Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

4 gennaio 2010

Il 2009 al cinema: dalla A alla Z

Asia Argento
Ha atteso l’ultimo giorno dell’anno per annunciare il suo ritorno alla regia. “Ho imparato a camminare, ho conquistato la posizione eretta; ero una scimmietta, ora sono una donna. Si chiama evoluzione”. Da scimmietta ha girato uno dei film più micidiali degli anni zero. Da donna, potrebbe fare anche peggio.

Brunetta Renato
A Gubbio sembrava il Belushi di ‘The Blues Brothers’. Solo che invece che prendersela coi nazisti dell’Illinois ha ‘odiato’ e sparato a zero contro il nostro cinema, una sprecopoli di celluloide, contro i nostri ‘placidi’ registi per i quali ha rispolverato quel culturame parassitario tanto caro al celerino Scelba. Tutto questo a tre settimane dalla prima del ‘Barbarossa’ al Castello Sforzesco di Milano, in un delirio di fazzoletti verdi e di cornamuse bergamasche. A Venezia, è vero, il cinema italiano non ha fatto una gran figura: m’è parso anòdino, di salute malferma, sciatto, demotivato, malinconicamente convenzionale. Niente però in confronto dell’Alzheimer leghista del ‘Barbarossa’ di Martinelli. Se Brunetta fosse un ministro degno e coerente, tre settimane dopo avrebbe dovuto ‘odiare’ e a sparare a zero anche contro il megapassitismo del ‘Barbarossa’ costato 30 milioni di euro, cioè sei volte di più di quello che è costato il ‘Moon’ di Duncan Jones, uno dei film più belli del 2009. E invece, niente. Un silenzio omertoso e assordante.

Cinepanettoni
Cosa penso dei cinepanettoni l’ho scritto pochi giorni fa su questo blog. Mi ha fatto sorridere, invece, rileggere un’intervista di Zincone a Carlo Vanzina, creatore col fratello Enrico del famigerato filone.

Dove ci sono i Vanzina, è tutto un fiorire di tette e culi.
«C’è stata una strana escalation. Ora quei film non li facciamo più. Il produttore Aurelio De Laurentiis era arrivato a chiederci più parolacce. Allora abbiamo deciso di chiudere il ciclo».
Quando è successo, scusi?
«Durante le riprese di Vacanze di Natale 2000. Aurelio provò addirittura a infilare nel cast Monica Lewinsky».
La stagista di Clinton…
«Si sarebbe dovuta esibire in un servizietto su una seggiovia».
Elegantissimo.
«Intendiamoci. Dal punto di vista del mercato, del botteghino, De Laurentiis non toppa mai. Però mi opposi. Da lì abbiamo interrotto la collaborazione. Ma molti continuano a pensare che sia io il regista di tutti i cine-panettoni».
Una condanna.
«Mi vorrei disintossicare. Scappare a Losanna, passare le giornate in un caffè a rileggere i classici. Anni fa, mentre Neri Parenti girava Natale sul Nilo al Cairo, lo hanno scambiato per il sottoscritto e gli hanno chiesto un autografo. L’anno scorso Gianni Letta mi ha fatto i complimenti per il film Natale a New York».

Dittatori
A 18 chilometri da Caracas è nata Cineville, la città del cinema fortemente voluta da Chavez, che tutti in Venezuela hanno ribattezzato ‘Hugowood’. Mac Margolis la visita in esclusiva per ‘Newsweek’ e scrive un reportage impietoso. La descrive come un complesso spettrale e desolante. Canali e piscine senza acqua, atelier di sartorie deserti e polverosi, set abbandonati. Un anno fa, le fiamme di un corto circuito divorarono Hugowood, così adesso sarte, carpentieri, attrezzisti, elettricisti, si sono trasferiti altrove. Persino i produttori hanno affittato i loro uffici lontano dagli studi. La città del cinema di Chavez somiglia a uno dei tanti megalomani progetti del dittatore: prima il fervore nel sognarlo, poi l’annuncio enfatico alla nazione, quindi i cantieri, infine l’oblio. Un modus operandi molto cubano. Mi viene alla mente Erik Orsenna quando rimproverava con severa dolcezza la nomeklatura cubana: “I rivoluzionari sono bravissimi nel cominciare le cose, meno bravi nel continuarle, incapaci a finirle. L’Avana pullula di cantieri all’entrata dei quali torreggia sempre un grande cartello con la scritta ‘Qui edificheremo la più grande scuola dei Caraibi, la sorgerà l’ospedale più all’avanguardia di tutto il Centramerica, lì costruiremo il nuovo istitituto cubano dell’arte e dell’industria cinematografica’, ma alla fine, se gli fai i conti in tasca, vedi solo cantieri e ottimistici cartelloni”. Chavez non fa eccezione. A Hugowood sono passati Kevin Spacey, Tim Robbins e Danny Glover a cui Chavez ha promesso di finanziare il suo biopic su François-Dominique Toussaint L’Ouverture, il Napoleone Nero che guidò la rivolta degli schiavi di Haiti e della Repubblica Dominicana. Glover, in cambio, ha recitato in un cameo di una delle prime produzioni di Hugowood. Ma i pochi film che escono dalla Cineville di Chavez non seducono i venezuelani. Per farvi capire: il più grande successo di Hugowood è stato ‘Libertador Morales, the Justice Maker’ che ha incassato $200.000 dollari. Una sciocchezza in confronto agli 11 milioni di dollari incassati dell”Era Glaciale 3′.

Esordi
Due. Folgoranti. Quelli di Neill Blomkamp e di Duncan Jones.
L’incipit di ‘District 9′ è una delle cose più belle che siano successe al cinema in questo 2009, una di quelle sequenze da antologia – avete presente il monolite di Kubrick? – che ti fanno sobbalzare dalla sedia. Dopo neanche un minuto e mezzo, appare allo spettatore una gigantesca astronave aliena, una via di mezzo tra un Potala lanciato in orbita e una medusa sognata da Max Ernst. Oscura il cielo di Johannesburg come un’eclissi e lascia lo spettatore imbambolato per un buon quarto d’ora, mentre un finto reportage televisivo racconta che tre mesi dopo il suo arrivo, su quell’astronave irruppero gli umani. Trovarono creature aliene, i gamberoni, denutrite, malate, disorientate; più o meno, come dei clandestini raccolti da un boat people. Inizia così un film strabiliante che usa gli alieni e la loro quarantena negli slums di Johannesburg come una metafora dell’apartheid più crudo, che ha l’arditezza di reinventare la sci-fi action in un continente che sembrava buono solo per polpettoni alla ‘Congo’ o ‘L’ultima alba’, che riesce a spiegare molte più cose sullo specismo e la xenofobia che un megaseminario di antropologi e psicologi, che comprime in un’ora e quaranta una miniera di citazioni, da ‘Predator’ a ‘Terminator’, dalla ‘Mosca’ di Cronenberg ad ‘Alien Nation’, dal cinema di Carpenter a quello di Paul Verhoeven, e che rivela il talento strepitoso di un nuovo regista, Neill Blomkamp, un specie di Prometeo che conosce a meraviglia tutti i trucchi del mestiere – non a caso i suoi pigmalioni si chiamano Ridley Scott e Peter Jackson che di ‘District 9′ è il lungimirante produttore.

Duncan Jones, il regista di ‘Moon, è come molti sanno il figlio di David Bowie. A lui, a Zowie, come a Bowie piaceva chiamare il figlio, il padre dedicò una canzone di ‘Hunky Dory’ ‘Kooks’ in cui lo esortava ironicamente a non azzuffarsi coi suoi compagni e in cui gli regalava un libro di regole perché sapesse sempre rispondere alla gente. Oggi Zowie che preferisce farsi chiamare Duncan le regole alla gente le detta lui, con un cinema così bello da lasciare senza fiato. Con soli 5 milioni di dollari che per un film in lingua inglese sono un budget da miseria, con un solo attore, il talentuoso Sam Rockwell, con la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey, che però nel film presta ’solo’ la voce a un computer di bordo, Duncan Jones gira un gioiello di fantascienza umanistica che in molti hanno accostato con ragione a ‘Solaris’ e al ‘2001′ di Kubrick. In realtà, i suoi cloni in cerca di risposte sembrano più i fratelli dei replicanti di ‘Blade runner’ anche loro più umani degli umani con i loro angosciosi dilemmi esistenziali.

Festival
A Berlino l’Orso d’Oro è andato – strameritatamente – alla peruana Claudia Llosa con ‘La teta asustada’ (‘Il canto di Paloma’). A Cannes Haneke ha messo tutti d’accordo con ‘Il nastro bianco’. A Venezia il Leone d’oro se l’è portato a casa un israeliano, Samuel Maoz, con ‘Lebanon’. Locarno ha fatto felice una cinese, Xiaolu Guo con ‘She a chinese’. Credo sia accaduto di rado che nello stesso anno americani, inglesi, francesi, spagnoli, non siano riusciti a vincere un solo premio nei festival che contavano – i giapponesi si consolano con l’Oscar di ‘Departures’, agli indiani di Bollywood interessano solo gli incassi, gli italiani sono ‘dropout’ da un pezzo, con un’industria cinematografica seconda a tutti e davanti solo a Malta, Andorra e alle isole Tonga. Anche l’Oscar a ‘The millionaire’ fa capire che la geografia del cinema è cambiata completamente. E così i film più belli dell’anno arrivano da paesi che non ti saresti mai aspettato: dal Cile ‘Tony Manero’, dalla Svezia ‘Lasciami entrare’, dalla Polonia ‘Katyn’, dalla Repubblica Ceca ‘Vuoti a rendere’, dalla Norvegia ‘Il mondo di Horten’, dal Sud Africa ‘District 9′. Hollywood è così incerottata che per girare ‘La battaglia dei tre regni’ John Woo ha dovuto rimpatriare in Cina, mentre Spielberg fa gli occhi dolci a Bollywood da un pezzo. Ha ragione Mariuccia Ciotta. ‘La societa (e il cinema, aggiungo io) è multietnica. Tutto il resto è terzo Reich”.

Giancarlo Giannini
Dopo vent’anni ritorna alla regia. E la colpa, è in parte mia.

Haneke Michael
Se fossi stato Isabelle Huppert non avrei premiato Haneke che per lei più che un regista con cui ha lavorato è una sorta di guru, di guida spirituale, di ago della bussola. Avrei fatto felice il taiwanese Ang Lee, un regista che non mi ha mai fatto impazzire ma che con ‘Motel Woodstock’ ha tirato fuori dal cilindro il film della vita. Haneke è un maestro indiscusso della perturbanza. Il male in tutte le sue declinazioni è il suo marchio di fabbrica come per Fellini l’opulenza delle donne o per il canadese Cronenberg i contagi e le mutazioni corporee. In ‘Funny Games’, ad esempio, filmava il male in azione come un bacillo in vitro. Più che a un film, avevi la sensazione d’assistere a un esperimento. Come quando in uno zoo gettano un topolino bianco nella gabbia dei pitoni e tu se lì ad aspettare la sua fine. La crudeltà diventa allora rappresentazione, l’agonia apogeo narrativo, il male metafora per scandagliare i meccanismi perversi e le torbide passioni dell’animo umano. Anche nel ‘Nastro bianco’ Haneke filma il male in azione, ma stavolta lo fa con raffinatezza inedita, curando, patinando, cesellando ogni inquadratura, citando il danese Dreyer nelle scene nei campi e lo svedese Bergman nel claustrofobico ritratto del paese in cui tutti diffidano di tutti, usando con esemplare virtuosismo un bianco e nero che sembra rubato agli incubi di un angelo ribelle. Ma anche qui, la sensazione è la stessa di ‘Funny Games’. Due ore e rotti di topolini divorati.

Innamorarsi
‘(500) days of summer’, boy meets girl imperdibile e delizioso. Ne ho scritto qui.

Longevità
Il cinema spesso aiuta a invecchiare bene. Guardate il centenario De Oliveira o Kurosawa che in piena senescenza girò fior di capolavori: ‘Kagemusha’ a 70 anni, ‘Ran’ a 75, ‘Madadayo’ a 83. Il polacco Andrzej Wajda, classe 1926, a 82 anni suonati, un’età più da osteoporosi che non da piano-sequenza, ci ha regalato uno dei film più straordinari della sua carriera, quel ‘Katyń’ che teneva nel cassetto da una vita intera. Una superba lezione di storia (e di cinema) che purtroppo una sciaguratissima distribuzione ha reso quasi invisibile al pubblico.

Miglior kolossal degli ultimi 150 anni
”Non si capisce perche’ la Commissione dell’Anica non abbia aspettato fino a domani per decidere quale fosse il film italiano candidato all’Oscar, visto che proprio domani verra’ presentato ‘Barbarossa’ di Renzo Martinelli?” dichiara il viceministro della Lega Nord Roberto Castelli. ”Il film – aggiunge Castelli su ‘Barbarossa’ che domani sarà presentato al Castello Sforzesco a Milano – promette di essere uno dei piu’ grandi kolossal mai realizzato in Italia e quindi sicuramente degno di essere giudicato tra i film meritevoli di rappresentare il Paese nella gara dei premi Oscar. I casi sono due: o vi era una scadenza da rispettare e allora nulla quaestio oppure tutta questa fretta appare sospetta e una trovata meramente commerciale”

Necrologi
Chi abbiamo perso nel 2009? Tullio Kezich, tanto per cominciare, uno dei più grandi critici italiani e il numero uno dei biografi felliniani: più che un biografo, era il database del maestro riminese. Poi Salvatore Samperi che ho cercato di ricordare con ironia e con affetto in un coccodrillo molto ‘cairoliano’. Quattro divi di Hollywood ci hanno lasciato in modo straziante. Patrick Swayze, il bello di ‘Dirty Dancing’ e di ‘Ghost’, si è spento a soli 57 anni devastato da un cancro al pancreas che lo aveva ridotto in una larva da 47 chili. Un cancro al colon invece si è portato via per sempre la più bella delle ‘Charlie Angel’s’ Farrah Fawcett. Ci ha lasciato in eredità un documentario in cui racconta la sua lotta contro il male che la divorava, l’oltraggio della chemioterapia, in cui ha denunciato la rapacità dei medici che le chiedevano di fare donazioni all’Ospedale che l’aveva in cura, magari finanziando una Fondazione a suo nome per la ricerca sul cancro e il cinismo dei giornalisti e la cronica fuga di notizie di cui è stata vittima fin dal primo giorno in cui ha scoperto di avere un cancro e che le ha impedito di vivere la sua malattia come un fatto privato. David Carradine, popolarissimo negli anni settanta grazie alla serie ‘Kung Fu’ era stato riscoperto da Tarantino che ne aveva fatto il protagonista dei due ‘Kill Bill’. Il quattro giugno la polizia thailandese ha rinvenuto in una suite di un hotel di Bangkock il suo cadavere nudo con gli organi genitali legati da una corda. Suicidio? Un gioco di auto-erotismo finito male? Omicidio? – si è tirato in ballo una setta segreta di kung-fu. L’F.B.I. sta ancora indagando tra mille difficoltà. Ma la commozione più grande l’ha suscitata la morte di Natasha Richardson. Aveva solo 46 anni. Una caduta su un campo da sci le è costata carissima. Era bella, e brava quasi quanto sua madre. Veniva da una famiglia dove tutti, persino la donna delle pulizie e il gatto di casa avevano un talento speciale per la recitazione. Il babbo Tony fu il capofila del free cinema inglese, la mamma Vanessa – Vanessa la Rossa – una leggenda, come il nonno Michael, il bisnonno Roy e la bisnonna Mary valenti attori del muto, e poi gli zii Lynn e Corin, la sorella Joely (la bimba nella foto a sinistra), la nonna Rachael che è stata anche lepidissima e ispirata biografa di famiglia nell’imperdibile Life Among the Redgraves. Natasha era un’attrice deliziosa: un volto da cerbiatto e una grinta tutta made in Redgrave. Con un dono raro: in una carriera dove spesso le capitò di sbagliare film sapeva sempre uscire indenne e con grazia da quei trappoloni d’autore in cui s’era impantanata. Il 2009 si è portato via anche lo sceneggiatore principe di Fellini, Tullio Pinelli, e il drammaturgo e sceneggiatore americano Horton Foote. Aveva vinto il Pulitzer e due premi Oscar: uno per la sceneggiatura de ‘Il buio oltre la siepe’, l’altro per ‘Tender mercies’ dell’australiano Beresford. E’ morto anche Maurice Jarre, leggendario compositore. Vinse tre Oscar, quattro Golden Globe, un’infinità di altri premi, eppure era sempre ricordato come il compositore del ‘Tema di Lara’ il leit-motiv del ‘Dottor Zivago’. Sono morti anche gli inglesi Ken Annakin, regista e Jack Cardiff, regista anche lui, ma soprattutto storico direttore della fotografia. La cosa buffa? Nacquero entrambi nel 1914 e sono morti entrambi nello stesso giorno dello stesso anno, il 22 aprile 2009. Avevano anche lavorato insieme: trent’anni prima, in una versione dei ‘Quattro moschettieri’.

Oscar
Pronostici tutti rispettati, con un’eccezione, l’Oscar per il miglior film straniero andato al giapponese ‘Departures’ tra la delusione di Folman e Cantet. ‘The Millionaire’ ha sbancato: quasi un en plein, con 8 statuette vinte su 10 nominations. ‘Man on wire’ ha trionfato come miglior film documentario (gli allibratori lo davano a 1.38). Per chi ancora non lo avesse visto è un film di una bellezza strepitosa, novanta minuti che ti fanno sgranare occhi e cuore, una storia che ti lascia senza fiato raccontata da un regista che una Musa ha baciato in fronte. Capolavoro degli anno zero insieme a ‘Viaggio a Kandahar’, ‘Moulin Rouge’, ‘La Venticinquesima ora’, ‘When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts’, ai due ‘Kill Bill’ e alla trilogia jacksoniana del ‘Signore degli anelli’. Rimpianti: l’Oscar perso sul filo di lana da Micky Rourke. E quello non assegnato a Marisa Tomei. Fare la lap dancer a 44 anni e farla con il fisico che ha lei, bè, signori, giù il cappello. Demi Moore che è Demi Moore recitò un ruolo simile in ‘Striptease’, ma aveva dieci anni in meno e neanche un quarto del sex-appeal della sua collega. Polemica Academy Awards vs. ‘Gomorra’: chi ha gridato al complotto è un cretino. Erano in corsa per l’Oscar anche due film molto più belli del film di Garrone, il canadese ‘Ce qu’il faut pour vivre’ di Benoit Pilon, storia di 1500 inuit malati di tubercolosi, strappati ai loro villaggi e deportati nei sanatori del Quebec e ‘Tony Manero’ del cileno Larrain, il miglior film del 2009 a detta di chi scrive. Sono stati bocciati in corsa come ‘Gomorra’. Inutile dire che ai cileni è dispiaciuto un mondo e che i canadesi si sono risentiti parecchio, ma la cosa è finita lì, senza i ridicoli retroscenismi di tanta stampa italiana.

Pixar e dintorni
E’ stata un’annata memorabile per il cinema d’animazione, un po’ come il 1999 per il Barolo. ‘Up’ che apre le danze al festival di Cannes, ‘Valzer con Bashir’ addirittura in concorso e in lizza per gli Oscar, e poi ‘Coraline’, ‘Ponyo sulla scogliera’, gli Oscar a ‘Wall-E’ e a Kunio Kato. Ma la sorpresissima è arrivata alla fine con ‘Piovono polpette’. Un primo tempo molto timburtoniano con la città dei pescatori di sardine, squallida e plumbea esattamente come quella di ‘Willy Wonka’. Poi nel film irrompe il cibo e ‘Piovono polpette’ si trasforma in un twister esilarante di gags e invenzioni: il castello di gelatina, la nevicata di gelato, l’assedio dei polli arrosto mutanti. Sembra un B-movie di Jack Arnold però sfrenatamente pop e coloratissimo, come i telefim di Batman di William Dozier. Sembra un copione nato da una partnership tra Roald Dahl e Carlo Petrini, i cui tra una risata e un cliffhanger, si spara a zero contro il cibo transgenico, il fast food, lo spreco di cibo e le pessime abitudini alimentari che stanno obesizzando milioni e milioni di persone in tutto il pianeta – è la prima volta nella storia dell’Umanità che il numero delle persone in sovrappeso è maggiore rispetto a quello delle persone che muoiono di fame. Scordatevi Emmerich: ‘Piovono polpette’ è il vero disaster-movie delle feste, diecimila volte più avvincente e intelligente di qualsiasi ‘2012′.

Roman(zo) criminale – Due o tre cose su Polanski
Sul caso Polanski, cinque sono le scuole di pensiero egemoni:
A) Colpevole, ma è passato troppo tempo
B) E’ un porco, un pedofilo, Dio benedica gli eredi di Guglielmo Tell che l’hanno mandato in galera!
C) Ai geni tutto è concesso
D) Se Manson non gli avesse trucidato Sharon Tate in quel modo, col cavolo che si sarebbe infilato in questo pasticcio
E) Polanski? Perché? Che ha fatto ?

C’è poi una sesta scuola di pensiero. Quella di Samantha Gailey, la tredicenne sodomizzata da Polanski. La racconta per lei un reporter del ‘Los Angeles Times’, Joe Mozingo, senza fare sconti a nessuno, con la crudezza che una storia come questa impone. L’arresto di Polanski, che appariva agli agenti ‘nervoso come una gallina su una roccia calda’, il flute di champagne drogato con una pasticca di Quaalude perché la vittima non si opponesse allo stupro, il processo, i cavilli legali a cui si appigliarono i legali del regista, i patteggiamenti con la madre della Riley per determinare il risarcimento, la fuga di Polanski in Francia, poi, imprevisto, l’arresto in Svizzera. C’è poi una settima scuola di pensiero: quella polacca. Un capolavoro di gelatinosa ipocrisia e di scabrosa incoerenza.

Spike Jonze (Nel paese delle creature selvagge)
Scrive Dario Zonta su ‘L’Unità’: Nel paese delle creature selvagge è inafferrabile, per certi versi. Si fatica a capire qual è il suo target. Non è un film per bambini, nel senso che non si rivolge a loro e non tanto perché ci sono situazioni e scene davvero paurose, quanto per i tempi di una narrazione ondivaga e sottilmente filosofica. È un film per grandi, ma non per tutti grandi. Forse per quelli ancora che hanno mantenuto un cenno delle loro represse paure e fantasie”. E Paolo D’Agostini, più o meno sulla stessa onda, rincara la dose su ‘Repubblica: “Denso, raffinato e sottile (e, diciamo la verità, anche un po’ noioso), non è certo il tradizionale film “per bambini”. Ma per chi è?” Già, per chi è?

Tony Manero
Il miglior film del 2009. Mejor Película de 2009. הסרט הטוב ביותר של 2009. Filmit më të mirë të vitit 2009. 最優秀作品賞2009年. Melhor Filme de 2009. Καλύτερης Ταινίας του 2009. Beste fliek van 2009. أفضل فيلم لعام 2009

Tout le monde
E’ stato un anno horribilis per il nostro cinema, più o meno come il 1945 per la monarchia francese. Ma a renderlo ancora più orribile ci ha pensato Osvaldo De Santis, presidente e amministratore delegato della 20th Century Fox Italia, che ha imposto ai doppiatori di ‘Notte al Museo 2′ di cambiare una battuta irriverente su Berlusconi. Poi naturalmente, Minzolini docet, è corso dai giornalisti a giustificarsi spudoratamente. “Nella versione americana alcuni personaggi facevano riferimenti storici a eventi o personaggi poco conosciuti, e perciò cambiando alcuni dialoghi abbiamo cercato di aggiungere un sorriso dove altrimenti non ci sarebbe stato. In quel dialogo in particolare, per la versione definitiva la nuova battuta ci è sembrata più carina e che suonasse meglio, con quel “tout le monde” che le dona un aroma francese”. Gli sceneggiatori di Ben Stiller scrivono una battuta velenosa contro Berlusconi che sembra una stilettata di Di Pietro? Cambiamola. Tanto è solo una battuta, chi vuoi che se ne accorga? E se anche se ne accorgono perchè di questi tempi c’è sempre un rompicoglioni di sinistra che ci rovina la festa, buttiamola sull’artistico, raccontiamo ai giornalisti che quel t’out le monde’ impreziosisce il dialogo del film, gli conferisce quell’aroma francese che ogni sequel che si rispetti dovrebbe avere. Ora si capisce come il De Santis, ex giornalista di ‘Sorrisi e Canzoni, ex membro del Comitato Cultura del Ministero delle Politiche Comunitarie nel secondo governo Berlusconi sia diventato il presidente e amministratore delegato della 20th Century Fox Italia. Un colpo basso d’aroma francese di qui, una leccata di culo carina di là….

Uomo dell’anno
Andrea Pomini e la buonanima del suo maestro d’inglese

Vampiri
Nell’anno di ‘New Moon’, secondo libro e secondo film della saga teen-vampiresca di ‘Twilight’, trionfa, invece, ‘Lasciami entrare’ dello svedese Tomas Alfredson che in soli 114 minuti riscrive le regole di un genere, il film di vampiri. Scordatevi Max Schreck, la Transilvania, Van Helsing, Bela Lugosi, Cristopher Lee, Lestat, il film della Bigelow e quello di Abel Ferrara. Qui i vampiri si spogliano di ogni clichè e rinascono come nessuno ve li ha mai raccontati. Per due secoli abbiamo dato retta all’irlandese Stoker, ai suoi vampiri da miseria rumena, alle croci, alle anacronistiche trecce d’aglio, agli abusati castelli transilvani, ora arriva Alfredson con il bellissimo romanzo di John Ajvide Lindqvist che sovverte la geopolitica del vampirismo ed elegge Blackenberg, alienante sobborgo della Stoccolma primi anni ottanta, come la nuova capitale dei nemici della luce del sole. Straordinari i due protagonisti e la tenerezza struggente del loro rapporto: Oskar e la vampira Eli, dodici anni lui, dodici anni lei, più o meno.


Zero in pagella
I peggiori film dell’anno? ‘Antichrist’ di Von Trier e ‘Videocracy’ di Erik Gandini. Von Trier è cosi, prendere o lasciare, capace persino di irritare i suoi estimatori più convinti quando confonde il cinema con l’entomologia e osserva l’umanità che scorre davanti al suo obiettivo, senza amore e nessuna indulgenza. E’ successo anche a me d’adombrarmi davanti all’ambiguità, al feroce cinismo, all’arroganza intellettuale di ‘Idioti’ che per 102 minuti racconta l’esperimento di un gruppo di burloni che si fingono ritardati per dimostrare l’intolleranza della gente normale nei confronti dei portatori di handicap. Un film di una perfidia disturbante, di un’intelligenza quasi oscena, salvo negli ultimi straordinari cinque minuti quando il regista torna ad avere il sopravvento sull’entomologo e spiazza tutti con un finale umanissimo e straziante, di quelli che lo spettatore si porta in dote per una vita intera. ‘Antichrist’ è anche peggio di ‘Idioti’ perchè non ha un finale così che lo riscatti, è infarcito da dialoghi di una cagnitudine mai udita e da un satanismo pop raccapricciante che tocca il fondo con la volpe-oracolo. E le furiose scene di sesso? Il sadoporno? Una tortura.
Nemmeno un Fulci assediato dai creditori avrebbe girato una cagata simile.

Scrive Crespi su ‘L’Unità’: La vera scena di sesso estremo è al minuto 74. Lei tenta di possedere lui poi, colta da un raptus, gli tira un macigno nelle parti basse. Lui sviene. Lei lo masturba, in primissimo piano. Sul più bello, invece di sperma, esce uno schizzo di sangue. Allora lei prende una mola per affilare i coltelli e, con un trapano, gliela infila nel polpaccio. Wilem Dafoe trascorre gli ultimi venti minuti con questa ingombrante appendice, mentre Charlotte Gainsbourg, al culmine del trasporto, si taglia il clitoride con un paio di forbici. Sempre in primissimo piano.

Quando il film finisce si prova una libido bestiale. Da derby vinto al novantesimo. Con un autogol.

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2 Commenti a “Il 2009 al cinema: dalla A alla Z”

  1. Per quando è prevista l’uscita nelle sale del film di Giannini? Sarà distribuito anche in altri paesi europei?
    Se passa in zona lo vado a vedere.
    Auguri di un prospero anno nuovo.

  2. Quando uscirà non lo so, ma è stato girato in Canada e in Arizona, in inglese, con attori quasi tutti americani, pensando ovviamente a una distribuzione internazionale. Quindi credo che arriverà anche dalle tue parti.
    Prospero anno nuovo anche a te.

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