Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Cose di cui andare fiero'

15 marzo 2010

Son soddisfazioni

4 marzo 2010

Vivere e non morire a Los Angeles

Not since the Beach Boys were in peach fuzz and crew cuts has it been so safe to live and play in the City of Angels. Believe it: you are more likely to be murdered in Columbus, Ohio, or Tulsa, Okla., than in the nation’s second most populous city.

Dal 1992 ad oggi gli omicidi a Los Angeles sono diminuiti dell’80%.

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2 marzo 2010

Bakchich 1 – Besson 0 – Tempi duri per i grandi antipatici

Ieri, sui quotidiani online ci sono state delle clamorose omissioni. ‘Repubblica’ s’è persa completamente per strada Karadzic, nessuno invece s’è filato l’antipatico Besson, il ministro francese dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale. La storia di Besson è nota. A metà febbraio il sito ‘Bakchich Info’ lo aveva tirato in ballo rivelando che per amore della sua giovanissima fidanzata Yasmine Tordjman era pronto a convertirsi all’Islam. Lui? Così xenofobo e islamofobo da far sembrare Calderoli la Rula Jebreal della Lega Nord? Scandalizzato e fuori dalla grazia di Dio, Besson aveva fatto causa a Bakchich. Ma ieri il Tribunale de grande instance di Parigi ha invalidato le sue accuse contro il sito e respinto il ricorso.

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1 marzo 2010

Linkarsi addosso

Cose che fanno piacere, soprattutto se a pensarle sono persone che apprezzo

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27 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Buenavista Social Club a Kinshasa

Di Staff Benda Bilili – ‘Guardare oltre le apparenze’ – il primo a scriverne è stato Andy Morgan per ‘The Indipendent’, poi Yann Plougastel su ‘Le Monde’ (bellissimo articolo tradotto da ‘Internazionale’ a fine luglio) e Caspar Llewellyn Smith su ‘The Guardian’ a novembre. E’ una storia alla ‘Buenavista Social Club’. Anche qui, come nel film di Wenders, un gruppo di musicisti neri, i tropici sullo sfondo, miseria e oblìo nel quotidiano, la musica come opportunità di riscatto. Con due differenze: Kinshasa al posto dell’Avana e il fatto che i musicisti oltre che essere neri, anziani e spiantati, sono anche disabili.

Di giorno, campano d’elemosina e attraversano le strade dissestate della capitale a bordo di carrozzelle-ciclomotori che li fanno sembrare degli easy rider dei tropici. La sera cantano canzoni contro la corruzione, la miseria, la malattia, in cui esortano i padri a vaccinare i figli e a non considerare diverso il disabile, perchè l’handicap non è nelle gambe, casomai nella testa. Un giorno la Crammed Discs, un’etichetta indipendente di Bruxelles specializzata in rock alternativo e musica africana decide di scommettere su di loro. Registrano il loro disco nella Abbey Road più insolita di tutta la storia della musica, lo zoo di Kinshasa. Lo registrano di notte perchè di giorno la cacofonia del traffico è insopportabile.

Incidono ‘Polio’ con i gracidii delle rane in sottofondo che finiscono dritti nel disco, con un effetto che, incredibile ma vero, sembra studiato a tavolino. Il mondo della critica musicale è impazzito per loro. Nel 2009 nessun gruppo ha collezionato tante recensioni positive come Staff Benda Bilili. Ad aprile saranno in turnè in Europa. L’11 a Dortmund, il 13 a Zurigo, il 14 a Berna, il 19 a Parigi.

A chi interessasse, ad aprile sarò in Congo, proprio a Kinshasa. Chissà che non riesca a incontrarli…

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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Anteprima giro del mondo – La lezione di Amman

Il sindaco di Amman si chiama Maani. Il suo motto è :”Una città vivibile è una città organizzata con l’anima”. Anima è l’anagramma di Maani

Ci avete fatto caso? Sui nostri giornali non si parla quasi più della Giordania. A meno che la sua Regina non decida di andare al Festival di Sanremo. Ma se invece agli onori della cronaca balza la sua capitale, Amman, per l’esemplare lezione urbanistica che sta regalando al mondo intero, i nostri media tirano dritto, senza perdere un nanosecondo sulla notizia. Succede che ad Amman ci sia un sindaco bravo, capace, ispirato, con l’idea che una città vivibile sia una città organizzata con l’anima. Che invece di mettersi a clonare l’America o l’Europa o a inseguire i deliri architettonici degli emiri del Dubai, chiede a un team di architetti, urbanisti, designer e filosofi di aiutarlo a trasformare Amman in una città realmente a misura d’uomo. Così adesso i marciapedi di Amman si camminano che è un piacere e le panchine sono ovunque. Quando il sindaco Maani fu eletto, trovò sulla sua scrivania un progetto faraonico: 16 spettacolari torri in vetro e acciaio che avrebbero reso il centro della città più sfavillante ma che avrebbero oscurato il panorama delle colline. Ma l’anima del sindaco non l’ha permesso. Dai noi, nell’Italia incivile e bugiarda del malaffare, l’anima progetta panchine antibivacco, quelle che piacciono tanto al sindaco Tosi o all’assessore alle politiche ambientali del comune di Roma, Fabio De Lillo (che la notte anzichè le pecore si sogna panchine con un bracciolo al centro della seduta così che sdraiarsi sia impossibile).

A chi interessasse, io sarò ad Amman a dicembre. E Maani mi piacerebbe proprio intervistarlo.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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23 febbraio 2010

Anteprima giro del modo – Ecomasai, le merguez che hanno fatto inorridire i musulmani e perchè i neri hanno paura della morte

Afrigadget, l’ho scritto centinaia di volte ma lo ripeto volentieri, è da anni uno dei migliori blog su piazza. Racconta l’immaginazione e l’arte d’arrangiarsi degli africani e il loro singolare talento nel riciclare ogni cosa scartata e vomitata dalla civiltà. Come nel campus ecologico di Masailand, a 40 chilometri da Nairobi, dove i masai pescano dalla spazzatura tutto ciò che occorre a loro per la pastorizia. Così da pezzi di vecchi camion ottengono abbeveratoi per il bestiame, da lamiere ondulate pale per il letame, da pneumatici di trattori leccasale per mucche.

Sul ‘Sowetan’, un quotidiano di Johannesburg, leggo ieri questo pezzo: ‘Why death puts fear in blacks?‘, ossia, perchè i neri hanno paura della morte? A parte la bizzarra anomalia del titolo – a parti invertite, leggereste mai su un nostro quotidiano: ‘perché i bianchi hanno paura della morte’? Magari: ‘perché abbiamo paura della morte?’ o ‘perchè gli italiani la temono?’. A parte l’anomalia del titolo dicevo è un pezzo interessante su cui vale la pena appendere il cappello.

Blacks just cannot bring themselves to talk about death as reflected in their myriad euphemisms for dying such as ukulala, to sleep, and ukudlula, to pass on. Death is just too macabre a word for Africans, Maphalala says .

Il bretone ‘Le Telegramme’ racconta una brutta storia di merguez adulterate. Le merguez sono quelle salsicce rosse insaccate con carne d’agnello e spezie e aglio in esubero che si mangiano in tutto il Gran Maghreb. In Tunisia le insaccano anche col tacchino. E mica è un caso. I tunisini sono i più grandi consumatori di tacchini al mondo. Non ve l’aspettavate, vero? Con tutti i tacchini a cui tirano il collo durante il Thanksgiving day, voi avreste scommesso sugli americani. E invece il primato spetta alla Tunisia, il più piccolo stato dell’Africa settentrionale. Nelle merguez di cui racconta ‘Le Telegramme’ c’era carne di maiale. Figuratevi come c’è rimasta la comunità musulmana….

Infine dal Senegal. Per colpa o per merito di una soap bollywoodiana – Vaidehi – tutte le donne di Dakar vogliono indossare il sari, per la gioia dei commercianti indiani.

A chi interessasse, Sud Africa e Gran Maghreb non faranno parte del mio giro del mondo. In Senegal e in Kenya sarò invece nell’aprile 2011.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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13 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Biblioburro

Nel mio ormai imminente giro del mondo la Colombia giocherà un ruolo importante, vuoi per la sua eccellente posizione geografica che mi permetterà di visitare paesi come il Perù, l’Ecuador e il Venezuela semplicemente a bordo di una corriera, vuoi per la sua incredibile mole di storie e di personaggi da raccontare. Per esempio: avete mai sentito parlare di biblioburros? Sono biblioteche itineranti nate per diffondere il piacere della lettura in quelle terre dimenticate da Dio dove non esistono biblioteche, dove le scuole sono un’anomalia e i libri di fiabe più rari delle pepite d’oro. Da più di dieci anni nel dipartimento di Magdalena – se avete letto ‘Il generale nel suo labirinto’ di Gabriel Garcia Marquez sapete benissimo di cosa parlo – c’è un maestro, Luis Soriano, uno di quegli inguaribili sognatori alla ‘Fitzcarraldo’ che tutti i giorni attraversa le valli della regione, inerpicandosi sulle colline d’arenaria a caccia di villaggi sperduti in cui regalare istruzione e nuovi libri da leggere. I libri Soriano li impila sul dorso dei suoi muli e in ogni villaggio legge storie ai bambini, corregge i loro compiti, tiene lezioni, insegna loro che aldilà di quelle colline, di quelle valli, di quelle foreste umide e brulicanti di scimmie rossastre c’è un mondo straordinario che merita d’essere conosciuto. Insegna a quei bambini i diritti a cui hanno diritto che invece i loro genitori e i genitori dei loro genitori hanno sempre ignorato. Insegna il valore della giustizia in un paese da sempre governato dall’illegalità. Oggi, grazie a una campagna organizzata da una radio colombiana RCN e dal giornalista Juan Gossain e grazie alle donazioni dei suoi radioascoltatori, Soriano ha potuto aprire una biblioteca di oltre cinquemila volumi. Biblioburros esistono anche in Venezuela, in Etiopia e in Kenya, con la differenza che lì le biblioteche itineranti sono cammellate.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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12 febbraio 2010

Quel marziano di Debbie Goard

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Secondo voi cos’hanno in comune questa calcolatrice, questa pupazzo di Chucky e il microscopio? Anche aguzzando la vista, credo che non ci arrivereste mai. Il microscopio, per esempio, e tutto quello che c’è intorno, comprese le penne e gli auguri di San Valentino sono pezzi di un’unica torta, così come la calcolatrice e la bambola di Chucky. Creazioni della mia amica Debbie Goard, geniale e ariostesca cake designer, una che riuscirebbe a far torte anche coi moniti del presidente Napolitano. Di lei, avevo già scritto due anni fa. Facebook me l’ha fatta rincontrare. E le sue torte sono più in forma che mai.

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9 febbraio 2010

C’era una volta New Orleans, Port-au-Prince d’America

They have learned to live with death here more than most. It isn’t just the above-ground cemeteries so prevalent that you’ll find small plots in the middle of just about any neighborhood. It is that Hurricane Katrina hit this area with such force that, five years later, New Orleans hasn’t really been able to get all the way back up. This game and happiness doesn’t fix any of that, though it’ll be framed that way by people who don’t have to experience how parts of the Ninth Ward still smell. It just feels really good for a bit, a bandage on something broken, and that is enough if you are living in the now.

The drink so many people had in their hands? It is called a Hurricane, and it is the most famous in a city that features a drive-through for daiquiris. Hurricane. It is responsible for the disaster that everyone around here remembers, and it is the drink that helps them forget.

My brother and I walked all around New Orleans during the Super Bowl. Walked about eight miles. From downtown to uptown, through the Garden District. It felt like we had the city all to ourselves. Everyone seemed to be inside. Many establishments were closed — with notes that they’d be closed Monday, too, when the Saints won. We walked past a McDonald’s at 9 p.m. that didn’t have a customer in it. How often do you ever see that? Strippers stopped dancing. Cab companies would not answer their phones. Never heard a siren, either.

If you didn’t know where you were, you couldn’t have had any idea that you were minutes away from the happiest day in the history of this spiritual city. Or that savior Drew Brees — known as “Breesus Christ” among Saints worshipers — was minutes from producing something that felt a little bit like a resurrection. Of hope and rewarded faith, if nothing else.

And the headline in big, black letters of the newspaper was four perfect letters.

Amen, it read.

Del foootball americano e del Superbowl non me ne è mai fregato granchè. Un’altra scuola di pensiero, un DNA che non mi appartiene. In certe cose o ci si nasce dentro o è meglio lasciar perdere. Non funziona che una mattina ti alzi e dici: ‘Da oggi la mia musica sarà il jazz’. Col jazz nel sangue ci si nasce. E questo vale per mille altre cose, tra cui il football americano. Ma la vittoria dei New Orleans Saints sugli Indianapolis Colts è qualcosa che va oltre il Superbowl. E’ coincidenza miracolosa, è un segno divino, è il più bel messaggio di speranza che potesse arrivare al popolo haitiano in questo momento. New Orleans è la Port au Prince d’America. Brothels. Slavery. Piracy. Voodoo. Hurricanes. Una storia quasi in fotocopia: entrambe fondate dai francesi e grossomodo nello stesso periodo – Big Easy ha solo 31 anni più di Pòtoprens – entrambe fuori dalla giurisdizione di qualunque Dio, entrambe poverissime (Haiti col reddito pro capite più basso d’America, la Louisiana col quarantaduesimo reddito pro-capite degli Stati Uniti), entrambe nere, entrambe convertite al culto del voodoo, entrambe flagellate dagli uragani più devastanti della storia, entrambe violente e capaci di una corruzione spudorata, flamboyant, da corno d’Africa. A New Orleans regnò il governatore Long che dei suoi elettori diceva: ‘Don’t want good government, they want good entertainment’. A Port au Prince infierì François Duvalier, detto papà Doc, dottore col pallino dell’etnologia, inventore del fascismo nero e ferocissimo tiranno che non faceva che ripetere: ‘Il Destino del popolo di Haiti è la sofferenza‘. Nel 2005 Katrina devastò New Orleans e la Louisiana quasi come il terremoto che il 12 gennaio ha inghiottito Port au Prince e Haiti. I giornali titolarono ‘Good Bye, New Orleans. It’s time we stopped pretending’. Gli scienziati sconsigliarono di ricostruire New Orleans e i suoi sistemi di difesa perché era solo una questione di tempo: più alti sarebbero stati gli argini artificiali, più disastrosa sarebbe stata la prossima inondazione. Il direttore dei servizi geologici statunitensi andò in tivù e sentenziò ferale: “Fra 100 anni New Orleans non esisterà più”. Cinque anni dopo, Big Easy è risorta. Mentre l’altra America è bollita dalla crisi, economicamente a pezzi, squassata da tifoni finanziari, a New Orleans si vive un anomalo stato di grazia. Qui i prezzi delle case non sono tracollati, i cantieri edilizi lavorano, le betoniere macinano, gli architetti sognano in grande e il tasso di disoccupazione è del 5,3% contro l’8,1% del resto del paese. Nell’agosto del 2007 il ‘New York Times’ titolava: ‘A billion dollars later, New Orleans Still a Risk’; la ricostruzione di Big Easy non decollava, la città divorava i fondi stanziati dal Governo e le polemiche sul rinforzamento degli argini infuriavano. Quasi tre anni dopo, New Orleans rialza la testa e grazie all’economia post-Katrina dà lezioni di benessere al paese intero. E vince anche il primo Superbowl della sua storia. Chissà se tra cinque anni la favola si ripeterà anche coi cugini di Pòtoprens…

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