Motel Woodstock

Il concerto di Woodstock lo vidi a metà degli anni settanta condensato in un buon film di Michael Wadleigh. C’era quasi tutta la musica che amavo ascoltare allora: i Grateful Dead, i Creedence Clearwater Revival, i Canned Heat, i Jefferson Airplane, i Santana – che amavo follemente per quella gran fica nera che avevano stampato sulla copertina del loro 45 giri ‘Black Magic Woman’. C’erano anche gli Who e Pete Townshend che quando Abbie Hoffman salì sul palco e gli strappò il microfono, senza pensarci due volte lo stese con un colpo di chitarra. C’era ovviamente Jimi Hendrix che pretese d’essere l’ultimo artista ad esibirsi sul palco e suonò per due ore con una platea che nel frattempo si era più che dimezzata. C’era Janis Joplin che faceva tenerezza perchè era sempre fatta e perchè si capiva che la sua data di scadenza era imminente e presto sarebbe tornata ad essere cenere e niente più che una voce sul vinile. Furono veramente three days of peace and music nonostante la pioggia battente, gli ingorghi autostradali, le piccole illegalità, la carenza di cibo, le condizioni igieniche disastrose, un morto per overdose da eroina e uno spettatore travolto nel sonno da un trattore. Quando l’inviato del ‘New York Times’ Barnard Collier cominciò a raccontare nei suoi pezzi di un evento incredibilmente ordinato e pacifico, James Reston, il suo direttore gli fece una lavata di capo. Non doveva alonare il concerto di mito, doveva demonizzarlo. Doveva raccontare gli hippies di Woodstock come una folla di drogati che si rotolava nel fango e nei suoi escrementi. Ma Collier tenne duro e alla fine il ‘Times’ riconobbe che a Woodstock era successo qualcosa di nuovo e importante. Tutto questo il film di Ang Lee lo racconta solo in parte, scegliendo – con audacia quasi masochistica – di relegare il concerto ai margini del film, privilegiando alle rock star – che non si vedono mai – la folla, il dietro le quinte all’on stage. Le canzoni arrivano quasi come un eco lontana, il palco ci viene mostrato una sola volta, deformato dagli occhi del protagonista che in pieno trip d’acido scambia quella gigantesca piattaforma da duemila ampere per un fiammeggiante vulcano in eruzione. Ma quello che il regista taiwanese racconta benissimo è la rocambolesca genesi di quell’evento che ammarò sulla bifolca comunità di Bethel con la discrezione di un’astronave aliena, l’euforia contagiosa di quei giorni, le centinaia di migliaia di ragazzi che accorsero a Woodstock convinti, come ha scritto Paolo Mereghetti, nella possibilità di ripulirsi dalla guerra del Vietnam a suon di musica e di amore libero. Nel suo backstage romanzato Ang Lee gioca la carta della commedia ebraica, racconta con tono leggero e stupefatto il miracolo di un concerto che si trasforma in una festosa transumanza (più di quattrocentomila spettatori ma la leggenda arrotondò a un milione) fa rivivere con tenera ironia gli stereotipi della controcultura, lancia nella mischia una dozzina di attori formidabili – su tutti Demitri Martin, Henry Goodman e Eugene Levy, quel Max Yasgur, proprietario dei 600 acri di terreno che ospitarono il concerto, che aspirando dalla sua pipa, confida: “Mai sentiti tanti grazie e per favore”. Commedia senza cinismo, piena di grazia, lussureggiante e travolgente, ‘Motel Woodstock’ riperimetra quegli anni meglio di tutto il cinema che lo ha preceduto, ‘Hair’ di Forman compreso. E al momento del commiato lascia nello spettatore una voglia matta di correre nel primo Blockbuster a noleggiare il dvd dell’altro ‘Woodstock’, quello tutto rock del buon vecchio Wadleigh




