

Quando si dice tempismo: ieri è uscito il mio pezzo di Helsinki per ‘La Stampa’, in cui ci sono un paio di dritte preziose di Gino. Ho scritto di cattedrali luterane, di aringhe baltiche, di navi e di gabbiani intrappolati dal ghiaccio, di bei parchi sepolti da spessi cumuli di neve. Oggi invece la neve è scesa copiosa su Roma. Visto arrivare Alemannno in Campidoglio su un gatto delle nevi. Visto Ratzinger scomunicare uno spazzaneve e tre guardie svizzere che si tiravano palle di neve. Vista la Caritas distribuire coperte e sciolina ai senza fissa dimora. Visto Minzolini negare, in un editoriale al TG1, la nevicata romana. “Non si può privilegiare il gossip. E poi è solo forfora”. Scherzi a parte, non accadeva un fenomeno del genere dal’85. Tutti i vecchi rammentano invece la nevicata del ‘56 quando Testaccio sembrava Gressoney e a Piazza del Popolo le auto erano innevate come a febbraio in Manciuria. A Roma ho abitato molti anni, ho visto anche nevicare ma nulla che possa essere paragonato a quel prodigio del ‘56. In genere, il cielo si oscura, diventava plumbeo, e un nevischio fine imbianca la capitale. Ma appena tocca l’asfalto si squaglia. A cose fatte restano poche tracce, residui di neve sui cofani delle auto, sui tetti dei palazzi, moncherini bianchi ai bordi di campetti di calcio della periferia.


Quando portai Sveva in Lapponia, a Rovaniemi, aveva nove anni e nei suoi occhi colsi subito un’eccitazione che non avevo mai visto prima. Nemmeno quando la portai a Eurodisney, o in Bretagna, a pescare a piedi, subito dopo che le maree si erano ‘divorate’ l’Oceano. E nemmeno a Long Island a festeggiare Halloween. Era felice anche in quei posti, certo, ma lì, in Lapponia, la sua felicità era incontenibile. Nel villaggio di Babbo Natale, la rivelazione. LA NEVE. Aveva nove anni ma non aveva mai visto la neve. Non quella neve, almeno. E non così tanta, ovunque, tutta in una volta sola. Io c’ero nato con la neve in inverno, con le battaglie a palle di neve fuori dalla scuola, con le settimane bianche, gli ski-lifts, gli sci e gli scarponi nell’armadio, ma lei no, lei veniva da una città in cui la neve era quasi una leggenda metropolitana. Ne aveva letto sui libri, l’aveva vista cadere nei telegiornali, nei film. Adesso invece poteva stringerla nei guanti, farne dei piccoli ghiaccioli, succhiarla, scoprire che sapore aveva. Nel tardo pomeriggio, andavamo a fare spesa nei negozi. Nel corso centrale di Rovaniemi affondavamo nella neve fino alla caviglie. C’erano trenta gradi sottozero, se ti levavi i guanti sentivi spilli invisibili trafiggerti le mani, era buio anche quando doveva esserci il sole, ma mia figlia così felice non l’avevo vista mai….
Scritto da lorenzo cairoli alle 16:33, in Pezzi per 'La Stampa', Succede anche questo, Sveva, cose che mi colpiscono
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