Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'il papo'

1 marzo 2010

Linkarsi addosso

Cose che fanno piacere, soprattutto se a pensarle sono persone che apprezzo

Nessun Commento »

7 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Miguel Caballero: la vita appesa a un filo (e a un ago)

La prima tappa del mio giro del mondo sarà la Colombia e una delle prime persone che incontrerò sarà Miguel Caballero nel suo atelier di Bogotà. Non collezionerò solo paesi, città, valli, sierre, altopiani, cordigliere, ma storie eccezionali, come questa che state per leggere…

Mia figlia Sveva non lo può ricordare ma il prete che la battezzò era un colombiano. Non ricordo più il suo nome ma ricordo la mitezza e il sorriso di quest’uomo quando venne per la prima volta a casa nostra e un tic curioso: ogni volta che lo riaccompagnavo in parrocchia camminava sempre al centro della strada, mai rasente le case. Tranne una volta. Quella volta era così infervorato in una discussione – si parlava di Dio, della Chiesa, del Sudamerica – che dimenticò la strada e quando si accorse di camminare a un palmo dalle case, sbiancò in volto. ” In Colombia – mi confidò – bisogna camminare lontano dalle case. Specie di sera. Se non lo fai, rischi la vita. Possono spaccarti una bottiglia in testa, infilarti un coltello nella schiena, spararti nelle gambe. Mio cugino è morto così. Camminando troppo vicino alle case”.
Non ero mai stato in Colombia, ma bastò quella testimonianza per farmi capire che razza di inferno poteva essere la vita in quel paese.

All’inizio degli anni Ottanta la Colombia era il maggior produttore mondiale di cocaina con i cartelli che gestivano il 90% del traffico mondiale. A capo del cartello di Medellin c’era un ex-ladro di automobili, Pablo Escobar, ricco e feroce oltre ogni immaginazione. Si dice che guadagnasse un milione di dollari al giorno. Secondo Forbes Magazine era il settimo uomo più ricco del pianeta. Aveva un esercito personale, terreni ovunque, una flotta aerea, una flotta navale, possedeva giornali e squadre di calcio. Nel 1983 il governo colombiano sferrò un attacco violento al narcotraffico; i capi dei cartelli, allora, proposero al presidente Betancur un trattato di pace; in cambio della loro immunità – sia dall’azione penale che dall’estradizione – avrebbero investito i loro capitali in programmi di sviluppo per il paese e sanato per intero il debito estero della Colombia che all’epoca ammontava a 13 miliardi di dollari. Betancur rifiutò, i capi dei cartelli reagirono con attentati di inaudita violenza, il paese precipitò nel caos. Ma il peggio doveva ancora venire. Nel 1989 i signori della coca organizzarono l’attentato in cui morì Luis Carlo Galàn, il candidato del partito liberale alle elezioni presidenziali del 1990. La reazione del governo fu immediata. Confiscò un migliaio di proprietà dei cartelli e chiese aiuto agli americani. I narcotrafficanti, punti nel vivo, dichiarono guerra allo Stato. Fu la stagione delle bombe. Bombe che esplosero nei locali pubblici, nelle abitazioni private, nelle caserme, nelle redazioni dei giornali, nelle sedi di partito, nelle chiese, nelle banche, persino negli ospedali. Il culmine fu raggiunto con l’abbattimento di un aereo della Avianca in volo da Bogotà a Calì. Fu abbattuto con un missile terra-aria, nell’attentato morirono 107 persone, un atto di terrorismo sensazionale, senza precedenti. Il resto della storia, credo, vi sia nota. Escobar è morto, i capi dei cartelli non fanno più notizia come negli anni Ottanta, ma il narcotraffico in Colombia non è mai stato debellato. La gente continua a camminare lontano dalle case, anche se l’avvento del presidente Uribe e della sua ‘democrazia’ militare ha riportato in Colombia un cauto ottimismo.

In uno scenario così turbolento, un personaggio come Miguel Caballero se non nasceva occorreva inventarlo. Caballero è lo ’stilista’ più anomalo di questa terra, il re del look ‘antiproiettile’. Quindici anni fa fonda il suo impero con soli 10$ dollari e una giacca di cuoio. Sono gli anni della presidenza Gaviria, Escobar è braccato, ma nessuno si sente al sicuro in Colombia. La sicurezza personale è la questione che leva il sonno ai colombiani. Il sarto Caballero si inventa così nel suo atelier in Calle 70, a Bogotà, una linea di capi supersicuri: giacche e giubbotti di cuoio a prova di proiettile, ma anche camicie anticoltello, anfibi a prova di mina, coperte, plaids e trapunte in grado di deviare le granate a pallette. Il passaparola funziona. I suoi primi affezionati clienti sono i residenti americani di Bogotà, poi i politici nel mirino del narcotraffico, infine gli stessi narcotrafficanti. Oggi, Caballero è una superstar da 3 milioni di dollari l’anno, ha filiali in Messico, in India, a Caracas, Quito, Madrid, Amsterdam, Atene. Tra i suoi clienti il presidente Uribe, il venezuelano Chavez, il re di Spagna e divi di Hollywood come Steven Seagal. Se gli chiedi qual’è il suo paese preferito ti risponde: l’Iraq. “Lavoravo con Saddam, adesso lavoro con chi l’ha fatto impiccare. L’Iraq di oggi sembra la Colombia del 1989. C’è un solo modo per sopravvivere oggi in Iraq. Vestire Caballero”.
Piccola curiosità. Sul lavoro tutti i dipendenti di Caballero devono indossare abiti antiproiettili perchè il capo quando ha nuovi clienti in atelier ama dare improvvise dimostrazioni. Ad oggi nessuno dei dipendenti di Caballero ha avuto modo di lamentarsi … a parte qualche lieve ammaccatura.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

Nessun Commento »

5 febbraio 2010

“Accadranno cose bizzarre, posso dire che una delle scene finali sarà di me vestito da coniglio che vago per l’Arizona” (Giancarlo Giannini)

Aggiornamento per tutti i quelli che da settimane mi chiedono quando uscirà il film di Giannini. Sono rimaste solo le ultime scene da girare, tra cui l’epilogo in Arizona, che molti anni fa fu motivo d’attrito tra me e Giancarlo. Invece, leggo, con piacere, che la scena del coniglio è rimasta. Era e rimane il mio ‘capolavoro’.

Nessun Commento »

Valigie e macumbe – Appunti sparsi su un giro del mondo che a maggio decolla davvero

VALIGIE E MACUMBE
Da maggio sarò finalmente e stabilmente in viaggio ma col blog nella valigia. L’ho già scritto anni fa, poi portò una sfiga pazzesca. Così ho deciso di cambiare strategia. Fari spenti, in attesa che l’ossatura del progetto calcificasse. La rete pullula di viaggiatori che fanno il giro del mondo, di inquieti che un bel giorno mollano il loro lavoro e si concedono un anno sabbatico. Quasi un popolo, credetemi. Perciò ci voleva un’idea in più. Il giro del mondo da solo non bastava. La mia prima idea era di rifare esattamente questo blog, così come lo leggete ora, con la differenza che invece che scriverlo a casa mia, a Roma, l’avrei scritto oggi in un bar di Pechino, domani in un internet-point di Accra, dopodomani in un ufficio postale di Cartagena. E quell’idea la mantengo. Continuerò a raccontare le mie storie. Cambierà, invece, tutto quello che mi succede intorno. Cambieranno i fusi orari, il sapore dei piatti sulla mia tavola, il colore della pelle e la lingua dei miei nuovi amici. Andrò a far visita a tutti i bloggers africani, caraibici, americani coi quali in questi giorni sono in frenetico contatto e le redazioni di tutti quei giornali lontani e oscuri che tutti i giorni sfoglio e segnalo ai miei lettori.

SCRIVERE IL MONDO
Ogni giorno scriverò. Cosa che da sempre mi riesce di una facilità irrisoria. L’ho già fatto tante altre volte. Quando Sharon restituì Gaza ai palestinesi, ad esempio, io ero giù e raccontavo questa pagina di storia in diretta, ingobbito in internet point piccoli come giocattoli, sui computer di amici – con connessioni di una lentezza esasperante – sui computer degli alberghi, nelle redazioni dei giornali, nelle cucine del ‘Darna’ di Ramallah, persino su quelli della Croce Rossa. Scriverò per il quotidiano con cui collaboro ‘La Stampa’, che mapperà il mio tragitto in rete, scriverò su un importante mensile di cui adesso preferisco tacere il nome, scriverò su Facebook, su Twitter, sul mio blog e su un nuovo blog che amici più competenti e più informatici di me stanno creando appositamente in questi giorni e che non ho ancora deciso come chiamare (se avete qualche nome da consigliarmi, coraggio, ascolto con piacere). Ma occorreva un’altra idea. E l’idea, non so come, non so quando, una mattina mi ha buttato giù da letto.

L’IDEA!
I miei lettori non solo seguiranno giorno per giorno il mio giro del mondo, ma potranno interagire, condizionare le mie scelte, modificare i miei itinerari. Vi faccio un esempio, che gli esempi se son fatti bene aiutano.

Tappa a Nairobi. 24 ore prima, chiedo ‘cosa volete che faccia’? Che vi porti con me nella più grande bidonville africana, Kibera, magari a vedere come sono riusciti a trasformare le discariche in fattorie biologiche? Volete che intervisti Odinga, il grande avversario del presidente Kibaki? Volete che vi conduca nel villaggio dove scolpiscono statue della famiglia Simpson intagliando la pietra saponaria?

E non finisce qui. I miei lettori potranno decidere anche cosa farmi mangiare o dove farmi dormire. Quasi come in reality. Non l’ha mai fatto nessuno fino ad ora. Non lo trovate geniale?

TAPPE
Grossomodo, il mio itinerario sarà questo. Da maggio a giugno 2010 il blog emigra prima in Colombia (1 mese, 1 mese e mezzo, base Cartagena) poi in Giamaica (1 mese, base Kingston) con brevi incursioni ad Haiti, Cuba, Messico, Panama, Repubblica Dominicana, Costarica. Ad agosto, Perù, Ecuador, Bolivia, Brasile, Argentina, Cile, Patagonia. Ottobre e novembre appendo il cappello in Cina e Indonesia con incursioni in Cambogia, Thailandia e Vietnam. Dicembre: Iran, Israele, Libano. Gennaio: Nuova Guinea, base a Port Moresby e Australia. Febbraio fino a fine aprile Africa: Ghana, Senegal, Camerun, Benin, Ruanda, Kenya, Etiopia, Eritrea. Quindi, ritorno a casa. L’India magari sostituirà la Cina. Forse al posto del Benin ci sarà il Burkina Faso. Magari uno tsunami mi obbligherà a cambiare percorso, o la repentina follia di un satrapo dell’Africa più disperata o un’epatite. Ma grossomodo l’itinerario è questo.

BUDGET
Per fare tutto questo – parliamo di un anno in viaggio in oltre 30 di paesi – ho preventivato una spesa che oscilla tra i 12mila euro e i 15mila, tratte aeree comprese, quindi poco meno di mille euro al mese (bella sfida, no? Qui, con quei soldi, se non ti aiuta la Caritas, non arrivi neanche a fine mese). Ho scelto di partire a maggio per sfruttare l’effetto Cannes e sfruttare la promozione del mio film. In pratica, userò la promozione del film per promuovere il mio giro del mondo. Nella ricerca degli sponsor sono a buon punto. Mi manca solo uno sponsor tecnico, uno dei tre grandi sponsor e quattro dei nove microsponsor. Per adesso è tutto.

Lorenzo Cairoli, alias Bruce Kapuscinsky

11 Commenti »

30 gennaio 2010

L’uomo che cadde sulla terra

Neanche i dofini, i soldatini del formaggino Dofo, con cui giocavo più di quarant’anni fa, sbiliardavano per terra così.

2 Commenti »

29 gennaio 2010

Solidarietà con le Mourning Mothers

Le Mourning Mothers (“Madri in lutto”) si radunano ogni sabato pomeriggio a Tehran, nel Parco Laleh. Chiedono giustizia per i loro figli, uccisi dalla violenza del regime durante le manifestazioni che sono seguite alle elezioni di giugno, oppure arrestati, impiccati o scomparsi nelle prigioni iraniane.
Nel corso dei loro pacifici incontri, molte Madri sono state minacciate, percosse e arrestate.

In contemporanea con il loro raduno settimanale, ci ritroveremo a Piazza del Popolo, a Roma, per esprimere a queste Madri coraggiose la nostra solidarietà e il nostro affetto.

Chiediamo a tutti, e in modo particolare alle donne, italiane, iraniane e di qualsiasi altra nazionalità, di essere presenti

Sabato 30 gennaio 2010
Ora: 16.00 – 19.00
Luogo: Roma, Piazza del Popolo

Nessun Commento »

22 gennaio 2010

Giù le mani dal kiswhaili! 2 – Come l’ho imparato. E perchè trovo sia una delle lingue più belle del mondo

La lingua swahili è una delle dodici lingue più importanti del mondo, parlata da cinquanta milioni di persone. E’ parlata sulla costa dell’Africa Orientale, dalla Somalia fin quasi al Mozambico e si estende all’interno fino allo Zaire. E’ lingua ufficiale in Kenya, Tanzania e Uganda; è lingua nazionale in Kenya e Tanzania. Nacque quindici secoli fa come lingua di comunicazione fra gli abitanti della costa orientale africana e i mercanti di origine araba. Il termine swahili deriva dalla parola araba sahil che significa ‘costa’.

Nel corso dei secoli, oltre ad essere influenzato dalla lingua araba, lo swahili si è contaminato col portoghese – con l’arrivo delle prime navi portoghesi a Malindi – e successivamente con l’inglese.

Durante il periodo della colonizzazione tedesca si ebbe invece il passaggio dai caratteri arabi a quelli latini.

Vent’anni fa lo parlavo in modo fluente e mi arrangiavo coi dialetti fra cui il giriama della costa. Lo imparai aspettando la cena. Mi sedevo in cucina con un piccolo quaderno e chiedevo a Kaindi il nome delle cose che cucinava. Dopo una settimana in quel quaderno non c’era spazio nemmeno per una virgola. E dopo i nomi dei cibi imparai a distinguere i seni delle donne (matiti) dai problemi (matata) e dalle macchine (matatu).

Imparai gli insulti che non si cancellano, gli apprezzamenti che le ragazze amano sentire, le espressioni che ti avvicinano alla gente. Affinai il mio swahili litigando coi doganieri, sballottato sui coloratissimi matatu, tirando il prezzo a scaltri artigiani, nel letto di donne feline il cui odore mi faceva ribollire il sangue. Mi fu di grande aiuto anche la grammatica di un missionario italiano che si era rifatto al testo che l’inglese Frederick Johnson aveva pubblicato alla fine degli anni trenta. Mi parlarono benissimo anche del testo dei tedeschi Hoeftmann-Herms, una miniera di neologismi. Sfortunatamente non leggo il tedesco.

Ci sono parole di chiara influenza inglese come bicchiere – glasi, da glass.

O biglietto, tikiti – da ticket. O bicicletta, baisikeli – chiaramente derivata da bicycle.

L’elenco è lunghissimo. Wiki, settimana – da week. Supu, zuppa – da soup e così via .

Ci sono parole inequivocabilmente portoghesi.

Melanzana in portoghese è beringela o berinjela. In swahili biringani.

Il vino portoghese in Kenya diventa mvinyo.

Ancora più numerosi i prestiti dalla lingua araba. Safari deriva dal verbo safara viaggiare. Kitabu, libro deriva dall’arabo kitab. I giorni della settimana: giovedì, è Alhamisi. In arabo è Al-khamis. Ijuma è venerdi. In arabo, al-juma. Quasi identico.

Lo swahili è una lingua solare, gioiosa, molto musicale. A volte si ha l’impressione parlandola, di un idioma che altro non è che una gigantesca filastrocca. Però il suo vocabolario è povero. Un esempio. La parola birra non esisteva. Esisteva la parola pombe per indicare la birra fermentata dal miglio o dalle banane ma non per la birra che si beveva negli hotel o nei duka, i chioschetti, coi pavimenti di terra battuta, privi di frigo e assordati da musica sempre ad altissimo volume. La birra più diffusa era l’ottima Tusker, prodotta come la White Cap dalla Kenya Breweries. La vendevano in tre versioni : Tusker, Tusker Export, Tusker Malt Lager. Sul tappo e sull’etichetta della Tusker era ben visibile un elefante con grandi zanne. In swahili, elefante si dice tembo. Quando un kenyano entrava in un bar e voleva una birra Tusker, chiedeva semplicemente un tembo, un elefante, indicando così l’etichetta della birra.

Mi divertivano molto parole come taka-taka (spazzatura), bara-bara (strada) pole-pole (piano-piano – più che una parola una filosofia di vita come il perimeni dei greci; l’arte antica come il mondo di saper aspettare, perché le cose hanno il loro tempo e in Africa la fretta è una dittatura che ha le ore contate). O fiki-fiki (fottere) che come da noi è accompagnata dal gesto osceno del pugno che va avanti e indietro. Mi divertiva il suono di queste parole che crepitavano nelle conversazioni come raffiche di mitraglia. Appena il turista scende dall’aereo oltre all’odore dell’Africa che subito si insinua nelle sue narici è accolto da una parola, rafiki, amico, che lo accompagnerà per tutto il suo soggiorno come una collana di fiori. Sarà rafiki per i bimbi che gli tireranno le tasche e gli chiederanno uno scellino. Per il beach-boy che gli estorcerà una sigaretta. Per il venditore che cercherà di vendergli un kanga di cotone sottile o un cesto di sisal. Per il tassista che vorrebbe scarrozzarlo in capo al mondo. Rafiki come il dottore o il capo che ti urlano a Roma i posteggiatori abusivi. O il gringo dei messicani. Curioso che nella parola rafiki, amico, irrompa un po’ di quel fiki-fiki che significa fottere. Quasi un monito a diffidare di certe amicizie facili e ingannevoli.

Nessun Commento »

2 dicembre 2009

Qualcosa di travolgente

Pagare il canone secca anche ai civilissimi svedesi. Così la SVT, la Sveriges Television, ha regalato ai suoi abbonati una campagna di una bellezza inaudita (l’agenzia che l’ha ideata è la Draft FCB). Si tratta di un film interattivo in cui chiunque – tu, il tuo cane, i gamberoni di District 9, la tua pornostar preferita – può diventare l’eroe del giorno. Basta caricare una foto e il gioco è fatto. Tutto facile e assolutamente incantevole.

2 Commenti »

24 novembre 2009

La leggenda del kitfò della misteriosa cuoca Gurage

In un pezzo che scrissi più di due anni fa su questo blog intitolato: ‘African Delicatessen’ teorizzai che le cucine dell’Africa sono elementari, quasi primitive. Tavolozze monocromatiche con le quali si cerca di colorare la fame. Chi crede il contrario, non ha capito nulla di questa terra. Con un’eccezione però: la cucina etiope (ed eritrea). Potrei azzardare che l’Etiopia è l’Abruzzo del Continente Nero. Incassato tra montagne impervie, povero di strade, povero di porti, per secoli difficile da raggiungere nonostante la sua vicinanza a Roma, l’Abruzzo ha vissuto in un magnifico isolamento. Ha una cucina che non ha subito influenze, contaminazioni, imbastardimenti ; ha una vena religiosa commovente, è la regione che detiene il primato del maggior numero di feste patronali, di pellegrinaggi, di vocazioni al sacerdozio. Scriveva Flaiano:” In questa terra dimenticata da Dio, ma in cui Dio non è mai stato dimenticato neppure un istante, per chi non vuole incurvarsi nei campi o sui greggi, due sono le possibili carriere : diventare preti o carabinieri”.
Anche l’altopiano etiope ha favorito un magnifico isolamento e così l’Etiopia è diventata isola cristiana in un mare islamico, cosa che non le ha permesso di conoscere tutti gli sviluppi del pensiero cristiano europeo. Visitando i grandi centri di culto gremiti di fedeli e osservando le sue feste religiose ci si rende conto che la loro religione si avvicina a un cristianesimo primitivo, e anche le altre religioni presenti sul suolo etiope – Islam, compreso – appaiano più indulgenti e sincretiche.
Ad esempio: le donne Afar, della Dancalia, che non solo girano per i villaggi sgravate dal peso della burqua, ma lo fanno col petto nudo, coi seni liberi e baldanzosi in quella afa dolce, sotto quel cielo scandalosamente azzurro. Solo alle spose viene imposto un velo trasparente che copre il viso e il corpo. John Hillary, nel suo “Journey to the jade sea” parlando degli etiopi, scriveva:” Ebbi la sensazione di essermi imbattuto in una razza sopravissuta solo perchè il tempo aveva dimenticato di estinguerla”.

L’Etiopia non è uno stato, ma uno stato di grazia. I pozzi cantanti dei Borana, i Waggas, sorprendenti sculture totemiche, le piroghe xiliformi, che solcano, anzi, increspano le acque dei laghi etiopi con la leggerezza delle libellule, le foglie lanceolate del chat, l’anfetamina dei poveri, l’uso, o meglio, l’esubero del burro speziato in tutto le pietanze – al contrario di quanto accade in Eritrea, dove forse, per sprezzo verso gli Etiopi, il burro è centellinato quasi fosse mantecato dal tartufo bianco. E ancora: gli scrolls, i rotoli magici di pergamena, la cerimonia del caffè (bunna), tostato e poi macinato lentamente e servito nelle jebene di terracotta, in cui Elena e sua figlia Sophie sono inarrivabili maestre di cerimonia

A Roma esistono molti ristoranti etiopi/eritrei. Vengon su come l’erba matta quasi tutti intorno alla Stazione Termini, offrono più o meno gli stessi piatti – zighinì, shurò, sambusa, spriss, gored-gored, kitfò – hanno tutti, più o meno, nomi sfilati ad un atlante (il porto di Massaua, il deserto del Sahara, l’antico porto di Adulis), sono bui, promiscui, trasmettono più che esotismo precarietà, e alcuni di loro – Adulis in testa – sono esattamente quei localini cui i lettori di Follett o di Le Carrè si immaginano avvengano reclutamenti di mercenari per oscure guerre africane o per colpi di Stato nei turbolenti atolli dell’Oceano Indiano. A Pigneto invece, a via Grosseto, regna ‘Ethio Fasil’ il ristorante etiope dell’istrionico Mamush. Le sue ingera sono fra le più prelibate di tutta la Capitale, ma il suo asso nella manica è il kitfò, la steak-tartare degli etiopi, un piatto sublime. Io conosco la donna che ha insegnato a Mamush tutti i segreti del kitfò: il suo nome è Tighisti, splendida e misteriosa donna Gurage, una delle cuoche più straordinarie in cui mi sia mai imbattuto. Sono proprio le donne Gurage le regine del kitfò, come da noi le bolognesi sono virtuose nel rendere sottile ed elastica la sfoglia dei tortellini.

Kitfò, significa ‘tagliato finemente’: è carne cruda amalgamata con mitmita, una spezia molto più incendiaria del berberè e da niter kibbeh, il burro chiarificato e aromatizzato. Si serve crudo o leggermente scottato in graziose ciotoline, accompagnato da un’ingera particolare, il kocho.

Questo pezzo è per Flavio, uno dei tanti che mi rimprovera di non scrivere più di cucina. Sono in molti, in verità, che mi chiedono di tornare a scrivere di cibo, magari complice un vecchio pezzo che hanno ripescato dall’archivio. La voglia è tornata anche a me. Prepotente. Da dicembre, tornerò a farlo tutti i mesi, e non solo sul blog, ma per adesso non aggiungo altro. Ho buoni motivi per essere scaramantico.
A dicembre potrei essere a Parigi, quasi certamente dalle parti di boulevard de la Tour Maubourg, a intervistare Rougui Dia, la perla nera senegalese di Petrossian. Stasera, invece, alla Città del Gusto sale in cattedra l’abruzzese Niko Romito, uno di quei cuochi che fanno una cucina tanto bella che si vorrebbe avesse le guance per baciarla. Io ci sarò.

1 Commento »

9 novembre 2009

Giancarlo Giannini regista, ciak a Roma

Ad oltre 20 anni dal suo esordio con Ternosecco e dopo una serie di riprese effettuate in Canada Giancarlo Giannini sta girando a Roma in questi giorni il suo secondo film da regista dal titolo provvisorio Ti ho cercata in tutti i necrologi di cui è anche protagonista accanto a F. Murray Abraham e Silvia De Santis.

Scritto da Lorenzo Cairoli e Ludovica Rampoldi e coprodotto dalla Dean Film per un costo di circa 4 milioni e mezzo di euro (un terzo dei quali è garantito dal MiBAC), il film racconta la storia, ispirata ad una vicenda vera, di un italiano rifugiatosi in Canada dopo un incidente avvenuto quando faceva il tassista. Nella sua nuova vita si occupa del trasporto dei defunti al cimitero con il suo carro funebre e cerca di sopravvivere sfidando le difficoltà con un esasperato vitalismo. E quando troverà l’amore dando un passaggio ad una misteriosa giovane donna, il protagonista si troverà coinvolto in una storia di passione assoluta

Quasi quasi faccio un salto sul set.

Nessun Commento »