Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Anteprima giro del mondo'

15 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Perfidia venezuelana

In Colombia ieri si è votato per la Camera e per il Senato. Ve la faccio breve: ha prevalso la coalizione di Uribe, ma nello scrutinio si sono verificati intoppi, contrattempi, lentezze incredibili che hanno fatto scattare nell’opposizione il sospetto di frodi elettorali. Noemi Sanin che a maggio sarà grande protagonista nella corsa alle presidenziali ha espresso perplessità sulla trasparenza delle elezioni. Fino a tre ore fa non era stata scrutinata neppure la metà dei voti. Ma la cosa che mi ha più colpito è stato questo articolo in cui si racconta l’odissea dei colombiani residenti in Venezuela. Volevano votare anche loro, ma per la prima volta hanno trovato le frontiere chiuse e così sono stati costretti a guadare fiumi, ad attraversare foreste, a camminare lungo sentieri impervi. In questa foto c’è tutta la tensione che sta avvelenando Colombia e Venezuela, tutta l’ostilità tra Chavez e Uribe e tutto il desiderio dei colombiani di aiutare il loro paese a garantirsi un futuro migliore con il loro voto.

A chi interessasse, sarò in Colombia alla fine di maggio e seguirò in diretta per voi le presidenziali

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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12 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Che ne è dell’inferno due mesi dopo?

Sono passati due mesi esatti dal terremoto e di Haiti non si parla più. Come se gli aiuti e la solidarietà della Comunità Internazionale avessero sepolto tutti i morti, ricostruito le città, riaperto le scuole, gli ospedali, risolto il problema degli sfollati (700.000 solo nella capitale), bonificato l’isola dai criminali in fuga, dagli sciacalli, dai trafficanti di minori e di organi. Nell’isola invece è ancora inferno. Vi segnalo alcuni link che aiutano a capire cos’è oggi la quotidianità ad Haiti.

Haiti, terreno di conquista delle sette religiose

Giornalisti di giorno, sfollati di notte. Essere cronisti a Port-au-Prince

Scontri tra cristiani evangelici e seguaci del vudù infiammano le baraccopoli

Cité Soleil, le repaire des détenus évadés après le séisme

La stagione delle piogge porterà anche le epidemie?

A chi interessasse, sarò ad Haiti alla fine di luglio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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10 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Malheureusement, aujourd’hui, Monsieur Le Président est en tournée en Jamaïque

Sto finendo un pezzo per il ‘Gamberorosso’, domani ho appuntamento col fotografo, l’ottimo Francesco Vignali, ho tre articoli da consegnare alla ‘Stampa’ e qualcosa ancora da ritoccare sugli itinerari del mio giro del mondo. Tempo per scrivere sul blog ne ho davvero poco, mi riesce più facile aggiornare la mia rassegna stampa su Facebook. Comunque, non mi è sfuggita questa interessante intervista a Youssou Ndour sui suoi rapporti col presidente Wade. L’ha fatta a Dakar, Cécile Sow per Jeune Afrique. Dove si parla anche di un Ndour in politica e magari in corsa per la poltrona presidenziale….

Envisagez-vous d’entrer en politique ?

C’est le peuple qui décidera. Je ne dis plus « jamais je ne ferai de politique ». Désormais, je ne serai plus neutre. J’ai une vision et une petite expérience qui peuvent me servir, et servir aux autres. Je ferai mon choix en fonction de la qualité des programmes et selon mes convictions.

Quel homme politique a des idées qui vous séduisent ?

Ce n’est pas le moment d’en parler. Nous ne sommes pas à la veille d’une élection. Il faut sonner la fin de la récréation et se remettre au travail. Le moment venu, je ferai mon choix.

Et Youssou candidat à la présidentielle ?

Je n’ai pas d’ambition personnelle. Mais je vois l’affection que les gens ont pour moi. Ils soutiennent mes initiatives. Ça me touche

A chi interessasse, sarò in Senegal ad aprile 2011.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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7 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Scheletri e sangue nell’armadio di Chávez

Un luogo comune vuole che almeno con le dittature la criminalità venga messa all’angolo, inibita, quasi disinnescata. Ovviamente come tutti i luoghi comuni anche questo è inattendibile come il Di Girolamo dimissionario che giura di non aver mai portato la Mafia in Senato. Nonostante Chávez, Caracas continua ad essere la città più insidiosa del mondo seconda solo a Ciudad Juarez e la polizia e la giustizia venezuelana le più inidonee a contrastare la malavita locale. Le statistiche sbattutte in prima pagina da ‘Semana’ ghiacciano il sangue. Nel 1998 in Venezuela, nel primo anno dell’era Chávez, ogni 100 omicidi venivano arrestati 110 sospetti. Dal 2007 al 2009, la cifra si è drasticamente ridotta: 9 arresti ogni 100 omicidi. L’anno scorso su oltre sedicimila omicidi sono state arrestate solo 1497 persone, una miseria, il che significa che nel Venezuela di Chávez il 91% degli omicidi resta impunito. Curioso se si pensa che all’inizio della sua ascesa politica Chávez mise la lotta alla corruzione ed al degrado morale del paese avanti a tutto e promise ai suoi elettori un paese sicuro, bonificato dalle mele marce, in cui far crescere i propri figli nella legalità. Nessuno gli chiedeva di trasformare Caracas in Ginevra o Maracaibo in Lugano, ma nemmeno in questa enclave dell’inferno che è il Venezuela del 2010

A chi interessasse, sarò in Venezuela ai primi di agosto

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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4 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Cose dell’otrio barrio

Nel barrio di Campo Hermoso, ad ovest di Bucaramanga, Colombia, si vive così, in promiscuità con scarpate da 35 metri. In cui qualcuno ci cade, come è accaduto alla signora Sandra Milena Ascensio Jurado. Una vergogna che dura ormai da 57 anni e coinvolge un’area di 19 case abitate da 35 famiglie – 129 persone, di cui la metà bambini. Le autorità locali hanno pensato di risolvere il problema con la costruzione di un muro di contenimento. Ma la rottura di un tubo d’acqua sotto la lastra di cemento che pavimentava quel tratto di strada ha ammorbidito le fondamenta del muro e lo ha fatto crollare. Insieme alla signora Jurado. Per la serie le disgrazie non vengono mai da sole indovinate cos’ha fatto il Comune? Ha sospeso l’erogazione d’acqua, a scopo precauzionale. Così da 150 ore questi 129 disperati di Campo Hermoso oltre all’incubo dei muri pericolanti e del terreno che frana sotto ai loro piedi, non hanno neanche un filo d’acqua per lavarsi o per cucinare.

El Acueducto dijo que cerraba las llaves por seguridad. La gente del barrio aseguró que les quitaron el agua para obligarlos a irse. Otro vecino dijo que el problema no era el agua, y ni siquiera tendrían que reparar en esa cuadra, sino más arriba, en la calle 42 con la misma cinco occidente, en donde había un colector. Al arreglar el problema de la cañería, lo cual es tarea de la Empas, allí sí se haría el arreglo del talud y listo. Sin embargo no parece tan fácil, Marina Flórez, de la 42-04, tiene las paredes de la casa todas agrietadas y de las personas que vivían allí, ahora sólo en la noche se quedan dos o tres, o una sola, por cuidar. Pero ya nadie quiere estar allí porque en cualquier momento la losa de cemento que está frente a la casa de enseguida, la 42-08, se levanta del todo, se va al abismo, y con ello arrastraría a medio barrio. Yaneth Alarcón Quintero quien espera su sexto hijo para estos días, dijo que por seguridad se iba a ir del barrio, pero lo único que ha encontrado es un garaje en arriendo en donde le cobran 400 mil pesos, y no puede llevar niños ni tener nevera. No sabe qué hacer. Por lo pronto tener su hijo y rogar porque el nuevo ser traiga bendiciones a la familia.

A chi interessasse, sarò in Colombia a maggio.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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1 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Cartagena infernale come Juarez?

La prima tappa del mio giro del mondo sarà Cartagena de Indias. Avevo un’idea quasi idilliaca di questa città, suffragata dai racconti entusiastici degli amici. Chi ha trascorso una vacanza, chi ci ha girato un film molti anni fa, chi a Cartagena voleva addirittura stabilirsi per sempre. Ma ormai anche nelle torri d’avorio i rubinetti perdono e gli scarafaggi avanzano e Cartagena non fa eccezione. Lontano dalle mure coloniali, lontano dal centro storico iperprotetto, la inseguridad e le pandillas seminano morte, il sesso facile e la pedofila sono più contagiose del dengue e la droga è ovunque. Me lo conferma questo editoriale di Carlos Gustavo Mendéz su ‘El Universal’ in cui l’autore scrive una frase che mi ghiaccia il sangue – io qui ci devo passare quasi due mesi e fuori dalle mura, in due barrios, per l’esattezza. ‘…en Cartagena, otrora un remanso de paz, no hay día en el cual no maten a dos o tres personas mediante esta práctica tenebrosa’

Per saperne di più:

Muralla contra la explotación sexual infantil
L’angelo della notte

A chi interessasse, sarò a Cartagena a fine maggio.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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Anteprima giro del mondo – Il medioevo è adesso e ha scelto la Malaysia

Due anni fa scrissi della Malaysia di Abdullah Ahmad Badawi, della setta del teapot cult e della Sharia malese. Il mio pezzo fu pubblicato sul quotidiano l’Arena e commentato in radio da Luca Sofri e da Matteo Bordone. Già allora questa parte d’Asia m’inquietava, così scrissi:

Si parla molto del Pakistan, quasi mai della Malaysia. Eppure questo paese è un altro vulcano in odore di eruzione; non è il Pakistan, ma potrebbe diventarlo presto. Insieme a Singapore, controlla la più importante arteria del commercio marittimo internazionale, gli stretti di Malacca, dai quali passa il 50 per cento delle forniture mondiali di energia. Una destabilizzazione della Malaysia avrebbe perciò conseguenze geopolitiche devastanti. E il rischio crisi esiste. La Malaysia è un paese musulmano. Islam moderato, fino a poco tempo fa, tentazione fondamentalista, in forte ascesa. Abdullah Ahmad Badawi, l’uomo che da cinque anni guida il paese, aveva fatto della lotta all’estremismo islamico uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Cinque anni dopo, l’Islam malese è diventato fanatico, aggressivo, intransigente. La Sharia regna sovrana, azzera le libertà, affolla le carceri.

Oggi, che alla guida del paese non c’è più Badawi ma il suo ex delfino, Najib Abdul Razak, la situazione è anche peggiorata. E la tentazione fondamentalista non è più un’opzione ma una spinosa realtà con la quale si deve fare i conti ogni giorno. A ottobre il Governo ha sequestrato diecimila Bibbie perchè nella traduzione del testo in lingua locale era stata utilizzata la parola Allah per indicare Dio. A gennaio i cattolici dopo una battaglia giudiziaria durata due anni, sono tornati a pregare nel nome di Allah: ma la comunità musulmana è insorta e poche ore dopo il verdetto della Corte Costituzionale sono state lanciate bombe incendiarie contro nove chiese cattoliche. Dieci giorni dopo i cattolici si sono vendicati contro due luoghi di preghiera dei musulmani. In questo quadro apocalittico aggiungeteci anche le fustigazioni di piazza contro le donne che commettono adulterio. Oggi la notizia più letta sul quotidiano australiano ‘The Age’ non è il sisma cileno ma un bel articolo di Virginia Haussegger sulla modella Kartika Sari Dewi Shukarno condannata dalla Sharia malese alla fustigazione per aver bevuto una birra in un locale notturno e sul recentissimo caso, parlo di una decina di giorni fa, delle tre donne condannate alla fustigazione per aver commesso adulterio. Ricorda la Haussegger che la questione della fustigazione in Malesia è oggetto di rovente controversia. Non è consentita dalla legge civile, ma è inflitta dal codice penale della Sharia, che si applica solo ai musulmani. E questa sorta di doppio binario del sistema giudiziario ha indotto Marina Mahathir, la figlia dell’ex primo ministro malese a esigere nel 2006 un risarcimento per tutte le donne malesi soggette a questo ‘gender apartheid’

She argued that having one law for non-Muslim women and another for Muslims meant the latter had to submit to draconian, outdated rules that didn’t apply to others: particularly in the area of personal freedom, where Islamic family law allows men to take up to four wives at a time (which, interestingly, he can divorce via text message – a convenient concession to modernism).

This recent case of caning has enraged Malaysia’s women’s groups. Not just because it’s fundamentally barbaric: the sentence and the charge of illicit sex. But because it’s a sign that things are getting worse for Muslim women, not better. Although caning of women has been allowed for more than 20 years, this is the first time the punishment has actually been carried out. Even the beer-drinking Kartika, who called on the floggers to bring it on, is still waiting. The international publicity surrounding her case seems to have stalled the process. But in the case of the three unnamed women flogged earlier last month, the thrashing was carried out in secret, and officially announced nearly two weeks later.

A chi interessasse, sarò in Malaysia a fine ottobre.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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28 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Un’ottima ragione per tenermi alla larga da Tegucicalpa

Popular Mechanics ha stilato una graduatoria dei 18 aeroporti più singolari del mondo. Fra questi non poteva mancare il Toncontin di Tegucicalpa, definito, a ragione, ‘notorious’, famigerato, perché più che un aeroporto, è un micidiale cul de sac costruito nel 1934 in barba alle più elementari norme di sicurezza e al buon senso. Incassato in una vallata circondata da montagne, il Toncontin prima costringe i piloti a manovre audacissime e innaturali, poi li fa atterrare su una pista troppo breve. La lista dei sinistri, che lascio a voi immaginare, è più chilometrica della pista. A luglio, dopo il golpe di Micheletti, ho raccontato l’Honduras così:

‘L’Honduras visto da qui sembra il Lussemburgo del Centroamerica, uno staterello con troppi vulcani, più indebitato della vecchia Alitalia, dove tutti guidano a destra, credono in Dio e vivono di banane e corruzione. Ma è anche un paese poverissimo – in Centroamerica, stanno peggio solo Haiti e il Nicaragua – e un paese di una violenza atroce. E’ il paese crocevia del traffico internazionale di stupefacenti dal Sud America agli Stati Uniti: da qui ogni anno passano centinaia di tonnellate di cocaina. E’ il feudo delle maras Salvatrucha e M-18, le bande giovanili che terrorizzano il triangolo nord del Centroamerica : un esercito di quasi 120mila affiliati in cui trovano spazio persino bimbi di 5 anni, e più di diecimila minorenni drogati e armati fino ai denti che quando non si scannano tra di loro, rapinano, stuprano e ammazzano per puro divertimento chiunque si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato‘.

Un po’ per questo, un po’ per quell’incubo di aeroporto che si ritrovano a Tegucicalpa, ho cancellato l’Honduras dal mio giro del mondo. Senza ripensamenti di sorta.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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27 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Buenavista Social Club a Kinshasa

Di Staff Benda Bilili – ‘Guardare oltre le apparenze’ – il primo a scriverne è stato Andy Morgan per ‘The Indipendent’, poi Yann Plougastel su ‘Le Monde’ (bellissimo articolo tradotto da ‘Internazionale’ a fine luglio) e Caspar Llewellyn Smith su ‘The Guardian’ a novembre. E’ una storia alla ‘Buenavista Social Club’. Anche qui, come nel film di Wenders, un gruppo di musicisti neri, i tropici sullo sfondo, miseria e oblìo nel quotidiano, la musica come opportunità di riscatto. Con due differenze: Kinshasa al posto dell’Avana e il fatto che i musicisti oltre che essere neri, anziani e spiantati, sono anche disabili.

Di giorno, campano d’elemosina e attraversano le strade dissestate della capitale a bordo di carrozzelle-ciclomotori che li fanno sembrare degli easy rider dei tropici. La sera cantano canzoni contro la corruzione, la miseria, la malattia, in cui esortano i padri a vaccinare i figli e a non considerare diverso il disabile, perchè l’handicap non è nelle gambe, casomai nella testa. Un giorno la Crammed Discs, un’etichetta indipendente di Bruxelles specializzata in rock alternativo e musica africana decide di scommettere su di loro. Registrano il loro disco nella Abbey Road più insolita di tutta la storia della musica, lo zoo di Kinshasa. Lo registrano di notte perchè di giorno la cacofonia del traffico è insopportabile.

Incidono ‘Polio’ con i gracidii delle rane in sottofondo che finiscono dritti nel disco, con un effetto che, incredibile ma vero, sembra studiato a tavolino. Il mondo della critica musicale è impazzito per loro. Nel 2009 nessun gruppo ha collezionato tante recensioni positive come Staff Benda Bilili. Ad aprile saranno in turnè in Europa. L’11 a Dortmund, il 13 a Zurigo, il 14 a Berna, il 19 a Parigi.

A chi interessasse, ad aprile sarò in Congo, proprio a Kinshasa. Chissà che non riesca a incontrarli…

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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Anteprima giro del mondo – La lezione di Amman

Il sindaco di Amman si chiama Maani. Il suo motto è :”Una città vivibile è una città organizzata con l’anima”. Anima è l’anagramma di Maani

Ci avete fatto caso? Sui nostri giornali non si parla quasi più della Giordania. A meno che la sua Regina non decida di andare al Festival di Sanremo. Ma se invece agli onori della cronaca balza la sua capitale, Amman, per l’esemplare lezione urbanistica che sta regalando al mondo intero, i nostri media tirano dritto, senza perdere un nanosecondo sulla notizia. Succede che ad Amman ci sia un sindaco bravo, capace, ispirato, con l’idea che una città vivibile sia una città organizzata con l’anima. Che invece di mettersi a clonare l’America o l’Europa o a inseguire i deliri architettonici degli emiri del Dubai, chiede a un team di architetti, urbanisti, designer e filosofi di aiutarlo a trasformare Amman in una città realmente a misura d’uomo. Così adesso i marciapedi di Amman si camminano che è un piacere e le panchine sono ovunque. Quando il sindaco Maani fu eletto, trovò sulla sua scrivania un progetto faraonico: 16 spettacolari torri in vetro e acciaio che avrebbero reso il centro della città più sfavillante ma che avrebbero oscurato il panorama delle colline. Ma l’anima del sindaco non l’ha permesso. Dai noi, nell’Italia incivile e bugiarda del malaffare, l’anima progetta panchine antibivacco, quelle che piacciono tanto al sindaco Tosi o all’assessore alle politiche ambientali del comune di Roma, Fabio De Lillo (che la notte anzichè le pecore si sogna panchine con un bracciolo al centro della seduta così che sdraiarsi sia impossibile).

A chi interessasse, io sarò ad Amman a dicembre. E Maani mi piacerebbe proprio intervistarlo.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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