Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

3 novembre 2008

Sul Congo e sul daltonismo geopolitico

Quotidiani e telegiornali italiani hanno una visione del mondo parziale, una sorta di ‘daltonismo geopolitico’. Sanno parecchio di quel che accade in America, nelle più importanti capitali europee, in molto Medioriente e nell’Asia che avanza, ma dove il mondo è più povero, i nostri giornalisti ignorano. E siccome il mondo povero è molto ma molto più esteso di quello ricco, accade che il mondo che i nostri giornalisti ci raccontano (a meno che non saccheggino dai loro colleghi inglesi o francesi) sia spaventosamente monco, come un cuoco che pretenda di spiegarci cos’è una paella solo con un pisello e due pistilli di zafferano. Prendete il Congo. Fino a pochi giorni fa per molta stampa italiana il Congo era reale come Pepperland o il Regno di Oz. Per altri, più informati, uno dei tanti paesi africani dilaniato da faide interne. Stop. Adesso sappiamo degli orrori di Goma, della guerra civile, di un milione e seicentomila sfollati. Con enfasi, c’è chi sottolinea che in Congo è in atto un massacro mai visto in Africa. Per la verità, gli stessi orrori venivano già denunciati nel 2005 e nell’estate del 2007 tenevano banco su tutte le prime pagine dei quotidiani inglesi e americani ma nelle nostre redazioni nessuno pensava valesse la pena scriverne. Eppure funzionari Onu reduci dal Congo raccontavano di stupri e di violenze mai viste. Di donne costrette dai loro stupratori a cibarsi di carne umana, di stupri multipli a cui erano costretti a partecipare anche i figli e i parenti delle vittime, di donne che arrivavano negli ospedali con gli uteri devastati da bottiglie, baionette, bastoni, coltelli, canne di fucile. Scriveva il ‘Guardian’, sette mesi fa:

Sex attackers often deliberately introduce objects – sticks, bottles, gun barrels, knives – into the victim’s vagina after raping her. Sometimes women are shot in the genitals. This results in a high incidence of fistulas. These are tears between vagina, bladder and rectum, which render the victim incontinent.

In developed countries a fistula is a rare ailment, while in the third world it can sometimes happen after complications in childbirth. In the Democratic Republic of the Congo, it is frequent and often due to violence. In 2007, with only two hospitals in eastern Congo equipped for fistula-repair surgery, there were more than 630 such interventions (not all related to rape, however). At Heal Africa Hospital in Goma, there were 266 (plus 64 on outreach in other locations). At Panzi Hospital in Bukavu, 301.

Alice was 18 years old when “it” happened. She was also seven months pregnant. “They were several,” she says, without telling me how many men raped her. She never raises her eyes, weaving colourful plastic bags as if her life depended on it. Her husband was killed, she lost the baby and she became a sex slave for a group of Hutu fighters. (She weaves more quickly as she tells this.) She managed to escape from the military camp, but she has a fistula. Her case is particularly complicated: she underwent six operations in both Heal Africa and Panzi but she is still unable to control her urine loss. She is waiting for yet another intervention, and is still hopeful.

Little Elise is only 10 years old, too young to undergo surgery. She uses the word fistula when speaking about her condition, as if it were a common term. But she has only a child’s vocabulary to describe what amounts to a brutal rape scene. She would like to study to be a nurse, but says that the other children who are learning to read and write do not like her – “because I stink of pee”.

Il Congo è un inferno a cielo aperto, il mattatoio più cruento di tutta l’Africa Centrale, che pure annovera paesi come Burundi, Sudan, Ruanda e Uganda che in quanto a ferocia non sono mai stati secondi a nessuno. Ma l’inferno del Congo ha numeri che vanno aldilà di ogni immaginazione: dal 1997 al 2003 in Congo sono state massacrate quattro milioni di persone, numeri da guerra mondiale non da faida africana. Ogni giorno in Congo muoiono tante persone quante ne sono morte nelle Torri Gemelle l’11 settembre. Ma noi tutto questo orrore lo vediamo solo adesso. Prima, dove eravamo?

© Lorenzo Cairoli

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2 Commenti a “Sul Congo e sul daltonismo geopolitico”

  1. L’articolo si commenta da solo. Mi dispiace solo che al tuo post non ci siano commenti, mentre basti parlare dei vaff… di Vissani o della “rossa” che subito ci si mette in coda….per parlare del nulla!

  2. [...] all’immobilismo – peggio: alla fuga – dell’Onu dallo scenario agghiacciante del Congo, tacciano tutti i sostenitori a spada tratta del multilateralismo senza se e senza ma. Se [...]

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