Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

22 aprile 2009

Andrzej Wajda – Le menzogne di Katyń

Giovedi su ‘Il Messaggero’, Goffredo Fofi ha scritto una bella recensione su ‘Gran Torino’ che a me è piaciuto quasi quanto ‘Un mondo perfetto’ e ‘Million Dollar Baby’, vale a dire il meglio di Clint Eastwood regista. Fofi parlava anche di dignità della vecchiaia e dell’importanza di invecchiare bene. Il cinema in questo spesso aiuta. Guardate il centenario De Oliveira o Kurosawa che in piena senescenza girò fior di capolavori: ‘Kagemusha’ a 70 anni, ‘Ran’ a 75, ‘Madadayo’ a 83. Il polacco Andrzej Wajda, classe 1926, a 82 anni suonati, un’età più da osteoporosi che non da piano-sequenza, ci regala uno dei film più straordinari della sua carriera, quel ‘Katyń’ che teneva nel cassetto da una vita intera. Sul massacro di Katyń, una delle barbarie più atroci del Novecento, tedeschi e sovietici hanno giocato a scaricabarile per cinquantanni e solo nel 1989, in piena glasnost, Mosca ha ammesso che fu Stalin a ordinare il massacro. Quasi 22.000mila polacchi, tra cui 8.000mila ufficiali dell’esercito (e tra questi il padre di Wajda, ufficiale della cavalleria), furono assassinati come bestie e sepolti nelle foreste di Katyń. Un’operazione di pulizia etnica pianificata con ponderata ferocia; poiché il sistema di coscrizione polacco prevedeva che ogni laureato diventasse un ufficiale della riserva, il massacro doveva servire ad eliminare una parte cospicua della classe dirigente nazionale, mettendo così in ginocchio la Polonia.

Racconta Wajda: “Un film su Katyn fino al 1989 sarebbe stato impossibile, perché secondo la versione ufficiale imposta dai sovietici il massacro di ventiduemila ufficiali dell’esercito polacco compiuto nel 1940 nei boschi di Katyn era stato opera dei tedeschi. In realtà in Polonia tutti sapevano che i colpevoli erano i russi, e nessuno era disposto a fare un film intriso di menzogna; così Katyn nella nostra storia rimaneva una ferita aperta. Perché allora non lo abbiamo fatto subito dopo il 1989? Perché sulla vicenda c’era stato come un blocco: mentre tutti gli altri episodi drammatici della Seconda guerra mondiale avevano trovato qualcuno che ne facesse materia di qualche racconto, su Katyn non c’era nulla. Così, realizzare una sceneggiatura è stato un lavoro lungo e difficile. Io ho continuato a leggere tutta la documentazione disponibile, soprattuto i diari delle donne che, come mia madre, avevano perso il marito nella strage. Oggi tutto quel che si vede nel film è rigorosamente basato sui documenti che io ho letto nel corso di anni di ricerche. In Polonia ha avuto oltre tre milioni di spettatori, posso dire di essere soddisfatto. Del resto era un’opera che la gente aspettava da sessant’anni. Il problema è che i diritti per la distribuzione all’estero sono stati assegnati alla televisione di Stato polacca, che non ha fatto nulla perché il film avesse una circolazione dignitosa: lo ritengono un film scomodo e non hanno voluto spingerlo. Pensi che nel rapporto della Televisione Polacca sulla società New Media Di-stribution, l’azienda che deve distribuire il film contemporaneamente sia in Russia sia negli Stati Uniti, ho visto una nota a margine scritta a mano che informa che «l’iniziativa potrà fallire per ragioni politiche». Tanti infatti hanno interesse a che il film non venga proiettato, e in molti paesi ci sono distributori che lo hanno acquistato per non farlo vedere. Viene mostrato solo in circuiti ristretti, nei cinema d’essai o in rassegne per un pubblico selezionato. Così si fa in modo che non incida, che non abbia un vero rilievo nella mentalità comune. Il caso più clamoroso, comunque, è quello della Russia”.

Per la verità anche in Italia ‘Katyń’ non ha avuto vita facile: ghettizzato e reso praticamente invisibile in sale decentrate, tenuto in cartellone dagli esercenti quasi controvoglia, con la convinzione che sette euro per il dinosauro Wajda li avrebbe scuciti solo qualche irriducibile cinefilo over cinquanta, professoresse di storia e filosofia, badanti polacche nel loro giorno di riposo, militari buggerati da un refuso nella pagina degli spettacoli. Così questa superba lezione di storia (e di cinema) se la sono goduta in pochi. ‘Katyń’ è un film austero e straziante, in cui si avverte, sequenza dopo sequenza, l’intima afflizione del regista. Molti hanno lamentato un côté troppo televisivo nella prima parte, altri troppo teatrale, in realtà non è né l’uno né l’altro, è solo il cinema di una volta che raccontava coi tempi che gli erano necessari, anche lunghi se era il caso, perchè allora il cinema faceva il cinema e ne era orgoglioso e in moviola a nessuno veniva la tentazione di montare un film come un videoclip. Perchè una volta si avvinceva la platea con la forza della storia e il più grande effetto speciale, l’asso nella manica del regista era il crescendo narrativo e l’intensità drammaturgica che sprigionava il copione

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