Una cucina anche troppo ‘illuminata’

A leggere questo pezzo di Rosa Rivas su ‘El Pais’, la tentazione di scrivere che anche la cucina ha il suo ‘Avatar’ è forte. In realtà è dalla fine degli anni ottanta che l’alta cucina crea e sperimenta nuove tecniche di preparazione, cottura, abbinamento e presentazione dei cibi. Un’onda inquieta di dadaisti, alchimisti ed eretici con la toque, sedotti dai bianchi vapori generati dall’azoto liquido, dall’uso alimentare del tabacco, dalle gelatine calde, dalle mirabilie della sferizzazione, che hanno riscritto, riperimetrato, reinventato le frontiere del gusto. Pensiamo al cyber egg di Scabin. Alla cucina polisensoriale di Blumenthal – sabbia commestibile, alghe e onde di spuma nel piatto e un lettore mp3 per ascoltare i gabbiani e lo sciabordìo del mare. Al non bollito di Bottura, cotto sottovuoto, a bassa temperatura, senza bollire, né toccare l’acqua. Al finto carpaccio di Andoni in cui quella che sembra carne è in realtà anguria disidratata in forno, congelata, infine affettata come fosse un normalissimo controfiletto. Adesso ci si è messo anche un designer basco, Jon Rodríguez, un pezzo da novanta della Philips, amico degli Arzak, che ha deciso di ‘illuminare’ la cucina. E lo ha fatto davvero, creando una linea di piatti in porcellana che s’illuminano al solo contatto di una salsa, di un croccante di mais tostato o di un dado di melanzana, con effetti che lasciano a bocca aperta, un po’ com’è successo agli spettatori di ‘Avatar’. Rodríguez non ha dubbi: la multisensorialità sarà il futuro della cucina. Lo profetizza con la stessa sicumera con cui Berlusconi ci sdoganava l’Italia del fare. E il video, prodotto dalla Philips, è in effetti molto new weird, con fosforescenze nei piatti che ricordano quelle delle uova di ‘Alien’. E che ti fanno roteare gli occhi. Il palato invece, almeno il mio, resta coi piedi ben saldi a terra. Prende appunti ammirato ma sogna salame da sugo fumanti, piatti stracolmi di casoeula, gattopardesche abbuffate di rane alla cacciatora








