Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Africa e dintorni'

13 marzo 2010

Articoli per il Gamberorosso – Se non è multietnico non lo mangio! Viaggio nell’universo parallelo di Pigneto

Con il Ghetto e San Lorenzo Pigneto è il quartiere romano che amo di più. Una specie di enclave, o spartiacque, tra quel che rimane del centro e la periferia che incombe – Casilina, Prenestino. A volte Pigneto mi dà la sensazione di camminare in un quartiere di Parigi, altre volte di essermi perso nel cuore di Amsterdam, nella multietnica Warmoesstraat. E’ un quartiere pullulante di associazioni culturali e di ristoranti etnici, di cinema sottratti alla mafia e di artigiani del presepe, di spacciatori nordafricani dalle occhiate turbolente come le loro vite e di botteghe odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. Un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla, in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. A via Montecuccoli, dove Lucio Battisti abitò negli anni sessanta, c’è una frutteria, e accanto una tavola calda senegalese dove quasi ti negano il cibo perchè temono d’incendiarti il palato con il loro cibo piccante. Più avanti, proseguendo per la Prenestina trovi tutte le cucine del mondo nel raggio di 800 metri. Il berberè del corno d’Africa, le mazzeh libanesi, la moussaka greca, i sancochos colombiani, i caldos ecuatoriani, i ceviches peruviani. Pigneto l’ho viaggiato insieme a un grande fotografo, Francesco Vignali, cercando di catturare le pulsioni e le tensioni del quartiere e la sua anima multietnica e il prodigio delle sue cucine. Un reportage bellissimo da uno degli universi paralleli più spiazzanti della capitale. Che a maggio potrete leggere sul ‘Gamberorosso’.

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12 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Che ne è dell’inferno due mesi dopo?

Sono passati due mesi esatti dal terremoto e di Haiti non si parla più. Come se gli aiuti e la solidarietà della Comunità Internazionale avessero sepolto tutti i morti, ricostruito le città, riaperto le scuole, gli ospedali, risolto il problema degli sfollati (700.000 solo nella capitale), bonificato l’isola dai criminali in fuga, dagli sciacalli, dai trafficanti di minori e di organi. Nell’isola invece è ancora inferno. Vi segnalo alcuni link che aiutano a capire cos’è oggi la quotidianità ad Haiti.

Haiti, terreno di conquista delle sette religiose

Giornalisti di giorno, sfollati di notte. Essere cronisti a Port-au-Prince

Scontri tra cristiani evangelici e seguaci del vudù infiammano le baraccopoli

Cité Soleil, le repaire des détenus évadés après le séisme

La stagione delle piogge porterà anche le epidemie?

A chi interessasse, sarò ad Haiti alla fine di luglio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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10 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Malheureusement, aujourd’hui, Monsieur Le Président est en tournée en Jamaïque

Sto finendo un pezzo per il ‘Gamberorosso’, domani ho appuntamento col fotografo, l’ottimo Francesco Vignali, ho tre articoli da consegnare alla ‘Stampa’ e qualcosa ancora da ritoccare sugli itinerari del mio giro del mondo. Tempo per scrivere sul blog ne ho davvero poco, mi riesce più facile aggiornare la mia rassegna stampa su Facebook. Comunque, non mi è sfuggita questa interessante intervista a Youssou Ndour sui suoi rapporti col presidente Wade. L’ha fatta a Dakar, Cécile Sow per Jeune Afrique. Dove si parla anche di un Ndour in politica e magari in corsa per la poltrona presidenziale….

Envisagez-vous d’entrer en politique ?

C’est le peuple qui décidera. Je ne dis plus « jamais je ne ferai de politique ». Désormais, je ne serai plus neutre. J’ai une vision et une petite expérience qui peuvent me servir, et servir aux autres. Je ferai mon choix en fonction de la qualité des programmes et selon mes convictions.

Quel homme politique a des idées qui vous séduisent ?

Ce n’est pas le moment d’en parler. Nous ne sommes pas à la veille d’une élection. Il faut sonner la fin de la récréation et se remettre au travail. Le moment venu, je ferai mon choix.

Et Youssou candidat à la présidentielle ?

Je n’ai pas d’ambition personnelle. Mais je vois l’affection que les gens ont pour moi. Ils soutiennent mes initiatives. Ça me touche

A chi interessasse, sarò in Senegal ad aprile 2011.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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4 marzo 2010

Bob Geldof rages at BBC over claim Live Aid millions were used to buy arms

Benificenza. Doni oggi un euro a un bambino haitiano, scopri domani d’aver finanziato la dittatura dei nipoti di Duvalier.

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2 marzo 2010

Bakchich 1 – Besson 0 – Tempi duri per i grandi antipatici

Ieri, sui quotidiani online ci sono state delle clamorose omissioni. ‘Repubblica’ s’è persa completamente per strada Karadzic, nessuno invece s’è filato l’antipatico Besson, il ministro francese dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale. La storia di Besson è nota. A metà febbraio il sito ‘Bakchich Info’ lo aveva tirato in ballo rivelando che per amore della sua giovanissima fidanzata Yasmine Tordjman era pronto a convertirsi all’Islam. Lui? Così xenofobo e islamofobo da far sembrare Calderoli la Rula Jebreal della Lega Nord? Scandalizzato e fuori dalla grazia di Dio, Besson aveva fatto causa a Bakchich. Ma ieri il Tribunale de grande instance di Parigi ha invalidato le sue accuse contro il sito e respinto il ricorso.

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27 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Buenavista Social Club a Kinshasa

Di Staff Benda Bilili – ‘Guardare oltre le apparenze’ – il primo a scriverne è stato Andy Morgan per ‘The Indipendent’, poi Yann Plougastel su ‘Le Monde’ (bellissimo articolo tradotto da ‘Internazionale’ a fine luglio) e Caspar Llewellyn Smith su ‘The Guardian’ a novembre. E’ una storia alla ‘Buenavista Social Club’. Anche qui, come nel film di Wenders, un gruppo di musicisti neri, i tropici sullo sfondo, miseria e oblìo nel quotidiano, la musica come opportunità di riscatto. Con due differenze: Kinshasa al posto dell’Avana e il fatto che i musicisti oltre che essere neri, anziani e spiantati, sono anche disabili.

Di giorno, campano d’elemosina e attraversano le strade dissestate della capitale a bordo di carrozzelle-ciclomotori che li fanno sembrare degli easy rider dei tropici. La sera cantano canzoni contro la corruzione, la miseria, la malattia, in cui esortano i padri a vaccinare i figli e a non considerare diverso il disabile, perchè l’handicap non è nelle gambe, casomai nella testa. Un giorno la Crammed Discs, un’etichetta indipendente di Bruxelles specializzata in rock alternativo e musica africana decide di scommettere su di loro. Registrano il loro disco nella Abbey Road più insolita di tutta la storia della musica, lo zoo di Kinshasa. Lo registrano di notte perchè di giorno la cacofonia del traffico è insopportabile.

Incidono ‘Polio’ con i gracidii delle rane in sottofondo che finiscono dritti nel disco, con un effetto che, incredibile ma vero, sembra studiato a tavolino. Il mondo della critica musicale è impazzito per loro. Nel 2009 nessun gruppo ha collezionato tante recensioni positive come Staff Benda Bilili. Ad aprile saranno in turnè in Europa. L’11 a Dortmund, il 13 a Zurigo, il 14 a Berna, il 19 a Parigi.

A chi interessasse, ad aprile sarò in Congo, proprio a Kinshasa. Chissà che non riesca a incontrarli…

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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26 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – La tragedia dei grandi laghi africani

Nakuru era uno dei più seducenti parchi africani. Vegetazione lussureggiante, fiori grandi come caschi di banane, l’asso nella manica del birdwatching kenyano (e non solo). A un’ora dal tramonto la superficie del lago diventava completamente rosa. Pink flamingos, fenicotteri, a centinaia di migliaia. Per non parlare dei marabù, dei pellicani, delle oche egiziane. Un tumulto al cuore così, l’ho provato poche altre volte in vita mia. Trent’anni fa il lago era profondo anche quattro metri. Oggi, a malapena un metro e mezzo. I fiumi che lo alimentano si sono prosciugati. Un’agonia per il lago e per il suo milione e mezzo di fenicotteri.

Il lago Eduardo è uno dei grandi laghi africani. È posizionato nella Rift Valley, sul confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. I suoi abitanti hanno sempre campato di pesca ma adesso è più facile guarire dall’Aids che non pescare un pesce in questo lago impazzito. I killer del suo ecosistema sono state le faide tra hutu ruandesi e miliziani del Pareco (Coalition of Congolese Patriotic Resistance). Gli hutu massacravano gli elefanti: si cibavano delle loro carni e lucravano sul loro avorio. Quando hanno iniziato a estinguersi, li hanno sostituiti con pesci gatto e tilapie, affamando le popolazioni costiere. Dall’altra parte del lago, i miliziani di Pareco massacravano gli ippopotami. Vendevano i denti e si cibavano delle carni. Nel 1970 gli ippopotami erano quasi trentamila, oggi non arrivano a duecento. Ma c’è dell’altro. Lo sterco di quegli ippopotami era vitale per l’ecosistema del lago, generava il plancton di cui si cibavano i pesci. Chi ha sterminato quegli ippopotami, senza saperlo, ha condannato a morte anche la fauna ittica del lago.

Durante gli anni sessanta fu introdotta artificialmente nel lago Vittoria – per un semplice esperimento scientifico – la Tilapia del Nilo (Nile perch). La pesca per un po’ aumentò, ma il nuovo arrivato si rivelò un predatore così implacabile da far estinguere i ciclidi endemici in pochissimo tempo, da produrre devastazioni incalcolabili nell’ecosistema del lago, da decimare gran parte delle 200 specie ittiche del più grande specchio d’acqua dolce africano, il terzo per estensione nel mondo. A rendere il quadro ancora più apocalittico, dall’inizio degli anni novanta il lago è assediato da una biblica infestazione di giacinti acquatici, una pianta micidiale. Le foglie dei giacinti contengono numerose piccole camere d’aria che consentono alla pianta di galleggiare. Ma sotto la superficie dell’acqua si cela una foresta torbida costituita da radici profonde e ramificate. Un vero e proprio muro vegetale, lungo talvolta molti chilometri, che soffoca ogni altra forma di vita, trattiene sedimenti, rallenta le correnti e intralcia la navigazione di battelli e traghetti. L’invasione appare inarrestabile. La macchia verde cresce ad un ritmo impressionante, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno il lago Vittoria muore, condannato a diventare un macabro ecomostro, una gigantesca piscina nelle cui acque galleggia di tutto fuorché la vita.

Il lago Naivasha era la meta preferita per i picnic domenicali dei farmers inglesi ai tempi della Blixen. “L’aria a Naivasha era fresca come la pubblicità di un dentifricio” – scriveva Evelyn Waugh quando viaggiare era un piacere. Per la verità anche la mia, fino a venticinque anni fa. Ieri sul ‘Daily Nation’, Jane Ngigep ha scritto un articolo sulle morìe di pesci nel lago Naivasha, dovute all’inquinamento delle sue acque. L’aria magari sarà ancora fresca, ma l’acqua del lago è diventata una broda diabolica. Chissà cos’avrebbe scritto la Baronessa se fosse stata ancora viva…

A chi interessasse, sarò in Kenya a fine aprile e a maggio 2011. E occuparmi dello stato dei laghi africani, grandi e non, sarà una delle primissime cose che farò

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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25 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Italia, Nigeria d’Europa

In poche settimane l’Italia del (malaf)fare ha mostrato il suo vero volto: gli sciacalli che ridono del terremoto, le genìe di cognati, le aragoste in elicottero, i saprofiti della Protezione civile, la mafia in Parlamento, un tasso di corruzione che persino il corno d’Africa ci invidierebbe, gli arresti in flagranza di amministratori con la bustarella, lo scandalo Fastweb, il senatore-portiere, ecc..ecc… E siamo solo all’inizio. D’Avanzo potrà anche non piacere ma ieri nel suo editoriale aveva ragione da vendere. “Con un salto all’indietro – scriveva – siamo ritornati alla casella di partenza. Al 1994, quando morì l’illusione di un risanamento del Paese”. Dalla Colombia mi hanno chiesto un parere su quanto è appena accaduto in Italia. Ho risposto grossomodo così. “Come da voi nel ‘90. Senza Escobar e senza morti, ma con la stessa orgia d’illegalità e di corruzione”. E più leggevo e più m’informavo, più mi chiedevo: “Esiste oggi un paese più sciagurato e più corrotto del nostro?”. Trovarlo è stata un’impresa, finché non ho letto questo editoriale di Luke Onyekakeyah sul ‘Guardian’ di Lagos. Parla della Nigeria, della sua delirante economia, della sua corruzione spudorata. La Nigeria è forse il paese più petroliocentrico del pianeta, visto che il 95% delle sue entrate provengono tutte dal settore petrolifero, ma di queste, solo il 10% finisce in tasca alla popolazione. Il 60% viene predato, rubato, estorto, quel che rimane lo trivella la corruzione. E con le briciole lasciate dalla malavita e dal malgoverno si costruiscono scuole, strade e ospedali per i nigeriani. Nuhu Ribadu, l’uomo che dichiarò guerra alla corruzione nigeriana, quando era a capo del EFFC (Economic and Financial Crimes Commission) stimò che la Nigeria dal giorno della sua indipendenza ad oggi s’era mangiata 380 miliardi di dollari in corruzione. Se quei soldi fossero stati investiti adeguatamente, oggi la Nigeria avrebbe un tenore di vita superiore a quello di quasi tutti gli stati europei. Invece è un paese a pezzi, misero, quasi medioevale, dove la maggior parte della popolazione non ha più sei ore di elettricità a settimana, né acqua nelle case. Prima del boom petrolifero, l’economia nigeriana ruotava tutta intorno all’agricoltura. Il paese era leader nel campo dell’esportazione del cacao, della gomma, della canna da zucchero e delle arachidi. Era il paradiso degli “oil rivers”, primo produttore ed esportatore mondiale di olio di palma. Con l’avvento del petrolio, tutto quello che prima esportava oggi lo importa.

A chi interessasse, sarò in Nigeria alla fine di marzo

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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24 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Amnesia Haiti

Haiti ha esaurito il suo bonus. Il mondo intero ha pianto per i suoi morti, poi è corso a fotografarli nel loro macabro iperrealismo, con una compulsione che non ha precedenti. Poi s’è mobilitato per aiutare i sopravvissuti. C’è stato un momento in cui Potoprens era più affollata di Cannes nei giorni del festival. Partiva Clinton, arrivava in punta di piedi Bertolaso. Decollava il jet privato di Travolta, atterrava la Jolie. E tra un presidente del Senegal che soccorreva gli haitiani con strategie di esodo di massa, un telepredicatore che rivisitava la sismogenesi a colpi di patti col diavolo, un dittatore del Venezuela che attribuiva alla marina militare statunitense la paternità e la responsabilità del terremoto, ottanta cantanti incidevano una nuova versione di ‘We are the world’. Ora però Haiti ha esaurito il bonus e per i media adesso vale meno delle Olimpiadi di Vancouver o delle feroci faide religiose in India. Giornalisticamente parlando è una mozzarella scaduta, come l’Iran di metà luglio: gli analisti hanno già grattato a sufficienza dai cassetti e non sanno più cosa raccontare, i quotidiani on-line non hanno più cadaveri e fosse comuni da sdoganare ai loro lettori, i video su YouTube si somigliano tutti, le notizie da Potoprens arrivano col contagocce, tutte però senza l’appeal che avevano i primi giorni. Persino i linciaggi degli ultimi giorni non bucano lo schermo come i linciaggi di due settimane fa. Del progressivo venir meno dell’attenzione della stampa internazionale e di conseguenza del controllo dell’azione di soccorso e di ricostruzione, scrive oggi ‘L’Osservatore Romano’. Che informa sulle continue scosse di assestamento – una di queste, dopo un’altra analoga di ieri, è stata valutata oggi di magnitudo 4.7 sulla scala Richter dai rilevamenti l’istituto geofisico statunitense, che ne ha localizzato l’epicentro a circa 33 chilometri a ovest dalla capitale Port-au-Prince. E che si inquieta per l’arrivo, in anticipo rispetto all’abituale scadenza di fine marzo o primi di aprile, della stagione delle piogge che renderà infernale la vita di un milione di haitiani che dormono in strada. Ho due amiche sull’isola: Kediane, che abitava a Carrefour ma che adesso s’è trasferita a Petionville perchè il sisma s’è inghiottito casa sua e due sue cugine e Valery, che vive in America ma che, appena ha potuto, è corsa sull’isola per aiutare la madre, gli amici e i parenti. Valery, a proposito delle scosse di assestamento, mi informava ieri

Got to Leogane yesterday afternoon and woke up to a 4.7 aftershock this morning! It was very scary guys, it only lasted 3-4 seconds but It felt like minutes. I will be here for another week so we’ll see.

Con Kediane, invece, ho parlato più di un’ora. Bivacca in mezzo alle strade di Petionville insieme alla sua famiglia. Era già uno scricciolo, adesso è tutta pelle ed ossa. Si lamentava della distribuzione del cibo (“Bon, sincèrement parmi tous les aides que l’on recoive, du coté de chez moi, nous n’avons rien trouvé, sauf l’eau à boire”). Dell’assistenza medica e delle muraglie umane che tutti i santi giorni stringono d’assedio gli ambulatori (“Depuis ce matin, ma mère est souffrante, il y a tellement de gens en ligne qu’elle ne peut pas passer“). Poi, sapendo che sarei passato per Haiti, complice il mio giro del mondo, mi ha chiesto degli aiuti e mi ha inviato una lista che comprendeva tende, savon lessives, farmaci, sedativi, soprattutto sonniferi e antipanico, cibo, acqua, pannolini, deodoranti, garze e disinfettanti. Le ho ricordato che sarei arrivato a Cartagena a fine maggio e che potevo raggiungerla sull’isola a giugno, a metà giugno, nella migliore delle ipotesi. Troppo tardi per lei. “Dac. Lorenzo c’est gentil de ta part. Mais je m’arrangerai car la période cyclonique approche puisque tu ne seras en Haiti qu’en Juin. La pluie me fait très peur”. Queste sono state le ultime parole. Poi non è stato più possibile mettersi in contatto con lei.

A chi interessasse, sarò ad Haiti a giugno

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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23 febbraio 2010

The shooting war

La gallery di foto belliche di Foreign Policy è una di una bellezza sconvolgente: una specie di pinacoteca di guerra che gela il sangue e fa roteare gli occhi. Le foto sono dieci. Io ho scelte tre, le prime due del formidabile Moses Saman, uno spagnolo che lavora per il ‘New York Times’ – Baghad e Gaza – la terza di Sven Torfinn, a Bentiu, Sudan. Sono molto interessanti anche le didascalie dei fotografi

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