
Nakuru era uno dei più seducenti parchi africani. Vegetazione lussureggiante, fiori grandi come caschi di banane, l’asso nella manica del birdwatching kenyano (e non solo). A un’ora dal tramonto la superficie del lago diventava completamente rosa. Pink flamingos, fenicotteri, a centinaia di migliaia. Per non parlare dei marabù, dei pellicani, delle oche egiziane. Un tumulto al cuore così, l’ho provato poche altre volte in vita mia. Trent’anni fa il lago era profondo anche quattro metri. Oggi, a malapena un metro e mezzo. I fiumi che lo alimentano si sono prosciugati. Un’agonia per il lago e per il suo milione e mezzo di fenicotteri.
Il lago Eduardo è uno dei grandi laghi africani. È posizionato nella Rift Valley, sul confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. I suoi abitanti hanno sempre campato di pesca ma adesso è più facile guarire dall’Aids che non pescare un pesce in questo lago impazzito. I killer del suo ecosistema sono state le faide tra hutu ruandesi e miliziani del Pareco (Coalition of Congolese Patriotic Resistance). Gli hutu massacravano gli elefanti: si cibavano delle loro carni e lucravano sul loro avorio. Quando hanno iniziato a estinguersi, li hanno sostituiti con pesci gatto e tilapie, affamando le popolazioni costiere. Dall’altra parte del lago, i miliziani di Pareco massacravano gli ippopotami. Vendevano i denti e si cibavano delle carni. Nel 1970 gli ippopotami erano quasi trentamila, oggi non arrivano a duecento. Ma c’è dell’altro. Lo sterco di quegli ippopotami era vitale per l’ecosistema del lago, generava il plancton di cui si cibavano i pesci. Chi ha sterminato quegli ippopotami, senza saperlo, ha condannato a morte anche la fauna ittica del lago.
Durante gli anni sessanta fu introdotta artificialmente nel lago Vittoria – per un semplice esperimento scientifico – la Tilapia del Nilo (Nile perch). La pesca per un po’ aumentò, ma il nuovo arrivato si rivelò un predatore così implacabile da far estinguere i ciclidi endemici in pochissimo tempo, da produrre devastazioni incalcolabili nell’ecosistema del lago, da decimare gran parte delle 200 specie ittiche del più grande specchio d’acqua dolce africano, il terzo per estensione nel mondo. A rendere il quadro ancora più apocalittico, dall’inizio degli anni novanta il lago è assediato da una biblica infestazione di giacinti acquatici, una pianta micidiale. Le foglie dei giacinti contengono numerose piccole camere d’aria che consentono alla pianta di galleggiare. Ma sotto la superficie dell’acqua si cela una foresta torbida costituita da radici profonde e ramificate. Un vero e proprio muro vegetale, lungo talvolta molti chilometri, che soffoca ogni altra forma di vita, trattiene sedimenti, rallenta le correnti e intralcia la navigazione di battelli e traghetti. L’invasione appare inarrestabile. La macchia verde cresce ad un ritmo impressionante, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno il lago Vittoria muore, condannato a diventare un macabro ecomostro, una gigantesca piscina nelle cui acque galleggia di tutto fuorché la vita.
Il lago Naivasha era la meta preferita per i picnic domenicali dei farmers inglesi ai tempi della Blixen. “L’aria a Naivasha era fresca come la pubblicità di un dentifricio” – scriveva Evelyn Waugh quando viaggiare era un piacere. Per la verità anche la mia, fino a venticinque anni fa. Ieri sul ‘Daily Nation’, Jane Ngigep ha scritto un articolo sulle morìe di pesci nel lago Naivasha, dovute all’inquinamento delle sue acque. L’aria magari sarà ancora fresca, ma l’acqua del lago è diventata una broda diabolica. Chissà cos’avrebbe scritto la Baronessa se fosse stata ancora viva…
A chi interessasse, sarò in Kenya a fine aprile e a maggio 2011. E occuparmi dello stato dei laghi africani, grandi e non, sarà una delle primissime cose che farò
© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?
Scritto da lorenzo cairoli alle 13:07, in Africa e dintorni, Anteprima giro del mondo, Orrore, Palato nomade, Polemicario, Succede anche questo, Verso Cartagena, cose che mi colpiscono
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