
Non ho controllato le temperature ma ieri è stata una delle giornate più torride di questo 2008, anzi, ci sono stati momenti in cui mi sentivo arso e disidratato come quando attraversavo l’Africa. Gli occhi mi bruciavano, le suole delle Nike si appiccicavano all’asfalto, i turisti arrancavano arrossati sbuffando come mantici. Ho visto ragazze coprirsi il capo con cappellini fatti con le mappe di Verona. Ho visto un canadese attaccarsi al rubinetto di una fontanella come un bimbo al capezzolo di sua madre e non staccarsene più, quasi che le sue labbra si fossero fuse su quel rubinetto. Ho visto un prodigio fuori dalla Pam: gli etilisti polacchi scansare birre e tavernelli e trangugiare acqua come fosse Bardolino.
Veronetta è un quartiere di Verona che mi ricorda molto Montmartre: fu chiamato così all’inizio del 1800 dopo che l’Adige divenne check-point tra francesi e austroungarici spaccando in due la città. Ci si va percorrendo il bellissimo Ponte di Pietra, si visita il Teatro Romano, il Museo Archeologico coi suoi magnifici mosaici, il Giardino Giusti, uno dei più bei giardini italiani del tardo Rinascimento con le sue fontane acustiche, le pergole, la grotta artificiale di tufo e il famoso labirinto di siepi di bosso. A Veronetta inciampi in oscuri antri di rigattieri in cui sopravvivono ancora i dischi in vinile, gli Algol della Brionvega, i fotoromanzi della Lancio, le poltrone a sacco della Zanotta, quelle imbottite di palline di polistirolo su cui sciolinava il sedere di Giandomenico Fracchia. Si scoprono gallerie interessanti, case spudoratamente belle con civettuoli balconi fioriti alla tirolese, un ostello arroccato in una villa cinquecentesca da cui si contempla un panorama che leva il fiato. Ma Veronetta è anche un’affollatissima colonia di suore, preti, frati comboniani, un ducato di conventi, istituti religiosi, case per ferie per suore oblate, per ancelle della verità, per povere serve della divina provvidenza. E all’ingresso dell’Istituto delle Suore della Sacra Famiglia colpisce un lungo e scenografico viale di palme che fa tanto Bel Air. Insomma, un’enclave vaticana in riva all’Adige. E in vicolo Pozzo, preceduto da efficacissima segnaletica c’è il Museo africano dei missionari comboniani. In una giornata simile che rendeva Verona ribollente come Asmara, potevo non visitarlo?

Maschere: se vi piace il genere, ne troverete di ogni tipo. Per riti d’iniziazione, per propiziare la pioggia e i buoni raccolti, per rituali funebri, per ottenere protezione dagli spiriti. Quelle congolesi sono tra le più affascinanti. I congolesi sono conosciuti e apprezzati in tutta l’Africa per essere artigiani polimerici, maestri nell’assemblare i materiali più diversi. E questa maschera ne è la sorprendente conferma.



Arpa dalla cassa ellittica in legno ricoperta di pelle di serpente


Maschera d’antilope proveniente dal Burkina Faso

Originari del Gabon, gli Yombe abitano i territori nordoccidentali del Congo. Questo cugino africano di Chucky è un Nkondi, un feticcio usato per ‘disinnescare’ le fatture degli stregoni più perfidi e per rinsaldare patti ed alleanze. Il potere degli Nkondi si rinnova ogni volta che sulla sua superficie viene conficcato un nuovo chiodo o un’altra lamina di ferro. Ogni lama corrisponde ad una causa, a un litigio, a una faida.

Zappetta antropomorfa usata nei riti vudù.

Feticci vudù. I paesi del vudù in Africa sono Togo e Benin.

Scultura dogon: l’antenato della pioggia

Un libro di preghiera etiope. La Chiesa Ortodosso Etiopica conta 40 milioni di fedeli, la maggioranza dei quali vive in Etiopia. Alcune comunità negli Stati Uniti e in Canada raggruppano migliaia di fedeli. Questa Chiesa è la più grande Chiesa autoctona dell’Africa.

Questo è il manjinji una delle star del museo. In Sudan, fa le veci di un megafono. Soffiando nella sua cavità si ottiene un suono fortemente amplificato

Da venerdi al museo è possibile visitare una mostra fotografica del missionario Pedro Pablo Hernandez. 50 fotografie che raccontano i guji del sud Etiopia, 50 dichiarazioni d’amore nei confronti di un popolo con il quale Padre Hernandez ha passato più di dieci anni della sua vita. 50 piccoli capolavori, emozionanti, delicati, folgoranti. Autentica poesia digitale.
ORARIO ESTIVO DEL MUSEO
Da Martedì a Sabato : 9.00 – 12.30 14.30 – 17.30
Prima domenica del mese 15.00 – 18.00
Giorno di chiusura Lunedì
© Lorenzo Cairoli
Scritto da lorenzo cairoli alle 11:12, in Africa e dintorni, Musei bizzarri, cose che mi colpiscono
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