Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Palato nomade'

13 marzo 2010

Articoli per il Gamberorosso – Se non è multietnico non lo mangio! Viaggio nell’universo parallelo di Pigneto

Con il Ghetto e San Lorenzo Pigneto è il quartiere romano che amo di più. Una specie di enclave, o spartiacque, tra quel che rimane del centro e la periferia che incombe – Casilina, Prenestino. A volte Pigneto mi dà la sensazione di camminare in un quartiere di Parigi, altre volte di essermi perso nel cuore di Amsterdam, nella multietnica Warmoesstraat. E’ un quartiere pullulante di associazioni culturali e di ristoranti etnici, di cinema sottratti alla malavita e di artigiani del presepe, di spacciatori nordafricani dalle occhiate turbolente come le loro vite e di botteghe odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. Un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla, in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. A via Montecuccoli, dove Lucio Battisti abitò negli anni sessanta, c’è una frutteria, e accanto una tavola calda senegalese dove quasi ti negano il cibo perchè temono d’incendiarti il palato con il loro cibo piccante. Più avanti, proseguendo per la Prenestina trovi tutte le cucine del mondo nel raggio di 800 metri. Il berberè del corno d’Africa, le mazzeh libanesi, la moussaka greca, i sancochos colombiani, i caldos ecuatoriani, i ceviches peruviani. Pigneto l’ho viaggiato insieme a un grande fotografo, Francesco Vignali, cercando di catturare le pulsioni e le tensioni del quartiere e la sua anima multietnica e il prodigio delle sue cucine. Un reportage bellissimo da uno degli universi paralleli più spiazzanti della capitale. Che a maggio potrete leggere sul ‘Gamberorosso’.

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1 marzo 2010

Una cucina anche troppo ‘illuminata’

A leggere questo pezzo di Rosa Rivas su ‘El Pais’, la tentazione di scrivere che anche la cucina ha il suo ‘Avatar’ è forte. In realtà è dalla fine degli anni ottanta che l’alta cucina crea e sperimenta nuove tecniche di preparazione, cottura, abbinamento e presentazione dei cibi. Un’onda inquieta di dadaisti, alchimisti ed eretici con la toque, sedotti dai bianchi vapori generati dall’azoto liquido, dall’uso alimentare del tabacco, dalle gelatine calde, dalle mirabilie della sferizzazione, che hanno riscritto, riperimetrato, reinventato le frontiere del gusto. Pensiamo al cyber egg di Scabin. Alla cucina polisensoriale di Blumenthal – sabbia commestibile, alghe e onde di spuma nel piatto e un lettore mp3 per ascoltare i gabbiani e lo sciabordìo del mare. Al non bollito di Bottura, cotto sottovuoto, a bassa temperatura, senza bollire, né toccare l’acqua. Al finto carpaccio di Andoni in cui quella che sembra carne è in realtà anguria disidratata in forno, congelata, infine affettata come fosse un normalissimo controfiletto. Adesso ci si è messo anche un designer basco, Jon Rodríguez, un pezzo da novanta della Philips, amico degli Arzak, che ha deciso di ‘illuminare’ la cucina. E lo ha fatto davvero, creando una linea di piatti in porcellana che s’illuminano al solo contatto di una salsa, di un croccante di mais tostato o di un dado di melanzana, con effetti che lasciano a bocca aperta, un po’ com’è successo agli spettatori di ‘Avatar’. Rodríguez non ha dubbi: la multisensorialità sarà il futuro della cucina. Lo profetizza con la stessa sicumera con cui Berlusconi ci sdoganava l’Italia del fare. E il video, prodotto dalla Philips, è in effetti molto new weird, con fosforescenze nei piatti che ricordano quelle delle uova di ‘Alien’. E che ti fanno roteare gli occhi. Il palato invece, almeno il mio, resta coi piedi ben saldi a terra. Prende appunti ammirato ma sogna salame da sugo fumanti, piatti stracolmi di casoeula, gattopardesche abbuffate di rane alla cacciatora

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28 febbraio 2010

In Cile le infrastrutture sono davvero anti-sismiche, qui una Impregilo qualsiasi non potrebbe mai esistere

Alessandro D’Amico sta facendo uno splendido viaggio in Sudamerica e nei ritagli di tempo lo condivide in un bel blog. Era sull’Isola di Pasqua quando è scattato l’allarme tsunami. E lo ha raccontato su ‘Repubblica’.

Anche da questi imprevisti si imparano molte cose. Il proprietario dell’ostello non riesce a mettersi in contatto con i genitori nel Cile continentale, eppure sorride e si scusa per non averci ancora preparato la colazione. I turisti cileni e giapponesi sono i più tranquilli, gli unici qui ad avere una cultura anti-sismica, quella che gli viene insegnata a scuola. Qualche giorno fa ero a Valparaìso, ospite di Alejandro, ingegnere di professione. Mi raccontava di come le case cilene vengano costruite utilizzando la stessa quantità di cemento che in Europa si userebbe per un ponte. Ci sono cose che un viaggiatore non riesce a capire. Uno dei terremoti più forti degli ultimi trent’anni sta causando “solo” un centinaio di vittime. In Cile le infrastrutture sono davvero anti-sismiche, qui una Impregilo qualsiasi non potrebbe mai esistere.

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26 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – La tragedia dei grandi laghi africani

Nakuru era uno dei più seducenti parchi africani. Vegetazione lussureggiante, fiori grandi come caschi di banane, l’asso nella manica del birdwatching kenyano (e non solo). A un’ora dal tramonto la superficie del lago diventava completamente rosa. Pink flamingos, fenicotteri, a centinaia di migliaia. Per non parlare dei marabù, dei pellicani, delle oche egiziane. Un tumulto al cuore così, l’ho provato poche altre volte in vita mia. Trent’anni fa il lago era profondo anche quattro metri. Oggi, a malapena un metro e mezzo. I fiumi che lo alimentano si sono prosciugati. Un’agonia per il lago e per il suo milione e mezzo di fenicotteri.

Il lago Eduardo è uno dei grandi laghi africani. È posizionato nella Rift Valley, sul confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. I suoi abitanti hanno sempre campato di pesca ma adesso è più facile guarire dall’Aids che non pescare un pesce in questo lago impazzito. I killer del suo ecosistema sono state le faide tra hutu ruandesi e miliziani del Pareco (Coalition of Congolese Patriotic Resistance). Gli hutu massacravano gli elefanti: si cibavano delle loro carni e lucravano sul loro avorio. Quando hanno iniziato a estinguersi, li hanno sostituiti con pesci gatto e tilapie, affamando le popolazioni costiere. Dall’altra parte del lago, i miliziani di Pareco massacravano gli ippopotami. Vendevano i denti e si cibavano delle carni. Nel 1970 gli ippopotami erano quasi trentamila, oggi non arrivano a duecento. Ma c’è dell’altro. Lo sterco di quegli ippopotami era vitale per l’ecosistema del lago, generava il plancton di cui si cibavano i pesci. Chi ha sterminato quegli ippopotami, senza saperlo, ha condannato a morte anche la fauna ittica del lago.

Durante gli anni sessanta fu introdotta artificialmente nel lago Vittoria – per un semplice esperimento scientifico – la Tilapia del Nilo (Nile perch). La pesca per un po’ aumentò, ma il nuovo arrivato si rivelò un predatore così implacabile da far estinguere i ciclidi endemici in pochissimo tempo, da produrre devastazioni incalcolabili nell’ecosistema del lago, da decimare gran parte delle 200 specie ittiche del più grande specchio d’acqua dolce africano, il terzo per estensione nel mondo. A rendere il quadro ancora più apocalittico, dall’inizio degli anni novanta il lago è assediato da una biblica infestazione di giacinti acquatici, una pianta micidiale. Le foglie dei giacinti contengono numerose piccole camere d’aria che consentono alla pianta di galleggiare. Ma sotto la superficie dell’acqua si cela una foresta torbida costituita da radici profonde e ramificate. Un vero e proprio muro vegetale, lungo talvolta molti chilometri, che soffoca ogni altra forma di vita, trattiene sedimenti, rallenta le correnti e intralcia la navigazione di battelli e traghetti. L’invasione appare inarrestabile. La macchia verde cresce ad un ritmo impressionante, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno il lago Vittoria muore, condannato a diventare un macabro ecomostro, una gigantesca piscina nelle cui acque galleggia di tutto fuorché la vita.

Il lago Naivasha era la meta preferita per i picnic domenicali dei farmers inglesi ai tempi della Blixen. “L’aria a Naivasha era fresca come la pubblicità di un dentifricio” – scriveva Evelyn Waugh quando viaggiare era un piacere. Per la verità anche la mia, fino a venticinque anni fa. Ieri sul ‘Daily Nation’, Jane Ngigep ha scritto un articolo sulle morìe di pesci nel lago Naivasha, dovute all’inquinamento delle sue acque. L’aria magari sarà ancora fresca, ma l’acqua del lago è diventata una broda diabolica. Chissà cos’avrebbe scritto la Baronessa se fosse stata ancora viva…

A chi interessasse, sarò in Kenya a fine aprile e a maggio 2011. E occuparmi dello stato dei laghi africani, grandi e non, sarà una delle primissime cose che farò

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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24 febbraio 2010

Gerusalemme araba – Pezzi per ‘La Stampa’

Dopo Lima, il Devon, Medellin ed Helsinki, questa settimana racconto su ‘La Stampa’ la Gerusalemme araba. Moltissimi scrittori hanno provato a descrivere questa città ma le parole a cui mi sono affezionato di più, quelle che svelano Gerusalemme più di cento Lonely Planet messe insieme, sono dell’americano Saul Bellow:
“Sul morto paesaggio, l’aria preme con un peso quasi umano. Altrove uno muore e si disintegra. Qui chi muore si mescola”. Da aprile oltre che su ‘La Stampa’ potrete leggermi ogni mese anche su il ‘Gambero rosso’.

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21 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Kebab di pukeko, l’ultima frontiera del cibo etnico

Hokitika è un paese della west coast neozelandese di circa tremila abitanti con un passato di miniere d’oro e di carbone e un futuro tutto proiettato nell’ecoturismo e nell’artigianato. A Hokitika si scolpisce la giada tanto cara al popolo Maori, si fanno formaggi e, nel mese di marzo si organizza un festival dei cibi selvatici, molto insolito e molto apprezzato dai neozelandesi. A inventarselo fu Claire Bryant, vent’anni fa, una già bizzarra di suo che distillava vino dai fiori delle ginestre e spillava birre aromatizzate ai petali di rosa. Il ‘Wildfoods Festival’ offre ai visitatori la possibilità di degustare cibi spesso inediti e assolutamente estremi.

Qualche esempio? Lingua bollita di argali, cozze verdi affumicate, filetti di squalo fritti, testicoli in umido, pancake di colostro, sushi di vermi, cavallette, grilli, locuste, leccalecca di cicale, larve d’ogni genere – tra cui le huhu grubs, le larve di scarafaggio, il cui sapore, secondo i gourmet neozelandesi, ricorda quello di un pollo particolarmente grasso – e ancora, hamburger di whitebait, i bianchetti, salsicce di more e cervo, polpette di cervo e fiori di ginestra, mutton birds allo spiedo, una varietà di uccelli marini per i quali i bresciani, conoscendo il loro palato, perderebbero il senno. E da quest’anno anche la super novità del kebab di pukeko.

Il pukeko è una specie di gallina delle paludi che ogni automobilista neozelandese almeno una volta nella vita ha investito.

Non è protetto, ma non può essere allevato, né venduto. E siccome causa enormi danni agli agricoltori della costa occidentale, ogni anno la forestale è costretta ad abbatterne migliaia di capi. 120 di questi sono stati donati al ‘Wildfoods Festival’ che ne farà un kebab gratuito per i suoi visitatori. Il 12 e il 13 marzo.

It is absolutely delicious.

“It looks like venison and raw it is quite a red meat. It tastes like a cross between lamb and venison, very gamey lamb is how I would describe it.” said Ms Wilson who was given a pre-festival taste.

A chi interessasse, io sarò uno dei primi visitatori che accorreranno a Hokitika nel marzo 2011

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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20 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Birmingham assediata dai forni tandoor

In Italia si parla poco di Birmingham. A torto. Intanto è una città di quasi un milione di abitanti con una vocazione alla multietnicità e al plurietnico che le fa solo onore. Ha una delle Chinatown più popolose di tutto il Regno Unito, uno strepitoso assortimento di ristoranti etnici – a Birmingham 2 abitanti su 10 sono di origine asiatica, 3 su 10 extracomunitari, retaggio del controverso passato coloniale inglese. Nel suo ‘Jewellery Quarter’, Birmingham vanta la più grande concentrazione di gioiellerie d’Europa. Nel ‘Gun Quarter’, è operativa una delle più importanti comunità di produttori d’armi della Gran Bretagna. L’Electric Cinema presso Station Street è il più antico cinema inglese tuttora in attività, mentre StarCity è considerato come il più comodo e vasto multiplex europeo. Come se non bastasse a Birmingham hanno sede più di cinquecento studi legali, che ne fanno il secondo mercato assicurativo d’Europa. Insomma una città che andrebbe studiata a fondo, con approccio quasi scientifico. Perché a Birmingham c’è qualcosa di prodigioso, forse un microclima che favorisce le vocazioni artistiche, la ricerca scientifica e l’arditezza imprenditoriale. A Birmingham sono state inventate l’illuminazione a gas, lo skateboard, i caratteri Baskerville, i questionari, la gommapiuma, il magnetron (il principale componente dello sviluppo del radar e del forno a microonde), la galvanoplastica, la prima radiografia effettuata in un’operazione chirurgica, e il primo intervento di correzione del difetto del setto interatriale della Gran Bretagna, presso il Birmingham Children’s Hospital. In una città così dinamica e fonte d’ispirazione quasi come una Musa, l’ultima cosa che i suoi amministratori avrebbero immaginato un giorno di dover affrontare era un’emergenza da forni tandoor.

I ‘tandoor‘ sono i caratteristici forni dei ristoranti indiani, quelli da cui escono deliziose focacce, pane e lo squisito chicken tikka, che chi ha mangiato almeno una volta da un indiano ricorda bene per la sua inconfondibile cromìa rosso ocra e per la sua straordinaria mescolanza di spezie. Nella forma, i tandoor ricordano grandi giare dal collo ristretto e appena ci si avvicina a loro, le vampate di calore che eruttano dalla bocca ti schiaffeggiano il volto, tanto che non riesci più a tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica che stringi tra le mani ti brucia la carne delle dita. Recentemente l’ufficio d’igiene di Birmingham ha monitorato i forni di 27 ristoranti indiani. E sapete che ha scoperto? Che solo due di questi erano in regola. E che la situazione nelle cucine di questi ristoranti è, a dir poco, esplosiva….

In November 2008, an employee suffered serious burns to his to his hands, face and eyes after a build-up of flammable gas in an oven led to an explosion.
The owners, Sukdhev’s Catering Services Ltd, pleaded guilty at Birmingham Magistrates’ Court on 22 January to breaching safety regulations, and was fined £3,500 and ordered to pay costs of £2,500.
Chair of the Public Protection Committee, Councillor Neil Eustace, said: “The results of our inspection were shocking. “The cylindrical design of the tandoor with an ignition source at the bottom, means that when gas builds up inside and an employee leans in to light it, the oven effectively becomes like a cannon.”

A chi interessasse, Birmingham non fa parte del mio giro del mondo ma visto che l’ultima tappa sarà Londra, un salto a Birmingham potrei anche farlo.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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17 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – Cartagena: bolle e inseguridad

L’8 dicembre 2009 è ‘morto’ Bogotalia, un gran bel blog che raccontava la Colombia meglio di quanto avrebbe potuto fare un geopolitico di Limes o il curatore di una guida della Lonely Planet. Il suo autore, Paolo Miscia, raccontava Cartagena così.

Chi visita Cartagena e resta dentro le mura può pensare che la Colombia sia sicura, tranquilla: poliziotti in ogni dove, un tasso di criminalità più basso che al centro di Roma, anni senza nemmeno una rapina o uno scippo ai turisti sbarcati dalle navi da crociera. La spiegazione? Siete in una bolla. Unica località turistica rinomata mondialmente, Cartagena è protetta da uno schema di sicurezza paragonabile ad un viaggio permanente di Bush: centinaia di agenti (anche in borghese), infiltrati, turni di ronda serrati e – soprattutto, oserei dire – precisi accordi con le varie mafie locali perchè non uccidano la gallina dalle uova d’oro (il turismo). Appena fuori dalle (meravigliose) mura della città, però, sei fuori dalla bolla. Le stesse case, lo stesso sole, la stessa gente – ma hai passato il sottile confine tra la zona protetta e la terra di nessuno. Lì il poliziotto più vicino è abbastanza lontano da permettere alla moto dei rapinatori di fuggire, e la tua “qualità” di turista passa da fattore di protezione a fattore di rischio.
Di queste bolle ne esistono dappertutto: basti pensare a Bogotà, dove fino a pochi anni fa a cinque isolati dal “salotto” della piazza di Bolivar esisteva il “Cartucho”, un quartiere di catapecchie e vicoli fangosi che accoglieva migliaia di derelitti (qui simpaticamente chiamati “desechables”). Cartagena – però – fa più impressione, considerata la bellezza della città coloniale e l’immensa povertà del resto, dell’altra bolla, quella in cui vivono i cartageneros “normali”, 70% dei quali vive in povertà.
Ogni bolla, per concludere, ha le sue regole. Passeggiate pure per la Plazoleta Santo Domingo con la vostra reflex digitale da 1,500 Euro, ma lasciatela in albergo se dovete uscire dalla “zona protetta”, perchè lì – e questa è la seconda considerazione – la vostra vita non vale nulla.

Tre anni dopo la bolla sembra esplosa. E nell’incantevole Cartagena ‘l’inseguridad’ è regina e gli editoriali dei giornali locali denunciano quotidianamente crimini, sporcizie e pandillas.

A chi interessasse, Cartagena sarà la prima tappa del mio giro del mondo.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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15 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – I capricci degli Ulema, soffrire d’ansia a Ciudad Juarez e le false bonifiche di Uribe

Gli ulema indonesiani hanno il divieto facile quasi quanto Saparmurat Niyazov. Dopo aver vietato lo yoga perchè simbolo dell’induismo, proibito alle donne di viaggiare a bordo di motocicli, messo al bando i jeans attillati, le foto pre-matrimoniali, la permanente, le acconciature troppo voluminose e colorate, adesso dichiarono guerra all’aerobica.

Ciudad Juarez è la città più violenta di tutto il Messico, l’epicentro delle più efferate narcomattanze, la città in cui transita l’ottanta per cento della cocaina di tutti i cartelli, la città che da 16 anni è scenario di uno dei più atroci misteri della storia criminale con quasi 500 omicidi seriali di giovani donne ancora tutti incredibilmente irrisolti. E da oggi è anche la capitale mondiale del disturbo post-traumatico da stress. Lo raccontano Stephanie Sanchez e Aileen B. Flores su ‘El Paso Times’.

Qualche settimana fa ho scritto su ‘La Stampa’ di Medellin come di una città risorta sulle ceneri del narcotraffico. In realtà, il governo più che bonificarla dalla criminalità, con la criminalità ha negoziato la sua sicurezza.

A chi interessasse: in Indonesia sarò a novembre, a Ciudad Juarez a luglio, a Medellin a giugno.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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12 febbraio 2010

Quel marziano di Debbie Goard

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Secondo voi cos’hanno in comune questa calcolatrice, questa pupazzo di Chucky e il microscopio? Anche aguzzando la vista, credo che non ci arrivereste mai. Il microscopio, per esempio, e tutto quello che c’è intorno, comprese le penne e gli auguri di San Valentino sono pezzi di un’unica torta, così come la calcolatrice e la bambola di Chucky. Creazioni della mia amica Debbie Goard, geniale e ariostesca cake designer, una che riuscirebbe a far torte anche coi moniti del presidente Napolitano. Di lei, avevo già scritto due anni fa. Facebook me l’ha fatta rincontrare. E le sue torte sono più in forma che mai.

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