Il primo disco di Charlotte Gainsbourg risale al 1986, l’anno in cui conobbi suo padre Serge. Era una magnifica effrontée di appena 15 anni capace di vincere un Cesar dopo soli tre film. Il padre le ricamò addosso l’album ‘Charlotte forever’: un successo strepitoso. Due anni prima, l’aveva iniziata alla trasgressione, il marchio di fabbrica di famiglia con ‘Lemon incest’. Polemiche, accuse di pedofilia, neanche troppo velate, ma nonostante ciò il 45 giri balzò subito ai piani alti delle hit-parade francesi.
Cologno Monzese, febbraio 1986. Berlusconi inaugura la sua tivù francese ‘La Cinq’ con un galà di tre ore e mezza a cui prendono parte una sessantina di artisti, tra questi c’è anche Gainsbourg. Io ne sono il co-autore. Il proprietario del bar è fuori di sè e prega che Berlusconi torni al più presto ad Arcore perché da quando c’è lui nessuno si azzarda più a bere il Campari delle 11. Il bar è vuoto, a parte Serge Gainsbourg e il suo amico Eddie Mitchell. Il loro debutto al bar degli studi è memorabile: una bottiglia di Chivas fatta mettere sul conto della produzione. Se la scolano in meno di 20 minuti. Chiedono una seconda bottiglia di Chivas. C’è solo Glen Grant. A Serge va bene ugualmente. Alla terza richiesta il barista chiama Fatma Ruffini.
Serge indossa un abito nero, sembra un beccamorto, forfora sulle spalle, barba incolta. La faccia che ti aspetteresti da un Rimbaud dopo una stagione all’inferno in Etiopia. Gira con la sua compagna, Bambou, anche lei in abito nero, carnagione diafana, una modella, dicono, molto, molto, graziosa, dalla quale avrà un figlio, Lucien detto Lulu. Non l’ho mai visto cantare; lo vedrò in regia col produttore che si mette le mani nei capelli. Sempre fuori sincro, non sta dietro al playback, il playback va da una parte, lui con le labbra umide di Chivas dall’altra. In regia i commenti sono sprezzanti. A me, invece, è simpatico. Lo accompagno in camerino. E’ abbastanza bollito. Mi chiede se mi piace Bambou. Solo ora mi accorgo d’averla fissata con troppa insistenza. Arrossisco. Lui mi strizza l’occhio. “Dovresti trovartene una come lei…un angelo così ti cambia la vita”. Annuisco. Arriviamo alla porta del suo camerino. Bambou scivola via. Serge mi mette dei soldi nell’incavo della mano destra e mi sussurra ” Una bottiglia, non importa di cosa, ma dai 40 gradi in su. Il resto è per te “. Mi strizza ancora l’occhio, raggiunge Bambou e la porta si chiude.
Vado al bar. Chiedo una bottiglia. Il barista mi guarda male. “Contagiato anche tu da quei francesi del cazzo, eh?”. ” Macchè, festeggio il mio compleanno. Dammi un Pernod, va…”. Apro il palmo della mano e solo allora mi accorgo che nel suo delirio etilico Gainsbourg invece che franchi mi ha allungato quattro kleneex. Pagherò io. Il resto, un’altra volta..

Charlotte da grande non sapeva ancora se scegliere il cinema o la musica. Decise per lei il Destino il 2 marzo del 1991. Serge morì d’infarto e lo seppellirono a Montparnasse con Mitterand che lo paragonò a Baudelaire e a Apollinaire. Charlotte diventò un’attrice a tempo pieno e per rispetto del padre, voltò le spalle alla musica. Senza di lui Charlotte non riuscì più a entrare in uno studio di registrazione, perché si sentiva come in una città straniera, spaesata, confusa, disorientata. Ripeteva alla noia: “Je ne peux pas faire de la musique en me comparant sans arrêt à lui, parce que je suis moins bien que lui. Son génie, je ne peux pas l’égaler; c’est m’enlever tout plaisir que de chanter en français”. Ci vorranno dieci anni prima che si riavvicini alla musica e altri dieci perchè provi a osare una rimpatriata. E’ il 2006 e con l’aiuto di un dream team di reduci del british pop inglese – Air, Neil Gannon dei Divine Comedy, Nigel Godrich e Jarvis Cocker, ex leader e voce solista dei Pulp – incide il suo secondo album ‘5:5.’ E’ un anno d’oro il 2006, incontra anche Michel Gondry che la sceglie come protagonista del suo ‘L’arte del sogno’. Il 2007 invece è un annus horribilis. Un incidente di sci nautico, un’emorragia cerebrale, un’operazione disperata nel cuore della notte. Da questa esperienza dolorosa, nasce il suo terzo album ‘IRM’ che in francese è l’acronimo di imagerie par résonance magnétique. Charlotte cerca nuove complicità e nuove sinergie e la scelta cade sull’americano Beck Hansen, una delle stelle del rock alternativo degli anni novanta. E il risultato è ammaliante. E’ una settimana che appena mi sveglio, passo almeno mezz’ora ad ascoltare IRM a tutto volume. Quattordici canzoni di cui sette, otto, sono tra le più belle che ho ascoltato da un anno a questa parte. Ipnotiche, oniriche, come la rarefatta ‘Vanities’ o come in ‘The End’ scelta da Spike Jonze per la colonna sonora francese di ‘Nel paese delle creature selvagge’, quasi un madrigale, dolcissimo, arioso, con inusitati salti melodici e la voce di Charlotte in assoluto stato di grazia. O come ‘Heaven can wait’ cantata insieme a Beck, l’ariete giusto per far breccia nelle radio, il pezzo volano di tutto il cd, quello col riff marziale che basta ascoltarlo una volta sola per averlo tatuato in testa.
O come ‘Le Chat du Café des Artistes’ cover di un pezzo degli anni settanta del cantautore québecois Jean Pierre Ferland (ve l’avevo detto che il Québec è un formidabile Eldorado musicale) che Beck strappa dall’oblìo e reinventa in un sontuoso tripudio d’archi, come nelle migliori colonne sonore di 007 firmate da John Barry – che neanche a farlo apposta fu il secondo marito della mamma di Charlotte. Archi, canti di uccelli e percussioni tribali in ‘Voyage’ che sembra un pezzo new age di Enya. ‘Time of the assassins’ è così orecchiabile che i miei vicini del Punjab ne vanno matti. ‘Trick Pony’ invece è la canzone più beckiana di tutto il cd. Si torna dalle parti di ‘Guero’, ma tornarci con Charlotte è tutta un’altra musica. Ascoltare per credere.
Scritto da lorenzo cairoli alle 17:48, in Mi piace ascoltarli
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