“Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo ? “

Mi ha dato grande gioia leggere su ‘El Pais’ di ieri un ricordo di Cesare Pavese firmato da José Andrés Rojo. El solitario de las colinas, lo definiva Rojo che ribadiva come a quasi un secolo dalla sua morte Pavese sia più attuale che mai. Cesare Pavese morì suicida nella notte tra il 27 e il 28 agosto. Pochi giorni prima scrisse questa lettera:
Bocca di Magra, agosto 1950.
Cara Pierina,
…..
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello che ero io a vent’otto anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso.
Ora è l’inverso : so che la vita è stupenda ma che io ne sono tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo ?
E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e decisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni ? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.
Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perchè tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante.
Sono ormai aldilà della politica.
L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve. Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene.
Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela.
Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono.
Amore.
Cesare Pavese.
Ho letto molte lettere di scrittori alle corde, soli, disperati, a un passo dal suicidio che poco dopo sarebbe arrivato puntuale come una cambiale. Non sono gli scrittori, certo, ad avere il monopolio della disperazione e della solitudine, ma sono quelli che riescono a descrivercela meglio.
Così, su due piedi, mi viene alla mente Morselli. Mi vengono in mente i Diari della Plath, cupissimi e premonitori di quello che sarebbe accaduto l’11 febbraio 1963 quando Sylvia preparò fette di pane imburrato per i figli, mise al sicuro i piccoli, sigillò con nastro adesivo porte e finestre, scrisse l’ultima poesia ‘Orlo’, aprì il gas, infilò la testa nel forno e si tolse la vita.
Bukowski si è imposto come uno degli scrittori più letti del mondo grazie al suo infernale teatrino di puttane da un quintale e mezzo, di compagni di sbronze, di uomini che sprizzano sperma come le balene spruzzano l’acqua dal buco della schiena, di angeli che giocano a baseball e a cui la mafia sega via le ali, di nane e di lolite, ma Bukowski è soprattutto un poeta di inaudita sensibilità, un neoromantico, onesto, chiaro, capace di descrivere con chiarezza un avvenimento così semplice da non sembrare nemmeno un avvenimento.
Nella poesia ‘The crunch’ (Lo scricchiolare) scrive :
c’è al mondo una così gran solitudine
che la puoi vedere negli scatti lenti delle lancette
di una sveglia.
gente così stanca
mutilata
d’amore e di disamore.
Il nostro sistema educativo ci dice
che possiamo tutti essere
fortunati e vincenti.
non ci hanno detto niente
degli sfigati
o dei suicidi
o del terrore di una persona sofferente
in qualche luogo
da solo
senza che nessuno gli parli
senza che nessuno lo tocchi
Nel percorso dolente e alla fine straziante di Pavese – mai ho letto come in Pavese il dolore maledetto della solitudine – quest’ultima lettera a Pierina mi trasmette un gelo che ancora adesso mi fa star male.
Questa lettera è acido sulla sensibilità di ognuno di noi.
Basterebbero questi versi :
“Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?”
Pensateci bene: avete mai letto qualcosa di così terribile e di così angosciante?
© Lorenzo Cairoli





Ho letto quasi tutto di Pavese.
Anche per la sua sensibilità, è uno dei miei scrittori di sempre.
Sembra quasi, a volte, che la sensibilità di una persona venga scoperta quando è troppo tardi.
Grazie per questo bel ricordo.
Scritto da Spettatore di provincia, il 9 settembre, 2008 at 17:09
Proprio oggi 9. settembre,é uscita la traduzione in danese, la prima in assoluto di “Verrá la morte…”dedicata a Constance Dowling. Chissá che sconvolgimento che questa attrice bella
bionda tutta salute e la sorella Doris devono aver portato nell’animo un po tristaiolo di Cesare Pavese. Non vorrei essere semplicistico e/o rozzo ma secondo me proprio la non riuscita con l’elemento femminile é la causa prima se non unica di tanto suo male di vivere. Mi sono riletto da poco “Il compagno” e onestamente: una noia continua e grigia grigia.
Scritto da Carlo Merolli, il 9 settembre, 2008 at 23:24
Di una tragicità dolente, di quelle che solo i grandi amori – e le grandi disperazioni – sanno risvegliare.
Grazie per la bella riflessione
Scritto da Fabrizio, il 10 settembre, 2008 at 07:21