Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

1 dicembre 2008

Cara Tiziana, questo non accade in tutte le metropoli del mondo

In risposta al post precedente, Tiziana mi scrive:

Come accade in tutte le metropoli del mondo, credo, signor cairoli e non solo a roma.
all’estero come affrontano la questione? e con quali risultati? visto che l’erba del vicino è sempre più verde…. prima di urlare in casa, mi piacerebbe sapere che fanno gli altri per risolvere la questione.

Ma in fondo, a qualcuno frega veramente di questo “popolo”? alzi la mano chi non si infastidisce quando ti mendicano o lamentosamente questuano o ti lavano il vetro anche se non serve, infastidendoti; talvolta diamo qualche spiccio per levarceli di torno e tacitiamo quel che abbiamo dentro.

Ormai anche la carità costa. costa cara. E quegli spicci che davamo un tempo, ora ce li teniamo in tasca, perchè fanno più comodo a noi.

Nn so… tutto giusto, dovremmo fare di più e blablabla…. poi ti giri e vedi gruppuscoli che stanno lì, ciondolano tutto il giorno bevendo birra e pessimo vino (vino?) in brik, lasciando tutta la monnezza là… e ti passa la fantasia di fare alcunchè. Cazzi loro, pensi.

Mi spiace signor cairoli, ma non mi trova molto sensibile su questo argomento, guardo l’orto di casa mia. perchè se mi servisse aiuto, dubito che qualcuno me lo darebbe.

mi stia bene

In questo popolo c’è di tutto, Tiziana. C’è il rom, l’albanese che rivende il buono pasto o gli abiti ricevuti in dono, il rumeno che si è pagato il viaggio in Italia per mendicare, il finto storpio dei Balcani, il tossico, l’alcolista, quello che è finito in strada a forza di giocare, chi ha perso troppo presto moglie e figli e non ha retto al dolore, chi ha problemi mentali, chi è stato in galera e non riesce a reinserirsi in questa società, chi è stato rigettato dalla famiglia, chi ha appena perso il suo posto di lavoro e all’improvviso scopre che la vita non ricomincia affatto a quarantanni, chi è anziano e non ha dove andare, chi è disabile ed è stato dimenticato dai suoi come un cane ingombrante in estate, chi ha sbagliato a investire i suoi risparmi – via Carlo Alberto, fermata metro Vittorio Emanuele, vedrà un uomo anziano, distinto, chiedere l’elemosina. Era un giornalista, conosceva tutta la Roma che contava. Si fermi e provi a parlargli. Non si lamenta, non infastidisce, non sporca, non beve alcol. Potrebbe essere suo zio, potrebbe essere il suo vicino di messa col quale scambia un segno di pace. Invece è l’altra faccia del popolo dei cartoni. Quella perbene, insospettabile, quella che fino a ieri conduceva una vita normalissima e dignitosa e che adesso vive la sua povertà temporanea in silenzio, in semiclandestinità, come l’Umberto D. di De Sica. La povertà temporanea è gia una maledizione, non peggioriamo le cose con l’ignoranza, facendo di tutte le erbe un fascio. A Calcutta certamente è peggio, ma nel mondo civile le garantisco si fa molto di più che a Roma. Roma nel sociale è terzo mondo. E’ una Calcutta sul Tevere. Se destra e sinistra invece di spendere fortune a insultarsi tappezzando Roma di manifesti stupidi e arroganti investissero quei soldi per aiutare chi è in ambasce, se Tremonti la smettesse di prendere in giro gli italiani con la socialcard, un palliativo umiliante a cui potrà accedere solo il 5 per cento della popolazione, e che in barba alla privacy, renderà l’indigenza di queste famiglie visibile come i neon animati di Time Square, se persone come lei, cominciassero a non confondere l’elemosina con la prevenzione del disagio sociale, la carità con l’aiuto, il sostegno e il recupero di chi è in difficoltà. Forse le è sfuggito, Tiziana, ma è dal 1948 che l’assistenza sociale viene riconosciuta come diritto dei cittadini e viene disciplinata dagli art. 38 e 177 della Costituzione.

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7 Commenti a “Cara Tiziana, questo non accade in tutte le metropoli del mondo”

  1. Non tanto ma qualcosa di distribuzione ne capisco: la social card (che indubbiamente suona piu´figo di tessera annonaria) vale quaranta euro. Forse non ce ne erano di piu´da dare e via cosi´. Peró sono sicuro che i costi di produzione e di gestione sono proporzionalmente molto alti rispetto ai quaranta euro. O no ?

    Poi a Tiziana non puoi dare che ragione: segue i suoi istinti e le sue ragioni epidermiche. Vere e reali. Solo che se ci eravamo fermati a quelle vere e reali, stavamo ancora dentro le caverne a darci randellate l’un l’altro.

    Allora: anche la solidarietá richiede uno sforzo,
    un uscire da i proprii confini quotidiani. Se uno non se la sente, bene: nessuna colpa. Ma il mero
    lasciare qualche moneta nella mano tesa quando di monete se ha in sovrappiu´, andrá bene per gratificare la propria coscienza, ma ha ben poco a che fare con la caritas.

    Allora ? Allora ognuno fa come se la sente senza peró selezionare tra mendicante meritorio
    pulito e sobrio e tutti gli altri. Anche perché quello che appare, spesso, e´solo la punta dell’iceberg e molti (neo)poveri si nascondono per vergogna. E´questo il senso dei mai troppo ricordati articoli 38 e 177 “padri” della “social card”.

    (Allora : santo subito o no ?)

  2. L’equilibrato commento di Carlo Merolli mi spinge ad aggiungere qualche considerazione. Una trentina di anni fa ho svolto un po’ di volontariato presso le mense della Caritas, e ricordo ancora l’impressione di “dignità” che le persone assistite – pur nello stato di indigenza talvolta veramente penoso nel quale si trovavano – tenevano a dare a chi li aiutava. Oggi questo sembra non succedere più: lo “strato sociale” (mi si passi la definizione) del quale stiamo parlando appare inquinato da personaggi aggressivi, protervi e spesso ubriachi, che ci vedono solo come possibile fonte di spiccioli per altre bottiglie o sigarette, quando non si tratta di peggio. Il giornalista in disgrazia citato da Cairoli è solo una delle mille sfaccettature di quello che ormai è un vero e proprio mondo diverso e molto spesso nemico. Al suo caso (abbastanza isolato, temo) posso opporre, ad esempio, i due zingari che appena ieri, al mio rifiuto di farmi lavare il parabrezza, hanno sputato sulla macchina, e ritengo che queste episodi siano all’ordine del giorno un po’ dovunque. Del resto, anche i clochard parigini, con la loro filosofia, e gli homeless londinesi, che avevano perfino un loro giornale, stanno scomparendo, travolti da nuovi e più torvi sbandati.
    E’ per questo che si può comprendere l’atteggiamento di chiusura di Tiziana e di chissà quante altre persone che tutti i giorni vedono questa realtà intorno a loro e magari ci si devono anche sgradevolmente confrontare. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è il comandamento più difficile da osservare, soprattutto quando il “prossimo tuo” ti sputa addosso.

  3. Ho apprezzato anch’io il commento di Carlo. Giovanni, una trentina di anni fa alla Caritas non c’erano polacchi, rumeni, albanesi, zingari, nigeriani, ucraini, moldavi, peruviani, bielorussi, etiopi, marocchini, algerini, e così via, semplicemente perchè il comunismo a est teneva ancora e l’Italia era Eldorado solo per pochi extracomunitari. I clochards parigini e gli homeless londinesi ormai rivivono solo nei romanzi di Miller e di Cèline. D’accordo con te che i loro eredi sono rapaci, aggressivi, protervi e quasi sempre ubriachi da far paura.

  4. Caro L. come ben sai ti sono vicino, anzi vorrei scaldarti.
    Tiziana o Titti canarino quando così si esprime:
    “…mi spiace signor cairoli, ma non mi trova molto sensibile su questo argomento, guardo l’orto di casa mia. perchè se mi servisse aiuto, dubito che qualcuno me lo darebbe”.

    Eccolo l’italiano tipo!
    Ho l’orto, ho i fertilizzanti ed ho anche un credito bancario per gli acquisti.
    La signora non ha forse capito che questi passaggi storici, quelli in di cui la storia ne parlerà come i più nefasti dopo il ‘29, non sono liti da comari ma effetti di una neo povertà latente da troppi mesi. Ora il bubbone è scoppiato! E’ nell’evidenza che la morosità sulle utenze sia esponenziale così come l’elevato numero di messa in “sfratto”.
    Siamo diventati tutti poveri, chi più chi meno; chi ergendosi a difensore del diritto “ruba” documenti ad altre Procure- leggi caso De Magistris-, o chi stupidamente ma in evidente stato di bisogno, seppur supportato dal commercialista-avvocato cade in bancarotta fraudolenta – leggi caso odierno di Gai Mattiolo.
    Stupisce comunque che ci sia ancora un essere vivente che possa pensare di vivere del proprio orto. Mi vien spontaneo di dire: caz, anzi affari suoi.
    Una carezza.

  5. Ma che razza di Paese è diventato questo?
    E’ possibile che nessuno abbia più voglia di parlare di solidarietà.
    E’ possibile che la carità cristiana oggi si esprima solo nelle crociate contro l’aborto (anzi, contro la legge che ha limitato il numero degli aborti), o contro le coppie di fatto, o contro chi decide di interrompere le sue sofferenze?
    “Ama il prossimo tuo come te stesso” è un comandamento rivoluzionario, sopratutto se accostato a “porgi l’altra guancia”.
    Ha ragione Carlo, “la solidarietà richiede uno sforzo”, ma in un Paese nel quale i barboni vengono bruciati per gioco, nessuno ha più voglia di sforzarsi troppo.
    E neanche di indignarsi.

  6. Però! Non pensavo di suscitare tanta attenzione (e soprattutto indignazione) con il mio commento di qualche giorno fa, e poichè le reazioni al mio modo di vedere le cose mi hanno attirato lo sdegno di qualche benpensante, mi sento in dovere di riprendere un attimo il discorso.
    Sono una donna di quasi quarant’anni rimasta sola un anno fa per la morte di mio marito in un incidente stradale. Incidente stradale causato da “un anziano signore” che ha tagliato la strada a mio marito, in moto e che ha dichiarato “non l’ho visto, ma sicuramente andava veloce” (a verbale dei carabinieri): per il fatto che lui era l’unica fonte di reddito della famiglia, nonchè per tutte le tristi conseguenze anche pratiche di una scomparsa improvvisa, mi sono dovuta amaramente confrontare con quella che dovrebbe essere l’espressione della solidarietà della società e delle sue istituzioni nei riguardi di un suo componente colpito da una disgrazia. Ed ecco cosa è successo:
    La Giustizia ha frettolosamente liquidato l’aspetto penale della vicenda condannando il colpevole a 10 mesi di detenzione (naturalmente sospesa ed ovviamente mai che si fosse fatto sentire una volta che una: non essendo salito agli onori della cronaca, mio marito è diventato un numero statistico e nulla più), e nel contempo minaccia di impiegare altri sette anni prima che io possa vedere un euro del risarcimento assicurativo che mi spetta per la perdita di mio marito.
    La sua piccola assicurazione sulla vita è stata completamente assorbita dalle spese per la chiusura della società commerciale da lui rappresentata: lo Stato – nella sua solidarietà – non ha rinunciato a un centesimo di quello che gli spettava, e le varie spese notarili ed altro hanno fatto il resto.
    La Banca ancora si rifiuta di chiudere i conti correnti di mio marito, sia personali che della società, adducendo da mesi ogni volta un motivo diverso, con nuove richieste di documenti, carte bollate, certificati, e via dicendo. Intanto le spese corrono..
    Il gestore telefonico pretende da me una somma ingente per il fatto che mio marito – essendo morto all’improvviso – non si è premurato di disdire in tempo il contratto della società, e ciò comporta naturalmente delle penalità.
    Perfino Santa Romana Chiesa mi ha respinto, con molto dispiacere ovviamente, nonostante una lettera di “raccomandazione” del mio parroco dove spiegava tutta la mia situazione, adducendo che “…l’età massima per un eventuale impiego è 37 anni….”.
    Ci sarebbe ancora da dire, ma mi fermo qui, perchè in fondo sono stata fortunata: ho trovato un lavoro a cinquanta chilometri da casa, con turni anche di notte, e uno stipendio non principesco ma sufficiente per sopravvivere dignitosamente, senza dover chiedere l’elemosina.
    Perchè qui sta il problema: parliamo di solidarietà cristiana solo quando si tratta di elemosine, mendicanti da riparare dal freddo, barboni (giustamente) da proteggere, clandestini da accogliere e così via. Ma se si è a disagio, se si ha veramente bisogno di aiuto pur senza essere in queste condizioni estreme, non c’è niente per nessuno: quella che dovrebbe essere la solidarietà sociale, non esiste, anzi lo Stato è nemico.
    E c’è ancora qualcuno che si stupisce che nel nostro paese “un essere vivente possa pensare di vivere nel proprio orto”?. Smettiamola con queste ipocrisie! Non ho tempo di pensare all’eutanasia o all’aborto, e nemmeno agli ubriachi in mezzo alla strada: se smetto di pensare a me stessa, se “esco dal mio orto”, in questo paese rischio il peggio.
    Se “porgo l’altra guancia”, mi ammazzano. E nessuno punirà i colpevoli.
    Statemi bene.

  7. Buona sera. In questo preludio al nuovo anno, stranamente silenzioso, in cui la neve ci ha sorpreso dopo una giornata primaverile, mi sono davvero appassionata a leggere le parole che raccontano dei suoi incontri con la gente.
    Ma commento qui, non tanto perchè sono d’accordo con Lei sulla questione del welfare e della civiltà che rispecchia, quanto perchè la lettera della signora è allucinante.
    Uno specchio, quasi mostruoso, che mostra la deformazione dell’animo senza pudori falsi.

    In queste pieghe si cela, ostinatamente, la meschinità dell’animo umano.
    Mi dispiace molto che la signora provi questi sentimenti – che, molto normalmente, sono incattiviti da un senso di solitudine e disagio.
    Ma non è certo trincerandosi nel proprio orto che potrà sentirsi meglio nè, all’occorrenza, trovare una mano tesa.

    La paura gioca pessimi scherzi – signora.
    Paralizza – ci ottunde. Non si faccia beffare così assurdamente.

    Saluti cannonici

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