Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Blog leggendari'

28 febbraio 2010

In Cile le infrastrutture sono davvero anti-sismiche, qui una Impregilo qualsiasi non potrebbe mai esistere

Alessandro D’Amico sta facendo uno splendido viaggio in Sudamerica e nei ritagli di tempo lo condivide in un bel blog. Era sull’Isola di Pasqua quando è scattato l’allarme tsunami. E lo ha raccontato su ‘Repubblica’.

Anche da questi imprevisti si imparano molte cose. Il proprietario dell’ostello non riesce a mettersi in contatto con i genitori nel Cile continentale, eppure sorride e si scusa per non averci ancora preparato la colazione. I turisti cileni e giapponesi sono i più tranquilli, gli unici qui ad avere una cultura anti-sismica, quella che gli viene insegnata a scuola. Qualche giorno fa ero a Valparaìso, ospite di Alejandro, ingegnere di professione. Mi raccontava di come le case cilene vengano costruite utilizzando la stessa quantità di cemento che in Europa si userebbe per un ponte. Ci sono cose che un viaggiatore non riesce a capire. Uno dei terremoti più forti degli ultimi trent’anni sta causando “solo” un centinaio di vittime. In Cile le infrastrutture sono davvero anti-sismiche, qui una Impregilo qualsiasi non potrebbe mai esistere.

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6 febbraio 2010

Helsinki come la vedeva Signe Brander

Ho quasi terminato il mio nuovo pezzo per ‘La Stampa. Stavolta la meta è Helsinki, una città che conosco quasi come le mie tasche. Per avere informazioni più aggiornate mi sono rivolto a Gino, il mio agente nel Baltico, che mi ha segnalato questa strepitosa mostra fotografica di Signe Brander a Villa Hakasalmi e questa gallery che racconta com’era Helsinki nelle foto di Brander un secolo fa e com’è oggi.

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3 febbraio 2010

Solvitur ambulando

Falso idillio, in un post esemplare, omologò i blogger in cinque categorie: cacciatori, tessitori, sciamani, guru e blog band. Nella prima categoria, in cui infilò anche il sottoscritto, vedrei benissimo l’inquieto Giovanni, il blogger in Palestina – ricordate la bicicletta ’sparata’ al check point di Betlemme? – poi tra i terremotati d’Abruzzo, infine a Piazza del Popolo a parlare con chiunque di qualsiasi cosa (gratis). Adesso s’è invaghito di un blog di uno spirito bizzarro, anche più bizzarro di lui (che battere un fiorentino in bizzarria, come insegna Dante, ce ne vuole). Lo sta scrivendo (molto bene) ma soprattutto lo sta vivendo (anche meglio) Paolo De Guidi che per amore e altri incidenti sta percorrendo a piedi 2200 chilometri in direzione Cambridge. Quest’impresa in corso mi ha fatto tornare alla mente altri due formidabili camminatori : Bruce Chatwin e Werner Herzog. I due si intesero da subito, scoprendo di avere molte cose in comune. Chatwin che era un convinto assertore del ‘Solvitur ambulando’ trovò in Herzog un camminatore addirittura più leggendario di lui, che considerava il camminare non solo terapeutico per l’individuo ma un’attività poetica che poteva guarire il mondo da tutti i mali. Da giovane Herzog divenne il beniamino di Lotte Eisner, assistente di Fritz Lang e musa ispiratrice del nuovo cinema tedesco, e quando seppe che era in fin di vita, si mise in marcia, in mezzo al ghiaccio e alla neve, da Monaco a Parigi, convinto che in qualche modo, a forza di camminare, sarebbe riuscito a farla guarire. E la Eisner guarì, e visse altri dieci anni. In cosa creda invece De Guidi non lo so. Ma il suo blog scorre via che è un piacere.

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7 gennaio 2010

Tipi da radiare dall’albo dei giornalisti

Sotto le feste, con le redazioni che si svuotano, coi direttori e i caporedattori in ferie, con la meglio casta sparpagliata tra cenoni, veglioni, settimane bianche e vacanze ai tropici, le testate finiscono in mano ai gregari, talora con esiti catastrofici. Come è succeso al ‘Corriere della sera’ che nel giro di poche ore ha giocato la carta della cinefilia in modo cinofilo, ha venduto per scoop scientifico una bufala, ha fatto harakiri con le religioni indiane (grazie a Carlo per avermelo segnalato).

Qualche giorno fa il ‘New York Times’ mi strappa un sorriso.
Sam Shepard, ve lo ricordate? Era il bello degli anni ottanta e oltre ad essere bello vero, era con David Mamet il miglior drammaturgo della sua generazione. Qualunque cosa facesse, la faceva meglio di tutti. Se scriveva una commedia vinceva il Pulitzer, se ci riprovava entrava nella Theatre Hall of Fame, se recitava in un film lo candidavano all’Oscar, se lo spaparazzavano stava cenando a lume di candela con Patti Smith o Jessica Lange. Uno speciale, insomma. Bè, lo speciale, informa lunedi il ‘Times’, è stato arrestato per eccesso di velocità e guida in stato di ebbrezza. Il giorno dopo però rettifica: “His arrest on charges of speeding and driving under the influence of alcohol occurred a year ago, not early Saturday morning. The Times regrets the error”. Stanno messi maluccio anche quelli del ‘Times’, no?

Ora: se in rete c’è uno che ha un occhio eccezionale nell’individuare plagi, errori, macroscopici errori di traduzione, correzioni, scambi d’identità, falsi, bufale, smentite, questi è Craig Silverman, titolare di ‘Regret the error’, blog de chevet per molti di noi nonché implacabile osservatorio delle nequizie della stampa di lingua inglese. Come ogni anno Craig ha assegnato i suoi Oscar. A leggere il palmarès, vi assicuro c’è da morire dal ridere.

Cominciamo con l’Oscar per il miglior errore di calcolo.
Lo vince a mani basse la redazione del settimanale californiano ‘Pleasanton’ che scrive in copertina: ‘9 anni dopo l’11 settembre’. Peccato però che l‘attentato alle Torri gemelle sia del 2001. Un solo uomo su tutta la Terra poteva sbagliare una sottrazione così elementare: Renzo Bossi, alias la Trota, il figlio pirla di Umberto B., quello convinto che il cubismo sia la polizia segreta di Fidel Castro. Eppure…

Miglior titolo dell’anno.
Questo è veramente un infortunio geniale capitato ai colleghi del ‘Daily Mirror’. In breve: Ant e Dec sono due presentatori inglesi molto popolari – Ant sta per Anthony McPartlin, Dec per Declan Donnelly. Sono quelli, giusto per darvi un’informazione in più, che tennero a battesimo Susan Boyle al ‘Britain’s Got Talent’ – ricordate la favola di Susan? il video su Youtube visto anche dai cannibali delle Andamane? Bè, quel giorno in redazione non trovavano il titolo giusto. Succedeva questo: i due lavorano insieme, fanno le vacanze insieme, fanno yoga insieme, vanno allo stadio insieme, insomma, praticamente sono gemelli siamesi, con una differenza: Ant è sposato con Lisa dal 2006, Declan no, Declan è divorziato, ma forse adesso ha trovato la donna della sua vita e la sposa, così adesso diventano gemelli per davvero. I colleghi del Daily – come il ‘Guardian’ spiega benissimo – buttano giù un po’ di titoli, poi finalmente scelgono ‘Can Dec finally match Ant?’. Ma nel tiraemolla frenetico quel ‘finally’ (finalmente) non si sa come diventa ‘anally’ (analmente). E Craig Silverman li punisce.

Il ‘Washington Post’ mica il Corrierino di Silver City deve trovare una foto per questa notizia da brivido:
‘36 Chicago area students killed sets record’. Nell’ultimo anno scolastico, 36 studenti sono stati assassinati. Chicago è la città col più alto tasso di omicidi di giovani di tutta la nazione. Più violenta di New York, più spietata di Los Angeles. E i geni del ‘W.P’ quale foto pescano dal loro sterminato archivio?

Una foto delle figlie degli Obamas mentre vanno a scuola!!!
Che a Michelle Obama, come minimo, sarà andato il caffè per traverso. Lo avrà eruttato come un geyser islandese su tutte le pareti del suo studio alla Casa Bianca, per poi chiamare Barack e fargli un mazzo così su quei deficienti del ‘Post’, mille volte peggio di quella demente di Tania Lundeen, la portavoce della ditta che le bambolizzò le figlie – ricordate ‘Sweet Sasha’ e ‘Marvelous Malia’? le bambole fotocopia delle sue figlie? Con Michelle furibonda e la Lundeen che negava tutto, come Clinton davanti al Gran Giurì. “They are beautiful names, not because of any resemblance to President Obama’s daughters – ripeteva – There’s nothing on the dolls that refers to the Obama girls”
No, dico, il ‘Washington Post’! Quello che con tutti i Pulitzer che ha vinto potrebbe usarli in una tombola al posto dei fagioli. Quello del Watergate. Quello di Woodward e Bernstein. Quello. Quello???

Aggiornamento:
Da radiare ci sono anch’io. Perchè nonostante sia scritto chiarissimo ‘Washington Times’ io l’ho letto ‘Washington Post’, e Giovanni ha fatto benissimo a bacchettarmi.
E benchè la differenza tra i due giornali sia enorme – il Wt sta al WP come la Padania sta al Guardian – resta comunque scandaloso l’uso di quella foto delle figlie degli Obamas.
A parziale scusante: erano le 22.50, volevo salvare in bozza il post, rileggerlo l’indomani con 2 caffè in pancia e aggiungerci altre cappellate, tra cui un esilarante errore di traduzione della Reuters. Ma invece del tasto ‘bozza’, ho premuto ‘pubblica’. E ho lasciato tutto così. Non è stata una grande idea.

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29 dicembre 2009

Lisa Casali – Nirvana è una terrina di bucce di patate

Via Paolo Marchi getto l’ancora in un blog molto sensibile alla brutta aria che tira di questi tempi, dove le massaie devono imparare l’arte del funambolismo quotidiano se vogliono arrivare indenni a fine mese. In due parole, Lisa Casali ha dato vita con un manipolo di familiari, amici e complici ad un laboratorio di ricette per una cucina a costo e a impatto (quasi) zero. S’è inventata fresche e corroboranti centrifughe di bucce di frutte e polpe d’arance parzialmente spremute,

sushi alle bucce di carote, risotti alle foglie di carciofo, infusi di scorze d’arance e melissa, coi torsoli e le foglie esterne cucina dei deliziosi involtini, con le foglie esterne dei cavolini ci fa degli amouse-bouche originali, delle chips fritte che allieterebbero qualsiasi aperitivo. La sua è un’alchemica cucina del riciclo, con tre regoli fondamentali: A. La base di ogni piatto è uno scarto o un avanzo. B. Gli ingredienti extra necessari per la realizzazione di ogni ricetta sono le cose che si trovano comunemente in ogni dispensa come olio, latte, uova, pan grattato, erbe aromatiche, aglio e cipolla. C. La preparazione deve essere semplice, richiedere pochi passaggi e brevi tempi di cottura. Il riciclaggio in cucina non è un accorgimento recente, è un’arte – sì, proprio un’arte – in cui eccelleva la cucina contadina coi suoi piatti di recupero. Il contadino doveva essere sempre autosufficiente: alla bottega del paese andava solo per comprare fiammiferi, sale, zucchero, agrumi, petrolio illuminante e minuterie metalliche. Il resto doveva arrivare dalle sue mani, dalla sua terra, dalle sue bestie. Per tutta la giornata i campi pretendevano da lui sudore e concretezza, ma una volta che entrava in cucina, col poco, a volte col niente, che intristiva la dispensa doveva inventarsi un pranzo o una cena per una famiglia numerosa e sempre più affamata. Così quando si uccideva il maiale, tutto faceva gola, dal pancreas alla cotenna, dal sangue alle ghiandole e l’uccisione del maiale assumeva una valenza quasi biblica.

Negli anni anni del fascismo, Petronilla con Ada Boni e Anna Piccini aiutò le massaie italiane prima a vivere poi a sopravvivere. Finchè i treni arrivarono in orario, finchè nelle pasticcerie si trovarono le ‘ochette’, i bignè col collo ritorto che un po’ ricordavano quello delle oche e nei caffè si brindò con l’Arzente, Petronilla insegnò alle massaie a cucinare ultrasopraffino e ultrasciccoso, poi, quando dalle fedi d’oro donate spontaneamente alla patria per contribuire alla vittoria nella guerra d’Etiopia, si passò alle requisizioni forzate di colapasta e padelle di rame per rifornire l’industria bellica, anche Petronilla si adeguò inaugurando il filone surreale delle ricette senza: zuppe senza pasta, marmellate senza zucchero, insalate senza olio, fagiolini senza fagiolini, spinaci senza spinaci. Stava arrivando la fame nera; a leggere oggi i ricettari di Petronilla (quelli originali, non quelli revisionati) ci si accorge che funzionarono da formidabili sismografi capaci di annunciare con grande anticipo il terremoto che avrebbe devastato il nostro paese. Scrisse il semiologo Piero Ricci a proposito dell’ultima Petronilla: ” Il lettore malizioso potrà costruire con questi titoli una paradossale enumerazione che, se da una parte rimanda all’ingegnosità con cui ogni giorno, in cucina, si affronta la difficoltà del vivere e il gusto del sopravvivere, dall’altra, letta a distanza di tempo e senza tener conto del referente, produce l’ordito di una filastrocca fatta di parole ridotte alla pura essenza fonica, ad una gustabile materialità che offre la speranza di lenire i morsi della fame“. Così quando l’Italia conobbe la borsanera, gli sfollamenti, i bombardamenti, quando un uovo finì col costare 15 lire, trenta volte di più che all’inizio della guerra, quando i porcellini d’India smisero di fare compagnia ai bimbi e divennero l’alternativa natalizia al cappone, Petronilla rimboccò le maniche della sua fantasia e si inventò passati di bucce (come Lisa Casali) polpette senza carne, sughi finti. D’altronde in questo era ineguagliabile; prima delle restrizioni belliche era riuscita a far apprezzare agli italiani persino la carne d’asino e la lingua, lingua che ai fascisti era così invisa da non comparire nemmeno nei prezziari ufficiali.

Persino i grandi chef sono dei recuperatori formidabili. Al ‘San Domenico’ Valentino Marcattili mi stregò con un risotto con gli strigoli e le pinne delle razze, che usava per preparare le litrate di fumetto di pesce che gli occorrevano ogni giorno. Marchesi nobilitò i fegatini di pollo in squisite terrine che contrappose al foie-gras dei francesi e col pesce da ciupa che molti locali scartavano, cuoceva lentissimamente un ciupin da leggenda e con quello che avanzava, mantecava ghiottissimi risotti. Il padre di Mestriner si è inventato un arnese che aspira le guancette dei conigli, che il figlio Ivano brasa con le morchelle e le serve come ragù per celestiali garganelli all’uovo

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27 novembre 2009

Shashank Bengali – Dimenticare Nairobi

‘Somewhere in Africa’ il blog di Shashank Bengali è da anni un formidabile osservatorio su tutto ciò che accade nel continente africano. Ma la crisi che sta divorando l’industria dell’informazione americana su carta ha travolto anche l’editore di Bengali (Mc Clatchy) che ha chiuso la sede di Nairobi e richiamato in America il suo corrispondente. Nel suo ultimo post da Nairobi, Bengali scrive:

Media companies have to justify every scarce dollar they spend these days, and with the Obama administration waging two wars there’s no question where we must put our resources for now.
So our Africa bureau is going dark. Other American newspapers, too, are closing bureaus on the continent or leaving postings unfilled. It is the unfortunate reality of the moment. But while nothing can quite replace independent, unbiased reporting by professional journalists, we must be honest that there’s no shortage of news out of Africa. Just glance at the blogroll to the right, or head over to Twitter, where a vibrant community of Africans and foreigners are reporting and debating everything from economics to soccer results to ICC cases.

Tutti i corrispondenti dall’Africa hanno visto press’a poco le stesse cose, ma pochi soltanto, come Shashank, sapevano renderle così uniche e speciali. Era un gran bel ago di bussola. Mi mancherà moltissimo.

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26 ottobre 2009

Star Wars Uncat Trailer – Dopo la class action, arriva il class remake

A Casey Pugh, un giovane fan di ‘Star Wars’ è venuta l’idea di farne un remake collettivo in rete con la tecnica del crowdsourcing. Chiunque, ovunque egli sia, può prenotare un clip da 15 secondi del film originale e reinterpretarlo con la massima libertà. Le regole: essere iscritti a Vimeo, fare un video alla volta (entro 30 giorni dalla prenotazione) e girarlo in 4:3. Se volete saperne di più, qui il portale di ‘Star Wars Uncat’.

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23 ottobre 2009

10 invenzioni che potrebbero salvare l’Umanità (ma non i panda) – 1) Outlet wall – Il muro dell’(im)pianto

Per me che vivo in uno spazio dove ho due sole prese di corrente, un muro così, sarebbe una benedizione. Mi sbarazzerei in un colpo solo della dittatura delle prese multiple e delle ciabatte, del caos e del rischioso disagio dei fili aggrovigliati. Controindicazioni: la prima settimana è molto difficile ricordare quali sono le prese funzionanti, specialmente se sei un etilista. Amy Winehouse è in astinenza da maionese da un anno perchè non riesce a trovare una presa giusta per il suo Minipimer.

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21 ottobre 2009

Little Shop of Improvisators

Ieri Improv Everywhere è tornato a colpire: 6 attori in incognito hanno trasformato un alimentari di Queen’s in un set di un musical.

Come sempre, quando IE improvvisa, la cosa più ghiotta è il backstage del video. Qui, trovate tutti i dettagli tecnici, un altro video e un’eccezionale sequenza di foto.

Per saperne di più:
Charlie Todd e Improv Everywhere – “Potrei rifarvi ‘Evita’ in una pescheria”

Improv Everywhere – Nemmeno a Joe Di Maggio è mai successa una cosa così

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13 luglio 2009

Parlo con chiunque, di qualunque cosa (gratis)

Piazza del Popolo, 12 luglio 2009. Ore 18.30->20.15. Giovanni Fontana con uno stendino, un cartellone, un lenzuolo, due sedie, uno sgabello e un po’ di scotch, fa una cosa geniale, tenerissima e divertente.
Tag: post dell’estate 2009.

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