Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

3 luglio 2009

‘Preferisci Allah o la CNN?’ – Highlights da Teheran

‘Tonight, like past nights, the chants of “Allah-o-Akbar” were heard on roof tops of Tehran & other cities’. E’ così che quasi tutte le sere Fershteh Ghazi si congeda dai suoi lettori. In due settimane si è passati dall’ebbrezza dell’onda verde, del sea of green, delle centinaia di migliaia di persone che protestavano pacificamente per le strade di Teheran, all’orrore della repressione – i cecchini, i basiji, i sicari con la camicia bianca, gli stranieri, afgani soprattutto, affiancati ai miliziani per compiere il lavoro più ripugnante – alle carceri sovraffollate, dove gli attivisti raccontano non ci sia più posto e i detenuti languono pigiati come aringhe in un barile, agli arresti – più che un’operazione di polizia, una pandemia. La gente evita di uscire. Si barrica in casa a piangere i morti, a leccarsi le ferite, ad aspettare lo sciopero islamico di lunedì, l’etekaf. Intanto in tivù scorrono le immagini delle confessioni estorte, la polizia elabora teorie complottiste con un’arditezza che farebbe arrossire Ken Follett, e l’onda delle delazioni si abbatte implacabile su una popolazione già provata. Così al congedo della Ghazi (e di tanti altri bloggers), che ricordano come il canto di ‘Allah-o-Akbar’ risuoni su tutti i tetti di Teheran e di molte altre città iraniane, si finisce col credere sempre di meno. Sembra, invece, un modo per darsi coraggio, per non gettare la spugna, per non seppellire definitivamente il ricordo e l’ebbrezza della rivoluzione verde. Ma non è così. I canti risuonano davvero. Tutte le sere, a partire dalle dieci. E in certi quartieri di Teheran, nei quartieri a nord e a nord-ovest della capitale, la notte non si dorme proprio tanto è l’ardore con cui sono intonati. E questo inquieta il regime. Il luciferino Mortazavi sta stritolando gli oppositori con quella crudeltà che tutti temevano da lui. Il macellaio Lajevardi ha carta bianca a Evin e riconsegna al regime i rivoltosi pronti a confessare qualsiasi cosa troveranno scritta sul loro copione. Khalkhali ha fatto oliare i patiboli e allertato i suoi boia. Ma non appena fa scuro a Teheran, i tetti cantano. E la gente riprende coraggio. Nemmeno i raid dei basiji e delle camicie bianche li hanno zittiti. Neppure le più feroci intimidazioni. Così la polizia ha deciso di giocare d’astuzia. Si sa quanto la gente di Teheran tenga alle sue antenne paraboliche. Sono, ormai, l’unico cordone ombelicale con il resto del mondo e con la libertà a cui anelano. Garantiscono loro la ricezione di Persian BBC, Voice of America, Internet. Così i poliziotti li costringono a una scelta: “Puoi vedere la CNN, la BBC, il talk show che preferisci, a patto che alle dieci non ti metti a cantare con gli altri. Se lo fai, ti sequestriamo l’antenna”. Accettano tutti di tenersi le paraboliche. Ma la sera, magari con un po’ meno d’ardore, spengono la CNN e salgono a cantare sui tetti.

© Lorenzo Cairoli

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