Ayah Pin – Alla Sharia malese il te va per traverso

Ieri, leggo questa notizia sul ‘Daily Telegraph’: ‘Woman jailed for ‘worshipping tea pot’. Accade in Malaysia, dove la Sharia condanna a due anni di carcere una maestra di 57 anni, Kamariah Ali. Il reato? Apostasia: la donna ha lasciato l’Islam per abbracciare la fede di ‘Sky Kingdom’, la setta fondata da Ariffin Mohamed alias Ayah Pin, più nota come la setta del teapot cult. Ayah Pin è un ex-musulmano dai trascorsi ariosteschi. Fanatico di combattimenti di galli, rigattiere, mercante di bufali, un giorno è unto dalla grazia divina. Muore per 40 minuti, ma poi risorge e annuncia al mondo intero di essere la reincarnazione di Gesù, Shiva, Budda e Maometto. Non tutto il mondo gli crede, ma in 23.000 mila si. E lui per ricompensarli li manda ad adorare una teiera a due piani che sembra progettata da un architetto di Gardaland e che ha pagato 45 milioni di ringgit, neanche 10.000 mila euro (un affare se si considera quanto costa un tempio, chiavi in mano). Ma la Sharia malese non si lascia ammaliare dalla simbologia beatnik del profeta e gli dichiara guerra.

‘Sky Kingdom’ viene inclusa nella lista nera delle sette da reprimere, Ayah Pin è colpito da fatwa. Lo arrestano, lo tengono 11 mesi in prigione, e quando torna in libertà, corre a rifugiarsi in Thailandia. Tutta questa storia ha l’aria di una gran clowneria. Verrebbe voglia di buttarla sul ridicolo, di scrivere un pezzo burlesco, e invece no. Dietro alla grande teiera color crema, alla setta che prega in un parco a tema, alle visioni del suo ambiguo profeta, c’è un paese sinistro, campione di diritti negati. Si parla molto del Pakistan, quasi mai della Malaysia. Eppure questo paese è un altro vulcano in odore di eruzione; non è il Pakistan, ma potrebbe diventarlo presto. Insieme a Singapore, controlla la più importante arteria del commercio marittimo internazionale, gli stretti di Malacca, dai quali passa il 50 per cento delle forniture mondiali di energia. Una destabilizzazione della Malaysia avrebbe perciò conseguenze geopolitiche devastanti. E il rischio crisi esiste. La Malaysia è un paese musulmano. Islam moderato, fino a poco tempo fa, tentazione fondamentalista, in forte ascesa. Abdullah Ahmad Badawi, l’uomo che da cinque anni guida il paese, aveva fatto della lotta all’estremismo islamico uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Cinque anni dopo, l’Islam malese è diventato fanatico, aggressivo, intransigente. La Sharia regna sovrana, azzera le libertà, affolla le carceri. La condanna di Kamariah Ali ne è la prova. Thomas Bell, il corrispondente dal sud-est asiatico del Daily Telegraph, ricordava nel suo articolo il caso emblematico di Kaliammal Sinnasamy, una donna indù che nel dicembre del 2005 non riuscì a impedire alle autorità malesi di seppellire suo marito con rito islamico. Suo marito non era un morto qualsiasi, era Moorthy Maniam, eroe nazionale, il primo malese ad aver scalato l’Everest. Maniam, musulmano, si era convertito dopo il matrimionio alla religione indù, ma la Sharia aveva vietato che i funerali si celebrassero secondo la nuova religione. La vedova aveva fatto ricorso in tribunale, ma i giudici l’avevano respinto sostenendo di non avere giurisdizione sui casi relativi all’Islam. Sembrano beghe da poveri, baruffe da terzomondo, in realtà questa Malaysia sempre più fondamentalista è una vibrazione maligna che mette in allarme i sismografi della pace.
© Lorenzo Cairoli





[...] A credere nella teiera sono in quasi 23 mila e adorano la teiera a due piani che vedete nella foto. La notizia fa sorridere, in realtà il problema della persecuzione della libertà di culto che avviene in [...]
Scritto da Condor » In diretta da Corso Sempione: Condor 2.0, il 10 marzo, 2008 at 17:53
[...] A credere nella teiera sono in quasi 23 mila e adorano la teiera a due piani che vedete nella foto. La notizia fa sorridere, in realtà il problema della persecuzione della libertà di culto che avviene in [...]
Scritto da Strano,ma vero! « Pinetto’s blog, il 11 marzo, 2008 at 22:33