
Scriveva Piovene nel suo ‘Viaggio in Italia’:”…quella di Brescia è una delle province più interessanti, contrastanti, sorprendenti d’Italia“.
Aveva ragione da vendere. I Bresciani sono sempre stati prodigiosi nell’industria armiera. Già nel Trecento solo a Brescia si contavano duecento fabbriche; Carlo V ci comprò le sue armature, Francesco I i suoi pugnali, Luigi XIV armature, scudi e mazzafruste. Dagli archibugi ai fucili Beretta alle famigerate mine della Valsella, Brescia ha fatto, purtroppo, la gioia di arsenali e eserciti di mezzo mondo. Sono anche, i Bresciani, formidabili norcini erranti, voracissime forchette e strabilianti maestri dell’arte casearia. Un esempio: la sola provincia di Brescia produce circa l’ottanta per cento di tutta la produzione di Quartirolo Lombardo D.O.P. Accanto a formaggi ormai mitici come il Tombea e il Bagoss ce ne sono altri che vi invito ad assaggiare caldamente.
In Val Adamè un Fatulì paradisiaco
Fatulì in dialetto è la formaggetta – si sente la vicinanza con la Valtellina dove fota sta per formaggio – e lo si fa esclusivamente con il latte di capre Bionde dell’Adamello, ancora oggi munte a mano.
La fase più caratteristica della sua lavorazione è quella dell’affumicatura.
Perché si asciughi completamente il fatulì viene adagiato su apposite grate all’interno dei camini e riscaldato da un debole fuoco di rami e bacche di ginepro; il fumo che lo ammanterà per qualche giorno, conferirà al formaggio un aroma assolutamente unico.
La crosta risulterà al palato lievemente amarognola (chi non la mangia, peste lo colga!) l’interno dolcissimo. La stagionatura richiede 30 giorni, ma il fatulì se lasciato stagionare per più di sei mesi è ottimo grattugiato, specie sulla pasta di farina di castagne.
Nelle malghe della Val Adamè si produce in quantità esigue un fatulì non affumicato; qui le bacche, l’erba rorida di temporali e le muffe d’alta quota conferiscono al formaggio un sapore si dolce, ma deciso. Sotto l’impercettibile unghia cremosa, trionfa una pasta leggermente granulosa, eburnea, un vero viatico per il Paradiso
Il segreto del Tombea di Germano? Una chat e l’Albania!
Per raggiungere invece le poche malghe che oggi producono l’autentico Tombea occorre spingersi fino a Magasa, un paese arroccato in montagna che ha il fascino un po’ spettrale di una ghost-city da western americano; un pugno di case ammantate da un silenzio irreale, viuzze piccole come giocattoli, porticati antichi. La Frontiera tra Regno d’Italia e d’Asburgo passava di qui.
Una volta superata Magasa, la tappa successiva è Cima Rest con le sue case fienile con i tetti di paglia, identiche in tutto e per tutto, a quelle transilvane e irlandesi.
Fino agli anni 70 le molte malghe presenti nel territorio erano frequentate da 250 capi durante il periodo estivo. Ora il Tombea e la malga che ne prende il nome è ridotta a 50 capi di razza Bruna Alpina, qualche rendena e un paio di giovani malgari che in estate sfidano una solitudine che è isolamento e in inverno un regime di vita spartano a cui resisterebbero in pochi.
Se si entra nella loro malga, ci si accorge subito che tutto è rimasto come un secolo fa . L’angolo del camino, vicino alla finestra, con la mensola in legno girevole a sostenere il paiolo, la luce fioca, quasi inesistente, il ripiano e le forme per modellare il formaggio, il soppalco con le brande.
Segni di un tempo che non scorre, come succede negli incantesimi dei maghi delle fiabe. Per nostra fortuna, c’è ancora un pugno di produttori grintosi e appassionati che senza salire fin lassù tiene viva la leggenda del Tombea. Tra questi Germano. Germano ha vissuto sempre a Magasa; per lui già andare a Brescia è un ‘viaggio’. E’ tutto Casa, Magasa e Tombea. Ma un bel giorno gli regalano un computer. E il destino, sotto forma di chat, gli cambia la vita. Conosce una ragazza albanese che sogna un marito italiano. Germano è scapolo e Magasa d’inverno è mondana come un faro in capo al mondo. Una sera si siede al computer e le propone il matrimonio. “Sposami” le scrive. “Quando?” risponde lei. L’indomani, nella posta elettronica Germano trova una foto della chatter albanese bella da levare il fiato. I due incominciano a scriversi più spesso, la ragazza adesso formula domande precise. “Dove abiti esattamente? quanto è grande la tua casa? quanto guadagni al mese? e Magasa… è vicina al Lago di Garda?“. “In linea d’aria, sì” – azzarda Germano che si mette a descriverle Magasa come un eremo romantico, tacendo che in inverno tra gelo e neve, a Magasa si battono i denti quasi come in Lapponia. La ragazza chiede a Germano di fare tutti i documenti necessari per il matrimonio e di andare a prenderla a Tirana. Quando Germano vede su internet dov’è Tirana gli viene un colpo. Altro che Brescia, qui c’è da salire su un aereo. Intanto la mamma di Germano tenta di dissuadere il figlio. Anche nella sperduta Magasa sono giunte voci poco rassicuranti sugli albanesi. Sono ladri, violenti, gente che fino a pochi anni fa se la facevano coi cinesi di Mao. Germano non le dà retta. Così sua madre corre alla Coldiretti a chiedere aiuto. Un amico, mi giura, di averla vista entrare in lacrime. “Voleva che fermassimo Germano. Voleva che non partisse per Tirana. Se sapessi come si fa, ripeteva, lo drogherei io, e non gli farei prendere quel aereo maledetto’. Ma alla Coldiretti nessuno droga Germano, che, puntuale, vola a Tirana a conoscere la sua futura sposa. Ritorna con lei e la impalma a Magasa. I guai però cominciano qualche giorno dopo. La ragazza che ha imparato l’Italia e l’italiano guardando le veline, i giochi a quiz e i reality di Mediaset, sgrana gli occhi in quel paese fantasma così simile a tanta montagna albanese. Il primo inverno è terribile. Dove Germano fa il Tombea non c’è elettricità, nè riscaldamento; la ragazza vorrebbe fuggire, dall’altra capisce che quel formaggio è oro bianco. Ha visto con quale adorazione viene comprato, e le centinaia di euro lasciati al marito per ogni forma. Si dimentica le veline e i programmi di Mediaset e si rimbocca le maniche. Fa un patto con Germano. Sarò tua moglie e tua socia. Vanno da un notaio e mettono tutto nero su bianco. E la ragazza di Tirana inizia a lavorare per tre, diventando una formidabile macchina casearia. Ogni tanto viene alla Coldiretti, mi confessa il solito amico. “Mi accorgo che è entrata quando vedo i colli dei miei collaboratori dritti come steli di tulipani. E gli occhi fuori dalle orbite. Aveva ragione Germano. E’ bella da levare il fiato, ma ti leva il fiato soprattutto come lavoratrice. Oggi grazie a lei, il Tombea di Germano è ancora più buono“.
La sottile lacrima del Tombea italo-albanese e il Mercato Coperto dei Formaggi di Gavardo
La stagionatura del Tombea italo-albanese di Germano esige almeno 90 giorni, periodo in cui la pasta ha diffuso una leggera occhiatura e si mostra elastica. La crosta è sottile, soda, e di colore paglierino. Dopo 180 giorni, il Tombea assume cromìe e profumo da sottobosco autunnale.

Trascorsi 18 mesi l’occhiatura scompare, la pasta diventa granulosa e si accentua l’aroma delle dolci e sottili erbe montane.
Al taglio appare talvolta una sottile lacrima e la pasta è di colore giallo vivace dopo 24 mesi.
Tombea, fatulì, e il miglior bagoss del mondo, li trovate al Mercato Coperto dei Formaggi di Gavardo di Giusi e Enrico, un tempio dell’arte casearia, insieme a un’eccezionale selezione di formaggi piemontesi. Strepitoso Murianengo della Val di Susa, Blu della Val Varaita e le fondenti robiole di Roccaverano di Bruno Ferrero di Serole (da non confondere con Piera Ferrero di Montechiaro d’Acqui). Serole, 167 abitanti, un sindaco di nome Bontà – quando si dice un cognome un Destino – è uno dei paradisi della langa astigiana per la produzione delle robiole.

Mercato Coperto dei Formaggi
Via Molino, 3
25085 Gavardo (Bs)
Tel. 036531110
© Lorenzo Cairoli/Bresciaoggi
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Scritto da lorenzo cairoli alle 15:24, in Cibario italiano, I migliori cuochi della nostra vita, Palato nomade, Succede anche questo, la fiera di Gavardo
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