Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

7 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Miguel Caballero: la vita appesa a un filo (e a un ago)

La prima tappa del mio giro del mondo sarà la Colombia e una delle prime persone che incontrerò sarà Miguel Caballero nel suo atelier di Bogotà. Non collezionerò solo paesi, città, valli, sierre, altopiani, cordigliere, ma storie eccezionali, come questa che state per leggere…

Mia figlia Sveva non lo può ricordare ma il prete che la battezzò era un colombiano. Non ricordo più il suo nome ma ricordo la mitezza e il sorriso di quest’uomo quando venne per la prima volta a casa nostra e un tic curioso: ogni volta che lo riaccompagnavo in parrocchia camminava sempre al centro della strada, mai rasente le case. Tranne una volta. Quella volta era così infervorato in una discussione – si parlava di Dio, della Chiesa, del Sudamerica – che dimenticò la strada e quando si accorse di camminare a un palmo dalle case, sbiancò in volto. ” In Colombia – mi confidò – bisogna camminare lontano dalle case. Specie di sera. Se non lo fai, rischi la vita. Possono spaccarti una bottiglia in testa, infilarti un coltello nella schiena, spararti nelle gambe. Mio cugino è morto così. Camminando troppo vicino alle case”.
Non ero mai stato in Colombia, ma bastò quella testimonianza per farmi capire che razza di inferno poteva essere la vita in quel paese.

All’inizio degli anni Ottanta la Colombia era il maggior produttore mondiale di cocaina con i cartelli che gestivano il 90% del traffico mondiale. A capo del cartello di Medellin c’era un ex-ladro di automobili, Pablo Escobar, ricco e feroce oltre ogni immaginazione. Si dice che guadagnasse un milione di dollari al giorno. Secondo Forbes Magazine era il settimo uomo più ricco del pianeta. Aveva un esercito personale, terreni ovunque, una flotta aerea, una flotta navale, possedeva giornali e squadre di calcio. Nel 1983 il governo colombiano sferrò un attacco violento al narcotraffico; i capi dei cartelli, allora, proposero al presidente Betancur un trattato di pace; in cambio della loro immunità – sia dall’azione penale che dall’estradizione – avrebbero investito i loro capitali in programmi di sviluppo per il paese e sanato per intero il debito estero della Colombia che all’epoca ammontava a 13 miliardi di dollari. Betancur rifiutò, i capi dei cartelli reagirono con attentati di inaudita violenza, il paese precipitò nel caos. Ma il peggio doveva ancora venire. Nel 1989 i signori della coca organizzarono l’attentato in cui morì Luis Carlo Galàn, il candidato del partito liberale alle elezioni presidenziali del 1990. La reazione del governo fu immediata. Confiscò un migliaio di proprietà dei cartelli e chiese aiuto agli americani. I narcotrafficanti, punti nel vivo, dichiarono guerra allo Stato. Fu la stagione delle bombe. Bombe che esplosero nei locali pubblici, nelle abitazioni private, nelle caserme, nelle redazioni dei giornali, nelle sedi di partito, nelle chiese, nelle banche, persino negli ospedali. Il culmine fu raggiunto con l’abbattimento di un aereo della Avianca in volo da Bogotà a Calì. Fu abbattuto con un missile terra-aria, nell’attentato morirono 107 persone, un atto di terrorismo sensazionale, senza precedenti. Il resto della storia, credo, vi sia nota. Escobar è morto, i capi dei cartelli non fanno più notizia come negli anni Ottanta, ma il narcotraffico in Colombia non è mai stato debellato. La gente continua a camminare lontano dalle case, anche se l’avvento del presidente Uribe e della sua ‘democrazia’ militare ha riportato in Colombia un cauto ottimismo.

In uno scenario così turbolento, un personaggio come Miguel Caballero se non nasceva occorreva inventarlo. Caballero è lo ’stilista’ più anomalo di questa terra, il re del look ‘antiproiettile’. Quindici anni fa fonda il suo impero con soli 10$ dollari e una giacca di cuoio. Sono gli anni della presidenza Gaviria, Escobar è braccato, ma nessuno si sente al sicuro in Colombia. La sicurezza personale è la questione che leva il sonno ai colombiani. Il sarto Caballero si inventa così nel suo atelier in Calle 70, a Bogotà, una linea di capi supersicuri: giacche e giubbotti di cuoio a prova di proiettile, ma anche camicie anticoltello, anfibi a prova di mina, coperte, plaids e trapunte in grado di deviare le granate a pallette. Il passaparola funziona. I suoi primi affezionati clienti sono i residenti americani di Bogotà, poi i politici nel mirino del narcotraffico, infine gli stessi narcotrafficanti. Oggi, Caballero è una superstar da 3 milioni di dollari l’anno, ha filiali in Messico, in India, a Caracas, Quito, Madrid, Amsterdam, Atene. Tra i suoi clienti il presidente Uribe, il venezuelano Chavez, il re di Spagna e divi di Hollywood come Steven Seagal. Se gli chiedi qual’è il suo paese preferito ti risponde: l’Iraq. “Lavoravo con Saddam, adesso lavoro con chi l’ha fatto impiccare. L’Iraq di oggi sembra la Colombia del 1989. C’è un solo modo per sopravvivere oggi in Iraq. Vestire Caballero”.
Piccola curiosità. Sul lavoro tutti i dipendenti di Caballero devono indossare abiti antiproiettili perchè il capo quando ha nuovi clienti in atelier ama dare improvvise dimostrazioni. Ad oggi nessuno dei dipendenti di Caballero ha avuto modo di lamentarsi … a parte qualche lieve ammaccatura.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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