
Quarantacinque anni, romano, Giovanni Piperno è una delle punte di diamante del documentario italiano. Ci ha raccontato il boom del cinema indiano, quando ancora in Italia nessuno sapeva cosa fosse Bollywood. Ha viaggiato il Sudafrica in cerca di ebrei e di taxi collettivi. Ha denunciato il più clamoroso scandalo edilizio italiano – il villaggio Coppola – in un documentario teso e avvincente che ha trionfato al Torino Film Festival. In Puglia ha intercettato storie lunari come quella del regista Nico Cirasola, col suo cinema pagano e i suoi set sgangherati e quella di Mario, custode di un presepe all’aperto, con la passione del cinema e del balletto. Nel suo ultimo film Cimap! Piperno ha viaggiato per dodicimila chilometri – da Venezia a Pechino – con una carovana di 77 psicoassistiti e 130 tra operatori, psichiatri, familiari e volontari, in un viaggio terapeutico alla maniera del Basaglia anni settanta. E’ eclettico, curioso, solare. Se gli parli del Camerun, i suoi occhi si incendiano come torce al ricordo delle donne di Douala – le creature più feline e sinuose di tutta l’Africa francese. Quando gli svelo il mio amore per il cibo, pesca subito dall’agenda il numero Piero Cannizzaro – “Lo devi conoscere assolutamente- mi dice – Gira documentari bellissimi su cibo e spiritualità”. Incontro Giovanni a Prati, in una pausa pranzo. Ha appena terminato di montare ‘La danza delle api’ un documentario sul multilinguismo a Roma realizzato insieme a Giulio Cederna poi si tufferà in un documentario molto complesso e ambizioso sulla famiglia Agnelli.
Mi affascinava la fotografia. Un inverno accompagnai mia madre a Parigi. Papà mi aveva prestato una semiautomatica, per la prima volta fotogravo in bianco e nero. Fu una folgorazione: il bianco e nero sembrava nato apposta per esaltare Parigi, distillava perfettamente la sua essenza, catturava dettagli che al colore sarebbero sfuggiti. Giurai a me stesso: ‘Mai più foto a colori’. Sviluppavo le foto a casa di un mio compagno di ginnasio – Tommaso Borgstrom, oggi affermato direttore della fotografia - che aveva un ingranditore nella sua camera oscura.
Giovanni continua a fare foto, sognando reportage. Studia all’istituto di design – ma la prospettiva di fare still life di medicinali e pentole, lo deprime. Partecipa a un corso estivo di fotografia con il grande Leonard Freed della Agenzia Magnum. Poi, la svolta della sua carriera. Merito della sua adorazione per i sederi femminili
Ero amico di Carmen Rotunno. Suo padre Giuseppe è stato uno dei più grandi direttori della fotografia, ha avuto una nomination all’Oscar, 3 David di Donatello, ha lavorato con Fellini, De Sica, Pollack. Una leggenda, insomma. Bè, il fondoschiena di sua figlia non era da meno. Sognavo di averla come modella, ma non trovavo mai il coraggio di chiederglielo. Finchè un giorno non andammo al mare e il mio sogno si realizzò. Una delle foto che le scattai finì sulla scrivania del padre: una foto quasi astratta, ricordava una collina. A Rotunno piacque, si congratulò con me, io ne approfittai per chiedergli di lavorare nel cinema: “Con me finiresti per fare il tecnico – mi disse – Meglio se continui con la fotografia”. Ma io non mi arresi, lui allora mi invitò sul set di un film americano di cui era il direttore della fotografia, ‘Rent a cop’. I protagonisti erano Liza Minelli e Burt Reynolds, tutti e due un po’ bolliti: lei da cinque anni mancava da un set, lui era quattro anni che non indovinava più un film. Ma per me fu come salire su una giostra. Lavorare con Rotunno era respirare cinema a pieni polmoni e il suo entourage, davvero speciale: Gianmaria Majorano aveva lavorato con Altman e Fellini, Daniele Cimini con Visconti. Daniele diventò l’ago della mia bussola. Morì giovane, purtroppo. A me piace pensare che mi guarda da lassù, come un angelo custode.
Dal 1987 al 1997 Piperno fa una lunga gavetta da assistente operatore: lavora in Spagna con la seconda unità di Michele Soavi al ‘Barone di Munchausen’ di Terry Gilliam e conclude questa fase della sua carriera con ‘Kundun’ di Scorsese: un mese in Marocco a sostituire un collega che ha dato forfait
Sul set di ‘Una vita scellerata’ conobbi Laura Muscardin, assistente alla regia di Giacomo Battiato. Decidemmo di lavorare insieme: ispirati da un documentario sugli ebrei in Amazzonia, andammo in Rai e proponemmo ai curatori di ‘Sorgenti di vita’ un documentario sugli ebrei in Sudafrica. L’idea piacque. In Sudafrica girammo due documentari: quello proposto in Rai e un altro, più sperimentale, sui taxi collettivi. Allora fare documentari ci sembrò la cosa più facile e redditizia del mondo. Nel cinema ufficiale un regista investe quattro/cinque anni della sua vita a riscrivere più volte la sceneggiatura del suo film, a convincere produttori e distributori, a scornarsi con attori e agenti e poi, quando è a un passo dal girarlo, magari gli salta tutto. Noi avevamo fatto un documentario in due settimane: lo avevamo montato, venduto e per quanto fosse solo una seconda serata di Rai2, era stato visto da un pubblico che molti registi di cinema neppure si sognano…
Nel 1994 è la volta di ‘Un thè sul set’ …
….fu Harish Amin a parlarci di Bollywood. Il fenomeno dell’ascesa del cinema indiano era stato raccontato solo dalla BBC. Io e Laura non avevamo la più pallida idea di cosa ci aspettasse, o meglio, pensavamo a una Cinecittà molto più caotica e tentacolare, a set infestati da attori ballerini e da un caldo umido pazzesco. Servivano trenta milioni: Laura se li fece prestare dalla madre, io da una zia mecenate e partimmo per l’India. Fummo subito spiazzati dall’efficienza con cui ci accolsero. Bollywood era già allora una formidabile catena di montaggio: c’era lavoro per tutti, gli orari erano un’astrazione, le troupes sembravano impermeabili alla fatica. Della concorrenza degli americani, se ne fregavano. “Il nostro cinema non sarà mai colonizzato da voi” – ci disse un produttore. Aveva ragione. E infatti oggi l’Oscar lo vince ‘Slumdog Millionaire’. Girammo a Mumbai, Madras, Calcutta. Lasciammo l’India con 90 interviste e tanto di quel girato da tappezzarci un appartamento. (I primi documentari che Piperno gira con la Muscardin sono, per dirla alla Celati, imprevedibili. Imprevedibili non solo per gli spettatori, ma anche e soprattutto per chi li fa. ‘Bisogna restare del tutto spiazzati – teorizzava Celati – e dopo nel tormento del montaggio viene fuori qualcosa di impensato’). Come nel documentario sudafricano, anche stavolta non avevamo sceneggiatura. Il nostro metodo era filmare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento. Se lo avessimo girato oggi, avremmo scelto dalla massa di interviste due personaggi che ci guidassero a Bollywood e intorno ai quali costruire il film. Quattordici anni fa invece risolvemmo tutto ispirandoci a ‘32 piccoli film su Glenn Gould’, articolando ‘Un thè sul set’ in dieci brevi capitoli. Terminato il montaggio, provai a venderlo a Parigi. Era inverno, faceva un freddo polare, la metropolitana era paralizzata da uno sciopero. Così noleggiai una bici e feci il giro dei produttori. Poco dopo mi telefonò Gillo Pontecorvo: voleva ‘Un thè sul set’ a Venezia. Quel film lo abbiamo venduto dappertutto: in Australia, in America, persino ad Al-Jazeera. E continuiamo a venderlo ancora oggi. Molti attori che all’epoca del documentario erano quasi sconosciuti, adesso sono delle superstar. E ai loro fans piace da impazzire rivederli agli esordi.
Laura e Giovanni gireranno insieme un ultimo documentario l’anno seguente ‘Vernichtung Baby’ poi la ditta si scioglie. Due anni dopo Laura vince il premio Solinas con ‘Giorni’ una sceneggiatura scritta insieme a David Osorio e Monica Rametta che diventa un film nel 2001

Alla scuola di cinema di Bassano di Ermanno Olmi incrociai suo figlio Fabio. Veniva dalla Puglia e mi parlò con entusiasmo di Nico Cirasola, una specie di marziano del cinema indipendente. Mi si accese la lampadina e partì subito per Bari. Cirasola aveva debuttato alla fine degli anni ottanta con ‘Odore di pioggia’ un film a cui la stampa si interessò perchè nel cast c’era Renzo Arbore. Arbore lo definiva un ’sedicente regista di cinema’, uno che a forza di dire ’sono un regista’ aveva finito per crederlo veramente. Lo andai a trovare sul set del suo terzo film ‘Do Do Da’, e lì rimasi come organizzatore generale. Il film raccontava la storia degli Dei dell’Olimpo che ogni due secoli tornano sulla terra. Ma visto che in tutti i film di Nico la sceneggiatura è un’astrazione il film comincia in un modo, poi si incasina in maniera pazzesca e finisci col non distinguere più Marte da Giunone, il divino dall’umano, Giove da un maresciallo della marina di Taranto (N.d.R.: sul set di ‘Bassa Marea’ quando un’attrice, l’unica professionista del cast, chiede la sceneggiatura, Cirasola sbotta: ‘Ma che sceneggiatura! Andasse a lavorare coi registi di Milano!‘). ‘Do Do Da’ non andò a Venezia, non uscì nelle sale e quando lo Nico lo mostrò a Luciano Sovena, Sovena abbandonò la sala incazzato. “Come, non ti piace? ” gli chiese Nico. ” Ma che film mi hai portato? – strepitò Sovena – Mi vien voglia di sfasciare le sedie”. La troupe non fu pagata, il film fu girato come sempre con pellicole avanzate da altri, ma io mi divertì moltissimo e ne approfittai per girare ‘Il mio nome è Nico Cirasola’
Il film che Giovanni cuce addosso a Cirasola è forse insieme a ‘Come inguiammo il cinema italiano’ di Ciprì e Maresco la più appassionata, ironica, tenera ed esilarante dichiarazione d’amore nei confronti di un cinema più emarginato che indipendente, sgrammaticato, brancaleonesco, straccioncello, balzano, plebeo, truffaldino (come non pensare al povero titolare dell’Hotel Miramonti che per due mesi tiene a pensione la troupe di Cirasola, non viene pagato, e a pochi giorni dall’ultimo ciak, si sente chiedere da uno degli attori: ‘Quanto ci dai per andarcene via?’). Cirasola attraversa il set con un incedere languido, come un divo di Bollywood, abbronzato, sornione, quasi sempre a torso nudo. Più che un regista sembra un amabile capogita. Con lui si mangia il pesce, si va al mare, si balla, e nei ritagli di tempo, magari si gira anche un film. La scena del cathering è da antologia. “Compra del formaggio, ma di quello buono – raccomanda Cirasola a un ragazzo della troupe – E delle olive, saporite però. E del pesce, basta che non siano le seppie dell’ultima volta che erano troppo salate. Magari un polpo – tenero, mi raccomando – che lo facciamo alla brace”. Peckinpah un giorno disse: “In America tutti si preoccupano di far finire la guerra e di salvare le foreste, ma questi stessi crociati escono la mattina di casa dimenticando di baciare le proprie mogli e di annaffiare le piante. In Messico non si preoccupano così maledettamente di salvare la razza umana. In Messico non si dimenticano di baciarsi e di annaffiare le piante’. Il cinema di Cirasola è un po’ come il Messico di Peckinpah.

Sul set di Cirasola, Piperno conosce Mario Giammaria, un quarantenne la cui vita sembra un romanzo scritto da Dickens e da Raymond Carver. Ultimo di undici figli, a due anni resta orfano del padre, a sei finisce in collegio, a tredici in carcere minorile, a sedici si sposa, a diciassette si imbarca su una petroliera come ‘giovanotto di macchina’: pulisce paglioni, scopa i pavimenti e quando la petroliera fa rotta verso l’Arabia, il marconista lo informa che la moglie ha partorito. Emigra in Australia con la famiglia. Sei anni agli antipodi, ma le cose non vanno come aveva programmato: sopravvive di lavoretti precari, di sussidi, e forse, di truffe. Alla fine rientra a Bari. Sogna il cinema e il balletto, nel frattempo campa coi premi delle assicurazioni e con qualche lavoretto saltuario. Durante le feste natalizie fa il custode a un grottesco presepe usato da un fotografo come sfondo per ritrarre i bambini. Quindici ore di lavoro ogni giorno, la notte dorme su una 126 posteggiata accanto al presepe. In coppia con Piperno stavolta c’è un nuovo co-regista, il vulcanico Agostino Ferrente. Diplomato al Dams di Bologna, ha seguito Ipotesi Cinema, il gruppo diretto da Ermanno Olmi. Ha ottenuto riconoscimenti in festival internazionali con i corti “Poco più della metà di zero” (1993) e “Opinioni di un pirla” (1994).
La storia di Mario era un romanzo che lui raccontava con straordinaria e torrenziale autoironia; impossibile non pensare di farci un film. Lo girammo in soli nove giorni, con gli amici che si fecero in quattro per aiutarci. Nico Cirasola ci prestò la cinepresa ARRI 2C e l’appartamento del suocero, Paola Massiah – che aveva prodotto il film su Nico – una telecamera, mia moglie, visto che non c’erano i soldi per il cathering, cucinò per tutta la troupe. Per la pellicola in bianco e nero, recuperai quella che era avanzata da uno spot Martini a cui avevo lavorato – quello con Charlize Theron, per interderci. Mario non ci dava tregua, passava la notte insonne sulla sua 126 a leggere Stanislavskij e a inventarsi scene che il giorno dopo cercava di convincerci a girare. In questa avventura, Agostino Ferrente fu il partner perfetto. Dal pre-montato intuì subito il potenziale del film – ha la lungimiranza di uno sciamano, capisce prima degli altri se un progetto può volare. Fu lui a coinvolgere gli Avion Travel, a convincerli a scriverci la colonna sonora. ‘Il film di Mario’ fu acquistato da Rai3, Arte, Planet, che lo distribuì anche in America Latina. Mai avuto tanto successo con un documentario: tutti quelli che lavorarono con noi, furono ripagati dei loro sforzi, compreso Mario che coi soldi guadagnati cambiò la sua 126 con un’Alfa Romeo di seconda mano. Nel cinema ufficiale, girare un film è un po’ come imbarcarsi su una nave. Esattamente come su una nave ti trovi a convivere con persone che fino a una settimana prima non sapevi nemmeno che esistessero. Arrivi a condividere con loro grandi complicità, intimità impensate, poi il film finisce e tutti se vanno per la loro strada. Nei documentari questo è impensabile. I documentari ci costringono ad allargare la famiglia, perchè il regista di un documentario non spezza mai il cordone ombelicale tra lui e i suoi personaggi. ‘Il film di Mario’ l’ho girato nel ‘99. Sono passati dieci anni, eppure Mario lo sento al telefono tutte le settimane
Mario, nel frattempo, tra un presepe e il premio di un’assicurazione, ha debuttato alla regia con il film ‘Il capo dell’anno’. Su internet si possono vedere i primi otto minuti: immaginate i primissimi film di Nino D’Angelo, girati però con un budget dieci volte più risicato, coi protagonisti che sibilano in un barese stretto che già a Molfetta non capirebbe nessuno.
Nel 1999 Piperno e Ferrente girano ‘Intervista a mia madre’ poi ognuno va per la sua strada – torneranno a lavorare insieme ne ‘La banda di Piazza Vittorio’ (2007); Agostino come regista, Giovanni come direttore della fotografia. Nel 2003 Piperno dirige ‘L’Esplosione’ prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, nel 2006 ‘This is my sister’ e nel 2008 ‘Cimap!’. Il film nasce da un incontro quasi casuale con la Ruvido Film e due associazioni: Anpis e Le Parole Ritrovate. E’ un film che ad ogni proiezione viene accolto dal pubblico con grande calore ma che è incredibilmente al centro di un caso kafkiano
Questo film, a cui tengo moltissimo, è intrappolato in un limbo da mesi. L’istituto Luce doveva distribuirlo nelle sale a novembre. Non se ne è fatto nulla. Un passo indietro: il film è nato con la benedizione e con i finanziamenti (300.000mila euro) dell’allora Ministro della Salute, Livia Turco. Alla Turco mostrai la versione definitiva di ‘Cimap!’ e lei era entusiasta, ma poi il secondo governo Prodi è caduto, e al posto della Turco è arrivato il ministro Sacconi. Quando seppe che ‘Cimap’ era stato invitato al festival di Locarno chiese che nei titoli di testa il logo del vecchio ministero fosse sostituito con il nuovo. L’ho accontentato. Poi a pochi giorni dalla proiezione, il Ministro ha chiesto di togliere il logo e il patrocinio al documentario, senza dare spiegazioni. L’Istituto Luce sembrerebbe effettivamente interessato a distribuire il film pagando il passaggio in pellicola, alcune copie ed una parte della pubblicità necessaria. Ha chiesto però un nuovo contratto all’attuale Ministero del Welfare, nel quale sia espressa in maniera più chiara la possibilità per la Ruvido Produzioni di commercializzare il film e di conseguenza per il Luce di distribuirlo. Dopo mesi di telefonate e di riunioni si è giunti ad un accordo verbale: il ministero dovrebbe aver diritto ad una quota degli eventuali incassi da destinare a progetti di intervento psichiatrico, manca però la parola del Ministro, e, a quanto dicono dal ministero, l’approvazione della Corte dei Conti. Se tutto andasse a buon fine, verrebbero stipulati i contratti tra Ministero e Ruvido e tra Ruvido e Luce. Poi partirebbero le pratiche con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il visto censura, il riconoscimento dell’origine italiana, e così via. Contemporaneamente ci vorrebbe circa un mese per il passaggio in pellicola, il mixer sonoro per la sala, la grafica e i manifesti. E io che contavo di uscire in sala a maggio…
© Lorenzo Cairoli
Scritto da lorenzo cairoli alle 14:02, in ItaliaDoc 2009, Viaggio nel documentario italiano, quello che so del cinema
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