Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'ItaliaDoc 2009'

25 febbraio 2009

Un altro mercoledì Doc alla Casa del cinema

Tra poco più di un’ora alla Casa del Cinema a Villa Borghese quarto appuntamento con ItaliaDoc 2009. Due i documentari oggi: ‘Preparativi di fuga’ di Tommaso Cotronei e ‘Napoli Piazza Municipio’ di Bruno Oliviero.

Il mio prossimo pezzo di ‘Viaggio nel documentario italiano’ sarà online settimana prossima su ‘La Stampa.it’. Dopo Giovanni Piperno è la volta di Mario Balsamo.

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21 febbraio 2009

Cinecittà e Candomblè

Mancavo da Cinecittà da diversi anni; ci sono tornato giovedi per vedere Mario Balsamo insegnare regia del documentario ai suoi allievi. Camminare per Cinecittà alla ricerca della palazzina 59 è stato un po’ come attraversare un presidio militare vastissimo e dismesso. Di cinematografico non si vedeva nulla: fuori da un laboratorio di carpenteria, latte di vernici usate come vasi per pianticelle di basilico, un deposito di tappezziere, Sanchini, rigurgitante di coperte militari e di bandiere, una guida che raccontava a una scolaresca che ‘gli americani quando sono venuti qui pensavano di comprarsi tutto coi dollari, e noi, con garbo, a fargli capire che Cinecittà non è Hollywood e che si può benissimo fare cinema senza per questo rinunciare all’anima’. Se non fossi andato di fretta, avrei ricordato a quella guida che senza le Irene Cara della De Filippi o il Grande Fratello, Cinecittà chiuderebbe all’istante perchè il nostro cinema ‘con l’anima’ non ha i soldi neanche per noleggiare una bandiera da Sanchini. Poi finalmente, le prime scenografie: le strade e i negozi di ‘Gangs of New York’ e una piazza dell’antica Roma di ordinaria maestosità.

Balsamo è un formidabile viaggiatore. In Brasile ci arrivò per la prima volta nel 2002. A Cachoeira conobbe Mãe Baratinha, sacerdotessa della religione afrobrasiliana del Candomblé; una donna alta, dalla risata detonante e dalle mani dotate di vita propria. Dai lei si fece leggere i buzios, le conchiglie divinatorie e si fece purificare da tutte le energie negative. Al Candomblè e a Mãe Baratinha, che morì un anno dopo, Balsamo ha dedicato un bellissimo documentario (di cui vi parlerò presto, visto che Mario Balsamo sarà la seconda tappa del mio viaggio nel documentario). Un’anticipazione: il Brasile è uno stomaco enorme con una strepitosa capacità digestiva. Ha digerito tutte le religioni e le ha fatte proprie: quella cristiana in tutte le sue declinazioni – cattolici, protestanti, evangelici – quelle afro-americane – Candomblè, Umbanda, Spiritismo Kardecista – lo sciamanismo degli indios amazzonici, senza contare luterani, metodisti, battisti, musulmani, ebrei, buddisti. Di questa capacità assimilativa, il film di Mario dà efficace testimonianza nell’intervista con Padre Roque: “Andai a celebrare una messa qui vicino e una ragazza del Candomblè entrò in trance. Io le dissi: ‘Sorella, mia, abbi pazienza questa e la mia ora! Dopo viene la tua! Due galli non cantano nello stesso pollaio!’. Ma l’ho detto con rispetto. Come membro della Chiesa Cattolica Apostolica brasiliana, ma anche come cittadino, e come cristiano. Ho sempre avuto rispetto. Perchè il Dio Olorun, che loro adorano, non è differente dal nostro Dio: è lo stesso. Dio, nella sua essenza, non ha nome, sono gli uomini che glielo danno. Dio è uno spirito infinitamente perfetto, è il Signore di tutto ciò che esiste. Il Dio che noi veneriamo, anche gli africani lo venerano. Eccome se lo venerano“. Una lezione di civiltà e di tolleranza, questa di Padre Roque. Tutte qualità che in Vaticano si sono estinte da un pezzo…

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18 febbraio 2009

Viaggio nel documentario italiano – 1) Giovanni Piperno

Quarantacinque anni, romano, Giovanni Piperno è una delle punte di diamante del documentario italiano. Ci ha raccontato il boom del cinema indiano, quando ancora in Italia nessuno sapeva cosa fosse Bollywood. Ha viaggiato il Sudafrica in cerca di ebrei e di taxi collettivi. Ha denunciato il più clamoroso scandalo edilizio italiano – il villaggio Coppola – in un documentario teso e avvincente che ha trionfato al Torino Film Festival. In Puglia ha intercettato storie lunari come quella del regista Nico Cirasola, col suo cinema pagano e i suoi set sgangherati e quella di Mario, custode di un presepe all’aperto, con la passione del cinema e del balletto. Nel suo ultimo film Cimap! Piperno ha viaggiato per dodicimila chilometri – da Venezia a Pechino – con una carovana di 77 psicoassistiti e 130 tra operatori, psichiatri, familiari e volontari, in un viaggio terapeutico alla maniera del Basaglia anni settanta. E’ eclettico, curioso, solare. Se gli parli del Camerun, i suoi occhi si incendiano come torce al ricordo delle donne di Douala – le creature più feline e sinuose di tutta l’Africa francese. Quando gli svelo il mio amore per il cibo, pesca subito dall’agenda il numero Piero Cannizzaro – “Lo devi conoscere assolutamente- mi dice – Gira documentari bellissimi su cibo e spiritualità”. Incontro Giovanni a Prati, in una pausa pranzo. Ha appena terminato di montare ‘La danza delle api’ un documentario sul multilinguismo a Roma realizzato insieme a Giulio Cederna poi si tufferà in un documentario molto complesso e ambizioso sulla famiglia Agnelli.

Mi affascinava la fotografia. Un inverno accompagnai mia madre a Parigi. Papà mi aveva prestato una semiautomatica, per la prima volta fotogravo in bianco e nero. Fu una folgorazione: il bianco e nero sembrava nato apposta per esaltare Parigi, distillava perfettamente la sua essenza, catturava dettagli che al colore sarebbero sfuggiti. Giurai a me stesso: ‘Mai più foto a colori’. Sviluppavo le foto a casa di un mio compagno di ginnasio – Tommaso Borgstrom, oggi affermato direttore della fotografia - che aveva un ingranditore nella sua camera oscura.

Giovanni continua a fare foto, sognando reportage. Studia all’istituto di design – ma la prospettiva di fare still life di medicinali e pentole, lo deprime. Partecipa a un corso estivo di fotografia con il grande Leonard Freed della Agenzia Magnum. Poi, la svolta della sua carriera. Merito della sua adorazione per i sederi femminili

Ero amico di Carmen Rotunno. Suo padre Giuseppe è stato uno dei più grandi direttori della fotografia, ha avuto una nomination all’Oscar, 3 David di Donatello, ha lavorato con Fellini, De Sica, Pollack. Una leggenda, insomma. Bè, il fondoschiena di sua figlia non era da meno. Sognavo di averla come modella, ma non trovavo mai il coraggio di chiederglielo. Finchè un giorno non andammo al mare e il mio sogno si realizzò. Una delle foto che le scattai finì sulla scrivania del padre: una foto quasi astratta, ricordava una collina. A Rotunno piacque, si congratulò con me, io ne approfittai per chiedergli di lavorare nel cinema: “Con me finiresti per fare il tecnico – mi disse – Meglio se continui con la fotografia”. Ma io non mi arresi, lui allora mi invitò sul set di un film americano di cui era il direttore della fotografia, ‘Rent a cop’. I protagonisti erano Liza Minelli e Burt Reynolds, tutti e due un po’ bolliti: lei da cinque anni mancava da un set, lui era quattro anni che non indovinava più un film. Ma per me fu come salire su una giostra. Lavorare con Rotunno era respirare cinema a pieni polmoni e il suo entourage, davvero speciale: Gianmaria Majorano aveva lavorato con Altman e Fellini, Daniele Cimini con Visconti. Daniele diventò l’ago della mia bussola. Morì giovane, purtroppo. A me piace pensare che mi guarda da lassù, come un angelo custode.

Dal 1987 al 1997 Piperno fa una lunga gavetta da assistente operatore: lavora in Spagna con la seconda unità di Michele Soavi al ‘Barone di Munchausen’ di Terry Gilliam e conclude questa fase della sua carriera con ‘Kundun’ di Scorsese: un mese in Marocco a sostituire un collega che ha dato forfait

Sul set di ‘Una vita scellerata’ conobbi Laura Muscardin, assistente alla regia di Giacomo Battiato. Decidemmo di lavorare insieme: ispirati da un documentario sugli ebrei in Amazzonia, andammo in Rai e proponemmo ai curatori di ‘Sorgenti di vita’ un documentario sugli ebrei in Sudafrica. L’idea piacque. In Sudafrica girammo due documentari: quello proposto in Rai e un altro, più sperimentale, sui taxi collettivi. Allora fare documentari ci sembrò la cosa più facile e redditizia del mondo. Nel cinema ufficiale un regista investe quattro/cinque anni della sua vita a riscrivere più volte la sceneggiatura del suo film, a convincere produttori e distributori, a scornarsi con attori e agenti e poi, quando è a un passo dal girarlo, magari gli salta tutto. Noi avevamo fatto un documentario in due settimane: lo avevamo montato, venduto e per quanto fosse solo una seconda serata di Rai2, era stato visto da un pubblico che molti registi di cinema neppure si sognano…

Nel 1994 è la volta di ‘Un thè sul set’ …

….fu Harish Amin a parlarci di Bollywood. Il fenomeno dell’ascesa del cinema indiano era stato raccontato solo dalla BBC. Io e Laura non avevamo la più pallida idea di cosa ci aspettasse, o meglio, pensavamo a una Cinecittà molto più caotica e tentacolare, a set infestati da attori ballerini e da un caldo umido pazzesco. Servivano trenta milioni: Laura se li fece prestare dalla madre, io da una zia mecenate e partimmo per l’India. Fummo subito spiazzati dall’efficienza con cui ci accolsero. Bollywood era già allora una formidabile catena di montaggio: c’era lavoro per tutti, gli orari erano un’astrazione, le troupes sembravano impermeabili alla fatica. Della concorrenza degli americani, se ne fregavano. “Il nostro cinema non sarà mai colonizzato da voi” – ci disse un produttore. Aveva ragione. E infatti oggi l’Oscar lo vince ‘Slumdog Millionaire’. Girammo a Mumbai, Madras, Calcutta. Lasciammo l’India con 90 interviste e tanto di quel girato da tappezzarci un appartamento. (I primi documentari che Piperno gira con la Muscardin sono, per dirla alla Celati, imprevedibili. Imprevedibili non solo per gli spettatori, ma anche e soprattutto per chi li fa. ‘Bisogna restare del tutto spiazzati – teorizzava Celati – e dopo nel tormento del montaggio viene fuori qualcosa di impensato’). Come nel documentario sudafricano, anche stavolta non avevamo sceneggiatura. Il nostro metodo era filmare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento. Se lo avessimo girato oggi, avremmo scelto dalla massa di interviste due personaggi che ci guidassero a Bollywood e intorno ai quali costruire il film. Quattordici anni fa invece risolvemmo tutto ispirandoci a ‘32 piccoli film su Glenn Gould’, articolando ‘Un thè sul set’ in dieci brevi capitoli. Terminato il montaggio, provai a venderlo a Parigi. Era inverno, faceva un freddo polare, la metropolitana era paralizzata da uno sciopero. Così noleggiai una bici e feci il giro dei produttori. Poco dopo mi telefonò Gillo Pontecorvo: voleva ‘Un thè sul set’ a Venezia. Quel film lo abbiamo venduto dappertutto: in Australia, in America, persino ad Al-Jazeera. E continuiamo a venderlo ancora oggi. Molti attori che all’epoca del documentario erano quasi sconosciuti, adesso sono delle superstar. E ai loro fans piace da impazzire rivederli agli esordi.

Laura e Giovanni gireranno insieme un ultimo documentario l’anno seguente ‘Vernichtung Baby’ poi la ditta si scioglie. Due anni dopo Laura vince il premio Solinas con ‘Giorni’ una sceneggiatura scritta insieme a David Osorio e Monica Rametta che diventa un film nel 2001

Alla scuola di cinema di Bassano di Ermanno Olmi incrociai suo figlio Fabio. Veniva dalla Puglia e mi parlò con entusiasmo di Nico Cirasola, una specie di marziano del cinema indipendente. Mi si accese la lampadina e partì subito per Bari. Cirasola aveva debuttato alla fine degli anni ottanta con ‘Odore di pioggia’ un film a cui la stampa si interessò perchè nel cast c’era Renzo Arbore. Arbore lo definiva un ’sedicente regista di cinema’, uno che a forza di dire ’sono un regista’ aveva finito per crederlo veramente. Lo andai a trovare sul set del suo terzo film ‘Do Do Da’, e lì rimasi come organizzatore generale. Il film raccontava la storia degli Dei dell’Olimpo che ogni due secoli tornano sulla terra. Ma visto che in tutti i film di Nico la sceneggiatura è un’astrazione il film comincia in un modo, poi si incasina in maniera pazzesca e finisci col non distinguere più Marte da Giunone, il divino dall’umano, Giove da un maresciallo della marina di Taranto (N.d.R.: sul set di ‘Bassa Marea’ quando un’attrice, l’unica professionista del cast, chiede la sceneggiatura, Cirasola sbotta: ‘Ma che sceneggiatura! Andasse a lavorare coi registi di Milano!‘). ‘Do Do Da’ non andò a Venezia, non uscì nelle sale e quando lo Nico lo mostrò a Luciano Sovena, Sovena abbandonò la sala incazzato. “Come, non ti piace? ” gli chiese Nico. ” Ma che film mi hai portato? – strepitò Sovena – Mi vien voglia di sfasciare le sedie”. La troupe non fu pagata, il film fu girato come sempre con pellicole avanzate da altri, ma io mi divertì moltissimo e ne approfittai per girare ‘Il mio nome è Nico Cirasola’

Il film che Giovanni cuce addosso a Cirasola è forse insieme a ‘Come inguiammo il cinema italiano’ di Ciprì e Maresco la più appassionata, ironica, tenera ed esilarante dichiarazione d’amore nei confronti di un cinema più emarginato che indipendente, sgrammaticato, brancaleonesco, straccioncello, balzano, plebeo, truffaldino (come non pensare al povero titolare dell’Hotel Miramonti che per due mesi tiene a pensione la troupe di Cirasola, non viene pagato, e a pochi giorni dall’ultimo ciak, si sente chiedere da uno degli attori: ‘Quanto ci dai per andarcene via?’). Cirasola attraversa il set con un incedere languido, come un divo di Bollywood, abbronzato, sornione, quasi sempre a torso nudo. Più che un regista sembra un amabile capogita. Con lui si mangia il pesce, si va al mare, si balla, e nei ritagli di tempo, magari si gira anche un film. La scena del cathering è da antologia. “Compra del formaggio, ma di quello buono – raccomanda Cirasola a un ragazzo della troupe – E delle olive, saporite però. E del pesce, basta che non siano le seppie dell’ultima volta che erano troppo salate. Magari un polpo – tenero, mi raccomando – che lo facciamo alla brace”. Peckinpah un giorno disse: “In America tutti si preoccupano di far finire la guerra e di salvare le foreste, ma questi stessi crociati escono la mattina di casa dimenticando di baciare le proprie mogli e di annaffiare le piante. In Messico non si preoccupano così maledettamente di salvare la razza umana. In Messico non si dimenticano di baciarsi e di annaffiare le piante’. Il cinema di Cirasola è un po’ come il Messico di Peckinpah.

Sul set di Cirasola, Piperno conosce Mario Giammaria, un quarantenne la cui vita sembra un romanzo scritto da Dickens e da Raymond Carver. Ultimo di undici figli, a due anni resta orfano del padre, a sei finisce in collegio, a tredici in carcere minorile, a sedici si sposa, a diciassette si imbarca su una petroliera come ‘giovanotto di macchina’: pulisce paglioni, scopa i pavimenti e quando la petroliera fa rotta verso l’Arabia, il marconista lo informa che la moglie ha partorito. Emigra in Australia con la famiglia. Sei anni agli antipodi, ma le cose non vanno come aveva programmato: sopravvive di lavoretti precari, di sussidi, e forse, di truffe. Alla fine rientra a Bari. Sogna il cinema e il balletto, nel frattempo campa coi premi delle assicurazioni e con qualche lavoretto saltuario. Durante le feste natalizie fa il custode a un grottesco presepe usato da un fotografo come sfondo per ritrarre i bambini. Quindici ore di lavoro ogni giorno, la notte dorme su una 126 posteggiata accanto al presepe. In coppia con Piperno stavolta c’è un nuovo co-regista, il vulcanico Agostino Ferrente. Diplomato al Dams di Bologna, ha seguito Ipotesi Cinema, il gruppo diretto da Ermanno Olmi. Ha ottenuto riconoscimenti in festival internazionali con i corti “Poco più della metà di zero” (1993) e “Opinioni di un pirla” (1994).

La storia di Mario era un romanzo che lui raccontava con straordinaria e torrenziale autoironia; impossibile non pensare di farci un film. Lo girammo in soli nove giorni, con gli amici che si fecero in quattro per aiutarci. Nico Cirasola ci prestò la cinepresa ARRI 2C e l’appartamento del suocero, Paola Massiah – che aveva prodotto il film su Nico – una telecamera, mia moglie, visto che non c’erano i soldi per il cathering, cucinò per tutta la troupe. Per la pellicola in bianco e nero, recuperai quella che era avanzata da uno spot Martini a cui avevo lavorato – quello con Charlize Theron, per interderci. Mario non ci dava tregua, passava la notte insonne sulla sua 126 a leggere Stanislavskij e a inventarsi scene che il giorno dopo cercava di convincerci a girare. In questa avventura, Agostino Ferrente fu il partner perfetto. Dal pre-montato intuì subito il potenziale del film – ha la lungimiranza di uno sciamano, capisce prima degli altri se un progetto può volare. Fu lui a coinvolgere gli Avion Travel, a convincerli a scriverci la colonna sonora. ‘Il film di Mario’ fu acquistato da Rai3, Arte, Planet, che lo distribuì anche in America Latina. Mai avuto tanto successo con un documentario: tutti quelli che lavorarono con noi, furono ripagati dei loro sforzi, compreso Mario che coi soldi guadagnati cambiò la sua 126 con un’Alfa Romeo di seconda mano. Nel cinema ufficiale, girare un film è un po’ come imbarcarsi su una nave. Esattamente come su una nave ti trovi a convivere con persone che fino a una settimana prima non sapevi nemmeno che esistessero. Arrivi a condividere con loro grandi complicità, intimità impensate, poi il film finisce e tutti se vanno per la loro strada. Nei documentari questo è impensabile. I documentari ci costringono ad allargare la famiglia, perchè il regista di un documentario non spezza mai il cordone ombelicale tra lui e i suoi personaggi. ‘Il film di Mario’ l’ho girato nel ‘99. Sono passati dieci anni, eppure Mario lo sento al telefono tutte le settimane

Mario, nel frattempo, tra un presepe e il premio di un’assicurazione, ha debuttato alla regia con il film ‘Il capo dell’anno’. Su internet si possono vedere i primi otto minuti: immaginate i primissimi film di Nino D’Angelo, girati però con un budget dieci volte più risicato, coi protagonisti che sibilano in un barese stretto che già a Molfetta non capirebbe nessuno.

Nel 1999 Piperno e Ferrente girano ‘Intervista a mia madre’ poi ognuno va per la sua strada – torneranno a lavorare insieme ne ‘La banda di Piazza Vittorio’ (2007); Agostino come regista, Giovanni come direttore della fotografia. Nel 2003 Piperno dirige ‘L’Esplosione’ prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, nel 2006 ‘This is my sister’ e nel 2008 ‘Cimap!’. Il film nasce da un incontro quasi casuale con la Ruvido Film e due associazioni: Anpis e Le Parole Ritrovate. E’ un film che ad ogni proiezione viene accolto dal pubblico con grande calore ma che è incredibilmente al centro di un caso kafkiano

Questo film, a cui tengo moltissimo, è intrappolato in un limbo da mesi. L’istituto Luce doveva distribuirlo nelle sale a novembre. Non se ne è fatto nulla. Un passo indietro: il film è nato con la benedizione e con i finanziamenti (300.000mila euro) dell’allora Ministro della Salute, Livia Turco. Alla Turco mostrai la versione definitiva di ‘Cimap!’ e lei era entusiasta, ma poi il secondo governo Prodi è caduto, e al posto della Turco è arrivato il ministro Sacconi. Quando seppe che ‘Cimap’ era stato invitato al festival di Locarno chiese che nei titoli di testa il logo del vecchio ministero fosse sostituito con il nuovo. L’ho accontentato. Poi a pochi giorni dalla proiezione, il Ministro ha chiesto di togliere il logo e il patrocinio al documentario, senza dare spiegazioni. L’Istituto Luce sembrerebbe effettivamente interessato a distribuire il film pagando il passaggio in pellicola, alcune copie ed una parte della pubblicità necessaria. Ha chiesto però un nuovo contratto all’attuale Ministero del Welfare, nel quale sia espressa in maniera più chiara la possibilità per la Ruvido Produzioni di commercializzare il film e di conseguenza per il Luce di distribuirlo. Dopo mesi di telefonate e di riunioni si è giunti ad un accordo verbale: il ministero dovrebbe aver diritto ad una quota degli eventuali incassi da destinare a progetti di intervento psichiatrico, manca però la parola del Ministro, e, a quanto dicono dal ministero, l’approvazione della Corte dei Conti. Se tutto andasse a buon fine, verrebbero stipulati i contratti tra Ministero e Ruvido e tra Ruvido e Luce. Poi partirebbero le pratiche con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il visto censura, il riconoscimento dell’origine italiana, e così via. Contemporaneamente ci vorrebbe circa un mese per il passaggio in pellicola, il mixer sonoro per la sala, la grafica e i manifesti. E io che contavo di uscire in sala a maggio…

© Lorenzo Cairoli

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Viaggiare nel documentario italiano insieme a ‘La Stampa’

Inizia oggi il mio viaggio nel documentario italiano su ‘La Stampa.it’. La prima intervista è a Giovanni Piperno.
La trovate qua e qua.

Sempre oggi, terzo appuntamento con la rassegna curata dall’ottimo Maurizio Di Rienzo, alla Casa del Cinema di Villa Borghese, a Roma. C’è Vincenzo Marra con ‘Il grande progetto’.

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5 febbraio 2009

Pinuccio Lovero: Sogno di una morte di mezza estate

Ieri, alla Casa del Cinema a Villa Borghese, la rassegna ‘ItaliaDoc 2009′ è proseguita con ‘Pinuccio Lovero: Sogno di una morte di mezza estate’ di Pippo Mezzapesa e ‘Sognavo le nuvole colorate’ di Mario Balsamo, il primo reduce da Venezia, il secondo proposto a Locarno nella sezione Ici&Ailleurs, due documentari ambientati in Puglia, molto apprezzati dal pubblico in sala.

Questa generazione Camporesi l’avrebbe definita una generazione orfana di brodo: il brodo vero, quello che veniva messo sul fuoco all’alba e sorvegliato tutta la mattina, ormai non si cucina più, si lanciano due rettangoli chiamati ‘dadi’ nell’acqua gorgogliante e appena questa si intorpidisce, si grida al brodo. Questa generazione il brodo vero non l’ha mai bevuto, non sa nemmeno che sapore ha. Nella migliore delle ipotesi, ne ha sentito raccontare da un parente anziano. Il documentario è un cinema che ha ancora la pazienza di alzarsi all’alba e di cuocere a fuoco lento le sue storie, un cinema che impiatta un’Italia che nè la volgarità di Mediaset, nè l’anemia culturale di una Rai allo sbando sono ancora riuscite a corrompere, un’Italia esuberante, allegra, simpatica, surreale, come quella narrata da Soldati, dal Piovene itinerante, dalla candid-camera di Nanni Loy. Pippo Mezzapesa non è un documentarista tout-court come Giovanni Piperno. Si è fatto le ossa coi corti – ‘Zinanà’ la storia di un suonatore di piatti che non entra mai a tempo di musica ha vinto un David di Donatello. Da grande, il cinema della fiction lo strapperà al documentario, intanto ci ammalia con un gioiellino di 52 minuti, tutto imperniato sul sogno/ossessione del suo compaesano Pinuccio Lovero, un personaggio che avrebbe sedotto Pirandello. Pinuccio è di Bitonto, ha quarantanni e il sorriso disarmante di un bimbo. Adora Santa Rita al punto da farsela tatuare sulla spalla, suona nella banda del paese – piatti, timpani, fisarmonica, piano, e quando serve, fa pure l’autista – compone canzoni e marce funebri dai titoli improbabili – ‘Vento di passioni’, è uno di questi – ha avuto una relazione con Rosanna – ragazza giornaliera e dal viso docile, la descrive lui, ma il suo sogno, quello che quando lo svela gli occhi gli si incendiano come torce, è diventare un custode in ambito cimiteriale. A Bitonto tutti conoscono la sua storia. Gli amici l’hanno persino segnalata al ‘Il treno dei desideri’ ma i redattori di Antonella Clerici non si sono mai fatti vivi. Poi un giorno, il miracolo: nel cimitero di Mariotto, una frazione di Bitonto, si è liberato un posto da custode. Solo per cinque mesi, dicono quelli della cooperativa. Pinuccio accetta. La cosa incredibile è che lo stesso giorno in cui Pinuccio prende possesso del cimitero, i mariottani smettono di morire. Scritta così sembra una geniale invenzione degli sceneggiatori o un grottesco apologo di Buzzati, e invece no, contatori della mortalità azzerati da aprile ad agosto, una cosa da non credere. I vecchi del paese coccolano il nuovo becchino che li ha resi più longevi di un highlander, i cassamortari invece rosicano perchè da quando c’è Pinuccio si fa la fame. Pinuccio pulisce e scalpella lapidi, scava fosse, innaffia fiori, fa lavori da manovale, giardiniere, carpentiere e elettricista. Smaltisce persino le ossa dei vecchi estinti. Ogni tanto si ferma a contemplare la sua divisa di gala – il berretto nero con la visiera, la giacca sul cui taschino è ricamata la scritta ‘Città di Bitonto’, la cravatta bordeaux – lussi che potrà concedersi solo al primo funerale. Se ha un giorno libero inforca la Vespa e va al cimitero di Bitonto, perchè lì si che c’è un bel movimento – due o tre decessi al giorno. Quando al telegiornale sente che un’ondata di caldo africano sta investendo l’Italia – 46 gradi, e c’è chi frigge le bistecche sul cofano dell’auto – sussurra tenace che forse adesso è la volta buona. Ma si sbaglia.

La cosa buffa (e vera) è che quando Pinuccio lascia il suo posto da custode, a Mariotto si riprende a morire: due anziani spirano poche ore dopo la sua partenza. Ora Pinuccio, informa Pippo Mezzapesa, lavora come venditore ambulante ma si è appellato al sindaco di Bitonto per farsi finanziare un cimitero per animali. Così, giusto per rimanere in tema. Girato con due Panasonic 200 DVCPRO HD, due polistiroli bianchi e due telai frost, il film conferma tutto il bene che si dice su questo talentuoso regista ventinovenne. Bravissimo a comporre le scene, abile nel mescolare la fiction al documentario, Mezzapesa smatassa il grottesca col piglio del veterano. In altre mani il personaggio del becchino precario sarebbe diventato una macchietta greve, nelle sue, assurge a straordinaria metafora della precarietà del quotidiano

Come a Cassano – corto di Pippo Mezzapesa

Il prossimo appuntamento mercoledì 18 febbraio con ‘Il grande progetto’ di Vincenzo Marra

© Lorenzo Cairoli

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22 gennaio 2009

Cimap! Cento italiani matti a Pechino

Ieri ho visto ‘Cimap!Cento Italiani matti a Pechino’ di Giovanni Piperno. ‘ItaliaDoc 2009′ la rassegna curata da Maurizio di Rienzo non poteva cominciare meglio. Un solo neo: il black-out della stampa, che ha pubblicizzato l’evento con la stessa enfasi che in genere si riserva ai seminari sull’allevamento intensivo dei coregoni. Ed è un peccato perché poi alla fine i film li vedono sempre quei quattro gatti, mentre ieri la sala poteva essere stracolma, perchè il pubblico dei documentari esiste, è un piccolo popolo che alza volentieri il culo dalla poltrona di casa per capire cosa spinge gli americani a lanciarsi dal Golden Bridge, che si appassiona alla missione di una regista newyorchese che insegna fotografia ai figli delle prostitute di Calcutta, che si indigna nel vedere come ci avvelena la camorra e il junk-food di Mc Donald’s, che si commuove davanti a ‘Grizzly man’ e versa una lacrima nel finale di ‘The Agronomist’. Il pubblico c’è e non è più un’astrazione, altrimenti come spiegare la grande popolarità di Moore anche da noi, il successo dei documentari in libreria, di festival come Torino e Bellaria? Dopo la proiezione mi ha fatto molto piacere stringere la mano a Giovanni Piperno che seguo con ammirazione fin dai tempi de ‘L’esplosione’, a mio parere uno dei migliori documentari italiani di sempre. Con Giovanni ci rivedremo con più calma nei prossimi giorni, riparleremo di Cimap! e d’altro. Sul film, una breve riflessione a caldo

Se al posto di Piperno avessero interpellato altri dieci registi e avessero spiegato loro il progetto del film, scommetto si sarebbero entusiasmati pensando alle mille opportunità che il viaggio gli avrebbe offerto. Cimap! mette in scena una carovana di 77 psicoassistiti, 130 tra operatori, psichiatri, familiari e volontari, più una troupe di 5 persone in un viaggio terapeutico alla maniera del Basaglia anni settanta, quando organizzava a bordo di aerei Ati trasvolate sull’Adriatico per i suoi pazienti. La carovana parte in treno da Venezia, attraversa due continenti, macina dodicimila chilometri in soli venti giorni, si mescola a un’umanità stupefacente: fateci caso, i somatici dei passeggeri e degli ambulanti cambiano di stazione in stazione come i paesaggi, chilometro dopo chilometro. Si attraversa l’Ungheria, l’Ucraina, la Russia, il lago Baikal, coi suoi mini ring all’aperto dove pugili bambini imparano a tirare i primi pugni, poi la Mongolia e la Cina. Dalla Mongolia in poi, i paesaggi sono così tersi e ubiqui da levare il fiato, ma Piperno quasi non se ne cura. “I luoghi - dice nell’incontro col pubblico – sono un modo visivo per raccontare i nostri personaggi”. E questo è il grande pregio del film. Piperno utilizza il colore locale che per dodicimila chilometri gli scorre intorno sempre e solo come un fondale, facendo attenzione che non abbia mai il sopravvento sulle persone. Gli altri dieci registi, accetto scommesse, sarebbero andati nella direzione opposta, facendo dei matti a Pechino un pretesto per scatenare la loro curiosità (e la loro vanità) su quei paesaggi da sogno, per giocare con la macchina da presa con tutto il cangiante campionario di esotismi e di cineserie che il viaggio offriva, sprecando così l’ennesima grande occasione che invece il coerente Piperno mette a frutto con sensibilità esemplare. Raoul Torresi è l’ottimo direttore della fotografia, i RinneRadio, gli autori di una colonna sonora originale perfetta. Piperno li scoprì una sera accompagnando il figlio nella tappa romana del circo finlandese. Quando si dice ‘le vie del cinema sono infinite’.

Il prossimo appuntamento mercoledì 4 febbraio con ‘Pinuccio Lovero: sogno di una morte di mezza estate’ e ‘Sognavo le nuvole colorate’

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21 gennaio 2009

I mercoledì Doc del cinema italiano

Se amate i documentari e se abitate a Roma, da oggi fino ad aprile una rassegna imperdibile alla Casa del Cinema di Villa Borghese.

Oggi, Sala DeLuxe ore 16.00:
Cimap! Cento italiani matti a Pechino!

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