Addio New Orleans. Smettiamola di fingere

Torno su Gustav, madre di tutti gli uragani e sul calvario di New Orleans.
Quando l’uragano Ivan travolse il Golfo del Messico nel 2004 – con le onde più alte mai registrate nella regione – interruppe completamente la produzione di greggio, sradicando lunghi tratti di oleodotti, cosa che provocò maggiori danni che non quelli causati in superficie. L’industria petrolifera considerava Ivan un evento che poteva verificarsi una volta ogni duecentocinquant’anni, ma poi sono arrivati Katrina, Rita, Dean e ora Gustav. “Assistiamo quasi ogni anno a fenomeni che dovrebbero capitare una volta ogni cento anni“- ha dichiarato un dirigente di un’industria petrolchimica. Basterebbero queste parole per farci capire che il tempo è scaduto. Signori, siamo al capolinea e gli individui, l’industria e i governi devono agire sul mutamento climatico subito; un ritardo anche solo di un decennio potrebbe rivelarsi fatale. Da anni i mezzi di comunicazione di tutto il mondo si sono trasformati in una mega-ring su cui si scontrano due opposte fazioni. Quelli alla Al Gore che denunciano il mutamento climatico come una terribile minaccia e quelli alla George Bush che lo considerano un falso allarme. In mezzo c’è l’uomo della strada a cui è difficile valutare il mutamento climatico perchè esso ha profonde implicazioni politiche e industriali, e perchè deriva dai processi che stanno alla base del successo della nostra civiltà. Ma anche per lui il tempo è scaduto. Deve decidere da che parte stare e deve deciderlo in fretta.

Che New Orleans fosse a rischio era arcinoto. E’ vero che in questi anni si è investito molto nella città del Mardi Gras, che si è ricostruito a tempo di record, che l’Army Corps of Engineers ha lavorato sodo per rinforzare gli argini, ma già nell’agosto 2007 quando Gustav non era ancora uno spermatozoo di uragano, sul ‘The New York Times‘ mettevano il dito nella piaga, titolando: ‘A billion dollars later, New Orleans Still a Risk’. Come dire, abbiamo buttato i soldi nel cesso, perchè se qui uraganeggia ancora è di nuovo tragedia.
E ancor prima, Mike Tidwell scrisse un articolo durissimo e purtroppo attualissimo (e profetico) ‘Good Bye, New Orleans. It’s time we stopped pretending’ (Addio New Orleans. Smettiamola di fingere) che riletto oggi, fa venire i brividi. Ve ne anticipo un pezzo, il resto lo potete leggere qui:
Katrina ha distrutto Big Easy – e le Katrine del futuro faranno altrettanto – non a causa del fallimento dell’ingegneria, ma perché sono scomparsi milioni di ettari di isole costiere e zone umide in Louisiana nello scorso secolo, a causa delle interferenze umane. Terre che servivano da “paraurti di velocità”, a ridurre l’ascesa letale delle ondate negli scorsi uragani, rendendo abitabile New Orleans.
Ma mentre incoraggiava i residenti a tornare a casa e dichiarava a beneficio del pubblico televisivo “faremo qualunque cosa sia necessaria” per salvare la città, il presidente all’inizio di questo mese ha formalmente rifiutato di fare l’unica cosa senza la quale New Orleans, semplicemente non può vivere: il ripristino della rete di barriere costiere e zone umide.
Sono stati stanziati decine di miliardi di dollari per curare i sintomi – argini danneggiati, insufficienti finanziamenti all’emergenza, ponti e strade distrutti – ma quasi niente per la vera malattia, le terre scomparse, che hanno incanalato l’oceano verso la città. Nessuna quantità di argini o scorta di acqua minerale in bottiglia salverà mai New Orleans, fin quando non sarà ripristinata la barriera lungo la linea di costa dello stato.
Solo da dopo la seconda guerra mondiale, fra New Orleans e il Golfo del Messico si è trasformata in acqua una superficie di terre delle dimensioni dello stato del Rhode Island, la maggior parte zone umide. E ogni ettaro di zona umida riduce di qualche centimetro l’altezza delle maree, disperdendo la forza delle tempeste. Detto semplicemente, se Katrina avesse colpito nel 1945 anziché nel 2005, la marea che ha raggiunto New Orleans sarebbe stata di 2-3 metri in meno di quanto avvenuto.
Le zone umide e le isole-barriera erano create dal flusso di acque ricco di sedimenti che il Mississippi depositava da migliaia di anni. Ma i moderni argini hanno impedito il flusso naturale, e le zone umide private di sedimenti e nutrimento si sono erose, hanno subito “subsidenza”, e sono state spazzate via. Ogni dieci mesi, anche senza uragani, si trasforma in acqua un’area della Louisiana pari ala superficie di Manhattan. Sono venti ettari al giorno. Un campo da football ogni mezz’ora!
Ultimissimi aggiornamenti: Gustav è a poche ore dalla costa della Louisiana. Ha accelerato, in compenso però pare meno devastante del previsto. Katrina qualcosa ha insegnato, visto che New Orleans è da qualche ora un deserto e tutto è avvenuto, scrive il Washington Post ‘appeared to be going smoothly’. 2 milioni di persone hanno già evacuato la costa. Fuggono anche dal Texas, a rischio inondazione e dall’Alabama. Tre anni fa migliaia di persone, in prevalenza anziani, furono abbandonate al loro destino. Di quel caos tre anni dopo non c’è traccia, riconosce il New York Times.



Ieri Nagin ha lanciato un appello a quella moltitudine nera che da tre anni abita ancora nei container. “Abbandonateli subito altrimenti la furia di Gustav li solleverà dal suolo e li trasformerà in proiettili impazziti“. Il ‘New York Times’ ha contestato a Nagin di aver calcato un po’ la mano, d’essere stato nei suoi appelli slightly overdramatic, di aver esagerato con i suoi anatemi da predicatore, di aver “may have been exaggerating in order to shock jaded residents into taking prudent steps“. Oggi nessuno la pensa più così. Come nessuno crede più che Gustav sarà la tempesta del secolo, però sarà comunque a big ugly storm - scrive il Los Angeles Times – quindi meglio un sindaco slighty overdramatic che la criminale inettitudine con cui tre anni fa si pensò di arginare Katrina. Il NYT riconosce i progressi di FEMA, plaude al lavoro di prevenzione dell’Army Corps of Engineers in materia di argini e rileva che rispetto a Katrina, a New Orleans è raddoppiata la presenza di forze di Polizia e Guardia Nazionale per contrastare ogni forma di saccheggio. Il malizioso ‘Slate’ spiega invece perchè ‘the hurricane is good news for the GOP’
© Lorenzo Cairoli





Christopher Landsea, uno dei massimi esperti di uragani tropicali, si dimise nel 2005 dall’IPCC denunciandone il direttore Pachauri per aver manipolato le sue ricerche, allo scopo di dimostrare una inesistente conseguenza del riscaldamento globale sugli uragani. In pratica, mentre il capitolo scritto da Landsea affermava che non c’è alcun aumento anomalo nella frequenza di uragani, men che meno dovuto al riscaldamento globale, i capi dell’IPCC avevano convocato una conferenza stampa affermando esattamente il contrario (fonte: Che Tempo Farà, di Cascioli e Gaspari, Piemme 2008)
Ambientalismo di Razza
Scritto da No Algore, il 10 settembre, 2008 at 13:33
Libèration ha incontrato il professor Frank Roux che ha detto cose molto simili a quelle di Landsea
http://www.liberation.fr/actualite/economie_terre/350734.FR.php
Scritto da lorenzo cairoli, il 10 settembre, 2008 at 16:15