
Due annotazioni sul ‘day after’ di Rosarno. Su ‘La Stampa’ Roberto Giovannini prova a ipotizzare scenari futuri con la ‘Ndrangheta già pronta a sostituire la manodopera ‘nera’ con quella dell’Est – rumeni, bulgari, ucraini, moldavi, albanesi. Intanto, lo spettacolo degli agrumeti è impressionante: filari su filari di alberi che letteralmente crollano sotto il peso delle arance mature che non sono state raccolte e presto marciranno a terra.
Sul ‘Corriere della Sera’ Antonella Baracco scrive invece dell’Italia in cui gli stranieri sono diventati contadini integrati. Scrive dei lavoratori del Punjab oggi risorsa fondamentale negli allevamenti bufalini di Latina. Degli stranieri che raccolgono mele in Val di Non e barbatelle a Rauscedo. Racconta del Piemonte dove i migranti si sono decuplicati in un decennio assorbiti dalle vendemmie e dalle imprese zootecniche. Di come lavoratori indiani, pachistani, cechi, rumeni, abbiano guadagnato la fiducia degli allevatori del cuneese e del torinese nel governo della stalla, nella mungitura, nella vigilanza e cura del bestiame. Realtà che conosco bene e che provai a raccontare due anni fa su questo blog nel mio errare piemontese di ‘Agnolotti e Sinagoghe’:
Giorni fa mi capita sottomano la formazione della nazionale di calcio svedese. Leggo: “Rami Shabaan, Behrany Safari, Jimmy Tamandi, Lourley Chanko, Rade Prica, Dusan Djuric, Stefan Ishizaki, Daniel Majstorovic”. Per non parlare, poi, di Zlatan Ibrahimovic. Una volta leggendo la formazione della nazionale svedese era tutta un’orgia di nomi che finivano in ‘son‘: Olsson, Isaksson, Andersson, Larsson, Torstensson, Halvarsson. Oggi, leggi la formazione e ti sembra di avere in mano una lista di richiedenti asilo politico alla Commissione Nazionale Svedese. Un pout-pourri di curdi, kosovari, liberiani, nigeriani, bangladesi. Tutto questo mi fa tornare in mente Dogliani e le belle chiacchere con i suoi assessori. Fino a poco tempo fa le scuole di Dogliani andavano fiere delle loro squadre di basket; oggi nelle loro squadre si parla solo rumeno e in quelle di calcio, marocchino. Ai bambini italiani di Dogliani non resta che la PlayStation, corsi di degustazione per sommelier e l’arte del ricamo. I padri dei cestisti, invece, hanno saputo ramificarsi altrove. Gli albanesi si guadagnano da vivere nelle cave di pietra, i rumeni nell’edilizia, i macedoni nelle vigne
Nel 2004 un’equipe di MSF viaggiò il Sud dell’Italia con una clinica mobile, toccando località in cui, in relazione alle colture, si concentravano grandi numeri di lavoratori stranieri in cerca di lavoro. Sei anni fa, la situazione era questa:
Le persone visitate vivono in strutture fatiscenti, a volte costrette a pagare un affitto per luoghi difficilmente riconducibili al sostantivo “casa”. Oltre la metà delle persone intervistate non ha acqua corrente, il 30% non ha luce elettrica, il 43% non ha servizi igienici. Abbiamo intervistato oltre 700 lavoratori stagionali, gli intervistati in media trovano lavoro per al massimo due o tre giorni alla settimana, per un compenso spesso inferiore ai 25 euro per una giornata di nove, dieci ore di lavoro. Molti di loro mangiano una sola volta al giorno perchè non hanno abbastanza soldi per comprare cibo sufficiente per tre pasti completi. In Campania, la metà delle persone intervistate ha subito un maltrattamento negli ultimi sei mesi e nel 90% dei casi l’aggressore era italiano.
L’80% dei pazienti visitati nel corso del progetto non ha alcun tipo di assistenza sanitaria, questo nonostante la legge italiana in materia di immigrazione garantisca a tutti gli stranieri, regolari e irregolari, il diritto alla salute. Tra i nostri pazienti, solo il 6% si trova in uno stato di salute che possiamo definire buono. Nessuna delle persone intervistate aveva un regolare contratto come lavoratore stagionale in agricoltura.
Il quadro che emerge da questo lavoro è molto chiaro:
condizioni di vita inaccettabili per un Paese civile, mancanza di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposizione a maltrattamenti e soprusi, condizioni di salute a dir poco precarie
Due anni dopo, settembre 2006, è arrivato il reportage di Fabrizio Gatti ‘Io schiavo di Puglia’:
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ‘Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.
L’anno scorso per raccontare la vergogna di Rosarno si mobilitò anche una troupe della BBC.
Noi, lo scopriamo solo adesso. Quasi cadendo dalle nuvole.
Scritto da lorenzo cairoli alle 12:46, in Africa e dintorni, Cibario italiano, Orrore, Polemicario, Succede anche questo, cose che mi colpiscono
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