Maryland – Niente Halloween per gli orchi

Siamo come i tedeschi che fino a dieci/quindici anni fa ignoravano cosa fosse Halloween, quest’orgia di zucche intagliate, di intingoli macabri, di decorazioni terrificanti. Chi leggeva i Peanuts, qualcosa di Halloween sapeva, come pure i fans del cinema horror che di Halloween adoravano l’inumana ferocia di Michael Myers, l’ammazzasette di Haddonfield, Illinois, che neppure Lucifero era capace di ributtare all’inferno.
Non era nel nostro Dna questa kermesse di mostri, di ronde notturne di bimbi lugubremente mascherati, che bussavano alle porte chiedendo dolcetti o scherzetti; noi eravamo più soggetti da befane, da calze srotolate sui camini, da carbone e torrone, da alberi natalizi e presepi, da botti e capitoni a Capodanno. Ma un bel giorno anche da noi è comparso il Dieter Tschorn della situazione, magari di Sommacampagna o di Lumezzane, che ha deciso di importare (più imporre che importare) la festa di Halloween in Italia e con la complicità delle tivù commerciali, delle industrie di dolciumi (e non solo), degli ipermercati, in pochi anni ha fatto decollare questa festa senza storia, americana fino al midollo, italiana neanche a parlarne, come italiana potrebbe essere la Florida, i manga o le corse con le renne. Eppure, quest’anno 8 milioni di bimbi e 2 milioni di adulti si sono lasciati contagiare dalla febbre di Halloween; Telefono Azzurro ha stimato quasi 370 milioni di euro il volume d’affari di quest’anno: 140 milioni spesi nei party e feste private e nei ristoranti oltre 100 milioni per travestimenti, maschere ed altro, 90 milioni per gadget e 25 milioni per oltre 2 milioni di zucche (meno di 1 ero al kilo ), cerini e altri oggetti venduti in mercati , bancarelle e centri commerciali, oltre 2000 i siti internet su Halloween. Un giro d’affari superiore persino a quello dei tedeschi, ma niente a che vedere con l’Halloween degli americani. Altri numeri, altra febbre, altro business. Ho avuto la fortuna di viverlo qualche anno fa a Long Island con mia figlia Sveva ed è stata una delle esperienze di viaggio più piacevoli che ad oggi conservo. Eravamo una dozzina di genitori che scortavano i loro figli a bussare alle porte di queste case dalle scenografie simpaticamente luciferine. Vegliavamo su di loro, li filmavamo, li guardavamo uscire da quelle case carichi di caramelle come nemmeno dei rappresentanti della Hershey. Però ogni volta che una porta si chiudeva dietro di loro, provavo un tuffo al cuore, finché la porta non si riapriva e i miei cattivi pensieri si dissolvevano. Già, perchè se anche i genitori sono lì a vegliare, se dietro a quella porta ci fosse un Chikatilo made in U.S.A. ad accogliere i tuoi ragazzi?
Se c’è uno Stato in America che cerca di rendere la vita impossibile alle persone socialmente pericolose, ai pedofili, a chi si è macchiato di abusi nei confronti dei minori, questo è il Maryland. Alla vigilia di Halloween a 1200 di loro in libertà vigilata è stato imposto di appendere fuori dalle loro abitazioni un logo con la scritta ‘No candy at this residence’. Oltre alla scritta gli è stato ordinato di non uscire di casa, di spegnere tutte le luci esterne delle loro abitazioni e di non aprire la porta a nessuno, per scoraggiare i giovani trick-or-treaters.
Iniziative analoghe sono state prese anche negli stati dell’Indiana e del Missouri. Negli anni scorsi nel New Mexico, si andava meno per il sottile. Invece che il logo col jack-o’-lantern e il ‘No candy at this residence’, veniva scritto fuori dall’abitazione che lì abitava un sex-offender, una persona che si era macchiata di abusi sessuali su minori. Quest’anno i giudici della Louisiana hanno vietato a tutti coloro che erano in libertà vigilata per reati analoghi di mascherarsi a Mardi Gras e ad Halloween.
Il provvedimento del Maryland ha inevitabilmente spaccato in due l’opinione pubblica. C’è chi ci ha scherzato sopra – il “The Tonight Show With Jay Leno” e il “Saturday Night Live”, ad esempio – c’è chi ha contestato le misure preventive del Maryland. Questa gente, sostengono, non deve pagare due volte, soprattutto quelli che hanno accettato di sottoporsi a programmi di riabilitazione e che stanno cercando di rifarsi una vita. Con quei logo fuori dalle case, la loro nuova vita va a farsi benedire. E allora tanto vale fare come in New Mexico. Brutale, ma meno ipocrita.
© Lorenzo Cairoli




