Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Movida Veronese'

1 gennaio 2009

Il 2008 in 12 post – (2) Cibo e dintorni

3 luglio 2008

Anteprima Movida Veronese – Mi avevano detto che era un locale senz’anima….

mi avevano parlato di piatti clamorosamente sbagliati, di tempi d’attesa degni della gravidanza di un’elefantessa. Parlo della Trattoria di Giovanni Rana, in Piazza Bra, a Verona. E invece è un locale da grandi numeri, da grandi prestazioni, un locale che arriva a fare anche 500 coperti al giorno, tra colazioni, pre-teatro, gran carta e dopo-teatro. Cose così le ricordo a Broadway o me le raccontava Valentino parlando del San Domenico di New York. Una brigata in cucina di venti persone, materie prime eccezionali: la carne? è di Cazzamali, il pesce? arriva guizzante da Chioggia, le angurie e i meloni? sono dell’azienda agricola ‘La Palazzina’ – uno zucchero con la buccia. I formaggi, strepitosi – su tutti il Monte Veronese stagionato 24 mesi e il Blu di Capra – vengono da Malga Faggioli uno di quegli indirizzi che ogni gourmet dovrebbe tatuarsi sul cuore. E uno chef, Alessio Bottin, ma ne parliamo lunedì, che il cuore ce lo mette in ogni piatto. “Prima di fare i piatti stellati - urla ai suoi della brigata - imparate a pulire“. Omerico.

Ravioli ripieni d’astice e aragostella

Risotto al nero di seppia e triglie (e sentore d’Arena sullo sfondo)

Scampo con burrata e scamorza affumicata

Tagliata di fassona piemontese con spugnole e scorzone dei Monti Lessini

Sorbetto d’anguria

Sablè di pinoli e basilico con composta di albicocche

Il “burchio” era l’imbarcazione più diffusa nella laguna veneziana: aveva un fondo piatto, una poppa ampia senza chiglia, raggiungeva i 30 metri di lunghezza e, a pieno carico, aveva un pescaggio di 2 metri. Sottocoperta si trovavano gli alloggi per l’equipaggio e i locali di servizio. Una delle prede più ambite dei pescatori del burchio erano le seppioline. Le ho mangiate ieri al ‘Al Capitano della Cittadella’: immaginate di vedere nel piatto il capriccio di un orefice, piccole spille tenerissime, sublimi, un burro.

Si può partire con un crudino – branzino all’olio profumato di finocchio, tartare di luccio con capperi, crudo di cernia con pasta di pistacchi di Bronte, scampo marinato agli agrumi, gambero rosso al timo e tartare di tonno rosso con olive.

Ricciola in pasta d’olive con pappa di zucchine e coulis di pomodoro

Seppie alla piastra con purea di patate e alici masculina da magghia

Lo chef, bravissimo, è Andrea Manzoli, Come Alessio Bottin, scuola Perbellini. Ma di loro vi parlo lunedì…

© Lorenzo Cairoli

5 Commenti »

26 giugno 2008

Che nesso c’è tra Elia Rizzo e i tetti di makuti e tra un giovane chef di Osaka e la pastissada de caval?

Qualche anticipazione golosa da Verona. Luca Fiorini, è uno dei soci di Perbellini all’enoteca Zero7. Importa gamberi dall’Ecuador ed è uno dei titolari del ristorante ‘Alla Fiera da Ruggero’. La prima cosa che ho notato entrando nel locale è stata la vasca delle aragoste sarde: ce ne erano così tante che per un attimo mi è sembrato di far diving nella barriera corallina. Si son mangiate crudità di mare e un ricco fritto di mare, il tutto innaffiato da un Puligny-Montrachet, Les Folatières, 1er Cru, vino di un giallo paglierino carico, di fresca mineralità, grasso e potente.

Takashi è un cuoco di Osaka. In Italia ha lavorato all’Artigliere di Gussago, al Marco Fadiga Bistrot di Bologna e infine, come garde- manger e pasticciere a Erbusco da Gualtiero Marchesi. Insieme a lui ho provato l’Antica Trattoria Pero d’Oro. Sorpresa piacevolissima. Ghiotti tortelli al radicchio rosso, onesto baccalà alla vicentina, pastissada de caval più che dignitosa. Coperto, un quarto di vino a testa, venti euro a cranio. Uno di quei posti dai quali esci e sorridi come se ti fossi imbattuto in un quadrifoglio.

Di Marchesi ho parlato a colazione con Elia Rizzo, al Desco. Abbiamo pranzato insieme. Quasi quattro ore volate via tra amarcord di cucina veronese e storie africane – ho scoperto che Elia è stato in Togo e che abbiamo in comune e nel cuore il Kenya e Malindi. Abbiamo parlato anche di Paracucchi, di David Bowie ed Iman ospiti al Desco, di tetti di makuti e di Walter Chiari. E mentre ci scambiavamo confidenze come amici di vecchia data sono planati sul nostro tavolo incantevoli spaghetti tiepidi cotti in fumetto di scampi, con scampi crudi, pomodoro crudo, coriandolo e julienne di zucchine e celestiali gnocchi di patate al sugo di trippa di baccalà e olive. Mentre li mangiavo avreste dovuto vedere i miei occhi. Sfavillavano come quelli di un antropologo nella jungla che ha appena scorto grosse farfalle carnivore, pigmei rosa confetto e pantere albine. Piatto perfetto e mozartiano. Come il mio anfitrione.

© Lorenzo Cairoli

2 Commenti »

24 giugno 2008

Du de Cope – Quando la pizza sale in cattedra

Ogni anno quando il Vinitaly sbarca a Verona Fiere il post sovrano nei forum enogastronomici è sempre e solo quello ‘Dove mangiare a Verona scansando i posti blasonati: indirizzi tipici, sfiziosi, ma soprattutto a buon mercato’. Le dritte, più o meno, sono le stesse ogni anno: Ciccarelli, Il Carrarmato, Il Pompiere (a buon mercato?), Vecia Fontanina, La Bottega del vino (a buon mercato?), Locanda Cappello, L’Oste scuro, Il Bersagliere, altrimenti, ci sarebbero i ristoranti di Valeggio, la Nashville del tortellino – Borsa e Lepre in testa. Qualcuno, controcorrente, si ricorda che Camilla Baresani trovò gli gnocchi dell’Osteria Veneta meritevoli di processo canonico. Qualcuno azzarda l’Osteria del Bugiardo, che per refuso, ribattezza del Bastardo (ma la colpa è di Mariano Buglioni che ha preso l’andazzo di chiamare i suoi vini come i pistoleri più rognosi dei western di Leone: Ruffiano, Clandestino, Bugiardo, Balordo). Da un po’ di tempo nel lotto dei locali più consigliati spicca anche il ‘Du de Cope’ la pizzeria di Giancarlo Perbellini (in origine tra i soci c’era anche Elia ‘Desco’ Rizzo) in Galleria Pellicciai. Ma come sempre succede quando c’è di mezzo un cuoco pluristellato la platea si spacca in due. E così leggi tutto e il contrario di tutto. Chi osanna le sue pizze (‘le migliori che ho mai mangiato’ scrive un forumista del Gamberorosso che si firma Sem), chi le trova troppo piccole (‘poco più grandi di un posacenere‘, scrive su un altro forum un gourmand deluso). Chi esalta l’eccellente qualità delle materie prime, chi stronca il locale senza mezzi termini: caro, sopravvalutato, una di quelle cose fatte con la mano sinistra, come quando Valentino griffava le piastrelle o Gualtiero Marchesi la ‘nouvelle cuisine’ surgelata. Davanti a tanti pareri contrastanti il Cairoli che fa? Decide di andarci. E ci va due volte. E che scopre?

Che il locale è bello, vivace, colorato. Alle pareti quadri alla Paul Klee, per la serie ‘ampi quadrati, più o meno regolari e a scacchiera e sapienti giochi di incastri e linee’, sedie dai colori squillanti che fanno tanto chevicheria peruviana, mattonelle alle pareti, parquet. Il personale è alla mano e competente, Luca, poi, è il goniometro della sala: di ogni commensale sa misurare l’estro e la curiosità del palato e consigliargli la pizza più indicata.

http://media.tumblr.com/2NUxiUxbTahjclqmuJxP3FmB_400.jpg

Le pizze sono un po’ più piccole del solito, è vero, del diametro di una piccola sachertorte, ma il paragone col posacenere è infelice e velenoso. Ricordate ‘Manhattan’ quando Woody Allen accompagna Muriel Hemingway a mangiare una pizza e arriva in tavola un ‘mostro’ che sembra una filiale di Castroni? Pezzettini d’ananas, moncherini di salsiccia, falde di peperoni, code di gamberetti, zenzero, brie, mozzarella, funghi, tonno, abalone, tanto che alla fine Allen chiosa “Mancava il cocco poi c’era tutto’? Bè, l’esatto contrario della filosofia del ‘Du de Cope’ che tiene in carta solo 14 pizze, essenziali, ponderate, cartesiane, pizze dai sapori netti e mediterranei. Le materie prime lavorate sono davvero un’epifania, la carta delle birre artigianali manderebbe in paradiso un frate trappista, a cominciare dall’inarrivabile pilsner della M’anis, aromatica, dorata, rotonda, con una schiuma compatta come un uovo montato a neve. Appena avvicini le labbra al bicchiere senti gli stregoni del gusto accendere braci nel tuo palato e svelarti segreti che fino a un istante prima ignoravi. Tra le pizze, di rara raffinatezza quella col pomodoro confit, semplicemente strepitosa quella alla burrata. Uno scrigno di pasta che racchiude l’Italia che piace a me: julienne di basilico, olive nere, pomodorini, e la regina dei formaggi del sud, la burrata, col suo bianco lucente e la sua gattopardesca opulenza.

Pizzeria Du de Cope
Galleria Pellicciai n.10
37121 Verona
Tel: 045 595562
Chiuso il martedi e mercoledi a pranzo


© Lorenzo Cairoli

Nessun Commento »

16 giugno 2008

Enoteca Zero7 – Un’altra magia di Giancarlo Perbellini

Giancarlo Perbellini è un gran cuoco, ma per molti critici e per alcune guide è considerato ancora alla stregua di un emergente. Uno chef in crescita, scrive Davide Paolini sulla sua Guida, e ti vien da sorridere. Con questo tormentone dello chef in crescita, ne hanno fatto il Bonera della ristorazione italiana, uno buono per far la riserva in Nazionale, ma non per giocare un Campionato del Mondo. Insomma, un panchinaro dell’alta ristorazione, nonostante da anni e per cinque giorni la settimana, continui a proporre nel suo locale una cucina emozionante, annota la Michelin, e semplicemente intelligente. Gli rimproverano un locale brutto (all’esterno) – che alcuni paragonano a una piccola fabbrica o a un autosalone, ma allora cosa dire di Jiro, il sushi bar nella fermata della metropolitana di Ginza a cui la Michelin ha assegnato tre stelle? Gli contestano una location infelice (e allora Corelli a Ostellato? Vissani a Vocabolo Cannitello, Baschi?) lo accusano di essere più imprenditore che cuoco, di pensare troppo ai locali aperti in società in questi anni, pizzerie, ristoranti, enoteche (il suo collega Elia Rizzo è iperattivo e iperimprenditore come lui ma nessuno gliene ha mai fatto una colpa). Nasce da una famiglia di secolari offellieri, si è fatto le ossa al San Domenico di Imola alla corte del grandissimo Valentino Marcattilii, si è affinato e raffinato in Francia come il suo maestro: stages da Taillevent, l’Ambroisie, La Terrasse di Juan Les Pins. E’ più amato dalla Michelin che non dal Gambero Rosso, dai suoi colleghi che non dai mandarini del giornalismo enogastronomico. Anni fa la brigata di cucina dell’Altro Mastai di Fabio Baldassarre andò a cena da lui. Ritornarono a Roma euforici, come dei bimbi mandati in gita a Gardaland.

A Verona, in vicolo Ghiaia, a due passi da Piazza Bra e dall’Arena, Perbellini ha aperto con altri amici l’Enoteca Zero7, un locale molto high tech, che sarebbe piaciuto tanto a Kenzo Tange, profeta del ‘è high-tech se si vede’. Un po’ shuttle, un po’ acquario, questa enoteca, ti affascina subito per l’eccezionale qualità dei vini in vendita e in mescita e per la grande competenza di chi sta dietro al banco che ti aiuta a scegliere il tuo vino su misura, come i sarti di una volta. Ho bevuto un Riesling Renano del toscano Enrico Fossi (quello del Syrah e del Sassoforte) che mi ha rimesso al mondo: in una giornata umida e fredda come le lenzuole di un albergo a ore, quel vino rutilava nel bicchiere con la grazia di una bouganvillea. Pulito, delicato, diafano, timidamente aromatico.

Ci sono sorprendenti birre artigianali con quella necessaria punta d’acido e la possibilità di spizzicare piatti intriganti. Non c’è cucina all’Enoteca, in compenso trovi un ottimo guanciale affumicato di Sauris, e una caprese da sogno, con pomodoro fresco e pomodoro confit.

ENOTECAZERO7
VICOLO GHIAIA 2
37122 VERONA
TEL. 0459235180
LUNEDI DALLE 18.30 ALLE 24.30
MARTEDI-MERCOLEDI-GIOVEDI-VENERDI-SABATO DALLE 11.00 ALLE 24.30
DOMENICA CHIUSO

© Lorenzo Cairoli

Nessun Commento »

30 maggio 2008

Anteprima ‘El Tropico Latino’

Continua il mio viaggio goloso nel cuore della movida veronese. Oggi solo un’anteprima e un FINALMENTE urlato in maiuscolo. ‘El Tropico Latino’ di via Pellicciai, è una cafeteria e taqueria messicana autentica. L’ho provato ieri sera con Damarys. No tex-mex, chimerici daiquiri al passion fruit, sfrigolanti fajitas più messicane di Pancho Villa, accompagnate da crema di fagioli, Pico de Gallo, guacamole, formaggio, Sour Cream e tortillas di grano, bean dip burrito, pollo borracho, quesada de pescados, padilla mexicana, il tutto innaffiato con le migliori cervezas messicane. Serata indimenticabile. Standing ovation per i cuochi e il titolare.

© Lorenzo Cairoli

3 Commenti »

28 maggio 2008

Osteria del Bugiardo – L’epicentro della movida veronese è qui

Ormai sono a Verona da un paio di settimane. La città adesso mi è familiare, comincio pian piano ad avvicinarmi all’essenza, e il cuore di questa città mi affascina. Di certo è vibrazione come suggeriva Piovene; una città che favorisce esplorazioni. Ti avventuri fuori casa e ti lasci guidare dall’istinto. Uno dei locali che mi hanno colpito di più in questo goloso nomadismo è ‘l’Osteria del bugiardo’ uno degli epicentri di questa straordinaria movida veronese. Tartine deliziose che farebbero arrossire tante tapas catalane, un locale caldo, curato in ogni particolare, una squadra in sala affiatata e divertente che si muove con sincronismi da corpo di ballo.

L’Osteria è della famiglia Buglioni. I Buglioni sono affermati imprenditori nel campo dell’abbigliamento. Nel 1993 comprano una casa rurale in Valpolicella con quattro ettari di vigna, dopo qualche mese l’uva li sommerge. Presi alla sprovvista, cominciano a telefonare alle cantine della zona per sapere se sono interessate ad acquistarla – guardo Mariano Buglioni raccontarlo, sembra stia narrando qualcosa di biblico, tipo la manna che sforfora sugli Ebrei nel deserto.
Il vino in casa Buglioni non è ancora vocazione, piuttosto un contrattempo. Con l’uva che rimane Mariano organizza una vendemmia che sembra una sequenza rubata a un film di Renoir. Chiama tutti i dipendenti dell’azienda, i rappresentanti, i clienti. Nell’euforia e nell’improvvisazione, il mosto arrossa i tini e la sera, una porchetta marchigiana da Guinnes dei primati, placa l’appetito dei commensali. Fino al 1999 i Buglioni vendono l’uva, ma ignorano il vino, finché un giorno, ristrutturando la casa rurale, decidono di costruire una grande cantina. Da cosa nasce cosa. I primi passi incerti lasciano l’amaro in bocca. I Buglioni si affidano al mercenariato dell’enologia, gente che propone vini senza nerbo, che sono la copia esatta di quelli che sdoganano alle altre aziende della zona. La svolta ha il nome e l’estro di Diego Bertoni, il Copernico di casa Buglioni, un giovane enologo diplomato all’Istituto San Michele all’Adige, Diego inizia un proficuo e meticoloso lavoro sui vitigni autoctoni: Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, Croatina. Nel 2004 il primo Vinitaly con Il Bugiardo, un Valpolicella Classico Superiore Ripasso, rubino caldo e intenso che qualcuno scambia per Amarone e lo strepitoso Monello, un passito bianco dai riflessi ambrati. Se chiudi gli occhi, ti sembrerà di fluttuare in una serra tropicale: effluvi di vaniglia frutti della passione, guave, mangostani, cetrioli indiani. Nel 2005 arriva il Ruffiano, un Valpolicella Classico Superiore, leggero e vellicante, nel 2007 Il Clandestino, un bianco veronese, sapido e floreale. Tutti i vini Buglioni sono in mescita al bicchiere. Tutte le tartine fotografate sono vere e sono la fine del mondo

Osteria Del Bugiardo
Indirizzo: Corso Porta Borsari 17
Verona
Tel: 045.591869

© Lorenzo Cairoli

5 Commenti »

22 maggio 2008

Kokiaje – L’anima bretone di Piazza delle Erbe

Nel suo ‘Viaggio in Italia’ il vicentino Piovene elegge Piazza delle Erbe a Verona come la regina delle nostre piazze e vetrina di una provincia che produce tre milioni di quintali all’anno di prodotti ortofrutticoli, un milione di quintali d’uva, mezzo di pesche, 700.000 di mele. Oggi quei banchi tra i quali lo scrittore si aggirava ammirato non esistono più. Esiste invece un piccolo souk, sciatto e incongruo, in cui tutti vendono le stesse cose. Rigatteria per turisti a corto di idee, orrendi piatti di pasta di ceramica, ventagli di plastica made in China su cui ammiccano due anoressici Giulietta e Romeo, maschere veneziane che solo una casalinga texana si azzarderebbe a comprare, cappellini della Nazionale, la solita bigiotteria da bancarella, grembiuli da cucina col volto di Shakespeare.

Banchi di frutta pochi, messi lì più che altro per vendere macedonie ai turisti – 2 euro e 50 al bicchiere. Un paio di banchi ristoro con pizze raccappriccianti – sembrano fatte di pasta di ceramica come i piatti che menzionavo prima e panini che sarebbero perfetti come portavasi ma dall’aria così malsana che non riusciresti a sbolognare neppure ai senzatetto della Caritas.
Intorno al souk però il fascino della piazza resta intatto. Piazza delle Erbe, mescolata e impura, è vibrazione, irradiazione, colore, arte divenuta paesaggio e confusa al paesaggio. La parte più bella è quella delle cinquecentesche case del Mazzanti da cui si affacciano bar, brasserie, caffè, ristoranti, gelaterie

Tra un negozio che vende borsalini e un bar c’è Kokiaje, la grande scommessa del giovanissimo Mattia Manfroni, un bar a huitres riveduto, corretto e italianizzato, in cui ad ogni ora della giornata puoi nobilitare il tuo aperitivo con un’amande bretone, due ostriche (fines de claire o belons), uno scampetto di Sicilia marinato, qualche vongola, tartufi di mare o belots.

A colazione, freschissimi carpacci e squisite tartare di tonno, spada, salmone, ricciola, branzino, sgombro e baccalà. I turisti che passano guardano estasiati i fortunati commensali. Qualcuno, invece di fotografare la piazza, chiede il permesso di immortalare il Gran Plateau di Crostacei al vapore con Aragosta che troneggia regale al centro del tavolino. Per chi ama il pesce ma non le crudité, Mattia tira fuori dal suo cilindro una sapidissima zuppa di pesce alla romagnola, tagliata di tonno, ghiotto involtino di spada alla siciliana e una lasagna del marinaio che è un gran bel giro di giostra anche per i palati più esigenti. E se volete innaffiare il vostro kokiaje con vini di pregio troverete in Mattia il miglior alleato. Ha un eccellente cantina, un rapporto col vino quasi carnale, che racconta ai clienti e agli amici con una tersità rara. Anche perché, dietro a Mattia, c’è la la tradizione e l’esperienza del babbo, titolare del ‘Città di Rimini’ di Cazzago San Martino, uno dei templi della ristorazione bresciana di pesce.

Kokiaje
Piazza delle Erbe 28/B
Verona
Tel: 348 3590108

© Lorenzo Cairoli

5 Commenti »

18 maggio 2008

Un panino leggendario che metterebbe d’accordo anche Montecchi e Capuleti

Firenze nel panino ci mette il lampredotto. Palermo adora imbottirlo con la milza e con le panelle. Molisani e foggiani stralunano gli occhi per un panino al torcinello. Nei Castelli romani un panino non è un panino se non dà asilo alla porchetta. Paese che vai panino che trovi.
Da oggi c’è anche il panino con il bollito e la salsa pearà. Si mangia a Verona, a due passi da Piazza delle Erbe, in via dei Pellicciai, in un localino delizioso chiamato ‘Carolina- Antichi Sapori’. Il panino costa 4 euro e si può imbottirlo, a scelta, con cotechino, lingua, testina o manzo e irrorarlo di pearà mostarda o cren. Per chi invece non va di fretta, 12 euro regalano una scorciatoia per il paradiso: un piatto di bollito con i suoi quattro canonici tagli di carne accompagnati da un tegamino di coccio in cui ancora brontola la pearà. La carne è un burro, sapida e tenerissima che il coltello dà quasi noia, l’atmosfera è gaia e rilassata, il Valpolicella viene versato in quei piccoli bicchieri di una volta, dal fondo spesso, per la serie ‘quando le osterie erano veramente osterie’. Ma per chi non fosse un cultore del bollito il locale offre anche da asporto, baccalà con polenta, nervitt in odore di santità, un interessante assortimento di arrosti, e, adesso che l’estate è alle porte, piatti freschi e leggeri come le insalate di manzo e di tacchino.

L’origine della pearà è addirittura leggendaria. Nel 571, Alboino festeggia la conquista dei Longobardi su Verona. In tale occasione, com’è noto, costringe sua moglie Rosmunda, figlia di Cunimondo, re dei Gepidi e il più acerrimo dei suoi nemici, a brindare alla vittoria nel teschio del padre. Rosmunda, dopo aver bevuto, per la disperazione e il disgusto, decide di lasciarsi morire di fame. Il cuoco di corte, preoccupato per la sua regina, decide di creare una nuova ricetta che le possa risvegliare l’appetito e restituire energia e vitalità; la ricetta che riesce nell’intento è proprio la pearà.
Questa la leggenda. Nella realtà la pearà è uno di quegli esempi illuminanti di cosa riuscivano a fare le nostre trisnonne con quel poco che avanzava in casa, la geniale e mai abbastanza celebrata cucina del recupero. Per una pearà degna di questo nome occorre poco sale, un brodo di carni (muscolo, una gallina intera, un alotto di tacchino, talvolta anche lingua), abbondante pepe nero, burro, midollo e pane grattugiato, vecchio almeno di due settimane (il più adatto per la pearà è quello delle rosette). E molte, molte ore di cottura. Più brontola sul fuoco la pearà, più sarà apprezzata dai commensali. Poi ognuno la pearà la personalizza secondo il suo estro: aromatizzandola con la cannella, vellutandola con altro burro, rafforzandola con formaggio grattugiato. Marco Chinello, lo chef di ‘Carolina- Antichi Sapori’ preferisce fare a meno del formaggio, non per una questione di gusto, ma per evitare il pernicioso effetto ‘cemento a presa rapida’. “Se cucini la pearà a casa tua – mi confida – il formaggio è il benvenuto. A casa tua la porti in tavola e la mangi. Qui di pearà ne prepariamo a litri, e una volta pronta, la lasciamo sul fornelletto a brontolare a fuoco bassissimo. Col formaggio rapprenderebbe subito, diventerebbe troppo densa, come certi indigesti gravy americani“.

Carolina- Antichi Sapori
Via dei Pellicciai 20 (adiacenze Piazza delle Erbe)
Verona
Tel: 045 594454
loris.la@libero.it
Chiuso il lunedi

© Lorenzo Cairoli

11 Commenti »