Ebbene sì, sono stato anche un concorrente di Mike!

Ho conosciuto Mike e ho lavorato con lui in una – vogliamo definirla ‘turbolenta? – edizione della Notte dei Telegatti, nel 1986, della quale fui co-autore. Ve la faccio breve: pochi minuti dopo l’inizio della registrazione litigò con una delle due vallette, una era la giovanissima e semisconosciuta Carol Alt, l’altra invece era Renée Simonsen, popolarissima modella e fidanzata del bassista e co-fondatore dei Duran Duran, John Taylor. Mentre Mike rientrava in camerino imbufalito, gridò che anche l’ultima delle sue vallette del Bingo avrebbe fatto meglio di quel ’salmone’ della Simonsen. La Simonsen, che capiva perfettamente l’italiano, raccolse le sue cose, chiamò un taxi e corse in aeroporto a prendere il primo volo per Londra. La cosa buffa di quell’edizione dei ‘Telegatti’ è che all’inizio si vede Mike presentare la Alt e la Simonsen, poi questa scompare e non riappare più, come inghiottita da un buco nero. Se vi capitasse di rivedere una registrazione di quel galà, avrete puntuale confermo di quanto scrivo.
Ma non solo sono stato autore di Mike, sono stato anche suo concorrente in un telequiz, ‘Superflash’ per essere precisi. Mi presentai ferratissimo sul cinema dell’orrore a sfidare un medico palermitano, un certo Salvatore Varia, che sulla nazionale di calcio italiana ne sapeva più di Wikipedia.
La prima volta che incontrai Mike stentai a riconoscerlo, o meglio, non c’era nulla nell’uomo che avevo di fronte che riconducesse al presentatore che avevo visto in tivù centinaia di volte, al re del quiz, a Mister Allegria, al Gran Cerimoniere di un Italia perduta e perbene, all’inventore delle gaffes più longeve, memorabili ed esilaranti della storia della televisione. Lo studio in cui mi ricevette era piccolo come un giocattolo; fumava un sigaro cubano e mi studiava coi suoi occhi chiarissimi. I modi erano spicci, il sorriso, un duro sbuffo da banchiere.
Per tutta la puntata mi dondolai nervosamente sulla mia poltrona facendo impazzire il regista Mario Bianchi. Qualche anno dopo, quando entrai in Fininvest come autore, Bianchi mi confidò che mai aveva avuto a che fare con un concorrente tarantolato come il sottoscritto. “Quella sera – mi disse – sembravi marinato nell’anfetamina. Ogni volta che cercavo di inquadrarti schizzavi a destra e a sinistra come la pallina di un flipper”.
Mike, invece, non si ricordava di me, eppure filo da torcere gliene avevo dato. Il domandone finale era su uno dei registi più amati in quegli anni, quel Tobe Hooper che sbancò prima con il film culto ‘Non aprite quella porta’ e in seguito con ‘Poltergeist’ 114 minuti di effetti mirabolanti e costosissimi prodotti da Steven Spielberg. Avevo, mi sembra di ricordare, un minuto e mezzo per otto domande di media difficoltà – mi veniva chiesto, tra le altre cose, chi fossero gli sceneggiatori di ‘Poltergeist’, su cosa era stata edificata la casa dei coniugi Freeling, come si chiamava il film di Hooper ambientato in un parco di divertimenti e con quale nome era passato agli annali della storia del crimine il caso che aveva ispirato il film ‘Non aprite quella porta’.
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Ora: mentre Mike mi leggeva le domande, io mentalmente mettevo in fila le risposte. Non dovevo fare alcun sforzo, non dovevo pescarle da nessun cassetto, erano tutte lì, intorno a me, dovevo solo aprire la bocca e rispondere. Tutto di una facilità irrisoria, a parte l'ultima domanda. Nei quiz di Mike, i concorrenti concordavano i testi su cui prepararsi coi suoi autori. Da quei testi, gli autori sceglievano le domande da formulare. Io mi ero preparato su due testi che conoscevo a memoria, visto che di uno, ero stato il ghost-writer. Per cui che riportassero qualcosa che ignorassi, era praticamente impossibile.
Il film 'Non aprite quella porta' si ispirava in parte alle gesta criminali del serial killer Ed Gein, ma su nessuno dei due testi veniva menzionato il suo nome. Quindi, non era col suo nome che il caso era passato agli annali della storia del crimine. E allora, con quale?
Risposi in un lampo a tutte le domande, sull'ultima mi arenai. Mike cercò di rinfrancarmi:
'Signor Cairoli, mi dica il nome di questo caso. Il caso…il caso… Su coraggio…Con che nome era conosciuto dalla polizia ….il caso…".
Fu così che mi tornò alla mente il titolo originale del film. The Texas Chainsaw Massacre, Mancavano meno di dodici secondi. Tradussi 'chainsaw' come 'sega elettrica' e risposi: "Il caso della sega elettrica del Texas". La sirena suonò proprio in quell'istante e Mike scrollò il capo come una giumenta innervosita.
"Ahi..ahi…ahi…la risposta è sbagliata. E' il caso della sega a motore".
E subito scoppiò una polemica poderosa, col sottoscritto che difendeva le sue ragioni, Mike che cercava di replicare, io che gli parlavo sopra, Mike che cercava di zittirmi stizzito, io che non gli concedevo nemmeno un millimetro di replica e gli abbaiavo contro, i giudici che si consultavano alacremente, il pubblico che rideva di gusto – c’era il grande Ivan tra il pubblico - per non tacere del medico palermitano che volentieri mi avrebbe ficcato un dito nell’occhio. Poi, all’improvviso, Ludovico Peregrini chiama Mike e gli sussurra che la risposta è giusta, che possono accettarla anche così. E di colpo Mike cancella ogni segno di stizza dal suo volto perfettamente abbronzato, alza la mano destra e dice:
“A motore o elettrica, l’importante è che sia il caso della sega!”.
Per settimane, quella sequenza diventò il promo con cui pubblicizzarono ‘Superflash’ e io mi ritrovai a firmare centinaia di autografi a torme di ragazzini, che imitando Mike, si divertivano come pazzi a ripetere: “L’importante è che sia il caso della sega!‘
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