Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

19 gennaio 2009

Marina Rikhvanova – Il suo amore per il lago Baikal potrebbe costarle carissimo

Sabato vi ho segnalato la vita a emissioni zero dell’ecologista inglese Joan Pick, ieri il ‘Los Angeles Times’ ha puntato i riflettori sulla russa Marina Rikhvanova, un’ecologista che sta rischiando la vita pur di proteggere il suo amato Lago Baikal. Rikhvanova ha un amore per la Siberia e per il suo lago, che ricorda quello suicida che la Fossey aveva per i suoi gorilla. Pur di difenderlo non ha esitato a mettersi contro gli interessi di Mosca. Chi ha osato intralciare gli affari di Mosca ha sempre pagato con la vita. Dei giornalisti sono stati ammazzati, dei dirigenti di compagnie petrolifere sono stati incarcerati, un piccolo editore che aveva osato denunciare la deforestazione è stato arrestato, picchiato a sangue nella sua cella, e ora è in coma. Il computer di Rikhvanova e il suo telefono sono sotto controllo, i suoi conti bancari bloccati, ogni momento della sua vita è pedinato e fotografato dai servizi segreti. Ma lei incurante delle minacce e delle intimidazioni, va avanti per la sua strada. Nel 2005, il suo primo scontro con Putin:

Rikhvanova’s first major clash with Putin erupted in 2005 when a pipeline to transport oil from the Siberian fields to the Pacific coast was slated to skim within half a mile of Lake Baikal. Scientists, including Rikhvanova, warned that the area is prone to earthquakes, and that an oil spill could prove catastrophic for the lake.

Transneft, the state pipeline company, did not respond to the warnings, and the government’s own environmental experts backed the pipeline company. Only after Rikhvanova’s organization and other environmental groups drummed up street protests in Siberia and Moscow did the government blink: Putin produced a red pen during a televised meeting, gestured at a map and ordered the pipeline rerouted.

But for Rikhvanova, it was a wan victory.

© Lorenzo Cairoli

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