Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'cose che mi colpiscono'

19 marzo 2010

E Bertolaso ripulirà il Messico dai signori dei cartelli, l’Unesco dichiarerà le palle della Carfagna patrimonio dell’Umanità, alla Gelmini offriranno il rettorato di Harvard, il ‘Barbarossa’ incasserà il triplo di Avatar…

In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta”, afferma Berlusconi. “Lo Stato è tornato ad essere lo Stato”, dice il premier ricordando i risultati del governo contro la criminalità.

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L’Italia del 2010 è tutta qui. Un palazzo in cui un Minzolini qualsiasi ti orina sulla porta e tu, anzichè affrontarlo, resti barricato in casa a imprecare sull’umidità.

Poi qualcuno irrompe nel loro privato e te li mostra senza trucco, senza servi intorno, senza un briciolo di dignità, inaspettamente a disagio, di una goffaggine inaudita. Lontano dalle telecamere del TG1, lontano dalle frodi informative e dalla sofisticazione della realtà, lo squalo Minzolini boccheggiava affannoso come un cefalo in una nassa. Giocava la carta dell’ironia, cercando di apparire persino spiritoso, con una risatina demente e un po’ isterica. Di fronte a questa risatina isterica, a questo Rasputin ‘de noantri’, a questa fallimentare ostentazione di brillantezza, ho provato grande accoramento. Perché questi sono i guitti che ci tengono in pugno da anni. Che governano l’Italia come fosse roba loro. Che fanno sciacallaggio sulle emergenze, che pignorano la scuola, che strangolano la libertà d’informazione. Ci parlano di futuro, ma sottobanco ci stanno condannando al baratro. L’Italia del 2010 è tutta qui. Un palazzo in cui un Minzolini qualsiasi ti orina sulla porta e tu, anzichè affrontarlo, resti barricato in casa a imprecare sull’umidità.

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16 marzo 2010

L’occhiolino di Alvaro e il cimitero dei migranti

Ci sono due articoli di cui vi raccomando la lettura. Uno del colombiano ‘Semana’ in cui si affronta la questione di come Uribe cerchi di condizionare il futuro politico del suo paese, l’altro è un editoriale del ‘Los Angeles Times’ cupissimo e tragico, sui seimila migranti messicani morti dal 1990 ad oggi mentre cercavano di entrare illegalmente negli Stati Uniti attraverso il deserto dell’Arizona.

But aiding desperate migrants who already are in the desert is one proposition, and offering assistance before they begin their trek is another. That’s why the creation of a new cellphone application that uses the global positioning system to guide migrants to caches of water that have been left for them is troubling. The Transborder Migration Tool, developed by three professors at UC San Diego and a colleague at the University of Michigan, will be installed on phones distributed by Mexican nongovernmental organizations and churches to those about to set out. Our concern is that the new technology will give migrants a false sense of security about the horrors ahead of them. What will happen, for instance, if the cache is found, but there is no water left because another group got there first? The best app would be one that warns migrants not to cross. It would tell them that when the temperature soars to 115 degrees, dehydration sets in within minutes. It would say that first the body stops producing urine, sweat, saliva and tears in an attempt to conserve water. Muscle spasms and nausea follow before the victim slides into a coma. It would say the body needs 1 liter of water an hour to survive. Already the migrants who dare the crossing often find that they have been deluded. A better way to save them would be to spend time, energy and resources on telling them the truth.

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Al netto di ogni ipocrisia

Al netto di ogni ipocrisia, più che muto o sordo, la Guardia di Finanza di Trani avrebbe voluto solo che Minzolini mantenesse il riserbo sul colloquio avvenuto, rispettando la legge. Ma era chiedergli troppo. Per rispetto verso la sua storia professionale, per rispetto verso il TG1 e la sua redazione prestigiosa ma soprattutto per offrire a noi telespettatori un’informazione più possibile approfondita, obiettiva e libera.

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15 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Perfidia venezuelana

In Colombia ieri si è votato per la Camera e per il Senato. Ve la faccio breve: ha prevalso la coalizione di Uribe, ma nello scrutinio si sono verificati intoppi, contrattempi, lentezze incredibili che hanno fatto scattare nell’opposizione il sospetto di frodi elettorali. Noemi Sanin che a maggio sarà grande protagonista nella corsa alle presidenziali ha espresso perplessità sulla trasparenza delle elezioni. Fino a tre ore fa non era stata scrutinata neppure la metà dei voti. Ma la cosa che mi ha più colpito è stato questo articolo in cui si racconta l’odissea dei colombiani residenti in Venezuela. Volevano votare anche loro, ma per la prima volta hanno trovato le frontiere chiuse e così sono stati costretti a guadare fiumi, ad attraversare foreste, a camminare lungo sentieri impervi. In questa foto c’è tutta la tensione che sta avvelenando Colombia e Venezuela, tutta l’ostilità tra Chavez e Uribe e tutto il desiderio dei colombiani di aiutare il loro paese a garantirsi un futuro migliore con il loro voto.

A chi interessasse, sarò in Colombia alla fine di maggio e seguirò in diretta per voi le presidenziali

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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14 marzo 2010

Goudougoudou Italia

Gli haitiani di Port-au-Prince si sono inventati un’onomatopea, o meglio, un fonosimbolismo complicatissimo – Goudougoudou – per rievocare in una sola parola tutto l’orrore del sisma. In Goudougoudou c’è tutto il suo fragore micidiale, lo schianto delle case, le urla di panico, il pianto dei bambini, i canti religiosi che salivano dalle macerie, l’agghiacciante eco delle scosse di assestamento. Da Casoria in poi, anche noi abbiamo vissuto un Goudougoudou quotidiano, il cui fragore anziché mitigarsi è cresciuto giorno dopo giorno fino a diventare esasperante cacofonia. Dai voli di stato usati come Love Boat volanti, ai ridicoli misteri di Elio Letizia, alle senili prodezze sul lettone di Putin, alle cortigiane di Palazzo Grazioli, si è passati al marcio nella Protezione civile, a Balducci, Anemone e alla saga dei cognati, alle aragoste a colazione dei Bertolaso Boys, alla mafia in Parlamento, a Di Girolamo, allo scandalo Fastweb, alle raccomandazioni di Verdini, ai panini di Milioni, al repubblichino La Russa buttafuori in conferenza stampa, al tormentone ‘Napolitano, firma o non firma?’, al legittimo impedimento, per finire con Trani, Minzolini e le pressioni del premier sull’Agcom per far chiudere Annozero. Ogni santo giorno chi ha la sventura di vivere in questo paese si alza con uno Goudougoudou sempre più assordante nelle orecchie. Abbiamo provato a ignorarlo, a imitare mestamente gli struzzi, a fingere di vivere in un altro continente, con un’altro fuso orario e un’altra longitudine, a buttare tutto sull’ironia, a sdrammatizzare, a minimizzare, a consolarci argomentando che in fondo c’è chi sta peggio di noi – nordecoreani, per esempio, eritrei, iraniani, turkmeni, sarahawi. Non ha funzionato. Questo paese affonda inesorabilmente. Chi dovrebbe governarci pensa solo a sopravvivere, a salvarsi il culo, a sottrarsi dal pressing della magistratura. Chiusa definitivamente la stagione degli specchietti per allodole – i grembiuli della Gelmini, gli emoticon di Brunetta, le social card di Tremonti, le crociate anti-kebab di Zaia, le grottesche bonifiche anti prostituzione di Mara Carfagna – affogata l’Italia del fare da monsoni di scandali, stroncato sul nascere il neopartito dell’amore da un premier che dimostra di saper comunicare solo a forza di anatemi deliranti, rimane un paese a pezzi, smarrito, irriso, truffato, smembrato da una cricca di banditi che ne ha fatto scempio e carcame. L’ultimo esempio di Goudougoudou? L’intervista che oggi Franco Martinelli ha rilasciato al ‘Giornale’ dove spavaldamente spiega perché i film italiani non hanno successo all’estero. Sono troppo provinciali, chiosa lui. Il nostro cinema d’autore può sbarcare al massimo in Francia. E rivela che il suo Barbarossa ha già incassato un milione di dollari ed entro quest’anno ne incasserà un altro. “Raitrade, assicura gonfiando il petto, lo ha venduto anche dove abitualmente di italiano non comprano nemmeno una diapositiva”. Martinelli dovrebbe tacere. Ha speso 30 milioni e rotti di euro per realizzare uno dei film più imbarazzanti della storia del cinema italiano. Nelle 283 sale in cui è stato proiettato, una desertitudine impressionante. Multisale vuote, ma così vuote, che sembravano evacuate dalla protezione civile. Adesso Martinelli gongola perché lo ha venduto alla tivù slovena e a quella bulgara e perchè verrà distribuito nelle sale russe e forse anche in quelle sudamericane. La Bigelow con quello che è costato il primo tempo del Barbarossa ha fatto un film sull’Iraq, ha vinto sei Oscar e le sono pure avanzati i soldi per il suo prossimo film. A lei Hollywood. A Martinelli, Lubiana. E tanto, tanto, Goudougoudou.

© Lorenzo Cairoli

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13 marzo 2010

Dopo l’editoriale di questa sera, notate qualche differenza tra i due? (2)

Bandito dalla Rai

Bandito della Rai

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Dopo l’editoriale di questa sera, notate qualche differenza tra i due?

12 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Che ne è dell’inferno due mesi dopo?

Sono passati due mesi esatti dal terremoto e di Haiti non si parla più. Come se gli aiuti e la solidarietà della Comunità Internazionale avessero sepolto tutti i morti, ricostruito le città, riaperto le scuole, gli ospedali, risolto il problema degli sfollati (700.000 solo nella capitale), bonificato l’isola dai criminali in fuga, dagli sciacalli, dai trafficanti di minori e di organi. Nell’isola invece è ancora inferno. Vi segnalo alcuni link che aiutano a capire cos’è oggi la quotidianità ad Haiti.

Haiti, terreno di conquista delle sette religiose

Giornalisti di giorno, sfollati di notte. Essere cronisti a Port-au-Prince

Scontri tra cristiani evangelici e seguaci del vudù infiammano le baraccopoli

Cité Soleil, le repaire des détenus évadés après le séisme

La stagione delle piogge porterà anche le epidemie?

A chi interessasse, sarò ad Haiti alla fine di luglio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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11 marzo 2010

Non esageri, Presidente