Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'la fiera di Gavardo'

1 aprile 2008

In treno per Verona- Un’incredibile coincidenza e gamberi killer nel mantovano

Questa devo raccontarvela assolutamente. Succede ieri, in treno, tratta Bologna-Verona. Giornata calda, appiccicosa.
Ho dimenticato a casa l’ultimo libro della Gordimer, non ho comprato i quotidiani, non ho nulla da leggere tranne una piccola monografia di Cavaglion sulla sinagoga di Cherasco che ormai conosco a memoria come l’inno di Mameli. Mi guardo intorno, annoiato. Vicino a me, siede un ragazzo con una polo nera e uno zainetto colmo di caramelle. Ha una faccia buona, simpatica, un po’ stanca, però. Ha portato un camion in Sicilia e adesso sta tornando a casa in treno. E’ in ballo da più di 24 ore. Mi dice, rompendo il ghiaccio, d’essere bresciano.
Gli sorrido:
“Mi piace Brescia. Ho abitato a Gavardo. Quasi un anno”.
Adesso è lui a sorridere
“Gavardo? Bel posto. Ci abitava mia suocera”.
Mi racconta di sua suocera che abitava in una bella casa che si affacciava sul Naviglio e sull’isolo delle anatre. Che coincidenza. Sembra stia parlando di casa mia. Una casa di circa settanta metri quadrati, con un cucinino, una caldaia un po’ difettosa, una sala esageratamente grande, e tre ampie finestre che danno sul Naviglio del fiume Chiese, sul ponte di vicolo Beveraggio e su un isolotto, una striscia di terreno larga un’ottantina di metri e lunga parecchie centinaia, brullo luogo di giochi nei primi anni del secolo, mini-parco acquatico oggi, e meta, in estate, di legioni di anatre insonnolite che qui trovano un posto ideale per deporre le loro uova.
Quindi sua suocera doveva essere una mia vicina di casa. Cerco di immaginarmi quale, perchè finestre che danno sull’isolo ce ne sono poche. Man mano che Pietro descrive la casa della suocera mi accorgo che è sempre più simile a casa mia. Nella camera più piccola, c’è persino la piccola porticina a scomparsa in cui riponevo l’asse del ferro da stiro e le pile di libri. Quando, poi, mi parla della proprietaria di casa, una signora di Pugnago, dai modi spicci e un po’ marziali, capisco subito che non c’è nessuna similitudine. Sto viaggiando col genero della signora che abitò in quella casa prima di me. Che probabilità avevo di incontrarlo? Una su un miliardo?

A parte l’incredibile coincidenza, il viaggio scorrerà via in un lampo. Scopriremo di avere molti amici comuni, di amare e frequentare gli stessi ristoranti. Parliamo di spiedo, di osti ubriaconi, di camerieri che ammaliano i clienti con giochini di prestigio. Pietro ha il pallino per gli agriturismi e la pesca. Mi racconta dell’infestazione dei gamberi di fiume nel mantovano: Nogarole, Ostiglia, Carbonara di Po.
“Sono gamberi americani, fuggiti non si sa come da un allevamento, e adesso, come le tilapie del lago Vittoria e i pesci-siluro del Po, sono diventati i padroni di quei tratti di fiume. L’acqua è scura. Ha il colore di un tè lasciato troppo in infusione. Quando li peschi, quel tè ribolle in modo sinistro. Se cali una lenza e la tiri su dopo 15 secondi, la trovi incrostata di gamberi. Li peschiamo con le calze da donna, con un fegatino di coniglio fissato al centro. Al dolce del sangue non sanno resistere. Quando sollevi la calza, i gamberi emergono a centinaia, conficcati nella calza come api a un favo. Quando vedo il fegatino un po’ bollito, lo tiro fuori dall’acqua, lo faccio sanguinare, e lo rimetto nella calza. La notte escono dal fiume e divorano i bulbi e le foglie delle coltivazioni. Gli agricoltori sono disperati.
” E i guardiapesca?”
” Se li peschi, gli fai solo un favore. Non occorre licenza, ma devi subito staccargli la testa. Immagina cosa accadrebbe se qualcuno buttasse un secchio di gamberi vivi in un altro fiume”

© Lorenzo Cairoli

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19 dicembre 2007

Il Tombea più buono del mondo parla albanese – Storie d’amore e di ‘oro bianco’ bresciano: Tombea, Bagoss, Fatulì

Scriveva Piovene nel suo ‘Viaggio in Italia’:”…quella di Brescia è una delle province più interessanti, contrastanti, sorprendenti d’Italia“.
Aveva ragione da vendere. I Bresciani sono sempre stati prodigiosi nell’industria armiera. Già nel Trecento solo a Brescia si contavano duecento fabbriche; Carlo V ci comprò le sue armature, Francesco I i suoi pugnali, Luigi XIV armature, scudi e mazzafruste. Dagli archibugi ai fucili Beretta alle famigerate mine della Valsella, Brescia ha fatto, purtroppo, la gioia di arsenali e eserciti di mezzo mondo. Sono anche, i Bresciani, formidabili norcini erranti, voracissime forchette e strabilianti maestri dell’arte casearia. Un esempio: la sola provincia di Brescia produce circa l’ottanta per cento di tutta la produzione di Quartirolo Lombardo D.O.P. Accanto a formaggi ormai mitici come il Tombea e il Bagoss ce ne sono altri che vi invito ad assaggiare caldamente.

In Val Adamè un Fatulì paradisiaco
Fatulì in dialetto è la formaggetta – si sente la vicinanza con la Valtellina dove fota sta per formaggio – e lo si fa esclusivamente con il latte di capre Bionde dell’Adamello, ancora oggi munte a mano.
La fase più caratteristica della sua lavorazione è quella dell’affumicatura.
Perché si asciughi completamente il fatulì viene adagiato su apposite grate all’interno dei camini e riscaldato da un debole fuoco di rami e bacche di ginepro; il fumo che lo ammanterà per qualche giorno, conferirà al formaggio un aroma assolutamente unico.
La crosta risulterà al palato lievemente amarognola (chi non la mangia, peste lo colga!) l’interno dolcissimo. La stagionatura richiede 30 giorni, ma il fatulì se lasciato stagionare per più di sei mesi è ottimo grattugiato, specie sulla pasta di farina di castagne.
Nelle malghe della Val Adamè si produce in quantità esigue un fatulì non affumicato; qui le bacche, l’erba rorida di temporali e le muffe d’alta quota conferiscono al formaggio un sapore si dolce, ma deciso. Sotto l’impercettibile unghia cremosa, trionfa una pasta leggermente granulosa, eburnea, un vero viatico per il Paradiso

Il segreto del Tombea di Germano? Una chat e l’Albania!
Per raggiungere invece le poche malghe che oggi producono l’autentico Tombea occorre spingersi fino a Magasa, un paese arroccato in montagna che ha il fascino un po’ spettrale di una ghost-city da western americano; un pugno di case ammantate da un silenzio irreale, viuzze piccole come giocattoli, porticati antichi. La Frontiera tra Regno d’Italia e d’Asburgo passava di qui.
Una volta superata Magasa, la tappa successiva è Cima Rest con le sue case fienile con i tetti di paglia, identiche in tutto e per tutto, a quelle transilvane e irlandesi.
Fino agli anni 70 le molte malghe presenti nel territorio erano frequentate da 250 capi durante il periodo estivo. Ora il Tombea e la malga che ne prende il nome è ridotta a 50 capi di razza Bruna Alpina, qualche rendena e un paio di giovani malgari che in estate sfidano una solitudine che è isolamento e in inverno un regime di vita spartano a cui resisterebbero in pochi.
Se si entra nella loro malga, ci si accorge subito che tutto è rimasto come un secolo fa . L’angolo del camino, vicino alla finestra, con la mensola in legno girevole a sostenere il paiolo, la luce fioca, quasi inesistente, il ripiano e le forme per modellare il formaggio, il soppalco con le brande.
Segni di un tempo che non scorre, come succede negli incantesimi dei maghi delle fiabe. Per nostra fortuna, c’è ancora un pugno di produttori grintosi e appassionati che senza salire fin lassù tiene viva la leggenda del Tombea. Tra questi Germano. Germano ha vissuto sempre a Magasa; per lui già andare a Brescia è un ‘viaggio’. E’ tutto Casa, Magasa e Tombea. Ma un bel giorno gli regalano un computer. E il destino, sotto forma di chat, gli cambia la vita. Conosce una ragazza albanese che sogna un marito italiano. Germano è scapolo e Magasa d’inverno è mondana come un faro in capo al mondo. Una sera si siede al computer e le propone il matrimonio. “Sposami” le scrive. “Quando?” risponde lei. L’indomani, nella posta elettronica Germano trova una foto della chatter albanese bella da levare il fiato. I due incominciano a scriversi più spesso, la ragazza adesso formula domande precise. “Dove abiti esattamente? quanto è grande la tua casa? quanto guadagni al mese? e Magasa… è vicina al Lago di Garda?“. “In linea d’aria, sì” – azzarda Germano che si mette a descriverle Magasa come un eremo romantico, tacendo che in inverno tra gelo e neve, a Magasa si battono i denti quasi come in Lapponia. La ragazza chiede a Germano di fare tutti i documenti necessari per il matrimonio e di andare a prenderla a Tirana. Quando Germano vede su internet dov’è Tirana gli viene un colpo. Altro che Brescia, qui c’è da salire su un aereo. Intanto la mamma di Germano tenta di dissuadere il figlio. Anche nella sperduta Magasa sono giunte voci poco rassicuranti sugli albanesi. Sono ladri, violenti, gente che fino a pochi anni fa se la facevano coi cinesi di Mao. Germano non le dà retta. Così sua madre corre alla Coldiretti a chiedere aiuto. Un amico, mi giura, di averla vista entrare in lacrime. “Voleva che fermassimo Germano. Voleva che non partisse per Tirana. Se sapessi come si fa, ripeteva, lo drogherei io, e non gli farei prendere quel aereo maledetto’. Ma alla Coldiretti nessuno droga Germano, che, puntuale, vola a Tirana a conoscere la sua futura sposa. Ritorna con lei e la impalma a Magasa. I guai però cominciano qualche giorno dopo. La ragazza che ha imparato l’Italia e l’italiano guardando le veline, i giochi a quiz e i reality di Mediaset, sgrana gli occhi in quel paese fantasma così simile a tanta montagna albanese. Il primo inverno è terribile. Dove Germano fa il Tombea non c’è elettricità, nè riscaldamento; la ragazza vorrebbe fuggire, dall’altra capisce che quel formaggio è oro bianco. Ha visto con quale adorazione viene comprato, e le centinaia di euro lasciati al marito per ogni forma. Si dimentica le veline e i programmi di Mediaset e si rimbocca le maniche. Fa un patto con Germano. Sarò tua moglie e tua socia. Vanno da un notaio e mettono tutto nero su bianco. E la ragazza di Tirana inizia a lavorare per tre, diventando una formidabile macchina casearia. Ogni tanto viene alla Coldiretti, mi confessa il solito amico. “Mi accorgo che è entrata quando vedo i colli dei miei collaboratori dritti come steli di tulipani. E gli occhi fuori dalle orbite. Aveva ragione Germano. E’ bella da levare il fiato, ma ti leva il fiato soprattutto come lavoratrice. Oggi grazie a lei, il Tombea di Germano è ancora più buono“.

La sottile lacrima del Tombea italo-albanese e il Mercato Coperto dei Formaggi di Gavardo
La stagionatura del Tombea italo-albanese di Germano esige almeno 90 giorni, periodo in cui la pasta ha diffuso una leggera occhiatura e si mostra elastica. La crosta è sottile, soda, e di colore paglierino. Dopo 180 giorni, il Tombea assume cromìe e profumo da sottobosco autunnale.

Trascorsi 18 mesi l’occhiatura scompare, la pasta diventa granulosa e si accentua l’aroma delle dolci e sottili erbe montane.
Al taglio appare talvolta una sottile lacrima e la pasta è di colore giallo vivace dopo 24 mesi.

Tombea, fatulì, e il miglior bagoss del mondo, li trovate al Mercato Coperto dei Formaggi di Gavardo di Giusi e Enrico, un tempio dell’arte casearia, insieme a un’eccezionale selezione di formaggi piemontesi. Strepitoso Murianengo della Val di Susa, Blu della Val Varaita e le fondenti robiole di Roccaverano di Bruno Ferrero di Serole (da non confondere con Piera Ferrero di Montechiaro d’Acqui). Serole, 167 abitanti, un sindaco di nome Bontà – quando si dice un cognome un Destino – è uno dei paradisi della langa astigiana per la produzione delle robiole.



Mercato Coperto dei Formaggi
Via Molino, 3
25085 Gavardo (Bs)
Tel. 036531110

© Lorenzo Cairoli/Bresciaoggi
(Se il pezzo ti è piaciuto, cita la fonte)

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28 luglio 2007

Picciotti sul fiume Chiese

Stamattina vado in edicola, compro ‘La Stampa’ e ‘Bresciaoggi’ (a pagina 7, la pagina dei commenti, un mio pezzo sul ‘vizietto’ cinese della contraffazione che troverete anche su ‘Il giornale di Vicenza’ e su ‘L’Arena‘), mi siedo a un tavolino di un bar, ordino un cappuccino e mi immergo nella lettura. In trenta minuti ho letto tante di quelle notizie curiose, buffe e intriganti che potrei campare di post per le prossime tre settimane e invece no, invece ritorno su questa piccola e meschina querelle gavardese. Non fosse altro perchè la vivo sulla mia pelle e perchè ancora non mi sono trasferito ad Accra o a Yaoundè, ma abito ancora qui, a Gavardo, ex-piccola Arcadia, per qualche mese ancora. Ricapitolo per chi si è perso le puntate precedenti di questa squallida vicenda.
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27 luglio 2007

Le perle di Gian Battista Tonni, sindaco di Gavardo e Osama Bin Laden della grammatica italiana

Ogni città ha il sindaco che si merita; Gavardo si è scelta Gian Battista Tonni, 67 anni; sembra il fratello meno pingue di Bruno Gambarotta, se gli lasci un microfono in mano fa passare il Trap per un genio.
Congiuntivi alla Biscardi, un italiano incerto che non sentiresti parlare nemmeno da un clandestino del Burkina-Faso, una dialettica e una lucidità che mi ha fatto tornare alla mente il Burroghs de ‘La scimmia sulla spalla’.

A metà ottobre 2006 Forza Nuova organizzò una fiaccolata a Gavardo contro l’immigrazione. Su questo e su altro, Gian Battista Tonni parlò a Radioonda Urto emittente radiofonica bresciana
Ecco alcune delle sue perle.
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25 luglio 2007

Ufficio Anagrafe di Gavardo: una vergogna!

Il blog non parla solo di agnolotti&sinagoghe, di cucina kasher e di turbolente domeniche a Beirut, di Polansky e di chef col pallino del quinto quarto, di musei bizzarri e di amarcord africani, ogni tanto anche il blog e il suo autore devono fare i conti col quotidiano e ci sono giorni che questi benedetti conti non quadrano mai. Due post fa vi ho raccontato ‘la morte’ del mio passaporto. Ovviamente sono andato dai Carabinieri di Gavardo a sporgere denuncia, ma il foglio che vi rilasciano vale come i soldi del Monopoli e non sostituisce il documento che avete perso. Vivo qui da più di un anno, mesi fa, poco dopo aver affittato casa, iniziai le pratiche per il cambio di residenza da Roma a Gavardo.”Vuoi vedere – penso – che è tutto a posto? che l’efficientissimo ufficio dell’anagrafe, zitto zitto, mi ha fatto una sorpresa e ora posso richiedere la mia nuova carta d’identità?”.
Piazza Marconi. Ore 10. Ufficio Anagrafe.
Sono accolto da due impiegate che per cordialità, fervore, spirito di iniziativa mi ricordano un allevamento intensivo di lumache.
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24 luglio 2007

Il Cairoli e il Nandocrippa

Domenica 22 luglio, mentre in Turchia e in Camerun si votava e al Nuerburgring, Alonso e Massa si mandavano a quel paese (in italiano), il Cairoli e il Nandocrippa si incontravano.
Aperitivo a Salò, un Aperol con vista su nature morte prussiane e accaldate, e pranzo all’Osteria Capoborgo di Gavardo. Insalata di gamberi di fiume, pasta con confit d’anatra e un fritto di paranza sontuoso ( da ribattezzare ’scippo in pescheria’ perchè tolta l’aragosta in quel fritto scrocchiava di tutto; granchio, sogliola, zanchetta ( la sogliolina che a Roma chiamano tacchia), polpo, calamaro, seppia, seppiolina, gamberi, filetto di triglia, acciuga, cappasanta e canocchia).
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23 giugno 2007

Salò


E’ un sabato splendido, cielo e pomeriggio azzurro come lo canta Conte, sole implacabile, africano, che faccio? resto a Gavardo? non si può rimanere a Gavardo con un sabato così. Ho dieci euro nel portafoglio più un vecchio biglietto di sola andata per Salò. Così butto nello zaino il moleskine, dei vecchi appunti del San Domenico che ho ritrovato a Imola, ‘Il lapis del falegname’ del galiziano Rivas, due succhi di frutta e mi lascio alle spalle la porta di casa. Sono pochi i chilometri che separano Gavardo da Salò, dieci per l’esattezza, ma quando scendi dal pullman è come se tu fossi sceso da un aereo, come essere atterrato in un altro continente, con un altro clima, un altro fuso orario, un altro cielo
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29 maggio 2007

Pensare alla vecchiaia di Funari e di Meneghello mentre su Gavardo diluvia una pioggia astiosa

Sabato sera piove e per la prima volta la saudade da grande città mi si legge in faccia, come fosse un herpes, e improvvisamente Gavardo, anche se solo per un sabato sera, non mi sembra più un’Arcadia, ma un film di Bartas, micidiale, noiosissimo, che una molotov al proiezionista gliela tirerei volentieri. Mi manca il cinema sottocasa, il pub assordato dal jazz, le librerie aperte fino a tarda notte, i chioschi delle angurie e della grattachecca, il caffè marocchino dove il narghilè passava di mano in mano come una mazzetta, gli artisti di strada, i krapfen e i cornetti che il fornaio ci vendeva di straforo alle due di notte, con la preghierà però che fossero mangiati a due isolati dal laboratorio, ‘perchè sennò mi fanno la multa’ e noi ad annuire, a rassicurarlo con la crema che ci rigava il mento, ma morire se uno dei cento che passava di lì era di parola. Dopo dieci minuti c’era una coda dal fornaio come nemmeno a Broadway per ‘Il fantasma dell’Opera’. Mi mancano le edicole in cui dopo la mezzanotte aspettavamo i quotidiani, i lavavetri polacchi di Trastevere che all’alba trovavi addormentati davanti all’ingresso del cinema Alcazar e che guadavi come un torrente, il bingo con le sue filippine etiliste e cinguettanti che dopo il quarto gin tonic se gli chiedevi ‘Come ti chiami?’ ti rispondevano ‘Cinquina! Cammino per Gavardo con la scusa di svuotare i sacchetti della spazzatura. In sottofondo, la pioggia che si accanisce astiosa, le anatre che starnazzano, le auto che scambiano sempre il centro di Gavardo per la curva di Lesmo e una coppia nigeriana ai ferri corti. E’ nell’alterco che la loro lingua getta la maschera; è primitiva, aggressiva e nasale da non sembrare nemmeno africana. Gli africani hanno il dono di rendere i loro idiomi musica, i nigeriani quando litigano litigano in una cacofonia tale da far sembrare celestiale l’olandese. Lei strilla da far tremare i soffitti, lui le dà una sberla. Non li vedo ma sento l’impatto di quella mano sul viso di lei; schizza fuori dalla finestra e precipita in strada.

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11 maggio 2007

Vivere e morire a Gavardo

Un merito ce l’ho; non credo si sia mai parlato così tanto di Gavardo da quando abito a Gavardo. L’ho fatta conoscere ai buongustai di mezza Italia raccontando le prodezze del norcino Bettini, i formaggi celestiali di Enrico e Giusy titolari di un negozio che ha pochi eguali nel mondo ( si, avete letto bene, nel mondo ) celebrando, non per amicizia ma per sincera ammirazione, la tana dell’oste Adriano che ogni sera, a Soprazzocco, regala benessere ai suoi commensali. Ho raccontato la Gavardo etnica e le zuppe di Regina, le sue anatre e il suo fiume, la sua biblioteca e la sua Fiera. Oggi racconto di un uomo che qui, nell’Arcadia di Gavardo, ha perso la vita. La cronaca è nota.

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1 maggio 2007

Da gavardese a gavardese

Detesto le faide; le detestavo in Israele a maggior ragione le detesto qui a Gavardo. Di quelli che hanno sei appartamenti e che ci ammassano tre o quattro famiglie in ognuno o la mamam nigeriana con la sua sventurata scuderia di mignotte, raddoppiando o triplicando l’affitto dell’appartamento che nel frattempo nessun bianco ha voluto affittare, me ne frego. Me ne frego meno quando gli stessi dopo aver consegnato le chiavi di casa ai nuovi proprietari bevono un caffè con te e sbuffano contro ’sti neri che rovinano l’Arcadia di Gavardo. Se ’sti neri non li volevi bastava fare come fanno gli svizzeri, non affittargli niente. Qui manca la coerenza che è stata contestata a me. In modo drammatico. Da una parte parlano della molesta negritudine come di una lobby di blatte, però gli affittano casa; li vorrebbero rispedire tutti in Africa però quando le loro mogli sono a Vietri, in vacanza dai parenti, un salto dalle nigeriane lo fanno volentieri. Dicono che sono tutti ladri, puttane e spacciatori poi vai nelle fabbriche, entri in fonderia, vai a vedere chi pulisce le ditte all’alba e scopri che le puttane sanno scopare (col moccio wileda), i ladri si fanno il mazzo alla catena di montaggio, gli spacciatori puliscono le strade e lavorano i campi. Io amo questa città e credo di averlo dimostrato fin dal primo post che era una dichiarazione d’amore per Gavardo e nelle decine e decine di post successivi scritti sul Gambero Rosso, e negli articoli pubblicati su BresciaOggi. Camillo Langone del Foglio non sapeva nemmeno che esistesse Gavardo. Mi scrisse ringraziando ‘Ora so che esiste anche Gavardo’. E questo vale per i Nico Orengo, e i tanti giornalisti de ‘La Stampa’ che mi leggono e di ‘Diario’ e i cuochi, e i ristoratori, e tutti quelli (tanti, circa 18.000 persone ogni mese) che abitualmente si affacciano nel blog. L’ariana Gavardo balza alle cronache dei giornali locali quando la Guardia Forestale irrompe in casa di un roccolatore e gli trova 25 trappole a scatto, 39 anelli inamovibili, 22 anelli plastificati, 2 reti, 22 richiami e nel frigo 16 frosoni, 45 pettirossi, 9 codirossi, 7 pispole, 48 balie nere, 8 capinere, 9 lucherini, più verzellini cinciarelle e una pistola flobert non denunciata. Balza alle cronache perchè a un controllo della stradale tre patenti sono state ritirate per guida in stato di ubriachezza. Perchè delle caldaie sono sparite da un cantiere, perchè i coscritti hanno compiuto 65 anni, perchè in biblioteca viene qualcuno a parlare della resistenza in Val Sabbia, perchè tra i corsi primaverili organizzati dalla biblioteca stessa c’è, a scelta, ricamo, inglese, salsa e balli latini, donne nella letteratura e la storia dei Beatles o perchè le politiche giovanili partoriscono un geniale claim Stai  manzo con un centro giovani bello ganzo’, lo mettono su manifesto e ci tappezzano Gavardo. Ci sono un sacco di bresciani che non saprebbero distinguere Gavardo da Vestone o da Roè nemmeno con uno stradario in mano. Come noi non distinguiamo un taiwanese da un coreano. Io cerco di raccontare la malìa di questo posto. Di dare visibilità a Gavardo e alle persone di Gavardo che lo meritano. Di un gavardese ( o una gavardese ) che mi scrive Forse dovresti viverci ancora qualche decennio per capire bene un paese che vivi da poco meno di un anno! rispondo che a volte l’ospite vede in un ‘ora più di quello che il padrone vede in una vita e che, nei commenti, il vero si distingue dal falso come si distinguono i fiori naturali dagli artificiali; per una specie di inimitabile odore.

Cordialmente

Lorenzo Cairoli

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