Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Il diritto di spizzicare'

13 marzo 2010

Articoli per il Gamberorosso – Se non è multietnico non lo mangio! Viaggio nell’universo parallelo di Pigneto

Con il Ghetto e San Lorenzo Pigneto è il quartiere romano che amo di più. Una specie di enclave, o spartiacque, tra quel che rimane del centro e la periferia che incombe – Casilina, Prenestino. A volte Pigneto mi dà la sensazione di camminare in un quartiere di Parigi, altre volte di essermi perso nel cuore di Amsterdam, nella multietnica Warmoesstraat. E’ un quartiere pullulante di associazioni culturali e di ristoranti etnici, di cinema sottratti alla malavita e di artigiani del presepe, di spacciatori nordafricani dalle occhiate turbolente come le loro vite e di botteghe odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. Un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla, in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. A via Montecuccoli, dove Lucio Battisti abitò negli anni sessanta, c’è una frutteria, e accanto una tavola calda senegalese dove quasi ti negano il cibo perchè temono d’incendiarti il palato con il loro cibo piccante. Più avanti, proseguendo per la Prenestina trovi tutte le cucine del mondo nel raggio di 800 metri. Il berberè del corno d’Africa, le mazzeh libanesi, la moussaka greca, i sancochos colombiani, i caldos ecuatoriani, i ceviches peruviani. Pigneto l’ho viaggiato insieme a un grande fotografo, Francesco Vignali, cercando di catturare le pulsioni e le tensioni del quartiere e la sua anima multietnica e il prodigio delle sue cucine. Un reportage bellissimo da uno degli universi paralleli più spiazzanti della capitale. Che a maggio potrete leggere sul ‘Gamberorosso’.

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1 marzo 2010

Una cucina anche troppo ‘illuminata’

A leggere questo pezzo di Rosa Rivas su ‘El Pais’, la tentazione di scrivere che anche la cucina ha il suo ‘Avatar’ è forte. In realtà è dalla fine degli anni ottanta che l’alta cucina crea e sperimenta nuove tecniche di preparazione, cottura, abbinamento e presentazione dei cibi. Un’onda inquieta di dadaisti, alchimisti ed eretici con la toque, sedotti dai bianchi vapori generati dall’azoto liquido, dall’uso alimentare del tabacco, dalle gelatine calde, dalle mirabilie della sferizzazione, che hanno riscritto, riperimetrato, reinventato le frontiere del gusto. Pensiamo al cyber egg di Scabin. Alla cucina polisensoriale di Blumenthal – sabbia commestibile, alghe e onde di spuma nel piatto e un lettore mp3 per ascoltare i gabbiani e lo sciabordìo del mare. Al non bollito di Bottura, cotto sottovuoto, a bassa temperatura, senza bollire, né toccare l’acqua. Al finto carpaccio di Andoni in cui quella che sembra carne è in realtà anguria disidratata in forno, congelata, infine affettata come fosse un normalissimo controfiletto. Adesso ci si è messo anche un designer basco, Jon Rodríguez, un pezzo da novanta della Philips, amico degli Arzak, che ha deciso di ‘illuminare’ la cucina. E lo ha fatto davvero, creando una linea di piatti in porcellana che s’illuminano al solo contatto di una salsa, di un croccante di mais tostato o di un dado di melanzana, con effetti che lasciano a bocca aperta, un po’ com’è successo agli spettatori di ‘Avatar’. Rodríguez non ha dubbi: la multisensorialità sarà il futuro della cucina. Lo profetizza con la stessa sicumera con cui Berlusconi ci sdoganava l’Italia del fare. E il video, prodotto dalla Philips, è in effetti molto new weird, con fosforescenze nei piatti che ricordano quelle delle uova di ‘Alien’. E che ti fanno roteare gli occhi. Il palato invece, almeno il mio, resta coi piedi ben saldi a terra. Prende appunti ammirato ma sogna salame da sugo fumanti, piatti stracolmi di casoeula, gattopardesche abbuffate di rane alla cacciatora

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24 febbraio 2010

Mi interessa ciò che è leggendario – ‘Voci’ di Frederic Prokosch

E’ leggendo Goffredo Parise che m’imbatto per la prima volta in Frederic Prokosch. Parise sta cercando di svelare al lettore i sofisticati congegni della prosa di Truman Capote, il finto casual di certi pezzi costruiti invece con un meticoloso e infinito lavoro di editing, l’arte, perchè d’arte si tratta, di ‘ritrarre’ con le parole anche solo appigliandosi a una frase, a una battuta, a un fatterello privo di importanza, ma che in mano a Capote diventa spina dorsale per costruirci intorno uno scheletro. (…un joke, un mot – scrive Arbasino)
Racconti-falene, questi di di Capote, appesi a un filo narrativo così evanescente che in mano ad altri non solo non decollerebbero mai, ma brucerebbero della loro inconsistenza. Scritti da lui invece diventano subito marchio di fabbrica, fiore all’occhiello di una prosa mozartiana. “Come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nell’espressione degli occhi perchè svela il carattere più che le altre parti del corpo – teorizza Capote – così mi concentro sui sintomi indicativi lasciando perdere le sequele dei fatti…”. E’ con questa tecnica che il pittore Capote ritrae mostri non rovinati, camaleonti, assassini reclusi nel Braccio della Morte, divi planetari come Brando e la Monroe, una donna delle pulizie a cinque dollari l’ora, George Gershwin in turné a Mosca, una vecchia signora del Connecticut che accatasta gatti morti nel surgelatore. Capote ricama e cesella, lima e smalta, lustra e rifinisce, e da bravo Paganini della semantica, come spesso amava definirsi, sforna ritratti dialogati che sfiorano la perfezione, splendidi gioielli d’orologeria che lasciano senza parole il lettore.

In questa analisi chirurgica Parise individua i riferimenti letterari a cui Capote attinge, Prokosch su tutti, e di Prokosch, ‘Voci‘. Prokosch è un altro raffinatissimo ritrattista con la parole e ‘Voci’ è la sua pinacoteca. Nella sua introduzione al Meridiano di Capote (Truman Capote e il suo mondo), anche Arbasino cita Prokosch insieme a Robert Mc Almon e Ned Rorem. Un caso? Lo stesso Chatwin resta abbagliato da Prokosch. Lo leggerà con acribia, facendo tesoro della sua arte di trasformare gli ‘altri’ in preziosi cammei. Basta leggere il pezzo in cui Chatwin incontra Junger: qui Prokosch è onnipresente, è come se abitasse in ogni pagina, in ogni paragrafo, in ogni parola del ritratto di Chatwin. Americano, di origine austriaca – suo padre insegnava letteratura tedesca alla Yale University – Prokosch fu baciato da un clamoroso successo fin dagli esordi. Tra i suoi estimatori Thomas Mann, Gore Vidal, André Gide e la Yourcenar che fece fuoco e fiamme per tradurre i suoi libri in Francia. Era un collezionista di farfalle e così come girava il mondo per catturarle, faceva altrettanto con gli scrittori del suo tempo, che inseguiva, pedinava, cacciava, infilzava sulla carta, trapassava nei suoi cammei, conservava. Nella sua collezione finirono Moravia e Malaparte, Gertrude Stein e Alice Toklas, Brecht e Robert Frost, Gide e Mann, Mario Praz e Chagall, Karen Blixen e Nabakov, Hemingway e Auden, Ezra Pound e Virgina Woolf, Colette e Joyce.
In ‘Voci’, libro che ho inseguito per anni, introvabile nelle biblioteche così come in quasi tutte le librerie, i cammei memorabili non si contano.

La Blixen la incontra a New York, è appena stata al Frick Museum per vedere i quadri di Fragonard e i Goya. “Mi interessa ciò che è leggendario” confida a Prokosch questa piccola signora scheletrica, con le labbra color sangue, il viso di un azzurro latteo e gli occhi fosforescenti in fondo alle orbite. Cena da Prokosch, rifiuta la tartare, assaggia distrattamente della lattuga e racconta storie africane, come quella volta che Finch-Hatton uccise un elefante e per sette lunghe notti il canto funebre degli elefanti fece vibrare la foresta. “Lei sapeva che un leone non guarda mai direttamente chi gli sta di fronte? Il leone guarda di là dalla persona per risparmiarle ogni senso d’imbarazzo. E arretra davanti alla luce sinistra dell’intelligenza umana”.

Virginia Woolf la incontra alla Hogarth Press seduta dietro a una cascata di bozze. Sembra Andromeda sullo scoglio mentre aspetta il salvatore. Gli hanno detto che somiglia, a ‘un nervo scoperto’, in realtà gli appare vulnerabile, dolorosamente fragile, ma anche piuttosto trasandata, avvizzita, sbiadita. Gli occhi hanno un bagliore notturno sotto le palpebre scure e danno alla sparuta gentilezza del viso ovale una grazia bizzarra, inaspettata e struggente. Prokosch al suo cospetto è goffo e impacciato, prova a parlare con lei di letteratura – Dostoevskij, Gogol’, Pirandello, lei lo gela lapidaria, affermando di non sentire nessuna affinità con Pirandello. E l‘Ulysses di Joyce? ” Un grandioso errore di calcolo. Una catastrofe. Un vero tracollo delle facoltà critiche”.

Curzio Malaparte che incontra a Capri nella sua splendida villa bianca sul ciglio di un precipizio rivolta verso i Faraglioni è un singolare e sinuoso personaggio, con la faccia più strana che ha mai visto come se una maschera fosse stata innestata su un viso profondamente e irrimediabilmente mutilato. Moravia lo incontra mentre è in spiaggia a prendere il sole. Lo ammira perchè in tutto quello che scrive c’è un’asciutta integrità, un serpeggiare di odio e disgusto per il genere umano. Moravia si asciuga il sudore dai capezzoli e esprime riserve su Hemingway. Alla pizzeria di Capri ‘Da Gemma’ (molti incontri di Prokosch avvengono a tavola) cena con Peggy Guggenhaim. Mentre da un grande forno a mattoni escono pizze fumanti che non sanno solo di acciughe, mozzarelle e olive, ma anche di vecchi mattoni affumicati, legna bruciata e di profondità marine, Prokosch è colpito dai capelli della Guggenhaim di un nero oleoso sconcertante e dal suo incantevole sorriso. Con T.S. Eliot beve Cynar a via Veneto perchè Eliot aveva sentito dire che faceva bene al fegato. In uno squallido bar della Third Avenue incontra invece Brecht che afferra boccali di birra con tozze dita da criminale. Ha il colletto listato di grasso e le unghie sporche, rutta cupamente e profetizza che Hitler finirà schiacciato come uno scarafaggio. A Marc Chagall, un solido ebreo con labbra pronunciate, naso bulboso, occhi diffidenti e l’aria di un maturo commerciante di tappeti rimasto intrappolato in un bagno turco, Prokosch recupera il portafoglio volato nell’acqua di Canal Grande. Per sdebitarsi Chagall gli disegna un gallo sul retro del menu del Bauer-Grunwald. Gide, Prokosch lo ‘colleziona’ a Parigi, dietro lo scrittoio, avvolto in una vestaglia di velluto rosso con la sua aria remota e gentile. Parlano di Whitman, Valery, Proust, Dostoevskij, Tolstoj, Conrad e Stalin. ” Era dietro a me ai funerali di Gor’kij. Aveva una bella faccia barbara, una faccia da zingaro assetato di sangue, e sembrava un po’ ubriaco. Di vodka, forse, ma poteva anche dipendere dal profumo della sua ferocia interna”.

‘Voci‘ è una pinacoteca di una bellezza inaudita. Lo pubblica Adelphi, splendidamente tradotto da Gilberto Forti, costa 20 euro e apre e chiude solo quando sta bene a voi.

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21 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Kebab di pukeko, l’ultima frontiera del cibo etnico

Hokitika è un paese della west coast neozelandese di circa tremila abitanti con un passato di miniere d’oro e di carbone e un futuro tutto proiettato nell’ecoturismo e nell’artigianato. A Hokitika si scolpisce la giada tanto cara al popolo Maori, si fanno formaggi e, nel mese di marzo si organizza un festival dei cibi selvatici, molto insolito e molto apprezzato dai neozelandesi. A inventarselo fu Claire Bryant, vent’anni fa, una già bizzarra di suo che distillava vino dai fiori delle ginestre e spillava birre aromatizzate ai petali di rosa. Il ‘Wildfoods Festival’ offre ai visitatori la possibilità di degustare cibi spesso inediti e assolutamente estremi.

Qualche esempio? Lingua bollita di argali, cozze verdi affumicate, filetti di squalo fritti, testicoli in umido, pancake di colostro, sushi di vermi, cavallette, grilli, locuste, leccalecca di cicale, larve d’ogni genere – tra cui le huhu grubs, le larve di scarafaggio, il cui sapore, secondo i gourmet neozelandesi, ricorda quello di un pollo particolarmente grasso – e ancora, hamburger di whitebait, i bianchetti, salsicce di more e cervo, polpette di cervo e fiori di ginestra, mutton birds allo spiedo, una varietà di uccelli marini per i quali i bresciani, conoscendo il loro palato, perderebbero il senno. E da quest’anno anche la super novità del kebab di pukeko.

Il pukeko è una specie di gallina delle paludi che ogni automobilista neozelandese almeno una volta nella vita ha investito.

Non è protetto, ma non può essere allevato, né venduto. E siccome causa enormi danni agli agricoltori della costa occidentale, ogni anno la forestale è costretta ad abbatterne migliaia di capi. 120 di questi sono stati donati al ‘Wildfoods Festival’ che ne farà un kebab gratuito per i suoi visitatori. Il 12 e il 13 marzo.

It is absolutely delicious.

“It looks like venison and raw it is quite a red meat. It tastes like a cross between lamb and venison, very gamey lamb is how I would describe it.” said Ms Wilson who was given a pre-festival taste.

A chi interessasse, io sarò uno dei primi visitatori che accorreranno a Hokitika nel marzo 2011

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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13 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Biblioburro

Nel mio ormai imminente giro del mondo la Colombia giocherà un ruolo importante, vuoi per la sua eccellente posizione geografica che mi permetterà di visitare paesi come il Perù, l’Ecuador e il Venezuela semplicemente a bordo di una corriera, vuoi per la sua incredibile mole di storie e di personaggi da raccontare. Per esempio: avete mai sentito parlare di biblioburros? Sono biblioteche itineranti nate per diffondere il piacere della lettura in quelle terre dimenticate da Dio dove non esistono biblioteche, dove le scuole sono un’anomalia e i libri di fiabe più rari delle pepite d’oro. Da più di dieci anni nel dipartimento di Magdalena – se avete letto ‘Il generale nel suo labirinto’ di Gabriel Garcia Marquez sapete benissimo di cosa parlo – c’è un maestro, Luis Soriano, uno di quegli inguaribili sognatori alla ‘Fitzcarraldo’ che tutti i giorni attraversa le valli della regione, inerpicandosi sulle colline d’arenaria a caccia di villaggi sperduti in cui regalare istruzione e nuovi libri da leggere. I libri Soriano li impila sul dorso dei suoi muli e in ogni villaggio legge storie ai bambini, corregge i loro compiti, tiene lezioni, insegna loro che aldilà di quelle colline, di quelle valli, di quelle foreste umide e brulicanti di scimmie rossastre c’è un mondo straordinario che merita d’essere conosciuto. Insegna a quei bambini i diritti a cui hanno diritto che invece i loro genitori e i genitori dei loro genitori hanno sempre ignorato. Insegna il valore della giustizia in un paese da sempre governato dall’illegalità. Oggi, grazie a una campagna organizzata da una radio colombiana RCN e dal giornalista Juan Gossain e grazie alle donazioni dei suoi radioascoltatori, Soriano ha potuto aprire una biblioteca di oltre cinquemila volumi. Biblioburros esistono anche in Venezuela, in Etiopia e in Kenya, con la differenza che lì le biblioteche itineranti sono cammellate.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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6 febbraio 2010

Frutto aggravato

4 febbraio 2010

A maggio parto veramente…

A maggio parto veramente per il giro del mondo. Dario Corradino, che ne è al corrente, stamattina mi ha rammentato il suo incontro con Rolf Potts al ‘Premio Chatwin’. Così ho passato tutta la mattina a leggere i reportages di questo strepitoso viaggiatore che ‘Usa Today’ ha salutato come il ‘Jack Kerouac dell’Internet Age’. Se ancora non avete mai letto niente di Potts, provate con ‘Up Cambodia without a phrasebook’.

My Lonely Planet Southeast Asia guide also provides a handful of Khmer words; unfortunately, phrases like “I want a room with a bathtub” and “I’m allergic to penicillin” only go so far when your hosts live in a one-room house without running water.

As a result, trying to understand the events of the last three days has been like trying to appreciate a Bengali sitcom: I can figure out the basics of what’s going on, but most everything else is lost in a haze of unfamiliar context and language. In a way, this is kind of nice, since I have no social expectations here. Whereas in an American home I would feel obligated to maintain a certain level of conversation and decorum, here I can wander off and flop into a hammock at any given moment, and my hosts will just laugh and go back to whatever it was they were doing. At times I feel more like a shipwrecked sailor than a personal guest

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27 gennaio 2010

Mangiare (da) cani

In quasi tutta l’Asia i piatti a base di carne di gatto e e soprattutto di cane sono considerati una vera leccornia. I più grandi mangiatori al mondo di carne di cane sono i coreani che condividono il primato insieme ai maori e agli hawaiani. Il Signor Park gestisce a Roma il ristorante ‘Hana’ in Piazza Manfredo Fanti, zona Esquilino. Con parole pacate, mi spiega che il cane in Corea non si mangia tutto l’anno e soprattutto che i cani da cucina sono solo alcune specie, allevate appositamente.

La zuppa di cane è un piatto estivo – mi confida con un sorriso il Signor Park – Quando si è spossati dal caldo non c’è nulla di meglio di una zuppa di cane. Rigenera e corrobora“. Stavolta sorrido io. Me l’ha spiegata come una specie di Gatorade in tazza. Ma vedendomi ancora scettico, mi racconta di suo suocero. Suo suocero lavorava per l’Enel coreana. Un giorno è vittima di un gravissimo incidente sul lavoro. “Aveva ustioni su tutto il corpo – mi dice – I medici scuotevano il capo e lo davano per morto”. Rimane settimane in bilico tra la vita e la morte e allora sua moglie che fa? Gli cucina tutti i giorni zuppa di cane, e quella zuppa, alla fine, gli salva la vita.

Voraci consumatori di carne di cane sono anche i cinesi e i vietnamiti. Durante le ultime Olimpiadi, il regime impose a 112 ristoratori di Pechino di eliminare tutti i piatti a base di carne di cane dai loro menù per non urtare la sensibilità degli atleti e dei turisti stranieri. Ovviamente, quando le Olimpiadi finirono, il cane tornò a fumare sulle tavole dei pechinesi.

Al ristorante ‘Guolizhuang’ cucinano addirittura il pene del cane, adagiato su un letto di lattuga o in una coppetta di cristallo, nemmeno fosse un cocktail di scampi.

Adesso però è in arrivo un disegno di legge che renderà illegale il consumo di carne di cane e di gatto in Cina, a colpi di ammende da 50mila huan e fino a 15 giorni di carcere per i tragressori. La notizia ha scatenato un putiferio, quasi quanto la proposta di Brunetta di ridurre le pensioni. Anche perchè se questa pratica gastronomica può apparire agli occhi di un occidentale come una barbaria, per i cinesi invece è tradizione secolare. La carne di cane viene cucinata e mangiata in Cina fin dai tempi di Confucio. In passato si mangiava nelle situazioni di penuria alimentare, in tempi più recenti per il presunto beneficio alla circolazione del sangue e all’energia Yang. La carne di cane è molto diffusa tra le popolazioni del nordest dove è patrimonio della cucina etnica coreana, in Guangdong, in Guangxi e nella prefettura autonoma dello Yanbian. Il 64% dei cinesi si è detto contrario a questo disegno di legge, mentre in rete la questione ha scatenato roventi polemiche. Al governo si contesta l’applicazione uno standard etico occidentale che fa a pugni con le tradizioni culturali cinesi.

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8 gennaio 2010

Xenofobia è un’anatra ripiena di olive del Garda DOP

Mi vergogno a dirlo, ma sotto le feste ho provato quasi simpatia per il ministro Zaia. Lo leggevo su ‘Libero’, su ‘La Padania’, su ‘Il Giornale’, a consigliare i piatti della tradizione, a sdoganare canederli alla vigilia di Natale, a sponsorizzare cappone allo spiedo aromatizzato al limoncello dodici ore più tardi, a rifilare anatra ripiena di olive del Garda DOP a Santo Stefano, cavatelli alla crema di cipolla rossa di Tropea Igp e salsiccia, spolverati da Caciocavallo silano Dop per un San Silvestro ‘mangia come parli’, carpaccio di spada al Fico d’India dell’Etna Dop servito con una catalana di agrumi per un primo gennaio gattopardesco. Straripava ghiottissimo, creativo, estroso: con in testa una parrucca bionda non lo avrei distinto dalla Clerici. Che bello sentir parlare di canederli da un politico e di caplèt in brodo, di lesso con la mostarda, di capponmagro ligure, quello che i pescatori arrangiavano spezzandoci dentro le loro gallette. Veniva in mente il Soldati che nel 1956 dragava il Po in cerca di cibo genuino, con la voce incrinata dalla commozione quando vedeva marinare le anguille di Comacchio. O il Piovene di mezzo secolo fa che visitando porcilaie e pinacoteche, dissertava sulla salama da sugo e sulla leggera pazzia degli astigiani, spiegando come si fabbrica il tabacco da fiuto e perchè a Fabriano. Quell’Italia non esiste più. Esiste ancora la salama da sugo, ma ormai è una rarità, un gorilla maschio del Virunga, un Gronchi rosa. La verità è che Soldati e Piovene cercavano il cibo genuino e i piatti della tradizione per amore, solo per amore, e perché avevano capito che si arriva a distillare l’essenza di una città, di una regione solo osservando cosa cucinano i suoi pescatori, mangiando nelle osterie dei porti, leggendo le scritte sui muri, studiando le grasse e potenti scalmane dei carnevali di provincia, mescolando le statistiche coi paesaggi. ‘Il poeta guarda il mondo come l’uomo guarda la donna’ scriveva il poeta Wallace Stevens e nel mondo che guardavano Piovene e Soldati, la cucina era un punto fermo, come l’acqua, l’aria che respiriamo, le migrazioni degli uccelli, l’amletico dubbio delle maree. Curiosità, acribia antropologica, amore smisurato per la propria terra – terra da intendersi non come la Padania o la Romagna ma l’Italia tutta, l’Italia intera – erano il propellente che li faceva errare in cerca di cibo genuino e piatti della tradizione. Dietro all’estro bugiardo di Zaia c’è invece la politica, l’autarchia e un fondamentalismo gastronomico che col pretesto dell’identità culturale e della salvaguardia della tradizione punta invece a punire il cibo etnico, e quindi i suoi cuochi extracomunitari. Un modo trasversale per riaffermare anche nelle folli leggi anti-kebab, nella demonizzazione dell’ananas, nelle pulizie etniche in cucina l’odio per il diverso, l’intolleranza, il razzismo. Che parte vietando la costruzione di una moschea, negando ai bimbi stranieri i bonus per la scuola o contestando un’impresa di pulizie perchè i suoi lavoratori sono islamici e finisce col far chiudere i ristoranti etnici o apponendo i sigilli a un chiosco di Doner Kebab

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3 dicembre 2009

I classici del cappello – Nikita Kruscev – “Nemmeno Stalin mi umiliò come il compagno Topolino!”

L’archivio di questo blog somiglia sempre di più alla biblioteca del monastero benedettino del Nome della Rosa, affollata e straripante di storie di cibo, di cinema, di tivù, di terzo mondo, di tropici e di gente speciale. Migliaia di storie, di post e di articoli. Alcuni meritano di essere riscoperti, come questo: “Nikita Kruscev – “Nemmeno Stalin mi umiliò come il compagno Topolino!”. Ogni giovedi e ogni sabato, da questa biblioteca ripescherò un classico del cappello sperando di farvi cosa gradita. Buona lettura.

Se chiedi chi era Kruscev sette persone su dieci ti risponderanno ‘quello che sbattè le scarpe sul banco dell’Onu’. Quelle scarpe, la guerra fredda, il muro di Berlino e la Baia dei Porci l’hanno reso immortale. Fino a 30 anni fu praticamente analfabeta, a 50 diventò premier dell’Unione Sovietica. Per Molotov era un ciabattino furbo e mimetizzato, nemico della rivoluzione. Biagi scrisse di lui ‘aveva il vezzo di cambiare continuamente versione sulla morte di Berija. Una volta diceva che l’aveva ammazzato lui, un’altra passava il merito a Mikojan, un’altra al generale Moskalenko’. Fidel Castro, quando seppe che voleva ritirare i missili da Cuba, gli diede del ‘Coglione, stronzo, figlio di puttana’ mentre per le strade dell’Avana tutti cantavano “Nikita mariquita, lo que se da no se quita (Nikita mammoletta, quel che si dà non si riprende)”. I russi lo ricordano perchè denunciò gli orrori delle Grande Purga staliniana e perchè portò alle stelle il prezzo della vodka. Una volta vedendo un quadro astratto disse che sembrava la merda di un cane, ma non era un Goering russo, uno che appena sentiva parlare di cultura toglieva la sicura alla sua Browning. Permise la pubblicazione di opere come ‘Gli eredi di Stalin’ o ‘La giornata di Ivan Denisovic’ e non giustificò mai la censura al ‘Dottor Zivago’; con trecento parole in meno, sosteneva, era il romanzo più inoffensivo di questa terra

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