C’era una volta New Orleans, Port-au-Prince d’America

They have learned to live with death here more than most. It isn’t just the above-ground cemeteries so prevalent that you’ll find small plots in the middle of just about any neighborhood. It is that Hurricane Katrina hit this area with such force that, five years later, New Orleans hasn’t really been able to get all the way back up. This game and happiness doesn’t fix any of that, though it’ll be framed that way by people who don’t have to experience how parts of the Ninth Ward still smell. It just feels really good for a bit, a bandage on something broken, and that is enough if you are living in the now.
The drink so many people had in their hands? It is called a Hurricane, and it is the most famous in a city that features a drive-through for daiquiris. Hurricane. It is responsible for the disaster that everyone around here remembers, and it is the drink that helps them forget.
My brother and I walked all around New Orleans during the Super Bowl. Walked about eight miles. From downtown to uptown, through the Garden District. It felt like we had the city all to ourselves. Everyone seemed to be inside. Many establishments were closed — with notes that they’d be closed Monday, too, when the Saints won. We walked past a McDonald’s at 9 p.m. that didn’t have a customer in it. How often do you ever see that? Strippers stopped dancing. Cab companies would not answer their phones. Never heard a siren, either.
If you didn’t know where you were, you couldn’t have had any idea that you were minutes away from the happiest day in the history of this spiritual city. Or that savior Drew Brees — known as “Breesus Christ” among Saints worshipers — was minutes from producing something that felt a little bit like a resurrection. Of hope and rewarded faith, if nothing else.
And the headline in big, black letters of the newspaper was four perfect letters.
Del foootball americano e del Superbowl non me ne è mai fregato granchè. Un’altra scuola di pensiero, un DNA che non mi appartiene. In certe cose o ci si nasce dentro o è meglio lasciar perdere. Non funziona che una mattina ti alzi e dici: ‘Da oggi la mia musica sarà il jazz’. Col jazz nel sangue ci si nasce. E questo vale per mille altre cose, tra cui il football americano. Ma la vittoria dei New Orleans Saints sugli Indianapolis Colts è qualcosa che va oltre il Superbowl. E’ coincidenza miracolosa, è un segno divino, è il più bel messaggio di speranza che potesse arrivare al popolo haitiano in questo momento. New Orleans è la Port au Prince d’America. Brothels. Slavery. Piracy. Voodoo. Hurricanes. Una storia quasi in fotocopia: entrambe fondate dai francesi e grossomodo nello stesso periodo – Big Easy ha solo 31 anni più di Pòtoprens – entrambe fuori dalla giurisdizione di qualunque Dio, entrambe poverissime (Haiti col reddito pro capite più basso d’America, la Louisiana col quarantaduesimo reddito pro-capite degli Stati Uniti), entrambe nere, entrambe convertite al culto del voodoo, entrambe flagellate dagli uragani più devastanti della storia, entrambe violente e capaci di una corruzione spudorata, flamboyant, da corno d’Africa. A New Orleans regnò il governatore Long che dei suoi elettori diceva: ‘Don’t want good government, they want good entertainment’. A Port au Prince infierì François Duvalier, detto papà Doc, dottore col pallino dell’etnologia, inventore del fascismo nero e ferocissimo tiranno che non faceva che ripetere: ‘Il Destino del popolo di Haiti è la sofferenza‘. Nel 2005 Katrina devastò New Orleans e la Louisiana quasi come il terremoto che il 12 gennaio ha inghiottito Port au Prince e Haiti. I giornali titolarono ‘Good Bye, New Orleans. It’s time we stopped pretending’. Gli scienziati sconsigliarono di ricostruire New Orleans e i suoi sistemi di difesa perché era solo una questione di tempo: più alti sarebbero stati gli argini artificiali, più disastrosa sarebbe stata la prossima inondazione. Il direttore dei servizi geologici statunitensi andò in tivù e sentenziò ferale: “Fra 100 anni New Orleans non esisterà più”. Cinque anni dopo, Big Easy è risorta. Mentre l’altra America è bollita dalla crisi, economicamente a pezzi, squassata da tifoni finanziari, a New Orleans si vive un anomalo stato di grazia. Qui i prezzi delle case non sono tracollati, i cantieri edilizi lavorano, le betoniere macinano, gli architetti sognano in grande e il tasso di disoccupazione è del 5,3% contro l’8,1% del resto del paese. Nell’agosto del 2007 il ‘New York Times’ titolava: ‘A billion dollars later, New Orleans Still a Risk’; la ricostruzione di Big Easy non decollava, la città divorava i fondi stanziati dal Governo e le polemiche sul rinforzamento degli argini infuriavano. Quasi tre anni dopo, New Orleans rialza la testa e grazie all’economia post-Katrina dà lezioni di benessere al paese intero. E vince anche il primo Superbowl della sua storia. Chissà se tra cinque anni la favola si ripeterà anche coi cugini di Pòtoprens…





Hai ragione e, per quanto possa valere detto da me, complimenti per quello che hai scritto. Una cosa. Io il Jazz ho cominciato ad ascoltarlo tardi. Ho l’impressione che nel sangue non abbiamo un bel niente ma poi di qualcosa ci si nutre. Lo so che non era questo l’importante del post.
Scritto da sempreunpoadisagio, il 9 febbraio, 2010 at 23:46
Detto da te vale. Ho ancora i tuoi coriandoli nel cassetto. Prima o poi li condividerò, abbi fede.
P.S. Non erano studenti quelli che hanno preso a sassate la nostra ambasciata a Teheran. Erano Basiji.
Scritto da lorenzo cairoli, il 10 febbraio, 2010 at 14:55
Non preoccuparti per i coriandoli, a me basta che tu continui a scrivere così posso leggerti.
Il mio era un modo, non tanto incisivo, per dire che non erano studenti. Grazie comunque per la correzione, che a me serve di continuo essere corretto.
Scritto da sempreunpoadisagio, il 10 febbraio, 2010 at 15:00