Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Finire in strada nella Roma di Alemanno'

2 febbraio 2010

Riccardo Iacona è anche meglio di Soledad O’Brien

Domenica mi sono sciroppato un paio d’ore di reportages haitiani di Soledad O’Brien, una Rula Jebreal della CNN fascinosa come la sua collega palestinese ma infinitamente più aggressiva, più arrembante, più mastina – una delle sue performances più memorabili fu ‘azzannare’ in diretta un catatonico Michael Brown, il capo della FEMA ai tempi dell’uragano Katrina, per la scandalosa lentezza degli aiuti destinati alla popolazione della Louisiana. E dopo la mia full immersion in Soledad O’Brien, mi chiedevo, immalinconito: “Possibile che solo da noi non nasca mai una Soledad O’Brien?”.

Mi sbagliavo. Domenica sera, Riccardo Iacona è stato magistrale. Ha raccontato l’emergenza casa a Roma, le cartolarizzazioni che escludono dal mercato le fasce deboli, le occupazioni dei disperati, l’edilizia popolare colpevolmente malgestita, le politiche inesistenti per l’edilizia a prezzi concordati rendono il problema insolubile con le normative vigenti. In quell’inchiesta c’era tutto il mio 2009, con le sue secchiate di tempesta, i suoi arcobaleni, le sue eclissi. Un anno infido, turbolento, vissuto pericolosamente al fianco dei compagni di ‘Action‘, nelle piazze, in testa ai cortei, di picchetto, occupando quattro volte, espugnando la sede del ‘Messaggero’, lottando contro la campagna diffamatoria dei quotidiani dei palazzinari, assistendo ammutolito allo sgombero del ‘Regina Elena’. Tutto questo, e altro ancora, Iacona lo ha raccontato con una tersità e una chiarezza semplicemente prodigiose. Soledad O’Brien non avrebbe saputo fare di meglio

Guarda la puntata di ‘Presa diretta’

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24 dicembre 2009

Sveva Belviso, la fatina bugiarda che s’inventò la raccolta differenziata dei senza fissa dimora

Che a Natale si debba essere più buoni, va anche bene. Più fessi, proprio no. Per chi ancora non lo sapesse, a dicembre a Roma scatta il ‘piano freddo’. L’anno scorso scattò il primo dicembre, quest’anno Alemanno ha prorogato l’emergenza perché secondo lui non faceva abbastanza freddo. Poi è morto di freddo un senza fissa dimora, il bengalese Sher Khan, e Alemanno ha smesso di tergiversare coi termometri. Di giorno aveva anche ragione lui, ma di notte negare che il freddo rendesse la vita impossibile al popolo dei cartoni era una ciancia criminale. E allora il Comune che ha fatto? Ha mandato la solita Sveva Belviso a cicalare coi giornalisti. “Quest’anno con il Piano freddo mettiamo a disposizione 11 strutture pronte ad accogliere 600 persone ogni notte, il 65% in più rispetto allo scorso anno, fornendo un supporto completo che va dal cambio di vestiario all’assistenza sanitaria” – ha tripudiato la Belviso. L’assessore alle politiche sociali ha fatto anche sapere che “quest’anno, rispetto allo scorso, abbiamo caratterizzato il disagio. In ognuna delle undici strutture ci sarà la “caratterizzazione” di una fragilità: due saranno dedicate alle donne, una agli immigrati, una ai senza fissa dimora autonomi, un’altra ancora ai senza fissa dimora che hanno una patologia cronicizzata e un’altra a quelli con patologie gravi”. L’obiettivo: il “recupero sociale di queste persone, per evitare che il prossimo anno li si debba includere di nuovo nel piano invernale”.

Un anno fa la fatina Belviso raccontava la fiaba di coloro che, magari per storia personale, si erano smarriti. E di come lei e il suo munificente assessorato li avrebbero aiutati a rialzarsi, prendendosi cura di loro, dandogli protezione, un tetto, un posto. Nobili propositi, peccato però che a Roma mancassero, e in maniera drammatica, tetti e posti. Che l’assessore invocava e il suo sindaco tagliava. Gli ’smarriti’, o meglio, una parte minoritaria di loro fu parcheggiata per qualche settimana nelle strutture del Comune o della Caritas, poi rialzata sì, rialzata no, venne ributtata in strada, perché tornasse a smarrirsi com’era prima dell’emergenza. Adesso la fatina s’è inventata la favola delle caratterizzazioni che è un po’ come inventarsi la raccolta differenziata dei senza fissa dimora: la badante moldava la buttiamo qui, l’etilista rumeno lo gettiamo là, il pensionato sfrattato lo infiliamo lì, e così via. Quanto al recupero sociale di questi poveretti onde evitare che nel 2010 siano di nuovo ‘attori’ nel piano freddo, bè, questa è una fiaba che la Belviso poteva risparmiarsi. Da Rutelli a Veltroni, da Veltroni ad Alemanno, i loro assessorati alle politiche sociali hanno recuperato ben poco. Hanno cercato, piuttosto, di salvare ipocritamente la faccia alle loro amministrazioni, di dimostrare che nell’emergenza il Comune sapeva attivarsi efficacemente, ma era sempre una solidarietà di cartapesta, una mano tesa fasulla come le scenografie di un set cinematografico. I nazisti scrivevano all’entrata dei loro lager ‘Arbeit macht frei’ prendendosi gioco degli ebrei che detenevano. La Belviso usa formulette come ‘recupero sociale’, ‘povertà provvisoria’, ‘caratterizzazione di una fragilità’ o ‘gli smarriti’ per confermare alla città che chi comanda in questo comune, esattamente come chi comanda in questo governo, ‘non lascia indietro nessuno’. Ma basta guardarsi attorno per accorgersi che di noi a chi comanda non gliene frega un tubo. Nel terzo trimestre dell’anno sono scomparsi 500 mila posti di lavoro. Mezzo milione di persone sono a casa senza stipendio. Lunedì i manifestanti di Action sono stati bloccati da polizia e Digos ai piedi del Campidoglio perchè ’su c’era un altro corteo’. Scrive bene la De Gregorio: “Sui tetti, sulle gru, sui moli, ai cancelli delle fabbriche ci sono in queste ore i lavoratori della Merloni, della Fiat di Pomigliano d’Arco, della Fincantieri, della Yamaha di Lesmo. I 49 pionieri della Innse hanno fatto scuola. In ogni città se alzate gli occhi vedete striscioni, cartelli”. Se questo Stato non è in grado di tutelare chi ha una casa, una famiglia, un lavoro, come si può credere che riesca a recuperare chi s’è smarrito in strada, chi dorme e vive sui cartoni, chi si è annullato per troppo fragilità? Quanto alla fiaba del piano freddo che quest’anno soccorrerebbe il 65% in più dei senza fissa dimora rispetto al 2008, la Belviso farebbe meglio a tacere. L’anno scorso l’emergenza freddo fu gestita dal dottor Aldo Barletta che ebbe la premura di intervenire più volte su questo blog. I dati che mi fornì allora erano questi:

un servizio per 360 persone allestito alla Ex Fiera di Roma per il periodo invernale, più il centro di accoglienza di Via Assisi (90 posti adulti in disagio), i centri gestiti dalla Caritas (Lungomare Toscanelli, Via della Cisterna, Via Marsala per circa 290 posti), il Centro dell’Esercito della Salvezza di Via degli Apuli (100 posti), nonchè i Centri di accoglienza per nuclei di mamme con figli minori in Via Cassia ( 70 posti di cui 20 per le gestanti), Via G. Ventura ( 40 utenti), Via T. Fusco ( Trigoria per 40 posti) e Via Predoi ( Infernetto) per altri 50 posti ( in semiautonomia). Tutti in carico all’Amministrazione Comunale.

Calcolatrice alla mano, nel 2008 il Comune di Roma ospitava mille senza tetto. Altri mille se li accollava la Chiesa e il volontariato cattolico. Adesso la Belviso spalma 600 disgraziati in 11 strutture, ne accalca altri nelle stazioni delle metropolitane usate come dormitori di fortuna e poi ha la faccia tosta di farci credere che il nuovo piano del comune aiuterà il 65% in più dei senza tetto rispetto al 2008? Ma per favore….

© Lorenzo Cairoli

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6 dicembre 2009

Magari le cose cambiano: a Rogoredo come a Ponte di Nona

Ieri, su ‘Liberazione’, Davide Turrini ha scritto dell’ultimo film di Tekla Taidelli, ‘L’alveare’, sulle case d’amianto a Rogoredo e Boris Sollazzo ha recensito ‘Magari le cose cambiano’ di Andrea Segre, accolto con legittimo entusiasmo e pluripremiato al festival torinese di Gianni Amelio. Racconta, tra le altre cose, quegli scandalosi mostri che sono i nuovi quartieri oltre il Grande Raccordo Anulare, la Roma abusiva, la Roma ad uso e consumo dei palazzinari, un deserto in cui la campagna capitolina, una delle più belle d’Italia, ha lasciato il posto a squallide oasi di cemento nate vecchie, alle “nuove centralità” che da vent’anni, da Veltroni e Alemanno, hanno avuto un ruolo fondamentale nei piani regolatori e soprattutto nelle loro modifiche (guarda caso, spesso in extremis e a colpi di maggioranza).

L’amianto a Rogoredo arriva all’inizio degli anni ottanta, quando Milano è ‘quella da bere’ e mandarinato della famiglia Craxi. A Via Feltrinelli 16/50, periferia sud est di Milano, nasce un complesso abitativo che diventerà tristemente noto come ‘le white’ di Rogoredo. Caratteristica principale: le case sono in amianto. Centinaia di pannelli rettangolari ricoprono le pareti esterne, dal pian terreno al terzo piano, per tutto il perimetro dello stabile. Ce n’è fin sopra il tetto e sulle pareti che si affacciano all’interno del condominio. Il comune assicura che le ‘white’ sono un parcheggio, una soluzione abitativa temporanea, e che i suoi inquilini dovranno attendere al massimo uno o due anni per ottenere un alloggio più dignitoso. Ma quelle famiglie, 151, nell’amianto ci pianteranno le radici. In 25 anni, l’amianto assassina di cancro diciassette persone e ne fa ammalare più di una trenta. E mentre il Comune promette ogni anno maggior attenzione sul problema, gli inquilini di via Feltrinelli vivono la loro quotidiana via crucis di chemioterapie, tumori ai testicoli, reparti oncologici. Poi, l’epilogo-beffa. Alcune famiglie vengono spostate in un altro quartiere, in un’altra periferia, in nuove case messe a di­sposizione dal Comune. Nuo­ve, pulite, quasi belle, le due torri ap­pena costruite. Con giardinetto condominale, bal­coni, box auto e asili per i bam­bini. C’è un però. Davanti, dal­­l’altra parte della strada, a non più di venti metri, c’è un cam­po da bocce. Il tetto è pieno di eternit. Amianto, anche qui. Una persecuzione. “L’idea iniziale era di raccontare le case popolari a Milano, poi ho incontrato Oscar (rapper che viveva nelle case bianche con la famiglia) e la sua storia era talmente forte che son stata obbligata a variare in corsa il progetto – racconta Tekla Taidelli – a me piace parlare e filmare la strada, la sua puzza di merda, fare un cinema diverso in un sistema dove non esiste la benché minima libertà espressiva”.
Un’ultima annotazione: l’impresa che gestisce lo stabile di via Feltrinelli è la Romeo S.P.A. Vi dice nulla?

Del film di Andrea Segre (che molti mi hanno descritto ‘bellissimo, amaro, lancinante’) ho visto il trailer e subito mi ha fatto tornare alla mente ‘L’esplosione’ di Giovanni Piperno. Stessa umanità assediata dal degrado. E a Giovanni ho chiesto di mettermi in contatto con Andrea che spero d’incontrare prestissimo. Inutile dire che le cose che racconta nel film mi toccano profondamente: mette in scena storie che più che interessarmi, da più di un anno sono il quotidiano di cui mi alimento.

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23 ottobre 2009

Tendiamo una mano agli angeli del volontariato

Domani e domenica la ‘Comunità Papa Giovanni XXIII’ fondata da Don Oreste Benzi sarà presente coi suoi banchetti in molte piazze italiane. Con un piccolo contributo riceverai una confezione speciale di pasta. I fondi raccolti contribuiranno a sostenere i progetti nutrizionali in Italia e nel mondo.

A Roma, e lo scrivo per esperienza diretta, i volontari della Comunità sono degli angeli. Basta vedere quel che fanno per i senza fissa dimora a Stazione Tuscolana tutti i lunedì e i venerdì sera. Di tutti i volontari, sono quelli che il popolo dei cartoni ama di più per la loro gentilezza, per la loro pazienza, per la passione che mettono sempre nel cibo che preparano. La pasta è sempre sapida e abbondante, le macedonie sempre e rigorosamente di frutta fresca, i panini, i migliori di tutto il volontariato romano, ingagliarditi da salsiccia e broccoli.

A Roma, saranno presenti a Capannelle presso la Parrocchia di S. Barbara in Via Settignano 5. Qui, tutte le altre piazze italiane.

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19 ottobre 2009

Sgomberati e derubati

Oggi, Claudio Magris sul ‘Corsera’ racconta un aneddoto sull’ammiraglio Nelson che ignoravo. Interrogato perché avesse continuato a bombardare per due ore, anche dopo che i danesi si erano arresi, la loro flotta e Copenaghen, egli avrebbe risposto: «I’m damned if I have seen it! Avevo messo il cannocchiale sull’occhio bendato».

I poteri forti, quando si tratta di occupazioni e di occupanti, appoggiano sempre il cannocchiale sull’occhio bendato. Un esempio. Il 30 settembre ho scritto un post che ha suscitato molto interesse e che ha fatto schiumare di rabbia tanti di voi. Raccontavo, fra le altre cose, la traumatica odissea che da un mese e mezzo stanno vivendo i nostri compagni del ‘Regina Elena’. Del loro sgombero forzato, della loro deportazione nel centro di prima accoglienza di Grotta Celoni e del blitz che abbiamo fatto all’ex Fiera di Roma dove il Comune ha fatto ammassare i loro effetti.

Con le parole, ho cercato di raccontare l’incuria, la negligenza, il menefreghismo dei custodi, la desolazione e lo squallore dello spettacolo di cui siamo stati annichiliti testimoni e il disprezzo con cui queste povere cose, che per i legittimi proprietari però rappresentano un tesoro, sono state prese in consegna e mescolate con cose di altre famiglie, o danneggiate, o date in pasto a sciacalli. Molte di queste cose non ci sono più, sono sparite.

E il Comune in tutto questo ha voragini di responsabilità. Per non parlare di chi ha effettuato il trasloco, la ‘Rossi Transworld’, un’azienda che andrebbe radiata dall’albo dei traslocatori. A vita. Se io ho provato a raccontarlo a parole, qualcun altro lo ha fatto con le immagini. Denunciando con molta efficacia questo ennesimo sfregio.

Video

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8 ottobre 2009

La scabrosa eredità dei Mondiali di nuoto

Il 25 giugno veniva inaugurata a Pietralata una delle tante piscine della vergogna – ribattezzate con enfasi ‘poli natatori’, con un neologismo che butta palate di sabbia negli occhi degli ignari. Avevano invitato anche Letta e Bertolaso, che poi hanno declinato. In compenso c’era il sindaco Alemanno, Malagò, il presidente della Fin Paolo Barelli, Fabrizio Ghera e Claudio Rinaldi, commissario delegato per i mondiali di nuoto. “Pietralata – proclamava Rinaldi – rappresenta il primo tassello di quella che sarà l’eredità dei Mondiali per il territorio cittadino, in particolare per le zone più periferiche”. E Alemanno, rincarando la dose: “Ogni evento sportivo deve lasciare una traccia per la città. E appunto per questo le 26 piscine, tramite le convenzioni sollecitate dalla Fin, garantiscono un utilizzo pubblico degli impianti. Credo che entro pochi giorni riusciremo a lasciarci alle spalle le polemiche e ad affrontare i mondiali nel migliore dei modi. Mondiali che lasceranno una traccia positiva per la città”.

Quattro mesi dopo, ecco cosa ci lasciano in eredità i Mondiali: abusi edilizi, falsità materiali commesse da pubblici ufficiali, truffe ai danni dello Stato, violazioni delle norme paesaggistiche e urbanistiche, trenta persone indagate, tra cui Claudio Rinaldi e l’ex presidente del Comitato organizzatore dei Mondiali Malagò, piscine, foresterie, parcheggi, spogliatoi, palestre sotto sequestro, tre quarti delle 15 strutture realizzate nei circoli privati bloccate dal Gip. Per fortuna della Procura, come profetizzava il sindaco, ogni evento sportivo lascia una traccia. E il Mondiale, di tracce, ne ha lasciate anche troppe. Come tutti i delitti imperfetti.

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30 settembre 2009

Contano i fatti (anche nella blogosfera) – Amici che aprono gli occhi

La verità? Mi ero rassegnato. La mia lettera alla blogosfera sembrava finita nella sacca di un portalettere distratto e a parte qualche link dei soliti, ma sempre preziosi, tumbrl – sembrava proprio che delle occupazioni romane ai blogger non importasse granché, anzi, non importasse proprio nulla. La stessa assordante indifferenza la riscontravo parlando coi miei colleghi della carta stampata che eludevano le mie email con la scusa che tutto quello che accadeva a Roma (gli sgomberi in grande stile, le proteste dai tetti dei musei Capitolini, le deportazioni degli occupanti – e badate bene, l’uso della parola deportazione, che evoca quel che evoca, di pretestuoso stavolta non ha nulla, di legittimo, semmai, tutto) fossero solo cronaca locale. Ma finalmente qualcosa si è mosso. Con una stampa che da mesi fa a gara nel dipingerci più efferati di un cartello del narcotraffico messicano, più illegali di un infanticidio, più mafiosi di un pizzino, leggere Francesco, Fabio e l’inattesa e gradita sortita di Luca, rinfranca e allontana per un po’ i cattivi pensieri.

Viviamo da settimane come funamboli. Men on wire, senza rete (e qualcuno di noi, senza nemmeno materasso). Vediamo le nostre occupazioni svuotate con operazioni di polizia sudamericana, vediamo confinare i nostri compagni in lager chiamati, con perfida disinvoltura, ‘centri di prima accoglienza’, li vediamo arrestare per ritorsione quando i carabinieri non riescono a eseguire lo sgombero pianificato – 8 marzo, docet. Ieri, siamo andati a visitare i magazzini dell’Ex Fiera di Roma dove sono ammassati gli effetti degli sfollati del ‘Regina Elena’. Uno spettacolo desolante. Immaginate una vallata di mobili, materassi, elettrodomestici, presidiati da un pugno di custodi la cui fallace vigilanza è da denuncia immediata.
Imballaggi sfondati, frigoriferi colonizzati da centinaia di blatte, dvd e libri disseminati per terra, calpestati dagli stessi custodi come fossero mattonelle, quadri dai vetri frantumati, elettrodomestici sfasciati da un trasloco che ha oltraggiato due volte gli sfollati del ‘Regina Elena’ – per non parlare dei computer: tastiere e mouse, che emergono surrealmente dalla spazzatura. Per un attimo provi a pensare: ‘e se in mezzo a tutto questo, ci fosse stata anche casa mia?’. E ti si stringe il cuore e non capisci più se è più forte l’angoscia o la rabbia, la voglia di far cadere le braccia o di alzare le mani contro qualcuno.

Ieri informava Epolis – viva i free-press, se l’altra stampa, quella ufficiale, insabbia e tace troppe verità – continua la detenzione dei cinque compagni dell’8 marzo. Siccome è bene ribadirlo, non è solo cronaca locale, ma fatti che riguardano tutti noi romani e non romani, occupanti e studenti, casalinghe e commercianti, liberi professionisti e liberi cittadini, si stanno raccogliendo centinaia di firme per la scarcerazione di Gabriele Giovannetti, in carcere da due settimane con altri quattro occupanti dell’8 marzo. Tra i firmatari, il candidato al Nobel per la Fisica Giorgio Parisi e il filosofo Gianni Vattimo. E sapete perchè? Perché Gabriele è un ricercatore in fisica, collaboratore dell’INFN, e lavora tra i Laboratori Nazionali del Sud (LNS) di Catania e il Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “Sapienza”. Una bella persona di valore, cristallina, lontana anni luce da quella famigerata campagna d’odio e menzogna mediatica scatenata dai giornalisti pitbull del ‘Tempo’ e del ‘Messaggero’, che un giorno ha azzardato, come chi vi sta scrivendo, una scelta di vita in controtendenza, vivere in un’occupazione (come Rolando che nel 1999 vinse un David di Donatello e che da pochi giorni vive con la sua compagna nell’occupazione dell’ASL di via Tempesta).

In edicola, da ieri, c’è anche ‘Geo’ che ha cercato di raccontare alcune storie di occupanti e di occupazioni. Un plauso a Veronica Raimo che ha provato a farlo con le parole e a Alessandro Imbriaco con le immagini. Essendo ‘Geo’ un mensile, il reportage era impaginato già da questa estate e mi è venuto un brivido nel leggere le ultime parole del pezzo dedicato a Francesco, alias Pellicano. “Si vocifera uno sgombero del ‘Regina Elena’ a settembre. Ma io sono sempre in prima linea. Nei picchetti, nelle manifestazioni. E non solo per difendere quello che ho conquistato ma per aiutare gli altri”. Per Pellicano ormai è questione di vita o di morte.
La voce era vera, purtroppo. Il ‘regina Elena’ è stato sgomberato. Oggi Pellicano è vivo, ma nel lager di Grotta Celoni. Speriamo che il suo incubo, come quello di altre centinaia di persone, finisca presto.
Ma se la blogosfera continuerà a parlare di tutto questo, a evitare che poteri forti e giornalisti corrotti occultino queste verità e le manipolino, se altre voci, oltre a quelle belle di Fabio, Francesco e Luca si leveranno a difesa delle occupazioni, sarà più difficile per gli altri coprirci di fango.
Gabriele libero. E con lui Sandro, Sandrone, Simone e Francesca.

Update: Sandrone è libero, con obbligo di firma. Gabriele e Francesca, ai domiciliari.

© Lorenzo Cairoli

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23 settembre 2009

Desario, Troili, Santori – Ci vediamo su Facebook e poi gli rompiamo il culo!

Fabrizio Santori

Davide Desario

Raffaella Troili

A leggerlo bene Facebook è un formidabile rivelatore di alleanze. Su Facebook sono iscritti quasi tutti gli utilizzatori finali di veline che in questi mesi hanno sparato a zero su Action e sui centri sociali, che hanno gettato fango sulle occupazioni, che hanno chiesto prima la testa del Regina Elena e poi dell’8 Marzo, che non passa giorno che non cerchino di diffamare i cittadini in emergenza raccontandoli come un racket di violenti che estorcono, picchiano e cavalcano la disperazione della gente, secondo una strategia sinergica e ossessiva che solo un cretino può scambiare per cronaca locale e che va inquadrata in un disegno di più ampio e criminale respiro. Raffaella Troili de ‘Il Messaggero’, specializzata in reportages perfidi e velenosi, quella dell’odore forte della convivenza e della Tac che affonda in mezzo alle cacche dei gatti, su Facebook è coccolata da 263 amici tra cui – ma va? – il suo collega Davide Desario, un altro indefesso fomentatore d’odio contro le occupazioni e Fabrizio Santori, il Torquemada degli okkupanti, il censore della libertà d’informazione, il nemico dei blogger senza casa. Basta andare a guardare tra i loro amici per scoprire come ‘l’informazione libera’ a cui hanno affidato ‘il caso occupazioni’ in realtà sia tutta intrecciata da un gioco di alleanze, complicità e connivenze.
E poi i clandestini saremmo noi.

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Marcello Viaggio e il TG3 – Di una scrupolosa inesattezza

Ieri il TG3 Lazio informava che era stata sgomberata l’occupazione di Action a via delle Rupicole e che “oggi Action ha occupato in via Emanuele Filiberto e in via Tempesta”. In realtà, a Torre Maura non c’è stato nessuno sgombero: Action ha rispettato l’accordo col Prefetto di restituire all’Inpdap il palazzo occupato a luglio. Quanto alle due nuove occupazioni, sono avvenute lunedi, non ieri. E l’occupazione dello stabile di via Emanuele Filiberto è stata simbolica ed è durata un amen. Bene ha fatto il TG3 a parlarne. Però il servizio era di una scrupolosa inesattezza.

Di Action e delle sue occupazioni se ne occupa anche ‘Il Giornale’ di Feltri. Scrive che nell’ASL di via Tempesta occupata lunedi ci sono italiani, eritrei e bengalesi. Peccato che di bengalesi non ce ne sia l’ombra.
Ci sarebbe una mite coppia indiana del Keralam, ma temo non faccia lo stesso effetto. Bengalese, sul lettore de ‘Il Giornale’, evoca promiscuità, insidia etnica, mescolanza pestilenziale.
‘Il Giornale’ poi spara a zero contro l’occupazione di viale Carlo Felice, già da tempo nel mirino del quotidiano. Il giornalista che segue la vicenda si chiama Marcello Viaggio e scrive:
“L’edificio dal 12 luglio 2004 è okkupato da un piccolo gruppo dell’ultrasinistra, dal nome Sans Papiers. Letteralmente ’senza documenti’, di fatto ’senza regole’. Un pugno di persone, costola di Action, che tengono in scacco da cinque anni il primo istituto di credito d’Italia. Una storia incredibile. Un giallo”.
Il vero giallo è come Marcello Viaggio, che segue la storia di questa occupazione dal 2004, non sia riuscito a capire un tubo di tutta questa vicenda nonostante ci scriva sopra da cinque lunghi anni.
L’edificio ‘okkupato’ l’ha occupato Action, e basta. Niente gruppuscoli di ultrasinistra a fiancheggiarlo, nè comitati popolari di lotta per la casa.
Il ‘Sans Papiers’ è solo il nome del centro sociale che ha trovato asilo a fianco del palazzo e che scandalizza Marcello Viaggio perchè ‘organizza serate di acid jazz, cinema, mostre fotografiche, spesso a pagamento’. Sempre meglio della cocaina a fiumi, del lettone di Putin e dei party col terzo tempo che organizza a Palazzo Grazioli il fratello dell’editore del manchevole, impreciso, inidoneo, Marcello Viaggio.

© Lorenzo Cairoli

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17 settembre 2009

Il TG1 di Minzolini fa quasi più schifo degli scarafaggi che infestano la ‘Casa della Pace’ a Grotta Celoni

Nel TG1 delle venti di ieri sera, passano questo servizio: “Arriva anche in Italia una tendenza diffusa in molte città europee: quella di coabitare con amici, colleghi, ma anche estranei”.

Per un attimo penso che Minzolini sia impazzito. O che in Rai c’è stato stato un golpe. Garimberti armato di Beretta ha fatto irruzione in studio e ha obbligato la redazione del TG1 a parlare dei terremotati abruzzesi ancora ammassati nelle tendopoli, degli sfrattati e dei disoccupati costretti dall’emergenza abitativa ad occupare scuole dismesse, dei senza tetto e dei barboni parcheggiati nei centri di prima accoglienza. Poi, vedo questo servizio idiota, e torno alla realtà.

Se volete vedere qualcuno che sta veramente ‘coabitando’ con amici, colleghi di sciagura ed anche estranei, guardate questo video. Sono i nostri compagni del Regina Elena che fino a pochi giorni fa cercavano di vivere una vita dignitosa in un ospedale dismesso finchè una mattina la polizia non li ha sgomberati e deportati in un centro di prima accoglienza chiamato ‘Casa della Pace’ a Grotta Celoni.

Due annotazioni veloci.
Nel video non vedrete l’ombra di uno scarafaggio ma la struttura in cui dormono i nostri compagni ne è infestata in modo drammatico. Durante i picchetti che ho fatto in queste notti nel presidio di Piazza Venezia ho raccolto decine di testimonianze a dir poco agghiaccianti: scarafaggi che la sera ti sfiorano le guance, che lambiscono le tue caviglie, che s’insinuano nelle tue lenzuola, e che tu, ormai stremato, ti limiti a cacciar via come fossero zanzare, senza nemmeno più la forza di inorridire, o di provare alcuna ripugnanza. Mi raccontava D. di una bimba marocchina. I suoi hanno impiegato quasi due anni per convincerla a dormire da sola. Adesso, terrorizzata dagli scarafaggi, è tornata a dormire coi genitori.

La seconda annotazione.
Fate attenzione a un passaggio del video (al minuto 7.21) quando compare Gianluca Viggiano dell’Ufficio delle Politiche Abitative del Comune di Roma.
Prometterà ai nostri compagni miniappartamentini, e poi invece finiranno nel lager di Grotta Celoni. Non so a voi, ma a me ha ricordato quei burocrati del Terzo Reich che agli ebrei che salivano sui treni per Auschwitz promettevano di mandarli a lavorare in un posto sicuro.

(Grazie a Dottor Carlo e a TuttoFaMedia per la segnalazione del servizio idiota del TG1)

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