Fame nel mondo – Mentre l’Italia (non) vota, riso e pane incendiano le strade del terzo mondo

E’ stato un week-end plumbeo, piovoso, perfetto per elettori recalcitranti. Si sperava che il maltempo scoraggiasse le diserzioni che invece sono state il tormentone fino adesso di questo fiacchissimo ritorno alle urne. Sabato sera a Roma si registrava una drammatica morìa di presidenti di seggio. Era già successo nel 2006; allora precettarono centinaia di vigili per supplire all’assenza dei presidenti. Stavolta è andata anche peggio. Astensioni, schede strappate, isteria e liti nei seggi, scabrosi teatrini da presidenziali in Camerun. E mentre in Italia si cercava di votare, nel resto del mondo si è combattuto per la fame. Questo week-end passerà alla storia come il week-end delle sommosse. Ad Haiti la collera della strada ha fatto cadere il primo ministro Jacques-Edouard Alexis. In una settimana un sacco di 50 chili di riso è passato da 35 a 70 dollari. Una follia. E l’isola, che è la più povera dei Caraibi, è letteralmente esplosa. 6 morti, tra cui un poliziotto dell’Onu, e 200 feriti. Ora per sedare i disordini, il capo dello stato, René Préval, promette sconti sul riso del 15%, il che vuol dire 50 chili a 59.50 dollari, troppi comunque rispetto ai 35 di una settimana fa. Vedremo se basterà a quietare la piazza. Anche in Bangladesh, l’aumento del riso ha scatenato l’ira popolare: una porzione di riso in Bangladesh oggi costa la metà di un salario quotidiano. Tensioni anche nel miserrimo Burkina Faso dove gli aumenti hanno reso furente la popolazione. L’Egitto, invece, ha rivissuto gli spettri della guerra del pane del 1977 in cui morirono 70 persone. Il prezzo del pane non più calmierato è aumentato del 26% rispetto a un anno fa e troppa gente adesso non può più permetterselo. In questo quadro esplosivo metteteci la Thailandia, primo paese al mondo nell’esportazione del riso, che incontra problemi sempre maggiori a rispondere alla domanda di approvvigionamento di tutti i paesi e che si vede costretta ad aumentare i prezzi.
Oggi su ‘Libération’, si parla di fame nel mondo come di un’ecatombe annunciata. Ieri su Report, Buono e Riccardi spiegavano come attorno al cibo si gioca una partita decisiva per salvare il pianeta, ma noi occidentali sembriamo non rendercene conto, intenti come siamo a desiderare e servire sulle nostre tavole, in ogni stagione, uva e pomodorini pagati a caro prezzo. Importare un chilo di asparagi dal Perù o un chilo di ciliegie dall’Argentina che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, significa lasciare nell’atmosfera 6 chili e mezzo di anidride carbonica emessa dai carburanti fossili. Solo per coltivare, allevare, o produrre quello che diventerà il nostro cibo e portarlo sulle nostre tavole, emettiamo il 30 per cento dei gas serra, secondo i dati dell’ Onu del Millennium Ecosystem-Assesment, che fotografa lo stato di salute del pianeta. Ma al mondo sembra non importare granché.

Intanto l’11 aprile, in Giappone – Prefettura di Miyazaki – due mango noti come “Le uova del Sole” per il loro colore ardente e per la loro polpa succosa e zuccherina sono stati battuti a un’asta alla cifra record di 2000 mila dollari. Ogni commento è superfluo.
© Lorenzo Cairoli








