Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'I classici del cappello'

3 dicembre 2009

I classici del cappello – Nikita Kruscev – “Nemmeno Stalin mi umiliò come il compagno Topolino!”

L’archivio di questo blog somiglia sempre di più alla biblioteca del monastero benedettino del Nome della Rosa, affollata e straripante di storie di cibo, di cinema, di tivù, di terzo mondo, di tropici e di gente speciale. Migliaia di storie, di post e di articoli. Alcuni meritano di essere riscoperti, come questo: “Nikita Kruscev – “Nemmeno Stalin mi umiliò come il compagno Topolino!”. Ogni giovedi e ogni sabato, da questa biblioteca ripescherò un classico del cappello sperando di farvi cosa gradita. Buona lettura.

Se chiedi chi era Kruscev sette persone su dieci ti risponderanno ‘quello che sbattè le scarpe sul banco dell’Onu’. Quelle scarpe, la guerra fredda, il muro di Berlino e la Baia dei Porci l’hanno reso immortale. Fino a 30 anni fu praticamente analfabeta, a 50 diventò premier dell’Unione Sovietica. Per Molotov era un ciabattino furbo e mimetizzato, nemico della rivoluzione. Biagi scrisse di lui ‘aveva il vezzo di cambiare continuamente versione sulla morte di Berija. Una volta diceva che l’aveva ammazzato lui, un’altra passava il merito a Mikojan, un’altra al generale Moskalenko’. Fidel Castro, quando seppe che voleva ritirare i missili da Cuba, gli diede del ‘Coglione, stronzo, figlio di puttana’ mentre per le strade dell’Avana tutti cantavano “Nikita mariquita, lo que se da no se quita (Nikita mammoletta, quel che si dà non si riprende)”. I russi lo ricordano perchè denunciò gli orrori delle Grande Purga staliniana e perchè portò alle stelle il prezzo della vodka. Una volta vedendo un quadro astratto disse che sembrava la merda di un cane, ma non era un Goering russo, uno che appena sentiva parlare di cultura toglieva la sicura alla sua Browning. Permise la pubblicazione di opere come ‘Gli eredi di Stalin’ o ‘La giornata di Ivan Denisovic’ e non giustificò mai la censura al ‘Dottor Zivago’; con trecento parole in meno, sosteneva, era il romanzo più inoffensivo di questa terra

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