
Gli haitiani di Port-au-Prince si sono inventati un’onomatopea, o meglio, un fonosimbolismo complicatissimo – Goudougoudou – per rievocare in una sola parola tutto l’orrore del sisma. In Goudougoudou c’è tutto il suo fragore micidiale, lo schianto delle case, le urla di panico, il pianto dei bambini, i canti religiosi che salivano dalle macerie, l’agghiacciante eco delle scosse di assestamento. Da Casoria in poi, anche noi abbiamo vissuto un Goudougoudou quotidiano, il cui fragore anziché mitigarsi è cresciuto giorno dopo giorno fino a diventare esasperante cacofonia. Dai voli di stato usati come Love Boat volanti, ai ridicoli misteri di Elio Letizia, alle senili prodezze sul lettone di Putin, alle cortigiane di Palazzo Grazioli, si è passati al marcio nella Protezione civile, a Balducci, Anemone e alla saga dei cognati, alle aragoste a colazione dei Bertolaso Boys, alla mafia in Parlamento, a Di Girolamo, allo scandalo Fastweb, alle raccomandazioni di Verdini, ai panini di Milioni, al repubblichino La Russa buttafuori in conferenza stampa, al tormentone ‘Napolitano, firma o non firma?’, al legittimo impedimento, per finire con Trani, Minzolini e le pressioni del premier sull’Agcom per far chiudere Annozero. Ogni santo giorno chi ha la sventura di vivere in questo paese si alza con uno Goudougoudou sempre più assordante nelle orecchie. Abbiamo provato a ignorarlo, a imitare mestamente gli struzzi, a fingere di vivere in un altro continente, con un’altro fuso orario e un’altra longitudine, a buttare tutto sull’ironia, a sdrammatizzare, a minimizzare, a consolarci argomentando che in fondo c’è chi sta peggio di noi – nordecoreani, per esempio, eritrei, iraniani, turkmeni, sarahawi. Non ha funzionato. Questo paese affonda inesorabilmente. Chi dovrebbe governarci pensa solo a sopravvivere, a salvarsi il culo, a sottrarsi dal pressing della magistratura. Chiusa definitivamente la stagione degli specchietti per allodole – i grembiuli della Gelmini, gli emoticon di Brunetta, le social card di Tremonti, le crociate anti-kebab di Zaia, le grottesche bonifiche anti prostituzione di Mara Carfagna – affogata l’Italia del fare da monsoni di scandali, stroncato sul nascere il neopartito dell’amore da un premier che dimostra di saper comunicare solo a forza di anatemi deliranti, rimane un paese a pezzi, smarrito, irriso, truffato, smembrato da una cricca di banditi che ne ha fatto scempio e carcame. L’ultimo esempio di Goudougoudou? L’intervista che oggi Franco Martinelli ha rilasciato al ‘Giornale’ dove spavaldamente spiega perché i film italiani non hanno successo all’estero. Sono troppo provinciali, chiosa lui. Il nostro cinema d’autore può sbarcare al massimo in Francia. E rivela che il suo Barbarossa ha già incassato un milione di dollari ed entro quest’anno ne incasserà un altro. “Raitrade, assicura gonfiando il petto, lo ha venduto anche dove abitualmente di italiano non comprano nemmeno una diapositiva”. Martinelli dovrebbe tacere. Ha speso 30 milioni e rotti di euro per realizzare uno dei film più imbarazzanti della storia del cinema italiano. Nelle 283 sale in cui è stato proiettato, una desertitudine impressionante. Multisale vuote, ma così vuote, che sembravano evacuate dalla protezione civile. Adesso Martinelli gongola perché lo ha venduto alla tivù slovena e a quella bulgara e perchè verrà distribuito nelle sale russe e forse anche in quelle sudamericane. La Bigelow con quello che è costato il primo tempo del Barbarossa ha fatto un film sull’Iraq, ha vinto sei Oscar e le sono pure avanzati i soldi per il suo prossimo film. A lei Hollywood. A Martinelli, Lubiana. E tanto, tanto, Goudougoudou.
© Lorenzo Cairoli
Scritto da lorenzo cairoli alle 16:40, in Lo scemo del villaggio, Orrore, Polemicario, Succede anche questo, Vaudeville, avanspettacolo, cose che mi colpiscono, il silenzio è d'oro
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