Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Mi piace ascoltarli'

10 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – Malheureusement, aujourd’hui, Monsieur Le Président est en tournée en Jamaïque

Sto finendo un pezzo per il ‘Gamberorosso’, domani ho appuntamento col fotografo, l’ottimo Francesco Vignali, ho tre articoli da consegnare alla ‘Stampa’ e qualcosa ancora da ritoccare sugli itinerari del mio giro del mondo. Tempo per scrivere sul blog ne ho davvero poco, mi riesce più facile aggiornare la mia rassegna stampa su Facebook. Comunque, non mi è sfuggita questa interessante intervista a Youssou Ndour sui suoi rapporti col presidente Wade. L’ha fatta a Dakar, Cécile Sow per Jeune Afrique. Dove si parla anche di un Ndour in politica e magari in corsa per la poltrona presidenziale….

Envisagez-vous d’entrer en politique ?

C’est le peuple qui décidera. Je ne dis plus « jamais je ne ferai de politique ». Désormais, je ne serai plus neutre. J’ai une vision et une petite expérience qui peuvent me servir, et servir aux autres. Je ferai mon choix en fonction de la qualité des programmes et selon mes convictions.

Quel homme politique a des idées qui vous séduisent ?

Ce n’est pas le moment d’en parler. Nous ne sommes pas à la veille d’une élection. Il faut sonner la fin de la récréation et se remettre au travail. Le moment venu, je ferai mon choix.

Et Youssou candidat à la présidentielle ?

Je n’ai pas d’ambition personnelle. Mais je vois l’affection que les gens ont pour moi. Ils soutiennent mes initiatives. Ça me touche

A chi interessasse, sarò in Senegal ad aprile 2011.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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27 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Buenavista Social Club a Kinshasa

Di Staff Benda Bilili – ‘Guardare oltre le apparenze’ – il primo a scriverne è stato Andy Morgan per ‘The Indipendent’, poi Yann Plougastel su ‘Le Monde’ (bellissimo articolo tradotto da ‘Internazionale’ a fine luglio) e Caspar Llewellyn Smith su ‘The Guardian’ a novembre. E’ una storia alla ‘Buenavista Social Club’. Anche qui, come nel film di Wenders, un gruppo di musicisti neri, i tropici sullo sfondo, miseria e oblìo nel quotidiano, la musica come opportunità di riscatto. Con due differenze: Kinshasa al posto dell’Avana e il fatto che i musicisti oltre che essere neri, anziani e spiantati, sono anche disabili.

Di giorno, campano d’elemosina e attraversano le strade dissestate della capitale a bordo di carrozzelle-ciclomotori che li fanno sembrare degli easy rider dei tropici. La sera cantano canzoni contro la corruzione, la miseria, la malattia, in cui esortano i padri a vaccinare i figli e a non considerare diverso il disabile, perchè l’handicap non è nelle gambe, casomai nella testa. Un giorno la Crammed Discs, un’etichetta indipendente di Bruxelles specializzata in rock alternativo e musica africana decide di scommettere su di loro. Registrano il loro disco nella Abbey Road più insolita di tutta la storia della musica, lo zoo di Kinshasa. Lo registrano di notte perchè di giorno la cacofonia del traffico è insopportabile.

Incidono ‘Polio’ con i gracidii delle rane in sottofondo che finiscono dritti nel disco, con un effetto che, incredibile ma vero, sembra studiato a tavolino. Il mondo della critica musicale è impazzito per loro. Nel 2009 nessun gruppo ha collezionato tante recensioni positive come Staff Benda Bilili. Ad aprile saranno in turnè in Europa. L’11 a Dortmund, il 13 a Zurigo, il 14 a Berna, il 19 a Parigi.

A chi interessasse, ad aprile sarò in Congo, proprio a Kinshasa. Chissà che non riesca a incontrarli…

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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13 febbraio 2010

We Are The World 25 For Haiti – Official Video

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29 gennaio 2010

Fuck you very, very much

From the very first moment I heard the song “Fuck You” by the British singer, Lily Allen, I noticed that how its lyric would be funny if it speaks to the government leaders of my country Iran.
So this song inspired me to make a funny video about the present regime of Iran and show my hate

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28 gennaio 2010

Etelvina, almas del canto tradicional

E’ morta a Cartagena, per un’insufficienza respiratoria, Etelvina Maldonado, la regina del bullerengue e una delle più grandi artiste del folklore caribeño. Aveva 75 anni ed era per i colombiani una gloria nazionale – un po’ come se dai noi morissero le Langhe o la mortadella.

Il bullerengue è un “ballo cantato” che ancora si pratica sulla costa caraibica della Colombia e soprattutto nei dipartimenti di Bolívar e Córdoba. Per la precisione nasce in Colombia attorno ai palenque (i paesi fortificati degli schiavi che fuggivano dalle piantagioni).
Le donne gravide, senza marito oppure concubine, non potendo assistere al fandango o ai balli popolari che si facevano durante le celebrazioni religiose in onore di San Giovanni o San Pedro (il 24 e il 29 di giugno), si riunivano nel patio della casa. Il percuotere sul tamburo e il battito delle mani chiamavano la cantante. Lei improvvisava un verso e le altre donne rispondevano in coro. Il ñeque (liquore casereccio a base di canna da zucchero) passava di mano in mano. Fra un bullerengue e un altro si raccontavano indovinelli e storielle. La data e il luogo delle riunioni veniva comunicato discretamente tra le donne che facevano parte della stessa “confraternita” di bullerengueras.
E’ uno dei pochi canti esclusivamente femminili della Colombia. La gestualità che vi è legata è un inno alla fecondità. Durante il lento crescendo del bullerengue seduto, la cantante si massaggia il basso ventre e si tocca il seno in maniera provocante mentre le coriste sostengono il ritmo incalzante con il battito delle mani. Di origine africana, il canto è sempre accompagnato dai tamburi, quello allegro e quello di richiamo, percossi semplicemente con la mano. L’allegro accompagna la voce principale e l’altro fa da sostegno ritmico al battito delle mani delle coriste.
I musicisti della regione dicono che è il bullerengue seduto quello che meglio rappresenta la tradizione del bullerengue. In conseguenza del’urbanizzazione di questa musica originariamente rurale, si produssero variazioni ritmiche. Con un tempo più rapido e sincopato nella Chalupa (scialuppa), la Puya (punta) e nel Sexteto (sestetto) di solito si usa la tambura (un tamburo con doppia membrana percosso con dei bastoni) e anche il guache .

Oggi su ‘El Universal’, il quotidiano di Cartagena, c’è un editoriale intitolato: ‘Perdónanos, Etelvina’. Perché come accade a tante glorie nazionali, ci si straccia le vesti solo quando finiscono nella bara, mentre in vita ci si scorda sempre di loro con esecrabile negligenza. Pensiamo a Fellini, alla Morante, ad Alice Toklas, a Dylan Thomas che alla fine non aveva neanche più un penny per affrancare le lettere da scrivere agli amici.

Para Anilet, reina de Cartagena y mi amado estado de gracia

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23 gennaio 2010

Un raffinatissimo sgambetto

«Ne ho abbastanza. È potente e ricco ma dissoluto e vecchio». Poi la voce soave intona altre accuse: «I capelli non sono i suoi e anche se i chirurghi gli hanno ritoccato gli occhi non vede quanto sia diventato volgare». Di chi si parla? Ogni dubbio svanisce nell’ultima strofa del brano: «Nella villa a Milano mi fa sentire un pezzo d’arredamento. Sempre in giro con i presidenti o con la sua squadra di calcio. E ho saputo tutto della modella bionda e magra del sud ma se non lo scopro sulla Bbc non me lo dice di certo lui».

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17 gennaio 2010

IRM – Con la benedizione di papà Serge

Il primo disco di Charlotte Gainsbourg risale al 1986, l’anno in cui conobbi suo padre Serge. Era una magnifica effrontée di appena 15 anni capace di vincere un Cesar dopo soli tre film. Il padre le ricamò addosso l’album ‘Charlotte forever’: un successo strepitoso. Due anni prima, l’aveva iniziata alla trasgressione, il marchio di fabbrica di famiglia con ‘Lemon incest’. Polemiche, accuse di pedofilia, neanche troppo velate, ma nonostante ciò il 45 giri balzò subito ai piani alti delle hit-parade francesi.

Cologno Monzese, febbraio 1986. Berlusconi inaugura la sua tivù francese ‘La Cinq’ con un galà di tre ore e mezza a cui prendono parte una sessantina di artisti, tra questi c’è anche Gainsbourg. Io ne sono il co-autore. Il proprietario del bar è fuori di sè e prega che Berlusconi torni al più presto ad Arcore perché da quando c’è lui nessuno si azzarda più a bere il Campari delle 11. Il bar è vuoto, a parte Serge Gainsbourg e il suo amico Eddie Mitchell. Il loro debutto al bar degli studi è memorabile: una bottiglia di Chivas fatta mettere sul conto della produzione. Se la scolano in meno di 20 minuti. Chiedono una seconda bottiglia di Chivas. C’è solo Glen Grant. A Serge va bene ugualmente. Alla terza richiesta il barista chiama Fatma Ruffini.

Serge indossa un abito nero, sembra un beccamorto, forfora sulle spalle, barba incolta. La faccia che ti aspetteresti da un Rimbaud dopo una stagione all’inferno in Etiopia. Gira con la sua compagna, Bambou, anche lei in abito nero, carnagione diafana, una modella, dicono, molto, molto, graziosa, dalla quale avrà un figlio, Lucien detto Lulu. Non l’ho mai visto cantare; lo vedrò in regia col produttore che si mette le mani nei capelli. Sempre fuori sincro, non sta dietro al playback, il playback va da una parte, lui con le labbra umide di Chivas dall’altra. In regia i commenti sono sprezzanti. A me, invece, è simpatico. Lo accompagno in camerino. E’ abbastanza bollito. Mi chiede se mi piace Bambou. Solo ora mi accorgo d’averla fissata con troppa insistenza. Arrossisco. Lui mi strizza l’occhio. “Dovresti trovartene una come lei…un angelo così ti cambia la vita”. Annuisco. Arriviamo alla porta del suo camerino. Bambou scivola via. Serge mi mette dei soldi nell’incavo della mano destra e mi sussurra ” Una bottiglia, non importa di cosa, ma dai 40 gradi in su. Il resto è per te “. Mi strizza ancora l’occhio, raggiunge Bambou e la porta si chiude.

Vado al bar. Chiedo una bottiglia. Il barista mi guarda male. “Contagiato anche tu da quei francesi del cazzo, eh?”. ” Macchè, festeggio il mio compleanno. Dammi un Pernod, va…”. Apro il palmo della mano e solo allora mi accorgo che nel suo delirio etilico Gainsbourg invece che franchi mi ha allungato quattro kleneex. Pagherò io. Il resto, un’altra volta..

Charlotte da grande non sapeva ancora se scegliere il cinema o la musica. Decise per lei il Destino il 2 marzo del 1991. Serge morì d’infarto e lo seppellirono a Montparnasse con Mitterand che lo paragonò a Baudelaire e a Apollinaire. Charlotte diventò un’attrice a tempo pieno e per rispetto del padre, voltò le spalle alla musica. Senza di lui Charlotte non riuscì più a entrare in uno studio di registrazione, perché si sentiva come in una città straniera, spaesata, confusa, disorientata. Ripeteva alla noia: “Je ne peux pas faire de la musique en me comparant sans arrêt à lui, parce que je suis moins bien que lui. Son génie, je ne peux pas l’égaler; c’est m’enlever tout plaisir que de chanter en français”. Ci vorranno dieci anni prima che si riavvicini alla musica e altri dieci perchè provi a osare una rimpatriata. E’ il 2006 e con l’aiuto di un dream team di reduci del british pop inglese – Air, Neil Gannon dei Divine Comedy, Nigel Godrich e Jarvis Cocker, ex leader e voce solista dei Pulp – incide il suo secondo album ‘5:5.’ E’ un anno d’oro il 2006, incontra anche Michel Gondry che la sceglie come protagonista del suo ‘L’arte del sogno’. Il 2007 invece è un annus horribilis. Un incidente di sci nautico, un’emorragia cerebrale, un’operazione disperata nel cuore della notte. Da questa esperienza dolorosa, nasce il suo terzo album ‘IRM’ che in francese è l’acronimo di imagerie par résonance magnétique. Charlotte cerca nuove complicità e nuove sinergie e la scelta cade sull’americano Beck Hansen, una delle stelle del rock alternativo degli anni novanta. E il risultato è ammaliante. E’ una settimana che appena mi sveglio, passo almeno mezz’ora ad ascoltare IRM a tutto volume. Quattordici canzoni di cui sette, otto, sono tra le più belle che ho ascoltato da un anno a questa parte. Ipnotiche, oniriche, come la rarefatta ‘Vanities’ o come in ‘The End’ scelta da Spike Jonze per la colonna sonora francese di ‘Nel paese delle creature selvagge’, quasi un madrigale, dolcissimo, arioso, con inusitati salti melodici e la voce di Charlotte in assoluto stato di grazia. O come ‘Heaven can wait’ cantata insieme a Beck, l’ariete giusto per far breccia nelle radio, il pezzo volano di tutto il cd, quello col riff marziale che basta ascoltarlo una volta sola per averlo tatuato in testa.

O come ‘Le Chat du Café des Artistes’ cover di un pezzo degli anni settanta del cantautore québecois Jean Pierre Ferland (ve l’avevo detto che il Québec è un formidabile Eldorado musicale) che Beck strappa dall’oblìo e reinventa in un sontuoso tripudio d’archi, come nelle migliori colonne sonore di 007 firmate da John Barry – che neanche a farlo apposta fu il secondo marito della mamma di Charlotte. Archi, canti di uccelli e percussioni tribali in ‘Voyage’ che sembra un pezzo new age di Enya. ‘Time of the assassins’ è così orecchiabile che i miei vicini del Punjab ne vanno matti. ‘Trick Pony’ invece è la canzone più beckiana di tutto il cd. Si torna dalle parti di ‘Guero’, ma tornarci con Charlotte è tutta un’altra musica. Ascoltare per credere.

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13 gennaio 2010

Narrare lepidamente sul 2

Se una cosa in tivù è men che meno decente finisce nel palinsesto dei metronotte e delle puttane nigeriane. Cioè, round midnight. Vedi ‘Magazine sul 2′. Lunedì Antonello Aglioti ha intervistato Bernardo Bertolucci in una mezz’ora densa – anche se raccontare Bertolucci in mezz’ora è come tentare di spiegare la chimica solo con un becco di Bunsen. Un Bertolucci assolutamente a suo agio: mite, civile, pacioso. Ad Aglioti piace esplorare le case di chi intervista, un’ebbrezza in bilico tra curiosità infantile e voyeurismo. A volte non sembra neppure lì per intervistare, ma per pignorare qualcosa a chi gli ha aperto la porta di casa. Dettagli di collezioni di bambole, sacre icone, parquet lucidissimi, tappeti, mobili di famiglia, foto incorniciate, libri, videocassette, quadri, locandine appese ai muri. Gli piace un mondo annusare nelle cucine, spiare sornione nelle camere da letto, affacciarsi dalle finestre per vedere cosa accade intorno a chi racconta. Come è successo tempo fa con quel magnifico ottantenne di Paolo Poli, in un’intervista lepidissima. Dove Poli raccontava la maledizione di suo fratello, diventato ordinario quasi per reazione: (‘Mio fratello è venuto dopo di me, poverino. Arrivava nei posti dove io, come una lumaca diabolica, avevo lasciato le orme. Così lui si è sempre vestito di grigio. Scarpe grigie, cravatta grigia’). Di Blasetti: (‘Era un fascista, ma faceva dei film russi’). Di Laura Betti: (‘Aveva la bellezza dei quadri barocchi del Seicento. Aveva una vena verde, qui, in fronte. Una carnagione bianchissima. Rompicogliona, anche’). Di Leni Riefenstahl: (‘Furba. Appena finito il nazismo, lei è andata in Africa e ha fatto un libro di foto meravigliose su quei negri alti tre metri, tutti infarinati. Lei dice ‘io ero un’antropologa’ perchè prima aveva esaltato la razza purissima. Eh, furba’). Parlando del Benigni dantesco Poli ha evocato Carmelo Bene e Aglioti, sospirando:
“Già, povero Carmelo. Oggi avrebbe avuto più o meno la tua età”.
“Era più giovane di me – lo ha corretto Poli – Però era anche più alcolico”.

La videoteca di ‘Magazine sul 2′, qui

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12 gennaio 2010

Sweet about me? Di un altro pianeta!

Gabriella Cilmi è tornata con un nuovo singolo ‘On a mission’ e la stampa australiana non parla d’altro. Avete presente gli U2 di ‘Get on your boots’?
Ecco, il video di ‘On a mission’ è una cosa così. Il Pianeta rosso sullo sfondo, un corpo di ballo che sembra disegnato da Tamara De Lempicka, crateri, asteroidi, scenografie selenitiche, tre o quattro citazioni un po’ sciattarelle – ‘Metropolis’, ‘Barbarella’, ‘Flash Gordon’, il prisma di ‘Dark side of the moon – e infine ‘On a mission’, un fondo di magazzino di ‘Lessons to be learned’. Se ‘Sweet about me’ potevi riascoltarla anche un miliardo di volte, ‘On a mission’ alla lunga produce un pernicioso effetto waterboarding.

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24 dicembre 2009

Il 2009? Un anno musicalmente scarso. Tranne che in Québec!

Su ‘Vanity Fair’ Luca Sofri ha definito questo 2009 un anno musicalmente scarso. “Non ho trovato neanche un disco del 2009 che mi sia piaciuto dall’inizio alla fine. Neanche uno di cui iTunes mi dica che l’ho sentito di filato almeno dieci volte”. Per quel po’ che rumino di musica, anch’io la penso così. Un 2009 scarso, esattamente come il 2009 del cinema italiano. Luca salva giusto Sharon Robinson, gli Eels di ‘Hombre Lobo’ puntualizzando però che non è altezza di altre cose della band e il magistrale duetto di David Gray e Annie Lennox in ‘Full Steam’. Ma tace completamente su ‘No line on the horizon’ degli U2 – che a suo tempo liquidò scrivendo che tolta la title track il resto del disco si spengeva nell’onesta ascoltabilità. Probabilmente allineato col pensiero del suo amico&complice Matteo Bordone che da tempo ripete la tiritera che gli U2 ‘non hanno più i pezzi’ come li avevano invece ai tempi di ‘Achtung Baby’. Secondo me Matteo soffre ogni tanto di gravi fisiopatologie all’orecchio interno, soprattutto quando di mezzo ci sono gli U2, che i pezzi li avevano sia in ‘How to dismantle a atomic bomb’ (‘Vertigo’, ‘Miracle drug’, ‘City of Blinding Lights’ per non tacere la bellissima ‘Original of the Species’) sia in ‘No line on the horizon’ (‘White as snow’, ad esempio, ‘Magnificent’, ‘Moment of surrender’, ‘Stand up comedy’ e sicuramente ‘Breathe’). Ma non è di questo che volevo scrivere.
Si dà il caso invece che in Canada, o meglio, in Québec, il 2009 sia stato un anno musicalmente pirotecnico, un mix ispiratissimo di esordi assai promettenti come quello di Bernard Adamus, il Woodie Guthrie francofono e della Patère Rose e di belle rimpatriate come quelle dei Malajube con ‘Labyrinthes’, una band indie-rock di Montreal al terzo disco (quelli di ‘Montréal-40 º C’ per capirci) o del veterano Fred Fortin.

Sylvain Cormier e Philippe Panineu i critici musicali de ‘Le Devoir’ hanno incoronato come migliori dischi del 2009 ‘Brun’ l’esordio di Adamus e ‘Un toi dans ma tête’ di Luc de Larochellière. Ma la vera epifania di questo 2009 è stato il debutto della cantautrice Marie-Pierre Arthur. Un disco realizzato in sinergia con eccellente team di musicisti canadesi, gente che abitualmente suona per Fortin, Patrick Stewart, Karkwa e che ha in ‘Pourquoi’ e in ‘Droit Devant’ le sue punte di diamante. Voce straordinaria, melodie folk, pezzi così orecchiabili che non ti stancheresti mai di ascoltarli. Una Mara Tramblay, al limite anche più talentuosa.

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