione di tutto il mondo si sono trasformati in una mega-ring su cui si scontrano due opposte fazioni. Quelli alla Al Gore che denunciano il mutamento climatico come una terribile minaccia e quelli alla Bocca o alla Bush che lo considerano un falso allarme. In mezzo c’è l’uomo della strada a cui è difficile valutare il mutamento climatico perchè esso ha profonde implicazioni politiche e industriali, e perchè deriva dai processi che stanno alla base del successo della nostra civiltà. Ma anche per lui il tempo è scaduto. Deve decidere da che parte stare e deve deciderlo in fretta.

Mentana cerca di far chiarezza, alterna interviste in studio con interessanti servizi, nei quali si ricorda Bernacca, l’alluvione del Polesine – con filmati d’epoca che mostrano un Po inimmaginabilmente feroce e esodi di massa e di armenti che sembrano usciti da un vecchio documentario sovietico (e invece accadeva in Italia mezzo secolo fa). Si ricorda la nevicata a Roma del ‘56 quando Testaccio sembrava Gressoney e a Piazza del Popolo le auto erano innevate come a febbraio in Manciuria. A Roma ho abitato molti anni, ho visto anche nevicare ma nulla che possa essere paragonato a quel prodigio del ‘56. In genere, il cielo si oscurava, diventava plumbeo, e un nevischio fine, una specie di forfora gelida imbiancava la capitale. Ma appena toccava l’asfalto si squagliava. A cose fatte restavano poche tracce, residui di neve sui cofani delle auto, sui tetti dei palazzi, moncherini bianchi ai bordi di campetti di calcio della periferia.

Quando portai Sveva in Lapponia, a Rovaniemi, aveva nove anni e nei suoi occhi colsi subito un’eccitazione che non avevo mai visto prima. Nemmeno quando la portai a Eurodisney, o in Bretagna, a pescare a piedi, dopo che le maree si erano ‘divorate’ l’Oceano o a Long Island a festeggiare Halloween. Era felice anche in quei posti, certo, ma lì, in Lapponia, la sua felicità era incontenibile. Nel villaggio di Babbo Natale, la rivelazione. La NEVE. Aveva nove anni ma non aveva mai visto la neve. Non quella neve, almeno. E non così tanta, ovunque, tutta in una volta sola. Io c’ero nato con la neve in inverno, con le battaglie a palle di neve fuori dalla scuola, con le settimane bianche, gli ski-lifts, gli sci e gli scarponi nell’armadio, ma lei no, lei veniva da una città in cui la neve era quasi una leggenda metropolitana. Ne aveva letto sui libri, l’aveva vista cadere nei telegiornali, o nei film. Adesso invece poteva stringerla nei guanti, farne dei piccoli ghiaccioli, succhiarla, scoprire che sapore aveva.
Nel tardo pomeriggio, andavamo a fare spesa nei negozi. Nel corso centrale di Rovaniemi affondavamo nella neve fino alla caviglie. C’erano trenta gradi sottozero, se ti levavi i guanti sentivi spilli invisibili trafiggerti le mani, era buio anche quando doveva esserci il sole, ma mia figlia così felice non l’avevo vista mai….

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7 Commenti a “Il termostato della terra e la neve di Rovaniemi”

  1. Ciao Lorenzo,
    ti leggo sempre con moltissimo piacere,ma in questo periodo sto veramente incasinato e non riesco quasi mai a commentare.
    Stavolta non riesco proprio a trattenermi: quando parli della neve e del Nord riesci sempre a stupirmi…dovresti farlo piu’ spesso !

    Ciao,ciao..!

  2. Per così poco Marco?
    Piuttosto, ho rimediato una copia del film di Al Gore. Sono curioso di vedere com’è.

  3. Fateci caso ma Al Gore sta diventando sempre più simile a Paolo Liguori. Sembrano fratelli….

  4. Me la ricordo, la nevicata del ‘56, ma appena. Ora me la hai messa in quadro. Grazie! Avevo sei anni e mezzo ed abitavamo a Viale Carso. Mia madre faceva la portiera al numero 69. Mi ricordo la gente con gli sci ai piedi, le battaglie con le palle di neve, la vacanza inaspettata, due tre giorni senza andare a scuola. I golfetti l’ uno su l’altro e i grandi che si divertivano come matti. Dietro il nostro palazzo c’era un prato che per noi era un po’ il fortino dei ragazzi della via Paal, ma questa é un’altra storia. Mio padre aveva rimediato non so dove uno slittino
    e sulla discesa del garage facevo il “bob a zero”
    Erano i tempi di Monti e delle olimpiadi invernali di Cortina: anche a Roma ci sentivamo
    improvvisamente parte di quel mondo. Il bob era “a zero” perché mia madre neanche a sognarselo di darmi il permesso di scapicollarmi giu´per garage, ed allora spingevo lo slittino e stavo a vedere fin dove arrivava…
    Poi sono venute altre nevi e questa del 1973, la prima in Danimarca , te la becchi in danese, cosí t’empari:

    DEN MEGET OMTALTE FØRSTE SNE*

    Den første dag med sne
    i treooghalvfjerds
    var da din mor og jeg
    skulle til Nærum i et ærinde
    og tog toget og skiftede
    to-tre gange
    og det var næsten vinterskikkelser der ventede/
    på de små stationer
    hvis navne vi kun kendte
    fra kortet:
    det var en chance
    for en slags lille ferie
    en ekspedition i det hvide
    som vi havde talt så meget om
    og jorden var virkelig helt dækket af det/
    mellem de små byer
    og nogle enkelte stiers
    brune spor
    langs banen.
    Vi slentrede lidt rundt
    og vores ånde var en kold sky
    mellem supermarkedet
    posthuset og motorkontorets
    nye bygning
    og så på butikkerne
    og den utrolige række af vintersko
    som netop var stillet frem
    og som var glade og blanke
    ligesm gamle kvinder på et hvilehjem/
    når de har fået redt sig og er
    rolige
    efter at have været ude
    i luften og solen.
    Og så på hjemvejen
    men jeg så på den store rene fabrik
    kom fornuften over mig
    og jeg sagde næsten resigneret
    “næh, man lever ikke kun af poesi”
    og så var det din mor
    som et atmosfærisk fænomen
    overraskede mig ved at svare
    “men uden
    er det ikke noget liv”

  5. Incredibile nevicata in Argentina, imbiancata anche la capitale dopo 90 anni !
    Hai parlato della neve e…Tutto merito tuo Lorenzo !

  6. ‘I treooghalvfjerds’, è terribile.
    Ho provato a pronunciarla davanti allo specchio, mi è venuto un crampo alla lingua.

  7. Ebbene sí: treoghalvfjerds significa settantatre. La numerazione danese e´in parte ancora basata sul
    sistema precarolingio in cui il venti era l’unitá di base (vedi anche la sterlina, che una volta era divisa in venti penny). Quindi il 3 si mette prima
    come in tedesco e “halvfjerds” significa letteramente: ” Halv = Una mezza volta ( di venti, cioé dieci) dedotto da quattro volte (fjerds) venti
    cioé in pratica 4 x 20 = 80 meno una mezza volta venti et voilá: settantatre. Sembra ostico ma poi uno ci si abitua ed in ogni caso dipende
    anche da chi la parla la lingua. Le ragazze, ho notato, e le donne di bella figura, hanno di solito una pronuncia piu´dolce e simpatica: nonostante il paese sia piccolo
    convivono una miriade di dialetti, qualcuno meno canoro dell’altro. Tutte cose che sapresti se ti fossi applicato ed avessi letto “Appunti di lingua e grammatica danese” di yours truly edito per i tipi di Bulzoni in Roma anno 1975. Un testo che come diceva la buonanima di Massimo Troisi, non lo trovate nelle migliori ma neanche nelle peggiori librerie.

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