
Piovene nel suo ‘Viaggio in Italia’ magnifica la cucina bolognese. La sua caratteristica, scrive, è che il numero degli ingredienti non sembra mai sufficiente, come in certe chiese barocche, dove rimane sempre un ornato da aggiungere. E racconta questo aneddoto: “La Cesarina, celebre ostessa bolognese mi dice: ‘In attesa della minestra, le darei un brodo’. Mi porta un’antiminestra di tortellini. Dico che volevo un brodo. ‘Il brodo è quello lì che lei ha davanti – mi risponde la Cesarina – Non sono tortellini; ce n’è una trentina appena“. Di questa cucina pingue e opulenta, il tortellino è la punta di diamante, tanto che, alle aspiranti cameriere, le signore di Bologna facevano una sola domanda: ‘Sai fare la sfoglia?’. Un si convinto e convincente pesava più di cento curricula. Per fare un tortellino degno di questo nome occore un brodo vero, una sfoglia sapientemente lavorata a mano, sottile, elastica, con nerbo, e un ripieno – il ‘pesto’ – di qualità.
UN BRODO VERO
Un brodo vero, è una chimera. Lo denunciava già Camporesi all’inizio degli anni ottanta: un brodo vero, come il ragù dei guardiaporte napoletani, richiede lunga intimità col fuoco – quattro ore, almeno. Deve essere sempre tenuto d’occhio, schiumato quando occorre, passato per un colino fitto o per un panno umido ben strizzato. A Modena lo fanno con la gallina, a Bologna col cappone e il manzo.
UNA SFOGLIA LAVORATA CON SAPIENZA
Per fare una sfoglia lavorata con sapienza ci vorrebbero le sfogline di una volta, ma quelle poche sopravvissute all’imbarbarimento sono prenotate dai ristoranti, dai nipoti, o sono diventate patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Al ‘San Domenico’ di Imola ricordo ancora due anziane sfogline che, appartate in un angolo della cucina, preparavano i loro tortellini tra l’incantamento di tutta la brigata. Una spingeva con l’unghia la farcia sui rettangoli di pasta, l’altra li chiudeva con incantevole maestria. Perfettamente sincronizzate, come due vecchie volpi dell’avanspettacolo. Quando ero studente al D.A.M.S. li compravo da una sfoglina di Piazza Malpighi che continuava a ripetermi: “Se tira il vento i tortellini non si chiudono bene“. Cosa c’entrasse il vento con la sua cucina ermetica, senza finestre, scura come un convento, ancora oggi per me è un mistero. Da un oste di Budrio, in cui mi portò Cesare Bastelli, storico aiuto-regista di Pupi Avati, imparai, invece, che: ‘Far parlare le donne che stanno stringendo i tortellini è un risparmio, così non mangiano il ripieno’. La sfoglia – 400 gr di farina di grano tenero (“00″) occorrono 4 uova di gallina fresche – va tirata col mattarello (‘la cannella’); si ritagliano quadrati di circa 4 cm, e su ognuno di essi si poggia una nocciola di ripieno, si ripiega a triangolo e si modella intorno al dito (indice, il modenese – mignolo, il bolognese).
DIASPORE DA RIPIENO
Poi c’è il ripieno, materia di dissertazione così complessa e delicata, che a confronto la diaspora israelo-palestinese è una passeggiata. Alice Toklas, parlando di gazpacho, scrisse che non solo le ricette variavano di città in città, ma da quartiere a quartiere, se non, addirittura, di casa in casa. Anche col ripieno dei tortellini. C’è chi li fa con prosciutto grasso e magro, petto di cappone insaporito nel burro, mortadella, midollo di bue, parmigiano, poche uova, niente sale e pepe. Chi invece ci mette la noce moscata, il lombo del maiale, lo scanello di manzo, chi azzarda il petto di pollo o di tacchino (così lo insegnò Bergese a Valentino Marcattilii) in luogo del cappone, la polpa di vitello al posto del manzo, chi ci infila la lonza, chi la crescenza – non dimentichiamoci mai che quasi tutte le paste ripiene, vedi gli agnolotti piemontesi, nascono come piatti di recupero in cui riciclare le carni avanzate, quindi, nessun stupore dinanzi a tanta anarchia nei ripieni. Per questa ragione, il 7 dicembre del 1974 la Dotta Confraternita del Tortellino e l’Accademia della Cucina depositarono alla camera di Commercio di Bologna la ricetta del tortellino doc, quella avrebbe tagliato la testa al toro. Ho usato il condizionale perchè da allora a nessun toro è caduta la testa, il tortellino apocrifo gode sempre di ottima salute, ciascuno nella sua cucina fa come gli pare, e il ripieno continerà ad essere rivisitato, reinterpretato, rivoluzionato, a seconda dell’umore, della dispensa e del palato di chi è ai fornelli. Sul ripieno, un consiglio da amico. Come avete letto esige materie prime diverse, tutte di qualità, quindi costose. Oggi un chilo di tortellini bolognesi ‘doc’ non scende mai sotto ai 30 euro; se ve li vendono a meno o a molto meno, evitateli come un ingorgo. Hanno barato sul ripieno.
TORTELLINI COME PESCE DI PARANZA
Purtroppo coi tortellini artigianali si ripete la storia del pesce di paranza. Il palato del consumatore ormai è tarato su materie prime artificiali: formaggi light che non sempre sono formaggi, verdure e frutte maturate artificialmente, polli di batteria, insaccati industriali, brodi di dado, microonde, scatolame, surgelati. Il pesce si mangia fresco ma d’allevamento – Orbetello, quando va bene – sennò la platessa, il merluzzo, l’halibut, il persico del Nilo surgelato o congelato. Quando, per un incidente di percorso, il consumatore entra in collisione con un pesce vero, ad esempio, di paranza, va in confusione che si tramuta presto in panico quando gli presentano il conto. E’ un ladro il ristoratore? Affatto. E’ solo che tra una spigola allevata nelle vasche di Orbetello e una spigola che nuota libera nel Mediterraneo, la differenza di prezzo è, giustamente, rilevante. Analogamente, il consumatore, appena gli parli di pasta ripiena, pensa subito a Giovanni Rana, alla Fini, alla Barilla, tutti discreti esempi di pasta industriale, ma sempre pasta industriale. Che costa quattro volte in meno del tortellino fatto a mano. E per quanto un Giovanni Rana possa decantarti l’efficienza della sua azienda, il rispetto delle leggi sanitarie, il rapporto qualità-prezzo, un suo tortellino, anche il più ghiotto, starà al tortellino di una sfoglina come una giada sta a un diamante.
Oggi ho una giornata libera da spendere a Bologna. Sbrigherò un paio di commissioni, mi sorbirò un po’ di fila in Prefettura, poi vi porterò con me a caccia di tortellini. Parto presto, sotto a un cielo scandalosamente azzurro. Vedo pascolare mandrie di fagiani nelle praterie, qualcuno incautamente attraversa la strada, qualcun altro s’alza in volo con rumore sordo che ricorda l’avviamento di una vecchia lambretta. In lontananza vedo oscillare un grappolo di teste ai piedi di un grande trattore: musulmani in preghiera. Mi strappano un sorriso.
Mezz’ora di treno, e sono a Bologna. Bologna è rossa, ma la politica stavolta non c’entra. E’ rossa di muri, di portici, di chiese e di palazzi; una costante cromatica che oscilla dal cremisi al ciclamino, dal vermiglione al granata e che ricorda i corpi e il sangue umano.

I suoi portici hanno una rotondità carnosa, belle librerie e videoteche per cinefili, botteghe che sembrano uscite dagli album della Liebig e uno strepitoso odore di brodo, materno, femmineo, pungente, che mi accompagna da via Rizzoli fino a via dei Falegnami. L’odore del brodo mi fa uno strano effetto, quasi come spostarmi a teatro su una poltroncina calda. Ritrovo ‘Re Enzo’ il ristorante preferito da Valerio, ma mi dicono che ha cambiato gestione, ‘Serghei’ (due visite, ma ormai troppo datate); alla fine seguo l’indicazione di un’amica che mi indirizza al ‘Caminetto d’oro’.
IL CAMINETTO E’ D’ORO MA IL TORTELLINO E’ BIGIOTTERIA DA SFOGLINA
Era una vecchia trattoria, finché il figlio dei titolari non l’ha fatta ristrutturare; un menu di poche voci coi tortellini in brodo a 16 euro, almeno 4-5-6 euro in più di quello che i ristoranti della zona chiedono per lo stesso piatto. Li fa il padre (lo chef, invece, è la madre, Maria Di Giandomenico) sono preceduti da uno scenico cucchiaio d’oro, il brodo, come annoterà un altro commensale – un cameriere di un ristorante di Pully – è un filino salato, la pasta del tortellino è elastica e rugosa. Dicono che nel tortellino, come nel vino, si devono distinguere tutti i sapori; bene, qui si distinguono, poi, magari, se il sale del brodo fosse finito nella farcia, ci avrebbero fatto una figura migliore. Quello che non mi convince è come farcia e pasta siano così slegati, così corpi estranei, così incapaci di di fondersi in un sapore unico, che è poi la malìa del tortellino. Eppure le materie prime sono valide, tutto è tagliato e sminuzzato sul battilardo, il tortellino è corretto, ma non si impone mai, lasciando nel commensale più di una riserva. Specialmente a quel prezzo.


Mangerò un antipasto fuori carta, cinque polpettine di baccalà delle dimensioni di un’oliva su un letto di insalata sciaguratamente condita con un esaltatore di sapidità, tipo il Maggi Aroma (a qualcuno in cucina è scappata la mano). Apocalittico.
Bevo un bicchiere di Barbera Colli Bolognesi 2005 di Guidotti, morbido e armonico, e spendo:
1 Coperto 3 euro
1 Acqua 2 euro
1 Bicchere 4 euro
1 Antipasto pesce 10 euro
1 Tortellino in brodo 16 euro
Totale: 35 euro
Mi dicono che qui il culatello è di fascia medio-alta, fatto asciugare dai Carati con la supervisione di Alberto Carretti, e che la fiorentina è maestosa, ma al Caminetto difficilmente mi rivedranno.
VIA OBERDAN: LA CROISETTE DEL TORTELLINO
Tutt’altra storia i tortellini di via Oberdan. I bolognesi non hanno bisogno di indirizzi speciali; le sfogline le hanno sposate o le hanno in casa: suocere, zie, nonne. Per quei pochi che non hanno sfogline nell’albero genealogico, per chi abita a Bologna ma non è bolognese e per chi a Bologna è solo in transito, scartando Tamburini, vetrine di grande fascino scenico ma tortellini fatti a macchina – in verità, ci sarebbero anche quelli fatti a mano; costano di più, ma sono appena discreti – ottimi tortellini si possono comprare in via Oberdan nella gastronomia di Bruno e Franco, da Nonna Cesira a Porta Saragozza, in via Schiassi al civico 11, dalla sfoglina di via della Crocetta. Via Oberdan è conosciuta in tutta la città perchè delimitava con via Zamboni il ghetto ebraico: la via non è lunga, c’è una sola gastronomia, quella di Bruno e Franco, impossibile sbagliare. Di fronte, messa lì quasi per dispetto, (forse per sfilargli qualche cliente distratto), c’è una panetteria che espone in vetrina i veri tortellini di Bologna. Ma questo è un indirizzo fake, per assaggiare i veri tortellini di Bologna bisogna passare dall’altra parte della via.


La Gastronomia di Bruno e Franco ricorda in piccolo il Museo del Jamon di Madrid, quello sulla Gran Vía, vicino a a Plaza de España: gran tripudio di prosciutti appesi alle pareti del locale, a fianco della cassa un angolo di sole paste ripiene presidiato da un commesso solerte e gentile ma soprattutto straordinariamente competente. Ti basta scambiare due parole con lui e capisci subito che il tortellino non è nè un’arte, nè una religione: è una scienza esatta. I tortellini di Bruno e Franco sono una garanzia: ghiotti, deliziosi, con quel persistente sentore di noce moscata che ormai è la loro nota distintiva, incartati ad arte, come fossero meringhe, in modo da evitare che i tortellini appena fatti si incollino tra di loro.



Me li sono portati a casa; l’indomani ho preparato un brodo vero, vigilato quasi cinque ore. Ho messo a bollire doppione, due patate, porri, una costa di sedano e una gallina che fino a 72 ore prima guardavo razzolare con i miei occhi. L’ho passato al colino, poi ci ho cotto dentro i tortellini (8 minuti), ho stappato il mio Vigna del Cristo e ho goduto….
Salumeria Bruno e Franco
via Oberdan 16 Bologna
tel 051/233692
© Lorenzo Cairoli
Scritto da lorenzo cairoli alle 17:37, in Cibario italiano, I migliori cuochi della nostra vita, Moleskine Romagnolo, Palato nomade
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