Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Musei bizzarri'

18 luglio 2009

Nikolay Aldunin e la sindrome di Lilliput

Nikolay Aldunin è il re delle microminiature, una di quelle follie adorabili che spesso ti regala la rete. Ex metalmeccanico di Tula, Aldunin trasforma in opere d’arte le pulci dei gatti dei suoi vicini: le sella, le imbriglia e mette loro persino i ferri da cavallo – come in una delle più celebri novelle di Leskov ‘La pulce d’acciaio’ storia di una gara d’abilità tra fabbri inglesi e artigiani russi. Ma l’arte spiazzante di Aldunin non si ferma qui. Chicchi di riso su cui effigia i ritratti dei grandi della letteratura russa, cerini su cui incide AK-47 in oro, microcarrarmati che fanno sembrare ciclopica la metà del seme di una mela, miniature microscopiche della Tour Eiffel. Mosca ha deciso di rendergli omaggio con un museo tutto suo.

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28 marzo 2009

Il museo delle più brutte copertine del mondo

E questo è niente: al Museum of Bad Album Covers, troverete il resto di questa terrificante collezione.

A proposito di Millie Jackson, non lasciatevi ingannare dalla copertina. E’ un’artista eccezionale, ‘Hurts So Good’ è una di quelle canzoni che ti porti in dote una vita intera e dal vivo, è un ciclone. Whoopi Goldberg con la voce di Gladys Knight.

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24 marzo 2009

Lo spazzolino di Napoleone (e altre meraviglie)

Il 95% delle collezioni dei musei londinesi non sono accessibili al pubblico: per motivi di spazio, opere e oggetti giacciono imballati in magazzini, stipati in armadi, archiviati in teche e vetrine, ammassati in casse, cassette, cassettiere. Chi fosse interessato a visitarle può sempre chiedere l’autorizzazione ai singoli musei, ma non sempre l’iter è semplice, e non sempre i musei le rilasciano. Come fare allora ad accedere a questi patrimoni invisibili? Il Museo della Scienza di Londra risponde a questa domanda con un sito web che espone oggetti e documenti inediti al pubblico. Gli amanti del bizzarro gongoleranno, perchè il sito è una miniera.

Andando a curiosare in anteprima per voi, ho scoperto

Lo spazzolino di Napoleone: manico in argento con monogramma ‘N’ e setole in crine di cavallo. Napoleone si puliva i denti regolarmente e usava un dentifricio a base di oppio.

Ricordate il mago di Oz? e il boscaiolo di latta? Sembra una delle sue gambe, vero? A costruirla però non fu un costumista di Hollywood, ma un prigioniero di un campo di concentramento giapponese a Singapore, durante la seconda guerra mondiale. Persa la gamba, il prigioniero reagì costruendosi questa protesi coi rottami di un aereo abbattuto. E riuscì a salvarsi e a tornare in Inghilterra. Un simbolo geniale e disperato dell’orrore della guerra. A cominciare dal colore della protesi. Quel rosa spento che a tutti costi voleva simulare il colore della pelle umana.

Questo è un casco per la risonanza magnetica nucleare brevettato in America poco dopo l’uscita di ‘Guerre Stellari’. Era chiamato il casco dello Jedi ed era destinato ai piccoli pazienti che dovevano effettuare una scansione al cervello. Per metterli a loro agio.

Tre gambe di cera del 1910 che mostravano l’evoluzione della sifilide nei suoi tre periodi. Erano state realizzate come strumento didattico da destinare alle facoltà universitarie, furono invece acquistate da una coppia di impresari che girava la Germania con freak-shows e fenomeni da baraccone.

Questo è un frammento di pelle tatuata. Fu acquistato da Henry Wellcome, il farmacista filantropo che donò al Museo della Scienza più della metà dei suoi oggetti, esposti o archiviati. Wellcome lo comprò da un chirurgo parigino, un certo Villette, un medico senza scrupoli come il dottor Wolfe di Robert Stevenson, su cui aleggiava un’aura sinistra. Villette operava negli ospedali militari durante la prima guerra mondiale. Al termine delle autopsie, si regalava sempre un macabro souvenir: prelevava dai cadaveri i loro tatuaggi e li conservava in una delle più agghiaccianti collezioni di cui si ha notizia

Primi anni settanta: bambole&emofilia. Ovvero, come rendere ludico uno strumento didattico e spiegare, quasi giocando, l’ereditarietà dell’emofilia.

Alla fine del visita, misurate il vostro Q.I. in materia di peste bubbonica con questo quiz, gotico e simpaticissimo

© Lorenzo Cairoli

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27 giugno 2008

American Museum of Natural History – Come eravamo

Andai la prima volta in America, a New York, nell’estate del 1980 e fu subito colpo di fulmine. C’erano cose a New York che in Italia ancora non esistevano: i negozi di home-video, le centrifughe, il take-away. Bevevo tutti i giorni enormi bicchieroni di succo di carote, mangiavo sandwich di insalata di tonno a Central Park cercando di socializzare con gli scoiattoli e tre volte alla settimana andavo a scrivere all’American Museum of Natural History. La mia sala preferita era quella degli oceani. Alzando il capo non vedevo troneggiare su di me i soliti lampadari ma mostruosi calamari giganti e una balenottera azzurra a grandezza naturale. Stavano sospesi sulle nostre teste come fosse la cosa più naturale di questo mondo. In quella sala scrissi un racconto che due anni dopo fu premiato al Mystfest di Cattolica da una giuria presieduta dal grande Oreste Del Buono e pubblicato da Mondadori. Ci sono tornato qualche anno fa all’American Museum of Natural History con mia figlia Sveva. Ovviamente l’ho portata nella sala degli oceani, al piano dei dinosauri e all’Hayden Planetarium. E ho rivissuto nei suoi occhi di bambina la mia stessa eccitazione di ventanni prima. Da qualche settimana il museo ha messo on-line una selezione di foto dal suo vastissimo archivio. Sono foto che vanno dalla fine del diciannovesimo secolo fino alla fine del ventesimo. La collezione non è solo affascinante ma aiuta a capire l’evoluzione della storia naturale, documenta come sono cambiate le tecniche nel corso degli anni, ad esempio, nella realizzazione dei famosi diorami. Uno dei regali più belli e più preziosi che il web abbia fatto agli internauti in questo 2008.

© Lorenzo Cairoli

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22 giugno 2008

Museo africano – Magie vudù in riva all’Adige

Non ho controllato le temperature ma ieri è stata una delle giornate più torride di questo 2008, anzi, ci sono stati momenti in cui mi sentivo arso e disidratato come quando attraversavo l’Africa. Gli occhi mi bruciavano, le suole delle Nike si appiccicavano all’asfalto, i turisti arrancavano arrossati sbuffando come mantici. Ho visto ragazze coprirsi il capo con cappellini fatti con le mappe di Verona. Ho visto un canadese attaccarsi al rubinetto di una fontanella come un bimbo al capezzolo di sua madre e non staccarsene più, quasi che le sue labbra si fossero fuse su quel rubinetto. Ho visto un prodigio fuori dalla Pam: gli etilisti polacchi scansare birre e tavernelli e trangugiare acqua come fosse Bardolino.

Veronetta è un quartiere di Verona che mi ricorda molto Montmartre: fu chiamato così all’inizio del 1800 dopo che l’Adige divenne check-point tra francesi e austroungarici spaccando in due la città. Ci si va percorrendo il bellissimo Ponte di Pietra, si visita il Teatro Romano, il Museo Archeologico coi suoi magnifici mosaici, il Giardino Giusti, uno dei più bei giardini italiani del tardo Rinascimento con le sue fontane acustiche, le pergole, la grotta artificiale di tufo e il famoso labirinto di siepi di bosso. A Veronetta inciampi in oscuri antri di rigattieri in cui sopravvivono ancora i dischi in vinile, gli Algol della Brionvega, i fotoromanzi della Lancio, le poltrone a sacco della Zanotta, quelle imbottite di palline di polistirolo su cui sciolinava il sedere di Giandomenico Fracchia. Si scoprono gallerie interessanti, case spudoratamente belle con civettuoli balconi fioriti alla tirolese, un ostello arroccato in una villa cinquecentesca da cui si contempla un panorama che leva il fiato. Ma Veronetta è anche un’affollatissima colonia di suore, preti, frati comboniani, un ducato di conventi, istituti religiosi, case per ferie per suore oblate, per ancelle della verità, per povere serve della divina provvidenza. E all’ingresso dell’Istituto delle Suore della Sacra Famiglia colpisce un lungo e scenografico viale di palme che fa tanto Bel Air. Insomma, un’enclave vaticana in riva all’Adige. E in vicolo Pozzo, preceduto da efficacissima segnaletica c’è il Museo africano dei missionari comboniani. In una giornata simile che rendeva Verona ribollente come Asmara, potevo non visitarlo?

Maschere: se vi piace il genere, ne troverete di ogni tipo. Per riti d’iniziazione, per propiziare la pioggia e i buoni raccolti, per rituali funebri, per ottenere protezione dagli spiriti. Quelle congolesi sono tra le più affascinanti. I congolesi sono conosciuti e apprezzati in tutta l’Africa per essere artigiani polimerici, maestri nell’assemblare i materiali più diversi. E questa maschera ne è la sorprendente conferma.

Arpa dalla cassa ellittica in legno ricoperta di pelle di serpente

Maschera d’antilope proveniente dal Burkina Faso

Originari del Gabon, gli Yombe abitano i territori nordoccidentali del Congo. Questo cugino africano di Chucky è un Nkondi, un feticcio usato per ‘disinnescare’ le fatture degli stregoni più perfidi e per rinsaldare patti ed alleanze. Il potere degli Nkondi si rinnova ogni volta che sulla sua superficie viene conficcato un nuovo chiodo o un’altra lamina di ferro. Ogni lama corrisponde ad una causa, a un litigio, a una faida.

Zappetta antropomorfa usata nei riti vudù.

Feticci vudù. I paesi del vudù in Africa sono Togo e Benin.

Scultura dogon: l’antenato della pioggia

Un libro di preghiera etiope. La Chiesa Ortodosso Etiopica conta 40 milioni di fedeli, la maggioranza dei quali vive in Etiopia. Alcune comunità negli Stati Uniti e in Canada raggruppano migliaia di fedeli. Questa Chiesa è la più grande Chiesa autoctona dell’Africa.

Questo è il manjinji una delle star del museo. In Sudan, fa le veci di un megafono. Soffiando nella sua cavità si ottiene un suono fortemente amplificato

Da venerdi al museo è possibile visitare una mostra fotografica del missionario Pedro Pablo Hernandez. 50 fotografie che raccontano i guji del sud Etiopia, 50 dichiarazioni d’amore nei confronti di un popolo con il quale Padre Hernandez ha passato più di dieci anni della sua vita. 50 piccoli capolavori, emozionanti, delicati, folgoranti. Autentica poesia digitale.

ORARIO ESTIVO DEL MUSEO
Da Martedì a Sabato : 9.00 – 12.30 14.30 – 17.30
Prima domenica del mese 15.00 – 18.00
Giorno di chiusura Lunedì

© Lorenzo Cairoli

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16 gennaio 2008

Body Farm – Il ‘parco a tema’ preferito dalle star di C.S.I.

Quasi tutto quello che sappiamo sulla decomposizione umana lo dobbiamo alla Body Farm del dottor Bill Bass, due acri e mezzo di area boscosa dai quali si vedono fondersi all’orizzonte le colline pedemontane con la catena delle Smoky Mountains. L’area è stata donata a Bass nel 1981 dall’Università del Tennessee di Knoxville per permettergli di lavorare a un progetto unico nel suo genere. Creare un luogo a mezza via tra un set cinematografico e un parco a tema in cui disseminare decine di cadaveri e seguirne, giorno dopo giorno, il lento, inesorabile, processo di disfacimento. Se oggi le star di R.I.S. o C.S.I. riescono a inchiodare i più famigerati serial-killer del mondo, molto merito va a questo dottore, umile e introverso, e ai suoi finanziatori. Ogni giorno la Body Farm accoglie equipe di antropologi forensi, entomologi e patologi legali. Gli entomologi trovano sul campo formidabili risposte; studiando gli insetti e i parassiti che banchettano nei corpi insepolti, riescono a risalire all’ora del decesso, alla durata d’esposizione del cadavere e a rilevare eventuali spostamenti. Gli antropologi forensi, invece, passano a setaccio scheletri e resti di corpi umani per determinare identità, sesso, razza. Ovviamente la Body Farm accoglie solo studiosi e non prevede tour per fan del gore e dell’horror più spinto. Ospita più di cento cadaveri e a breve si trasferirà in un’area più vasta, di quasi 15 acri.

Quasi tutto tutto quello che sappiamo sulla Body Farm lo dobbiamo, invece, alla giallista Patricia Cornwell che nel 1994 scrive ‘La fabbrica dei corpi’ storia del caso di Emily, undicenne mutilata e uccisa, che la Cornwell fa risolvere alla sua Kay Scarpetta grazie a un agghiacciante esperimento eseguito proprio alla Body Farm con l’aiuto del dottor Shade, alias Bill Bass, che la regina del thriller di Miami descrive così:

Alto, aveva un corpo robusto e stagionato, da contadino. La madre, che viveva in una casa per anziani, gli confezionava con scampoli di tessuto delle fasce craniche. Lui me ne aveva spedite alcune e, nonostante assomigliassero a dei krapfen di cotone, funzionavano molto bene quando mi trovavo alle prese con qualche cranio scomodo da maneggiare e dissennatamente incline a rotolare via“.

La Cornwell, che alla Body Farm è stata di casa per mesi, verso la fine del libro -al capitolo 18- regala ai suoi lettori un tour del luogo, tanto dettagliato quanto raccapricciante.

“Un’alta staccionata di legno grezzo sormontata da rotoli di filo tagliente si levava in corrispondenza della linea in cui cessava l’asfalto: al di là, c’era la Fabbrica dei corpi. Appena smontammo dal furgone mi parve quasi che un tanto vago sentore di marcio oscurasse la luce del sole… e non cercavo nemmeno di coprirlo fumando un sigaro, usando del profumo o succhiando una Vicks. Gli odori sgradevoli facevano parte del linguaggio dei morti così come le cicatrici o i tatuaggi’.

Ancora.

Vidi alcune barelle parcheggiate, pile di argilla rossa e vasche di plastica in cui i corpi venivano tenuti immersi nell’acqua, ancorati a blocchi di cemento. Vecchie automobili arruginite nascondevano putrescenti sorprese nei bagagliai o dietro il volante, e passai addirittura accanto a una Cadillac bianca guidata da uno scheletro. Naturalmente anche per terra era un tripudio di cadaveri, ma si fondevano così bene con l’ambiente circostante che avrei perfino potuto ignorarne qualcuno…”

Se dopo il tour della Cornwell stentate ancora a capire cosa sia esattamente questa Body Farm, niente paura, ci pensa Bill Bass in persona. Dal suo sito tre video di tour della Body Farm, più una galleria di foto sulla quale chi non è un necrofilo o un patologo può tranquillamente sorvolare…

(La foto in alto è di Taryn Simon, nell’altra Bass con la Cornwell)

© Lorenzo Cairoli/L’Arena

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10 settembre 2007

Torre Canavese, una pinacoteca a cielo aperto

Domenica, deviazione per Torre Canavese.
La mattina la Pro Loco aveva organizzato un raduno di Fiat 500 e un mercatino dell’usato, ma alle 15 il paese è deserto e il caffè-ristorante dell’Antica Società sembra il caffè meno frequentato di tutto il Canavese, una vera e propra camera mortuaria. Dei vecchi si sfidano a bocce con tigna millimetrica, una badante di colore spazza l’uscio di casa sotto lo sguardo severo di una anziana signora infastidita dai riverberi del sole e coi capelli tinti di uno strambo rosso-radicchio.
La particolarità di Torre è quella di essere una pinacoteca a cielo aperto.

Nel 1990 il gallerista Marco Datrino organizza nel castello di Torre una mostra di pittura russa in collaborazione col Museo di Kiev. La mostra piace, ha successo, da cosa nasce cosa. Datrino e il Comune di Torre invitano per una settimana 63 artisti in rappresentanza di tutte le Repubbliche della ex Unione Sovietica. Gli artisti si invaghiscono subito del paese, della sua gente curiosa e ospitale e in una settimana cambiano volto ai muri. Appaiono così le prime dacie, le steppe innevate, le parate militari, Mosca lampeggiante di fuochi pirici, monalise uzbeche, un cortile ulbeco, cammelli, periferie industriali, mercati bielorussi, vedute della Carelia, danze delle spade, circhi sovietici, fidanzate turcmene.

Qualcosa ho fotografato. Con l’imperizia di sempre, giusto per darvi un’idea e condividere il piacere con voi.
(continua…)

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28 agosto 2007

Caramelle Pez, una favola austriaca

Sono cresciuto a Varese e la domenica, quasi una liturgia, si andava in Svizzera a fare il pieno di benzina. Grandi e snervanti code alla frontiera, doganieri che ormai salutavamo con familiarità, come vicini di casa. Poi la sosta alla prima pompa di benzina. Qui mio padre comprava il suo ‘veleno’ a stecche, mia mamma il caffé e il Toblerone, io e mio fratello le Pez. Più che le caramelle bianche a mattoncino, ci intrigavano i suoi erogatori, simili a piccoli accendini. In cima ad ogni erogatore ammiccava la testa di un personaggio dei cartoon; una volta Popeye, una volta Will Coyote, una volta Paperino. Se gli reclinavi la testa, il cartoon espelleva una caramella. Tutto qui ma per me ogni volta era come se Armstrong ammarasse sulla luna. Ci andavo pazzo, per quegli erogatori e le caramelline non erano niente male, un sapore di frutta, di seltz e di farmacia, il guaio è che quando finivano, bisognava tornare in Svizzera perchè in Italia nessuno le vendeva.
(continua…)

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4 luglio 2007

L’odore del mio nemico

Coincidenze. Ho terminato di leggere in questi giorni ‘Martello e compasso’ (Luni Editrice) vita, agonia e morte della Germania comunista di Alberto Indelicato che nei giorni in cui il muro cadeva e in cui le due Germanie si riunificavano era ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica Tedesca. Saggio dunque prezioso, preciso, tra i migliori, se non il migliore, sull’argomento.
Nel capitolo ‘Vivere nella DDR’ Indelicato scrive: “…la battuta secondo cui in ogni gruppo di tre persone vi era certamente almeno un membro della Stasi ( ‘Staatssicherheit’, la polizia politica) non era molto lontana dalla realtà, se si considerano oltre agli agenti professionali, a tempo pieno, anche quelli temporanei e quelli occasionali. Questi ultimi, chiamati ‘collaboratori non ufficiali’, ma permanenti e regolarmente retribuiti, erano più di 100.000, mentre i membri della Stasi a pieno titolo erano 30.000; inoltre tutti i cittadini potevano essere chiamati a riferire sui comportamenti dei vicini di casa, dei colleghi di lavoro, sui compagni di viaggio, etc. Molti lo facevano spontaneamente per ‘patriottismo socialista’, per assicurarsi la protezione delle autorità o per ottenere qualche piccolo privilegio. In definitiva è stato calcolato che esisteva un informatore ogni 6,5 cittadini: un primato che lasciava molto indietro sia la Gestapo nazionalsocialista che il KGB sovietico”.
(continua…)

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6 giugno 2007

E’ bresciano il museo più ‘pulito’ del mondo

E’ da stamattina nelle edicole su Bresciaoggi e domani su l’Arena di Verona questo articolo che ho scritto sull’incredibile collezione di Giulio Guizzi. Ad Aldo Sorlini, il mio grande caporedattore, solo due parole: ‘Great job!’. Impaginazione, richiami, corredo fotografico, da leccarsi, come sempre, i baffi. Vi riporto il pezzo integralmente anche se che tra poco potrete leggerlo nella versione on-line di Bresciaoggi. Con un solo cruccio: l’assenza delle foto. Vedrò di recuperarne un paio nel pomeriggio e integrarle. Buona lettura.

(continua…)

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