Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Orrore a Teheran'

11 febbraio 2010

Polveriera Teheran: aggredito Karoubi, arrestato suo figlio Ali, il figlio di Khomeini e il fratello di Khatami

Update: confermato anche l’arresto del fratello di Khatami, Reza Khatami. Non quello del figlio dell’iman Khomeini. Di Khomeini, invece, è stata arrestata una nipote, Eshraghi Khomeini, moglie di Reza Khatami.

Nella polveriera Teheran, adesso, sono le undici passate e, fino a poco fa, sembrava che Karoubi fosse stato ferito. La notizia continua a rimbalzare su tutti i twitters. La sua macchina è stata attaccata, i vetri frantumati, lui non è ferito, ma è stato costretto ad abbandonare la manifestazione su un’altra vettura. Suo figlio Ali, invece, è stato arrestato. Notizia confermata. Pare anche il figlio dell’iman Khomeini e il fratello dell’ex presidente Kathami. La folla nella strada è un popolo, come un popolo sono gli spiegamenti di polizia anti-sommossa e di miliziani, i famigerati basiji. Notizie di elicotteri che ronzano nel cielo della capitale, di scontri violenti – tornano a far notizia quelle piazze che abbiamo imparato a conoscere tanto bene in questi mesi, come piazza Enghelab. E ancora, gas lacrimogeni, camion bruciati, detonazioni. Persian Radio informa che un giovani è stato colpito da un proiettile a Ashrafi Esfehani

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10 febbraio 2010

L’ottimismo dei tiranni

Tutto quel che accade a Teheran è, in questo momento, a uso interno. Da una settimana Mahmud Ahmadinejad compie contorsioni che sarebbero indecifrabili, incomprensibili se non fossero destinate a contenere, a disperdere, a imbavagliare l’opposizione alla vigilia del trentesimo anniversario dell’insediamento al potere dell’ayatollah Khomeini. L’appuntamento è importante. Potrebbe rivelarsi decisivo. Il suo svolgimento svelerà la stabilità del regime più di sei mesi dopo le truffate elezioni di giugno.

Domani in Iran si celebra il trentunesimo anniversario della Rivoluzione Islamica (e non il trentesimo come ha scritto Bernardo Valli su ‘Repubblica’) e Khamenei era così convinto di avere la situazione in pugno da accreditatare più di trecento corrispondenti esteri per la copertura dell’evento. Poi qualcuno gli ha fatto notare che così in pugno la situazione non ce l’aveva. E ci ha ripensato

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29 gennaio 2010

Solidarietà con le Mourning Mothers

Le Mourning Mothers (“Madri in lutto”) si radunano ogni sabato pomeriggio a Tehran, nel Parco Laleh. Chiedono giustizia per i loro figli, uccisi dalla violenza del regime durante le manifestazioni che sono seguite alle elezioni di giugno, oppure arrestati, impiccati o scomparsi nelle prigioni iraniane.
Nel corso dei loro pacifici incontri, molte Madri sono state minacciate, percosse e arrestate.

In contemporanea con il loro raduno settimanale, ci ritroveremo a Piazza del Popolo, a Roma, per esprimere a queste Madri coraggiose la nostra solidarietà e il nostro affetto.

Chiediamo a tutti, e in modo particolare alle donne, italiane, iraniane e di qualsiasi altra nazionalità, di essere presenti

Sabato 30 gennaio 2010
Ora: 16.00 – 19.00
Luogo: Roma, Piazza del Popolo

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Fuck you very, very much

From the very first moment I heard the song “Fuck You” by the British singer, Lily Allen, I noticed that how its lyric would be funny if it speaks to the government leaders of my country Iran.
So this song inspired me to make a funny video about the present regime of Iran and show my hate

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26 gennaio 2010

Leggere Minzolini a Teheran

Dopo il 12 giugno il regime di Teheran ha fatto tabula rasa dei giornalisti scomodi. Ma cosa accade dall’altra parte della barricata, ai giornalisti che lavorano per il governo, nei cosiddetti mezzi di informazione nazionali? Fereshteh Ghazi lo spiega in questo articolo.

Teheran Bureau, invece, spiega che fine fanno i giornalisti che non vogliono noie col regime, che gettano la spugna, che preferiscono il cupio dissolvi alla dissidenza. Si riciclano nelle riviste di moda, come Rouyesh (Progresso) e Zendeghiyeh Edehaal (Stile di vita ideale). ‘Forget journalism’, appunto

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24 gennaio 2010

“They call my child an actress and her death a computer creation”

Ieri, nel cimitero di Behesht Zahra, Neda ha compiuto 27 anni. Il regime prima l’ha assassinata, poi le ha negato funerali pubblici, le moschee le hanno sbattuto la porta in faccia, la tivù di stato ha raccontato il suo martirio come una montatura dei servizi segreti stranieri. Persino da noi qualche idiota ha parlato di inautenticità del video, col suo delirio di fialette nascoste, di cotton fioc per spargere meglio il sangue e di altre cagate pazzesche. Sua madre ha ripetuto spesso, con amarezza: “They call my child an actress and her death a computer creation”. Ieri, sulla tomba dell’attrice c’era anche una torta.

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22 gennaio 2010

Domani, fiaccolata a Roma per ricordare i 27 anni di Neda

Domani Neda avrebbe compiuto 27 anni. Per ricordarla e reclamare un Iran finalmente libero, bonificato dai falchi, dai macellai e dalle sue guide supreme (solo in ferocia), le Associazioni Donne Democratiche, Giovani insieme all’Associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia organizzano una fiaccolata di fronte all’ambasciata iraniana a Roma in via Nomentana 361. Gradite candele e rose bianche. Io sarò lì. Voi?

P.S. Anche perchè, e scusate se mi ripeto, questo blog e il suo titolare hanno scritto un pezzo importante della storia di Neda. Qui in Italia, almeno:

…In tutto questo, Neda c’entrava poco, anzi, non c’entrava niente. Secondo le testimonianze di un amico, aveva accompagnato il suo insegnante di musica, Hamid Panahi, a vedere la folla in rivolta. Non aveva con sè coccarde, bandierine, ritratti di Moussavi. Non stringeva pietre nel palmo della mano, non si era pitturata la fronte di verde e non gridava che Dio è grande, né che il dittatore deve morire. Stava vicino ad Hamid Panahi, rattrappita nel suo chador, a guardare la folla in tumulto. Il cecchino che le ha sparato, raccontano i testimoni, le era così vicino che avrebbe potuto colpirla anche con una benda sugli occhi. Poteva darle una lezione, farle passare la voglia di scendere in strada quando la Guida Suprema lo vieta. Poteva ferirla a un piede, colpirla a un braccio, di striscio. E invece no. Ha mirato al torace e le ha spappolato il cuore. Lo racconta uno dei suoi soccorritori che il caso ha voluto fosse un medico. Un’agonia di nemmeno due minuti, col sangue copioso che le velava il viso.
Più tardi, nel corso della mia lunga maratona notturna, ho saputo che la martire di viale Kargar si chiamava Neda. Tutti la ricordavano nei loro messaggi. Chi pregava per lei, chi le scriveva poesie, chi malediceva il destino che si era accanito contro di lei, chi le dedicava frasi bellissime e commoventi. La cosa più bella è accaduta intorno alle sei e mezza italiane. Mi ha fatto balzare sulla sedia, procurandomi un’emozione fortissima come non mi succedeva da tempo. In rete tutti chiedevano di ribattezzare viale Kargar, la via del martirio di Neda, in Neda Avenue. Sul posto c’erano già dei ragazzi che scrivevano sui muri ‘Neda Avenue’ a colpi di spray. Verso le sette, ho letto le varie agenzie. L’Ansa ancora ignorava chi fosse la ragazza uccisa nel video e dove fosse accaduto il fatto. Così, ho sentito il dovere di scrivere alla redazione:

‘Cari colleghi, la ragazza uccisa ieri si chiama Neda, l’ha colpita un cecchino al torace mentre era con un amico a guardare le dimostrazioni in viale Kargar La via è stata subito ribattezzata ‘Neda Avenue’.

A seguire, ho linkato il mio post-maratona, in cui erano contenute altre informazioni su Neda – età, studentessa di filosofia, ecc.. ecc… Più tardi, ho ricevuto due scarne righe di ringraziamento per la segnalazione e finalmente Neda ha smesso d’essere la ragazza senza nome. Per l’Ansa, per ‘Repubblica’, per il ‘Corriere’ e per tutti quei quotidiani che hanno linkato come fonte il twitter di Loftan, linkato e trovato ovviamente dal sottoscritto. Si sono ben guardati, però, dal linkare chi li aveva informati. In un altro contesto, mi sarei incazzato. Qui, al contrario, ho sorriso. Invece che scrivere una poesia a Neda o dedicarle un pensiero, le ho restituito quel suo bellissimo nome che i giornalisti dell’Ansa avevano vanamente inseguito in rete. E se adesso è Neda per tutti, il merito è di questo blog. E ne vado fiero.

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12 gennaio 2010

Chi fa del male a un mio amico fa del male anche a me

Il Ministro Frattini scrive oggi su ‘Il Foglio’ in merito all’Iran. E parla delle misure da adottare contro il regime di Khamenei. Dall’opzione militare, non esclusa a priori, alle sanzioni economiche come forma di pressione. La lettera di Frattini vorrebbe dare l’idea di un ministro iperattivo, di un abilissimo tessitore di diplomazie, di un carismatico negoziatore al confronto del quale un Talleyrand o un Kissinger diventano invenzioni prive di pepe. Quel che omette Frattini è che una settimana fa Zhang Yesui, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, ha dichiarato che è troppo prematuro parlare di sanzioni contro l’Iran. La verità è che adesso come adesso la Cina non le voterebbe mai. E non perchè così facendo danneggerebbe i suoi grandi interessi commerciali in Iran, ma perchè Pechino segue con preoccupazione la crisi che da giugno attanaglia il paese. La sfida lanciata da Mousavi e dal popolo iraniano alla teocrazia sciita toglie il sonno a Hu Jintao, come vent’anni fa il crollo dell’impero sovietico al suo predecessore Jiang Zemin. Un Iran che trentanni dopo lo Scià riuscisse a sbarazzarsi anche di Khamenei potrebbe avere un rovinoso effetto domino sugli equilibri interni della Cina. Per questo Pechino continua a sostenere i regimi canaglia di Raul Castro, di Chavez, del dittatore birmano Than Shwe o del presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir e ad aiutare il regime di Teheran nella sua opera di repressione – settimana scorsa il ‘Time’ ha denunciato l’invio di mezzi corrazzati cinesi in Iran, mentre una società cinese, la Limmt Economic & Trade Co. è indagata a New York per aver venduto componenti missilistici all’esercito iraniano. I cinesi non vogliono correre rischi. E se si opporranno in ogni modo alle sanzioni, figuriamoci all’opzione militare. Checché ne dica o ne pensi Talleyrand Frattini.

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30 dicembre 2009

Adesso vi è chiaro cosa sta succedendo in Iran?

E’ un video del 27 che vedo online solo ora. Cinque minuti che dicono più cose di tutte quelle stampate sui nostri giornali in questi giorni.

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29 dicembre 2009

Iranians Aren’t Punching Bags – Highlights dall’Iran insorto

Forse l’Iran teocratico e medievale è arrivato al capolinea. Khamenei e i suoi pasdaran venderanno cara la loro pelle, questo è sicuro, ma quello che fino a poche ore fa definivamo solo un movimento oggi è il cuore pulsante di una rivoluzione a cui non importa più niente delle frodi elettorali, di Mousavi o di Ahmadinejad: il popolo insorge perché non ne può più della Repubblica Islamica e della sua perfida Guida Suprema. Gli iraniani rivogliono l’Iran e non sono più disposti a farsi martirizzare dal regime. Ricordava oggi Mehrzad Boroujerdi, iranista dell’Università di Syracuse, che “se (i pasdaran) dovessero immaginare di poter reprimere il movimento di piazza ricorrendo a una massiccia operazione di forza sarebbe un grave errore perché in Iran ogni uomo maggiorenne ha fatto il servizio militare, è stato addestrato a combattere e sa usare le armi da fuoco. Senza parlare dei milioni di reduci della guerra con l’Iraq”. Nelle ultime ore è stata arrestata la sorella di Shirin Ebadi, Nushin Ebadi. Da Parigi, Farah Diba ha approfittato di un intervista sul settimanale ‘Point de vue’ per fare uno spot al suo defunto consorte, mentre Bani Sadr ha profetizzato la caduta di Khamenei indicando l’anniversario della Rivoluzione – che si celebrerà tra un mese – come una possibile Bastiglia per il tiranno sciita. Intanto l’ayatollah Dastgheib ha invitato tutti i religiosi a prendere posizione contro il governo. Tre cose volevo segnalarvi. La prima è un post che ho letto ieri, durissimo, schiumante d’ira, una specie di nuovo manifesto su chi saranno i manifestanti di domani, non più agnelli sacrificali da gettare in pasto alla ferocia dei basiji, ma gente che al sangue risponderà col sangue.

Next time the Basij, riot police, IRGC and plainclothesmen are out in Tehran during protests, they’ll know that their actions are going to be met with counter-measures. They’ll know that Iranians aren’t just sacks of wheat that they can pound on endlessly and mercilessly. If they fall into protesters’ hands, they should expect the worst.

Ashura’s protests in my opinion started a new phase in the revolution in Iran. The people are no longer going to sit back and watch as the government continues to not listen to their demands. They will come out and if they are attacked, there will be a crushing answer. The security forces can no longer use violence against protesters and then go back home to their children, enjoy a good meal and make love to their women while bleeding protesters lay dying in hospitals which will promptly transfer them to prisons where they’ll be locked in tiny holes for months on end.

The goons should know that in the future when they’re out during a protest in Tehran, that if they attacked protesters, they will go home covered in their own blood and know how it feels. Because if they had felt it before, we wouldn’t have had to hear about Sohrab A’rabi’s body locked away in a morgue for weeks or see Neda Aga-Soltan’s dying eyes. I believe the Green Movement is still fully committed to non-violence – but yesterday they illustrated that their commitment extends to self-defense as well.

La seconda è il lutto della famiglia Mousavi per l’uccisione/esecuzione del nipote Ali Habibi, ucciso da un proiettile che gli ha trapassato il petto. Il suo corpo è sparito dall’ospedale, “trafugato dagli uomini di Khamenei – ha denunciato il portavoce di Moussavi – per impedire una cerimonia funebre di grande portata”.

L’ultima cosa, invece, incarna perfettamente gli orrori del giorno di Ashura. In questo video, c’è un cadavere sfigurato e più avanti, steso su un marciapiede e in stato di choc, un testimone che ripete come è stato ucciso. Un delitto in stile Pasolini. Un auto della polizia che lo ha travolto e poi ha infierito, passando sopra al cadavere altre due volte.

He was run over three times! They ran over him three times with a car! With a police car! With a police car! With a police car! They ran over him three times! Oh my God! Oh my God! Oh my God! They’ve killed people! They’ve killed people! Oh my God! They ran a police car over him three times!

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