Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

24 dicembre 2009

Sveva Belviso, la fatina bugiarda che s’inventò la raccolta differenziata dei senza fissa dimora

Che a Natale si debba essere più buoni, va anche bene. Più fessi, proprio no. Per chi ancora non lo sapesse, a dicembre a Roma scatta il ‘piano freddo’. L’anno scorso scattò il primo dicembre, quest’anno Alemanno ha prorogato l’emergenza perché secondo lui non faceva abbastanza freddo. Poi è morto di freddo un senza fissa dimora, il bengalese Sher Khan, e Alemanno ha smesso di tergiversare coi termometri. Di giorno aveva anche ragione lui, ma di notte negare che il freddo rendesse la vita impossibile al popolo dei cartoni era una ciancia criminale. E allora il Comune che ha fatto? Ha mandato la solita Sveva Belviso a cicalare coi giornalisti. “Quest’anno con il Piano freddo mettiamo a disposizione 11 strutture pronte ad accogliere 600 persone ogni notte, il 65% in più rispetto allo scorso anno, fornendo un supporto completo che va dal cambio di vestiario all’assistenza sanitaria” – ha tripudiato la Belviso. L’assessore alle politiche sociali ha fatto anche sapere che “quest’anno, rispetto allo scorso, abbiamo caratterizzato il disagio. In ognuna delle undici strutture ci sarà la “caratterizzazione” di una fragilità: due saranno dedicate alle donne, una agli immigrati, una ai senza fissa dimora autonomi, un’altra ancora ai senza fissa dimora che hanno una patologia cronicizzata e un’altra a quelli con patologie gravi”. L’obiettivo: il “recupero sociale di queste persone, per evitare che il prossimo anno li si debba includere di nuovo nel piano invernale”.

Un anno fa la fatina Belviso raccontava la fiaba di coloro che, magari per storia personale, si erano smarriti. E di come lei e il suo munificente assessorato li avrebbero aiutati a rialzarsi, prendendosi cura di loro, dandogli protezione, un tetto, un posto. Nobili propositi, peccato però che a Roma mancassero, e in maniera drammatica, tetti e posti. Che l’assessore invocava e il suo sindaco tagliava. Gli ’smarriti’, o meglio, una parte minoritaria di loro fu parcheggiata per qualche settimana nelle strutture del Comune o della Caritas, poi rialzata sì, rialzata no, venne ributtata in strada, perché tornasse a smarrirsi com’era prima dell’emergenza. Adesso la fatina s’è inventata la favola delle caratterizzazioni che è un po’ come inventarsi la raccolta differenziata dei senza fissa dimora: la badante moldava la buttiamo qui, l’etilista rumeno lo gettiamo là, il pensionato sfrattato lo infiliamo lì, e così via. Quanto al recupero sociale di questi poveretti onde evitare che nel 2010 siano di nuovo ‘attori’ nel piano freddo, bè, questa è una fiaba che la Belviso poteva risparmiarsi. Da Rutelli a Veltroni, da Veltroni ad Alemanno, i loro assessorati alle politiche sociali hanno recuperato ben poco. Hanno cercato, piuttosto, di salvare ipocritamente la faccia alle loro amministrazioni, di dimostrare che nell’emergenza il Comune sapeva attivarsi efficacemente, ma era sempre una solidarietà di cartapesta, una mano tesa fasulla come le scenografie di un set cinematografico. I nazisti scrivevano all’entrata dei loro lager ‘Arbeit macht frei’ prendendosi gioco degli ebrei che detenevano. La Belviso usa formulette come ‘recupero sociale’, ‘povertà provvisoria’, ‘caratterizzazione di una fragilità’ o ‘gli smarriti’ per confermare alla città che chi comanda in questo comune, esattamente come chi comanda in questo governo, ‘non lascia indietro nessuno’. Ma basta guardarsi attorno per accorgersi che di noi a chi comanda non gliene frega un tubo. Nel terzo trimestre dell’anno sono scomparsi 500 mila posti di lavoro. Mezzo milione di persone sono a casa senza stipendio. Lunedì i manifestanti di Action sono stati bloccati da polizia e Digos ai piedi del Campidoglio perchè ’su c’era un altro corteo’. Scrive bene la De Gregorio: “Sui tetti, sulle gru, sui moli, ai cancelli delle fabbriche ci sono in queste ore i lavoratori della Merloni, della Fiat di Pomigliano d’Arco, della Fincantieri, della Yamaha di Lesmo. I 49 pionieri della Innse hanno fatto scuola. In ogni città se alzate gli occhi vedete striscioni, cartelli”. Se questo Stato non è in grado di tutelare chi ha una casa, una famiglia, un lavoro, come si può credere che riesca a recuperare chi s’è smarrito in strada, chi dorme e vive sui cartoni, chi si è annullato per troppo fragilità? Quanto alla fiaba del piano freddo che quest’anno soccorrerebbe il 65% in più dei senza fissa dimora rispetto al 2008, la Belviso farebbe meglio a tacere. L’anno scorso l’emergenza freddo fu gestita dal dottor Aldo Barletta che ebbe la premura di intervenire più volte su questo blog. I dati che mi fornì allora erano questi:

un servizio per 360 persone allestito alla Ex Fiera di Roma per il periodo invernale, più il centro di accoglienza di Via Assisi (90 posti adulti in disagio), i centri gestiti dalla Caritas (Lungomare Toscanelli, Via della Cisterna, Via Marsala per circa 290 posti), il Centro dell’Esercito della Salvezza di Via degli Apuli (100 posti), nonchè i Centri di accoglienza per nuclei di mamme con figli minori in Via Cassia ( 70 posti di cui 20 per le gestanti), Via G. Ventura ( 40 utenti), Via T. Fusco ( Trigoria per 40 posti) e Via Predoi ( Infernetto) per altri 50 posti ( in semiautonomia). Tutti in carico all’Amministrazione Comunale.

Calcolatrice alla mano, nel 2008 il Comune di Roma ospitava mille senza tetto. Altri mille se li accollava la Chiesa e il volontariato cattolico. Adesso la Belviso spalma 600 disgraziati in 11 strutture, ne accalca altri nelle stazioni delle metropolitane usate come dormitori di fortuna e poi ha la faccia tosta di farci credere che il nuovo piano del comune aiuterà il 65% in più dei senza tetto rispetto al 2008? Ma per favore….

© Lorenzo Cairoli

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