Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Pezzi x Arena/Bresciaoggi/Giornale Vicenza'

29 ottobre 2009

Una storia quasi soltanto mia

Oggi, a Roma, il gruppo Athesis e il CdR del quotidiano l’Arena hanno firmato il taglio di sette giornalisti. In nove mesi perderanno il posto nove colleghi, senza rimpiazzi.

Questa notizia mi rende di umore nerissimo. E chissenefrega se in America la nemesi è ancora più grande per i giornalisti. Le redazioni dei giornali si spopolano come per effetto di un pogrom, gli inviati si estinguono come i pipistrelli frugivori di Bulmer, i blog e i siti online dei quotidiani stranieri diventano senza che loro lo sospettino minimamente lo zoccolo duro delle redazioni del nuovo giornalismo che avanza. Nei curricula dei nuovi giornalisti conta sempre meno saper scrivere e sempre di più, come in un esercito in guerra, eseguire ordini. La verità? Qui in Italia fare il giornalista è diventata una lotteria. Non c’è più libertà di stampa e quella stampa che non è finita ancora sul libro paga di Berlusconi non è più in grado di assumerti, né di riconoscerti uno straccio di compenso. I budget dei quotidiani on line somigliano a quelli di una bocciofila del Cuneese. I compensi dei quotidiani di carta ti permettono un tenore di vita un gradino sopra a un venditore di rose bengalese ma un gradino sotto a un pizzaiolo egiziano. E così, all’improvviso, capisci perché nei quotidiani del premier non manca mai l’ardito che alza la mano e che si offre volontario per qualsiasi missione – ’suicidarsi’ sui calzini turchesi di un magistrato, divagare sul tasso di silicone di un trans di via Gradoli, sputtanare una ex first lady ostile al ciarpame, criminalizzare le occupazione romane sdoganandole come sacche di illegalità e di violenza. Capisci perché in queste redazioni nessuno tema più di rovinarsi la reputazione con pezzi che in un’altra Italia avrebbero evitato tutti come la scabbia, perché nessuno tema più di sporcarsi anima e mani con un giornalismo che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico. Ma il miraggio di un posto fisso, la promessa che la loro fedeltà verrà ripagata, la consapevolezza che fuori da questo giro non c’è altro giro, li costringono ad accettare anche quello che un tempo li ripugnava. Non tutti vendono l’anima al diavolo, però la percentuale di quelli che si sono assuefatti allo zolfo è alta, ma così alta, che dà vertigine.

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27 marzo 2009

Pagina 34, de ‘La Stampa’ di oggi: continua la marcia di Alfred Sirleaf verso il Pulitzer

29 gennaio 2009

Salvaguardare la tradizione

Oggi sull’Arena ho ribadito il mio punto di vista sul delirante provvedimento della giunta di Lucca. Ci sono modi e modi per ’salvaguardare la tradizione’: la giunta di Lucca ha scelto il peggiore, la Regione Emilia-Romagna, con questo portalino segnalato dall’ottimo Flavio, il migliore. Se poi, come me, adorate le anguille, qui perderete il senno.

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6 settembre 2008

Il chili di Barack e i gamberi fritti di Michelle

Se come sosteneva Feuerbach ‘l’uomo è ciò che mangia’, i democratici americani hanno fatto il colpo del secolo preferendo Obama alla Clinton. Martedi, Michelle Obama era ospite da Paula Deen nel suo talk-show gastronomico ‘Paula’s Party’. Alla Deen, una Antonella Clerici di Albany, Georgia, Michelle ha raccontato il suo quotidiano attraverso il cibo. Per esempio: cosa mangiano gli Obama in casa e fuori, com’è Barack ai fornelli (pessimo chili-maker, sembrerebbe), persino cosa cucinò Michelle la prima volta che invitò Barack a cena. Quando la Deen le ha chiesto qualche ricetta per i telespettatori, Michelle ha svelato il segreto dei suoi gamberi fritti e delle sue patatine alla creola, due piatti da profondo sud, forse un po’ insoliti per un avvocatessa di Chicago, ma perfetti per un pubblico come quello di Food Network. Due piatti cento volte più intriganti del junk-food che regna a casa Clinton. Qualche mese fa scrissi un articolo per l’Arena in cui raccontai ‘il palato’ di Hillary e scrissi: “…la Clinton è un tritatutto tipicamente americano, un palato senza fronzoli, acritico, sciatto, più orientato verso il junk-food che a suggestioni da Guida Michelin“. E saltò fuori che era una vorace mangiatrice di Boca Burger, di pop-corn annegati nel burro, di cibi surgelati, di hamburgers piccantissimi, di rara gravezza . Michelle Obama invece pesca da ricettari creoli, dalle suggestioni della cucina cajun mettendo insieme una cucina sapida, speziata e, sopratutto, orgogliosamente afro-americana.

© Lorenzo Cairoli

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10 giugno 2008

Il varano di Komodo è ferale quasi quanto Ruud Van Nistelrooy

I 90 minuti passati da Donadoni ieri sera immagino siano stati terribili, mai però quanto la notte trascorsa sull’isola di Rinca, Indonesia, da cinque sciaguratissimi sub – tre inglesi, una francese e una svedese. La storia la potete leggere qui, ma soprattutto qui.

I varani di Komodo vivono sulle tre isole di un parco naturale di recente istituzione: Komodo, Rinca e Padar. Delle tre, Komodo è l’isola meno bella; arsa, collinosa, paesaggi monotoni, un po’ desolanti, in compenso è quella che si è attrezzata meglio per dare ‘in pasto’ i varani al turismo di massa. Sull’isola opera un’unità di ranger, c’è un lodge spartano e un campeggio in cui pernottare. Gli avvistamenti dei varani e le loro efferate libagioni, vengono filmate e fotografate a distanza di sicurezza da centinaia di turisti. L’atmosfera che si respira non è dissimile da quella di certi zoosafari o di piccole plazas de toros, dove in un ambito ristretto si consuma uno spettacolo crudele ma a suo modo affascinante. Tutto va secondo copione, e quando è ora di mangiare, i varani sono sempre di una puntualità svizzera. Rinca e Padar invece sono disabitate e lussureggianti. Qui gli incontri coi varani non seguono nessun copione e possono avvenire in ogni momento. Per questo i turisti meno convenzionali scansano il Barnum di Komodo e vanno dritti a Rinca o a Padar, dove però l’infestazione di cani selvatici, il bracconaggio e i frequenti incendi dolosi stanno facendo estinguere la colonia locale di Draghi. Sull’aggressività e sulla pericolosità di questo varano si è scritto molto e spesso in modo volutamente inesatto. I locali di Komodo non hanno mai accettato la convivenza coi varani; li hanno accusati di aggressioni (salvo poi scoprire che era tutta una montatura per metterli in cattiva luce), e spesso, proprio a causa dei varani, sono esplose violente tensioni tra i rangers e i locali. Il Varano di Komodo non è un rettile velenoso, non è dotato di veleno nè di apparato velenifero. Nutrendosi frequentemente di carogne nella sua bocca albergano spesso germi patogeni, irritanti e pericolosi in caso di infezioni conseguenti ai morsi, morsi particolarmente penetranti in virtù del fatto i varani tendono a sbranare le prede anziché ingoiarle intere come la maggior parte dei rettili.

© Lorenzo Cairoli

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11 aprile 2008

In Africa uccidono più le strade dell’Aids

Nel pezzo ‘Dudu’ raccontavo questo: ‘Abitavamo in una bella casa con un tetto di ‘makuti’ e un parco intorno vasto e lussureggiante. Un giardiniere, Pekesce, passava giornate intere a renderlo più incantevole ; persino nelle ore più calde sentivamo sibilare la sua panga e i colori vivaci delle bougainvillee incendiavano la nostra immaginazione. La casa confinava con la strada (la ‘bara-bara’) deserta di giorno, di notte, battuta senza sosta, dai camion che dalla costa facevano spola con Nairobi. I camionisti avevano fama di essere creature infernali; le foglie di miraa che masticavano avidamente li rendevano invincibili al sonno. Sembravano zombie e come zombie guidavano. Sulle strade erose e irregolari, i loro camion saltavano in continuazione. Facevano venire i capelli bianchi ai ciclisti ; i pedoni li maledivano, i greggi di capre appena li sentivano arrivare rompevano le righe come eserciti in fuga. Se tutto andava bene, travolgevano solo polli e babbuini’.

Su ‘Neewsweek’ di questa settimana si parla di sicurezza stradale in Africa che in Africa non esiste, di camion e di camionisti assassini soprannominati ‘Al-Qaedas’, di incidenti stradali che sono diventati il nuovo flagello del continente africano. Qualche cifra per capire. In Etiopia ogni anno muoiono quasi 200 persone per incidenti d’auto; se consideriamo che tra corriere, auto, camion e taxi in Etiopia non circolano più di 10.000 mila veicoli, questo è il tasso di mortalità più alto di tutto il pianeta. Nell’Africa subsahariana, solo l’Aids miete più vittime della strada. Ma coi bambini, gli incidenti stradali eguagliano e superano l’Aids. Un africano ha 100 possibilità in più di un americano di morire in un incidente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Africa circola solo il 4% delle auto della terra, ma l’11% di vittime di incidenti nel mondo muoiono proprio in Africa. Non è incredibile? E l’OMS lancia un allarme. Nei prossimi anni l’Africa sarà più motorizzata e il numero delle vittime aumenterà dell’80%. Tra le cause, specie tra i camionisti, l’abuso scellerato di droghe come il khat e la miraa. La miraa è una pianta che cresce spontaneamente in tutta l’Africa Orientale. In Kenya è famosa e apprezzata quella di Maua nel distretto di Meru. E’ stimolante, dà euforia, mantiene alta la soglia di attenzione, perché contiene lo stesso principio attivo delle anfetamine, il cathinone. Qualcuno potrebbe pensare a una Red Bull più tosta, ma una ricerca commissionata nel 1975 dal United Nations Narcotic Laboratory evidenziò che la miraa di Meru conteneva la più alta concentrazione di cathinone tra le piante della stessa specie che crescono in Medio Oriente, Yemen e Madagascar. Una vera bomba, tanto da indurre l’International Narcotic Control Board a includerla nella lista delle sostanze psicotrope sotto controllo internazionale. Il cathinone stimola la produzione di dopamine il cui accumulo nel sistema nervoso è causa di incubi, allucinazioni, comportamenti aggressivi – si pensi ai camionisti e al loro modo di guidare intimidatorio. Inoltre l’abuso di miraa erode i denti e lascia su quelli che restano una disgustosa patina marrone.
Altre cause, i vecchi modelli di camion e di bus importati in Africa, mezzi che in Europa o in America erano considerati al capolinea, rottami, non più idonei alla circolazione che in Africa invece sono costretti a risorgere.
Assenza di airbag, cinture di sicurezza ignorate, leggi contro la guida in stato di ubriachezza non applicate, patenti di guida quasi sempre comprate. E’ curioso che il primo paese africano che abbia reso obbligatorio il casco per i motociclisti, più severi i test delle scuole-guida e che abbia abbassato limiti di velocità sia stato il Ruanda. Così attento, ora, alla sicurezza dei suoi cittadini, meno, molto meno, 14 anni fa, quando lasciava morire per le strade di Kigali 7 persone al minuto, massacrate a colpi di machete, martelli, lance e bastoni, in una delle pagine più folli del ventesimo secolo.

© Lorenzo Cairoli

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6 aprile 2008

The Taiji Dolphin Drive – La Shoa dei delfini

Se Melville fosse ancora vivo, il suo Achab lo ribattezzerebbe Capitan Akabe. Lo racconterebbe con un paio di occhi a mandorla, saké e salsa di soja nel fiato, passaporto giapponese. Lo farebbe nascere nella prefettura di Wakayama, quasi certamente nel villaggio di Taiji, perché nessun popolo al mondo caccia e massacra i cetacei con la stessa ferocia e con lo stesso disprezzo dei giapponesi. Sono passati solo tre mesi dallo storico annuncio di Nobutaka Machimura, portavoce del governo giapponese, in cui assicurava che il suo paese non avrebbe più cacciato balene megattere. Una svolta storica. E invece cosa scopre l’Indipendent pochi giorni fa? Un patto segreto stipulato a Londra da 70 paesi per legalizzare la caccia alla balena dopo vent’anni di moratoria. Per i balenieri giapponesi, dunque, è stato solo un grottesco time-out; hanno finto di appendere le fiocine al chiodo, ben sapendo che le mattanze sarebbero ricominciate nel giro di qualche mese, ancora più cruente di prima. Ma la notizia shock arriva proprio dalla prefettura di Wakayama, un crimine che eguaglia in orrore il massacro dei gorilla del Virunga Park. Ogni anno, nei pressi del villaggio di Taiji (3 ore da Osaka), vengono massacrati migliaia di delfini, focene e balene pilota. Quello di Taiji è un rito macabro che si consuma ormai da anni tra l’indifferenza dei media giapponesi e di tutto il mondo. Al massacro partecipa tutta la comunità, persino i responsabili del Museo della Balena che di questa mattanza dovrebbero essere i nemici più acerrimi. 26 pescatori a bordo di 13 barche spingono i banchi di delfini verso una grotta, stordendoli con campane subacquee che mettono fuori gioco i loro sonar. Nella grotta i delfini vengono massacrati. Cordoni di poliziotti, filo spinato, porte in acciaio, transenne, tengono lontani curiosi, giornalisti, operatori. Le mattanze avvengono dietro a enormi teloni blu: i delfini vengono fiocinati, bastonati, sgozzati, squartati, eviscerati, fatti a pezzi.

Il sangue che arrossa il mare della baia è uno spettacolo impressionante. Da piaga biblica. I pochi delfini sopravissuti alla carneficina vengono venduti agli operatori degli acquari a prezzi da capogiro. E’ Katsuki Hayashi, il direttore del Museo della Balena, ad occuparsi personalmente della vendita, lo stesso che quando macellavano i delfini, veniva sorpreso da una videocamera a ridere dell’agonia dei cetacei. La carne, invece, viene inscatolata o venduta nelle mense scolastiche, nonostante la sua tossicità. Test effettuati su queste carni hanno evidenziato presenza di mercurio e metilmercurio 30 volte superiore agli standard fissati dal Ministero della Sanità giapponese. Insomma, più che testare della carne hanno testato dei residui tossici. Il mercurio, per i pochi che non lo sapessero, è una neurotossina devastante: abbassa le difese immunitarie, provoca allergie ai cibi, problemi gastrointestinali, crea disturbi al sonno, e neurologici come ritardo del linguaggio, disordini di integrazione sensoriale, disturbi della coordinazione grosso e fine motoria, isolamento sociale, ansia, irritabilità e depressione. Quando va bene.

Questa volta però qualcuno ha voluto spezzare il muro di omertà intorno alla mattanza di Taiji. Una troupe cinematografica guidata da Louie Psihoyos, fotografo di fama mondiale del National Geographic Magazine, è sbarcata a Taiji in gran segreto, con una formidabile dotazione di apparecchiature hi-tech: telecamere termiche, telecamere subacquee, telecamere HD, tutte acquistate con i cinque milioni di euro messi a disposizione da Jim Clark, il fondatore di Netscape. Hanno disseminato videocamere in tutta la grotta della morte, occultandole all’interno di finte rocce scolpite nella schiuma, create dalla Kernel Optical, ex Industrial Light and Magic Shop, quindi ex George Lucas, quanto di meglio offra Hollywood nel campo degli effetti speciali. In questo modo sono riusciti a filmare l’intera cronologia della caccia. Il film (‘The Rising’) uscirà questa estate in tutto il mondo e non sarà, assicura il suo regista, un film anti-giapponese. “Non vogliamo demonizzare nessuno, tantomeno i giapponesi – dice Psihoyos – Vogliamo solo mettere fine a questa oscenità”.

© Lorenzo Cairoli

Per saperne di più:
The Japan Times Secret film will show slaughter to the world
Mattanza di delfini in Giappone (video)

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21 febbraio 2008

Hillary Clinton – Cara Hillary, lo sai che le elezioni si vincono anche a tavola?


(Questo articolo è uscito su l’Arena di Verona, Bresciaoggi e il Giornale di Vicenza)

Se Newsweek, questa settimana, punta i riflettori sulla concreta Michelle Obama – definita ‘Barack’s rock’Slate si concentra, invece, sull’incerottata Hillary e sulle sue preferenze alimentari, memore del “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” di Jean Antheleme Brillat-Savarin, forse l’aforisma più citato della storia della cucina. L’autrice del pezzo, Mimi Sheraton – un nom de lingerie che fa tanto escort del Nevada, ma, sul pezzo, una giornalista coi fiocchi, brillante, ironica, perspicace – trova ispirazione in una frase di Hillary, studentessa al Wellesley nel 1967: “There is a smorgasbord of personalities spread before me“. Più che uno smorgasbord danese, Hillary è un tritatutto tipicamente americano, un palato senza fronzoli, acritico, sciatto, più orientato verso il junk-food che a suggestioni da Guida Michelin. Da studentessa, frequentava assiduamente il Pickwick Restaurant di Park Ridge, un ristorante greco, plumbeo e un po liberty, che da fuori non evoca nulla di mediterraneo, piuttosto una via di mezzo tra la stazione ferroviaria di Helsinki e una concessionaria Chevrolet. Il suo piatto preferito, al Pickwick, era l’Oliveburger. Mimi Sheraton ha scomodato il suo nuovo titolare, George Paziotopoulos, per conoscere tutti i segreti di questo ‘miracoloso’ hamburger etnico. “It’s 6 ounces of grilled ground beef sirloin on a toasted hamburger bun with a thick topping of chopped, pimento-stuffed green olives“. Insomma, se ancora non l’avete capito, roba pesante. Per la serie: ‘Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a ordinare l’Oliveburger di Paziotopoulos‘. Nel maggio del 2003, Hillary è ritornata al Pickwick con Barbara Walters: l’Oliveburger era stato ribattezzato Hillaryburger e galleggiava in una colata di lava di Digione che qualcuno si ostinava a chiamare senape. La Sheraton ha provato a cucinarlo a casa sua e l’ha trovato incredibilmente aspro. Con tutte le olive verdi tritate, la piccantezza diabolica dei peperoncini e la senape, il sapore dell’hamburger ha potuto solo intuirlo. Dopo Paziotopoulos, la Sheraton scomoda Walter Scheib, per 11 anni executive-chef alla Casa Bianca. Oggi Schieb è una star della televisione, un Vissani meno sbracato che sciorina aneddoti e ricette anche sul web e sulle più prestigiose testate americane; nel gennaio del 2007 ha pubblicato ‘White House Chef: Eleven Years, Two Presidents, One Kitchen’. E naturalmente i capitoli sui Clinton erano il piatto forte. Lui non ricorda di aver mai fritto un Oliveburger per Hillary, in compenso teneva sempre dei Boca Burger nel freezer. “Quando andava di fretta, erano il suo snack preferito“.

Poi la Sheraton snida i compagni di scuola e li intervista, scoprendo che Hillary tanto salutista non era. Anzi. Se il colesterolo avesse potuto scegliere un testimonial in America, Hillary sarebbe stata la prima scelta. E salta fuori che quando andò con Bill a vedere Blowup di Antonioni, divorò una gigantesca porzione di pop corn mantecati da un’impressionante quantità di burro. “I pop-corn a Hillary piacciono così“. O forse era burro mantecato con pop-corn? Come le fettuccine al triplo burro? La vera natura onnivora, insalubre e americana di Hillary è emersa in campagna elettorale. Già nel 2000, in corsa per il Senato, diventò mitico il buffet di Syracuse; i suoi sostenitori le organizzarono un etereo buffet a base di sandwich di salsiccia, peperoni e cipolle, roba che per digerirlo ci sarebbe voluto il miglior esorcista di tutto il corno d’Africa. Hillary apprezzò molto e ringraziò. I suoi buffet in questa campagna elettorale sono stati il trionfo di paste alla crema, ciambelle untuose, torte ipercaloriche, dolci tracimanti di panna. Adesso, per par condicio, aspettiamo che la Sheraton ci sveli cosa mangiano Obama e la sua dolce Barack’s Rock.

© Lorenzo Cairoli/L’Arena/Bresciaoggi/Il Giornale di Vicenza

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16 febbraio 2008

Evonne Goolagong – La nostra generazione rubata

Oggi sui tre giornali del gruppo Athesis, Bresciaoggi, L’Arena e Il Giornale di Vicenza, è uscito questo pezzo: ‘L’Australia si è ‘pentita’. Mano tesa agli aborigeni’. Parlo di stolen generation, dei tre ormai storici we say sorry e dei due we apologise del laburista Rudd alla popolazione aborigena dopo la Canossa di mercoledì – For the pain, suffering and hurt of these Stolen Generations, their descendants and for their families left behind, we say sorry.
To the mothers and the fathers, the brothers and the sisters, for the breaking up of families and communities, we say sorry.
And for the indignity and degradation thus inflicted on a proud people and a proud culture, we say sorry.
Parlo di questo Olocausto silenzioso consumatosi per quasi un secolo in Australia, attraverso l’eccezionale e inedita (almeno per l’Italia) testimonianza di Evonne Goolagong
.

Fino agli anni settanta gli aborigeni non furono mai considerati cittadini australiani a pieno titolo; per loro valevano le leggi della natura, come per gli eucalipti o per i koala. Fino agli anni ottanta, gli australiani non seppero nulla della tragedia della ’stolen generation (la generazione rubata), finchè le battaglie degli attivisti aborigeni, il coraggioso film di Noyce ‘Follow the rabbit-proof fence’, le canzoni di protesta dei Midnight Oil e le 600 pagine del rapporto ‘Bringing Them Home’, hanno aperto loro gli occhi. Per quasi un secolo nella pacifica Australia si è consumato un silenzioso Olocausto. Il suo epicentro lo stato del Victoria, poi l’Olocausto ha contagiato tutto il resto del paese. Decine di migliaia di bambini di sangue misto (quasi sempre padre bianco e madre aborigena, quasi sempre conseguenza di stupri perpetrati da coloni bianchi) vennero strappati alle loro famiglie per essere ammassati e cresciuti in centri governativi ad hoc o affidati a famiglie bianche. Il rapporto’ Bringin Them Home’ accertò che fra il 1910 e il 1970 un’intera generazione di bambini aborigeni (da uno su tre a uno su dieci, a seconda degli Stati) venne strappata alla sua famiglia. I politici giustificarono questa prassi come unica soluzione per tutelare i mezzosangue che altrimenti avrebbero pagato la loro diversità vivendo nelle comunità aborigene da emarginati. Ma come il rapporto fece notare non solo bambini meticci vennero strappati alle loro famiglie. Dietro a queste adozioni forzate, c’era una strategia agghiacciante e mirata a sopprimere la cultura e la popolazione aborigena. Emblematica la testimonianza di Evonne Goolagong Cawley. Evonne è stata una delle più grandi campionesse del tennis del dopoguerra, primo aborigeno a eccellere in uno sport che non fosse il rugby o la boxe. Vinse 14 tornei del Grande Slam; in singolo quattro volte gli Open d’Australia, due volte Wimbledon, una volta il Roland Garros. Aveva grazia, un viso volpino, e come tutti gli aborigeni, il naso schiacciato, un po’ a patata. La sua famiglia era della tribù dei Wiradjuri, in casa otto figli e un padre tosatore di pecore che Evonne incrociava solo due volte all’anno. Quando era all’asilo e dalla porta entrava uno sconosciuto, Evonne correva subito a nascondersi sotto ai letti. “Mia madre e mia zia - ha confidato al ‘The Indigenous Times’ - non facevano che ripetermi: ‘Appena una macchina grande e lucida viene verso di te, scappa a nasconderti. Sono venuti a rapirti, amore mio“.

La Goolagong sa benissimo cos’è la ’stolen generation’, l’ha vissuta per anni e drammaticamente sulla sua pelle. “Ho continuato a nascondermi sotto ai letti anche da ragazza, anche quando cominciavo ad essere una tennista di successo. Negli hotel di Singapore, nei motel della California. Bastava un rumore, una voce ostile, e io precipitavo all’inferno“. Ha visto i suoi cugini strappati alle famiglie. Ha visto amici sparire dall’oggi al domani. Le auto grandi e lucide popolano ancora i suoi incubi, ma ora è felice. Il primo ministro Kevin Rudd l’ha voluta nel suo gabinetto, insieme a Peter Garrett, il leader dei Midnight Oil, che dalle canzoni di protesta è passato al ministero dell’ambiente. “Il sorry-day - dice Evonne – è solo l’inizio. La ferita comincia a rimarginarsi. Adesso proviamo a guarire il nostro paese“.

Per saperne di più:
Il prossimo ‘we say sorry’ sarà per i Maori?
Questa era Evonne. Un fenomeno, signori.

© Lorenzo Cairoli/L’Arena/Bresciaoggi/Il Giornale di Vicenza

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20 gennaio 2008

Asli Bayram – Quella musulmana di Anna Frank

Ho letto il Diario di Anna Frank tre volte. Alle medie, al liceo, e nella sua casa di Prinsengracht, ad Amsterdam, con mia figlia Sveva. La prima volta mi sono commosso. Avevo, forse, 13 anni. Anna era poco più grande di me. Pensai a cosa sarebbe accaduto se mi fossi trovato al suo posto. Ce l’avrei fatta a vivere in quel buco per più di due anni? Ad alzarmi ogni mattina e a ringraziare Dio perchè anche stavolta non ero stato arrestato dai nazisti? Ce l’avrei fatta a ridere come rideva lei, a sopportare le tensioni degli altri otto coinquilini, a scrivere un Diario, a fare progetti sul futuro? La seconda volta la commozione lasciò il posto alla rabbia. Leggere la lenta agonia di una ragazza di 14 anni, che crede davvero di poter uscire immune da quell’orrore quando invece sai che morirà di tifo esantemico nel lager di Bergen-Belsen, ti fa rattrappire fin dentro le scarpe. La terza volta ritrovai la mia commozione di tredicenne negli occhi lustri di mia figlia. Il mio Diario è un tascabile dell’Einaudi con molte annotazioni a matita e una frase sottolineata in giallo con l’evidenziatore. Anna parla di un libro che ha appena finito di leggere: “Cissy Van Marxveldt scrive benissimo. La farò sicuramente leggere ai miei figli“. Questa frase Anna la scrisse il 14 ottobre 1942, ma quando l’ho letta la prima volta cadeva l’11 maggio, il giorno della Festa della Mamma. Inevitabile pensare alla bella madre che sarebbe stata e che non ha potuto essere.

La ragione per cui oggi scrivo di Anna è che a Francoforte, sua città natale, da lunedì è in cartellone un monologo teatrale ispirato al Diario. Il Diario ha originato centinaia di pièces teatrali in tutto il mondo. Mai però aveva sollevato un tale spiegamento di media. I quotidiani tedeschi da giorni non parlano d’altro. Anche l’olandese De Telegraaf e l’israeliano Yedioth Ahronoth. Non è bizzarro? Si, se l’attrice del monologo non fosse musulmana

Si chiama Asli Bayram. Tre anni fa balza agli onori della cronaca quando i suoi lunghi capelli corvini e il suo collo da cigno stregano i giurati di Miss Germania. E’ di Darmstadt. Viene da una famiglia di immigrati turchi e si porta in dote una storia che commuove un paese intero. E’ cresciuta in periferia, in un quartiere difficile, dove razzismo ed emarginazione le sono familiari come i casermoni, le parabole o le liti fra spacciatori. Un giorno Asli sente suonare il campanello di casa. Suo padre Ali apre la porta. E la famiglia Bayram precipita all’inferno. Giravano brutte voci sul vicino. Violento, neonazista, allucinato. E’ lui che ha suonato e prima che Ali Bayram possa parlare estrae una pistola e gli spara al viso. Poi scavalca il corpo, piomba nell’appartamento e cerca di sterminare il resto della famiglia. Asli è ferita al braccio, suo padre muore sul colpo. Ai poliziotti che lo arrestano, l’assassino spiega: “Ero esasperato dal pianto dei bambini. Non avevo scelta. O li spegnevo io o mi avrebbero fatto esplodere la testa“. Asli esce dall’ospedale. In casa il dolore è insostenibile ma lei stringe i denti e si butta nello studio. Si laurea in legge, si iscrive per scherzo al concorso di Miss Germania, lo vince. Cinema e tivù bussano alla sua porta. A Hollywood gira un film con Patrick Swayze, in Germania è protagonista di fiction di successo. Un giorno le propongono il monologo.

Asli ha letto il Diario di Anna Frank a scuola e ne ha ancora un ricordo vivido e commosso. Anna e Asli. Una ebrea, l’altra musulmana. Rese sorelle da un’adolescenza marchiata a fuoco dalla follia razzista. Asli accetta la sfida. Visita la Casa di Anna ad Amsterdam. Studia e si documenta per mesi sulla Shoah. Poi il debutto in Lussemburgo, la trasferta a Praga, l’entusiasmo dei critici, le ovazioni del pubblico. Adesso, Francoforte. Alla vigilia del debutto, Buddy Elias, un cugino di Anna, le invia gli auguri. La pièce va in scena e come negli altri teatri anche qui finisce con una fragorosa standing-ovation. Persino i leader delle comunità ebraiche tedesche la applaudono. Il monologo di Asli Bayram, dicono, è un contributo fondamentale nella lotta all’antisemitismo. ” Questa splendida donna – ha dichiarato Dieter Graumann, il vice-presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania – sta dimostrando a tutti che l’Olocausto non è solo la tragedia di un popolo, ma una tragedia universale“. Lui e Asli si incontreranno presto. Sembra una favola. E invece accade in questi giorni a Francoforte.

© Lorenzo Cairoli/L’Arena

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