Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

17 novembre 2009

Restituiamo l’Africa ai legittimi proprietari (e ai cinesi, eventualmente)

Sul ‘Secolo d’Italia’ Massimo Fini scrive che il vero aiuto è andarsene dall’Africa. Con quello che hanno combinato lì, americani ed europei, non sarebbe una cattiva idea. Gli abbiamo mandato contro un Papa che non appena dall’aereo ha scorto la sagoma del Camerun si è lanciato in un ferale monologo contro l’uso dei preservativi. Non passa giorno che non gli intasiamo il continente di merda radioattiva, che non facciamo tabula rasa del Sahara e del Corno d’Africa con container di pesticidi obsoleti, di bagni galvanici, di acido nitrico, di resti di medicinali che definire oscuri è il minimo, di rifiuti di composizione sconosciuta, nove volte su dieci scorie nucleari da smaltire nelle aree desertiche della Somalia. E intanto chi ha la iattura di abitare lì, ogni tanto scopre di essere affetto da tumori alla lingua, alla tiroide, al retto, e i casi di malformazioni neonatali non si contano più. Ovviamente, di questa merda si crepa. Non passa giorno che le nostre mafie non scarichino nei porti africani tonnellate di cibo e di medicinali avariati – quando esplose ‘mucca pazza’, la camorra era il discount di fiducia dell’Africa. Quei buoni samaritani la carne contaminata gliela portavano a domicilio. Anche inscatolata, se lo chiedevano.

Non passa giorno che la nostra scellerata solidarietà non produca flagelli. Ricordiamoci i disastri provocati dal latte in polvere e dalla Nestl, a causa dell’acqua sporca usata nei biberon (800.000 tonnellate di latte in polvere mandate in ‘aiuto’ all’Africa nel 1975). Quel latte in polvere ha fatto più danno del Vesuvio a Pompei. Ma ricordiamoci soprattutto che fino agli anni settanta i somali esportavano cibo in tutto il continente africano e nella penisola arabica. Poi sono arrivati gli americani coi loro cereali in esubero che hanno minato le basi dell’agricoltura somala. Anno dopo anno la Somalia esportava sempre di meno mentre gli aiuti americani, invece di finire alla popolazione, venivano razziati dai container del porto di Mogadiscio dai signori della guerra che poi li distribuivano secondo la loro convenienza. Questa è stata una delle cause di quella guerra (Restore Hope 1993) in cui anche gli americani sono stati risucchiati con esiti catastrofici e di quella che la BBC solo un anno fa definiva ‘Most ignored tragedy’ ( La più grande tragedia ignorata).

Non passa giorno che le multinazionali farmaceutiche non si macchino di crimini. Case farmaceutiche, ricercatori, scienziati, testano ormai sistematicamente i loro costosissimi farmaci sui popoli più poveri della terra. L’Africa, ad esempio, è diventato un immenso laboratorio a cielo aperto, e la sua gente, un popolo-cavia su cui condurre spericolati esperimenti di un cinismo mengeliano. Ancora oggi, vengono i brividi ricordando cosa successe nel dicembre del 2004 in Camerun quando la compagnia farmaceutica Gilead Sciences somministrò a 400 prostitute il Tenofovoir – un farmaco generalmente utilizzato nelle terapie di seconda linea per le persone malate di Aids. Le prostitute furono incoraggiate ad avere rapporti non protetti in cambio di un compenso di 6 dollari al mese. Lo scandalo esplose un mese dopo nel corso di un reportage di ‘France 2′ in cui si apprese che alle donne reclutate per il trial era stato chiesto di firmare un foglio in cui si diceva chiaramente che, in caso avessero contratto la malattia, gli organizzatori dello studio clinico non avrebbero potuto fornire loro i farmaci per curarsi. Peraltro, le sciagurate volontarie, spesso francofone e analfabete, ricevettero inizialmente informazioni scritte in inglese. Secondo le associazioni Act up Paris e la Rete camerunense per l’etica, i diritti e l’Aids (Reds), alcune donne credevano addirittura che si trattasse di una vaccinazione. Le multinazionali dei farmaci effettuano ormai più della metà dei loro test nei paesi del terzo mondo con la complicità dei politici locali. Glaxo ha scelto come suoi continenti-cavia Africa e Asia. SmithKline ha preferito India e Brasile. I farmaci dei ricchi ormai sono testati sui poveri, alla faccia dell’etica medica predicata dalla dichiarazione di Helsinki. La collega Sonia Shah, giornalista americana di origine indiana, scrisse due anni fa ‘The Body Hunters: Testing New Drugs on the World’s Poorest Patients’, un libro-pamphlet durissimo sulla mancanza di etica delle grandi industrie farmaceutiche nel terzo mondo. Raccontò, ad esempio, di aver assistito in molti paesi dell’Africa al calvario di donne sieropositive che per settimane, addirittura mesi, chiedevano invano di essere visitate da un medico. Quando finalmente arrivava il loro turno, venivano ricevute in ambulatori di fortuna da medici che dedicavano loro solo qualche minuto e che prescrivevano farmaci dai costi inaccessibili. Accanto a questi ambulatori -combinazione – c’erano sempre modernissimi studi medici dove la stessa paziente veniva accolta con un tè caldo e aria condizionata. A queste donne veniva chiesto di testare nuovi farmaci in cambio di cure mediche. Le donne uscivano da quegli studi che avevano persino il numero di cellulare del medico che le aveva visitate. Uscivano raggianti, ignare di essere diventate cavie umane.

A tutto questo aggiungete il cinismo e la rapacità di politici insospettabili – vero Sarkozy? – che usano l’Africa come una sorta di spaccio dove predare risorse naturali a basso costo che pagano riconoscendo a famigerati dittatori lo status di finti presidenti . Forse sarà proprio il caso di andarsene dall’Africa. E di corsa. Ne approfitteranno i cinesi, che la stanno già colonizzando. Ma che peggio di noi, anche volendo, non riusciranno mai a fare.

© Lorenzo Cairoli

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