Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Premiata Macelleria Messico'

15 febbraio 2010

Anteprima giro del mondo – I capricci degli Ulema, soffrire d’ansia a Ciudad Juarez e le false bonifiche di Uribe

Gli ulema indonesiani hanno il divieto facile quasi quanto Saparmurat Niyazov. Dopo aver vietato lo yoga perchè simbolo dell’induismo, proibito alle donne di viaggiare a bordo di motocicli, messo al bando i jeans attillati, le foto pre-matrimoniali, la permanente, le acconciature troppo voluminose e colorate, adesso dichiarono guerra all’aerobica.

Ciudad Juarez è la città più violenta di tutto il Messico, l’epicentro delle più efferate narcomattanze, la città in cui transita l’ottanta per cento della cocaina di tutti i cartelli, la città che da 16 anni è scenario di uno dei più atroci misteri della storia criminale con quasi 500 omicidi seriali di giovani donne ancora tutti incredibilmente irrisolti. E da oggi è anche la capitale mondiale del disturbo post-traumatico da stress. Lo raccontano Stephanie Sanchez e Aileen B. Flores su ‘El Paso Times’.

Qualche settimana fa ho scritto su ‘La Stampa’ di Medellin come di una città risorta sulle ceneri del narcotraffico. In realtà, il governo più che bonificarla dalla criminalità, con la criminalità ha negoziato la sua sicurezza.

A chi interessasse: in Indonesia sarò a novembre, a Ciudad Juarez a luglio, a Medellin a giugno.

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’?

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10 novembre 2009

Che ruolo hanno le donne nella narcomattanza messicana?

Il ‘Los Angeles Times’ parla, tanto per cambiare, di narcotraffico messicano, ma stavolta da una prospettiva tutta femminile. Che ruolo hanno le donne in questa guerra che in pochi anni ha completamente trasformato il Messico in una filiale ancora più sordida e criminale della Colombia del 1990? Un viaggio in universo femminile che sniffa, spaccia, regge le fila del gioco, paga con carcere duro e muore in modo clamoroso ed efferrato. Si rispolvera la storia della moglie del padrino – che avevo letto un anno fa in un reportage di Pablo Ordaz, per ‘El Pais Domingo’ – che nel salone di un parrucchiere di Culiacan, fa rapare a zero una cliente che si era lamentata dei narcotrafficanti. Si racconta la nemesi di Laura Elena Zúñiga Huízar, una delle più belle miss messicane: Nuestra Belleza Sinaloa 2008 e Reina Hispanoamericana 2008, titolo vinto il 30 ottobre scorso a Santa Cruz, in Bolivia, e diventata infine la pupa dei gangsters. E non ci dimentichiamo, la mitica Raquenel Villanueva, terror de los tribunales

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18 settembre 2009

Que Viva Islam!

Mi fa una tenerezza incredibile Mustafa, questo missionario musulmano che gira Città del Messico in furgoncino cercando proseliti per l’Islam.

Eppure in questa supercorazzata cattolica che è il Messico (l’88% della popolazione è cattolica, i musulmani, invece, sono solo 25mila, mosche bianche, strapazzate persino dai Testimoni di Geova che sono più di un milione e dai mormoni che sono dieci volte più numerosi dei seguaci di Maometto) c’è stato chi è riuscito a convertire degli Indios Maya del Chiapas al culto di Allah.

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23 agosto 2009

Incubo America

C’è l’economia creativa di Tremonti e l’estorsione creativa dei narcotrafficanti messicani. Che salvo per qualche testa mozza e qualche corpo smembrato, è grossomodo la stessa cosa. Due reporters del ‘Washington Post’ – Josh White e Dagny Salas – hanno scoperto una nuova agghiacciante variante nel traffico dei clandestini. Una volta che questi superano la frontiera, dopo aver pagato ai loro ‘coyotes’, in contante e prima di mettersi in viaggio, dai mille ai millecinquecento dollari, vengono venduti come pollame ad altre bande che li ammasseranno in villette unifamiliari alla periferia di Phoenix o di San Diego, che li faranno spogliare di tutto per rendergli impossibile la fuga e che li tortureranno pur di estorcere loro i nominativi dei loro parenti in America. Dopodiché, li contatteranno.

“Vuoi rivedere tuo cugino, tuo fratello, tuo figlio? Pagaci 5000 dollari, o l’unica cosa che rivedrai di loro saranno le dita. O i loro corpi smembrati”.

As demands quickly increased to $5,400, Martinez’s in-laws cowered in their underwear in a dark, squalid room in Phoenix and were told that their fingers would be cut off and their organs harvested if the cartel’s demands weren’t met.

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10 agosto 2009

Vivere e morire a Los Angeles (da ‘tamalero’)

I tamales, come Flavio sa benissimo, sono uno dei più ghiotti assi nella manica della cucina messicana. Immaginate dei fagottini, il più delle volte farciti di pollo, avvolti in foglie di pannocchia, di banana o d’agave. In Messico, i tamaleros, i venditori di tamales, sono ovunque. Come le massaggiatrici cinesi sulle spiaggie di Ostia. Pare però che a Los Angeles il tamalero sia uno dei mestieri più pericolosi. Lo ha raccontato a ‘Marketplace’ Antonio Bautista, un tamalero di MacArthur Park,

It’s dangerous. It’s very, very dangerous. You have to be careful with the gangs, you have to be careful with the police, you have to be careful with the cars. There are a lot of dangers in the street

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Raquenel Villanueva – Hanno ucciso la Mujer de Acero

‘Distratto’ dalla crisi iraniana, nelle ultime settimane ho scritto poco, pochissimo, quasi per niente del narcotraffico messicano. Oggi, sfogliando Milenio ho letto dell’assassinio di Raquenel Villanueva uno dei personaggi più controversi ed emblematici di questo Messico sotto assedio, in cui non c’è mai un giorno di pace, un giorno senza morti, senza decapitazioni collettive, senza pezzi di cadaveri sparsi per le strade. Mai un giorno senza leggere di carceri in rivolta, di sequestri, di commercianti taglieggiati. Mai un giorno senza scoprire beffarde narcomantas, tunnel sotterranei, funzionari e poliziotti corrotti. La morte di Raquenel, per chi conosceva le sue ‘gesta’, ha dell’incredibile. Ogni volta che qualcuno cercava di farla fuori, usciva incolume da tutti gli attentati, irridendo la morte. Pensarla, ora, sul marmo freddo di una morgue è come pensare che sia morto il mais o che siano entrate in coma le tortillas.

La storia di Raquenel Villanueva è una delle più incredibili in cui mi sia mai imbattuto, una storia alla Recep Cesur per capirci, che sedurrebbe la fantasia di qualsiasi sceneggiatore. Raquenel è un avvocato, e fin qui nulla di strano, quello che invece fa la differenza sono i suoi clienti: narcotrafficanti, killer del cartello di Sinaloa, fiancheggiatori dei famigerati Las Zetas, contabili mafiosi, politici corrotti, padrini, tagliateste. L’hanno soprannominata ‘La Mujer de Acero’, la donna d’acciaio, per la tenacia del suo carattere, per il coraggio sovraumano, per la tempra da highlander che le ha permesso di sopravvivere a un numero impressionante di attentati. Una volta un sicario ha fatto irruzione nel suo studio e le ha sparato contro otto proiettili, un’altra volta l’hanno colpita mentre scendeva dalle scale del tribunale di Monterrey, un’altra ancora mentre accompagnava un cliente nel suo hotel di Città del Messico. Le hanno sparato in testa, perforato un polmone, trapassato lo stomaco, trafitto i glutei, è stata a un passo dall’estrema unzione, ma non è morta. Il suo studio legale di Monterrey è saltato in aria più volte – lo chiamavano ‘la santabarbara’ – ma lei non si è mai intimidita. Solo di recente dietro pressione dei familiari ha preso delle precauzioni. Adesso ha guardie del corpo che vegliano su di lei giorno e notte, vetri blindati in casa, in studio, su tutte le macchine. I suoi familiari le hanno chiesto di indossare un giubbotto antiproiettile, Raquenel si è rifiutata. “E’ antiestetico e mi fa sudare” – ha contestato al padre. Nel suo ufficio ci sono più immagini sacre e candele votive che non testi di diritto. “Regali dei miei clienti – ha confidato a una giornalista del New York Times – Sono tutti molto religiosi, non vogliono che mi accada niente”. E’ stata anche in carcere, ma alla fine ha vinto lei. Come sempre. In Messico è una leggenda. In suo onore sono state composte molte ballate, narco-corridos le chiamano. Somigliano a delle polke paciose, e invece i testi sono pura dinamite. La più famosa l’ha scritta Beto Quintanilla che canta per la gioia dei signori della droga: “Se apellida Villanueva y radica en Monterrey/ de profecion licenciada en valiente la mujer/ terror de los tribunales le apodan a Raquenel

© Lorenzo Cairoli

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27 maggio 2009

Ode a Eliseo Barrón Hernández

La morte di un giornalista nel Messico dei narcocartelli è un fatto eccezionale come un tuorlo d’uovo in una tortilla. Dopo l’Iraq, informa Reporters sans frontieres, è il Messico il peggior posto al mondo dove fare il giornalista. Ma quando uccidono un tuo collega, tutto cambia e la macabra routine delle decapitazioni collettive, dei corpi mutilati che straboccano dalle celle frigorifere, dei pazzeschi scontri a fuoco di cui hai sempre scritto con rabbia, con sgomento, ma anche col fatalismo di chi il giornalismo lo vive in trincea, all’improvviso hanno una volto, una voce, una risata che riconosceresti tra mille, una moglie e due piccolissime figlie. Eliseo Barrón Hernández era un giornalista di Milenio che lavorava nella redazione di Torreón, una città ‘invasa’ militarmente come Ciudad Juarez perchè il suo governatore non riusciva più ad arginare l’offensiva dei signori della droga. Barrón Hernández nasceva agronomo, come l’haitiano Jean Dominique, e come Jean Dominique aveva mollato tutto per fare il giornalista, perché aveva a cuore l’amore per la propria terra, la sacralità della libertà di opinione, il valore della dignità, dei diritti civili e di una stampa libera. In una città come Torreón dove il crimine è qualcosa di volatile e si annida ovunque, ogni indagine, anche quella apparentemente più innocua può nascondere rischi spaventosi. E Barrón Hernández lo sapeva, ma non si tirava mai indietro. ” Eliseo Barrón – ricorda il suo collega Luis Walter Juárez – se caracterizó por ser un reportero “entrón”, de aquellos que hay pocos, siempre en busca de la noticia y nunca dijo “NO” a cubrir cualquier evento, ya sea de la fuente policiaca o bien hasta deportiva. Recuerdo que había acudido a visitar a unos familiares a Monclova y al presentarse en Piedras Negras una tromba, no lo pensó dos veces y se trasladó para realizar reportajes, entrevistas y testimonios de lo que el meteoro había hecho”. El Cheo, come era soprannominato Barrón Hernández, aveva appena pubblicato un’inchiesta scottante sul licenziamento di 300 agenti di polizia accusati di corruzione. Lunedì sera un commando di otti uomini col volto coperto da passamontagna fa irruzione nella sua abitazione di Gómez Palacio. Sono le otto di sera, il cronista è trascinato per i capelli dai suoi sequestratori, picchiato brutalmente sotto agli occhi della moglie Judith e delle due figlie – Ana Sofía tre anni, Yamileth un anno – infine caricato a bordo di una Tsuru Nissan. Rimarrà nelle loro mani per cinque ore, cinque ore di bestiale martirio prima del liberatorio colpo di grazia. Quando la scientifica recupera il suo corpo in un canale, conterà undici ferite d’arma da fuoco e segni d’inumana violenza disseminati su tutto il cadavere. ‘El Cheo’ è il secondo giornalista ucciso nello stato di Durango in meno di un mese. Il 3 maggio era toccato a Carlos Ortega Melo Samper del quotidiano ‘Tiempo de Durango’, assassinato a Santa Maria del Oro. Oggi, nel suo mesto editoriale, Ciro Gómez Leyva ha scritto: La estrategia de repliegue informativo que hemos adoptado todos es un pierde-pierde. Nos replegamos para no mortificar a los narcos y los narcos siguen ejecutando a placer. Antes mataban a quienes los desafiaban, hoy a un reportero de nota roja, mañana podrían seguir con los editorialistas, los de deportes, espectáculos. El crimen avanza, la prensa se achica. Pésima ecuación”.

© Lorenzo Cairoli

Un ricordo di Eliseo
I martiri dell’informazione
Pallottole contro reporters scomodi

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11 maggio 2009

Messico – Febbre suina e porcilaie pedofile

Non bastavano i femminicidi di Juarez, le decapitazioni collettive, la sfida allo stato dei narcocartelli, le città militarizzate, le migliaia e migliaia di cadaveri dissolti nell’acido dai pozoleros, le bombe di Morelia, le alluvioni, il terremoto, la febbre suina. Da oggi, il Messico puo vantare un altro famigerato primato: è il secondo paese al mondo per produzione e distribuzione di pornografia infantile via web. Nel 2004 la PFP, la Policía Federal Preventiva, aveva scoperto 72.000mila siti sessuali (sì, avete letto bene, nessun refuso, più degli abitanti di Imola e di Civitavecchia). Due anni dopo, i siti sono quasi raddoppiati, senza contare quelli più ‘esclusivi’, a cui si accede solo con sofisticati codici personali. Per par condicio, e anche perchè ne ho piene le scatole di essere il benvenuto all’ambasciata messicana a Roma come un cane in chiesa, sabato è stato arrestato ‘El Fayo’, il padrino del cartello del Golfo di Cancún

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1 maggio 2009

The eclectic approach to health care in Mexico

Adela María Gutiérrez di Oaxaca passerà alla storia come la prima vittima della febbre suina in Messico. Il ‘New York Times’ racconta la sua storia e la ritrosia dei messicani a farsi curare dai medici

But one important factor may be the eclectic approach to health care in Mexico, where large numbers of people self-prescribe antibiotics, take only homeopathic medicine, or seek out mysterious vitamin injections. For many, only when all else fails do they go to a doctor, who may or may not be well prepared

Intanto, da Hong Kong, arriva la notizia del primo caso di febbre suina in Asia

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23 aprile 2009

Ma come sono permalosi questi messicani!

Politici e giornalisti messicani ultimamente non fanno che lamentarsi col mondo intero. Quando a marzo ‘Forbes’ incluse nella lista degli uomini più ricchi del mondo ‘El Chapo’ Guzman, il padrino del cartello di Sinaloa, Calderon lo visse come uno sgarro. Non servì a nulla fargli notare che vent’anni prima una cosa del genere era toccata anche ai colombiani, e con Escobar poi, settimo e non settecentesimo come ‘El Chapo’ stracciato anche dal nostro Michele Ferrero, quasi che spacciare Nutella sia più redditizio della cocaina. Una settimana fa Jorge Zermeno, l’ambasciatore messicano a Madrid, ha lanciato strali contro Burger King per uno spot destinato al mercato spagnolo i cui protagonisti sono (o meglio erano, visto che lo spot è stato ritirato) un cowboy lungagnone e un luchador messicano mascherato come El Santo, ma nanerottolo e sfigatello (immaginate Alvaro Vitali con un costume alla Superciuk). Secondo Zermeno, lo spot denigrava i messicani.

Alla Burger King hanno fatto finta di cadere dalle nuvole, ma c’è poco da fingere perché il loro sconcerto puzza di malafede lontano un miglio. In soli 33 secondi sono riusciti nell’impresa di pubblicizzare il loro junk food infarcendolo con secoli di stereotipi razzisti e facendo polpette di due reliquie del popolo messicano: la loro bandiera e il loro lottatore più carismatico. Bene ha fatto l’ambasciatore a cantargliele. Lunedì invece è stata la volta di Héctor Aguilar Camin, opinionista di ‘Milenio’, che anziché tuonare contro i macellai delle donne di Juarez se l’è presa con l’Economist, e più esattamente con uno dei suoi blog: ‘Gulliver’. L’Economist ha un po’ il vizietto di affibbiare ai paesi del terzo mondo l’etichetta di ‘The world’s most dangerous place’. L’ultima volta era toccato al Pakistan, adesso, con la complicità di una società di consulenze, la Risk Control, l’ha appiccicata sul Messico. Ma l’autore del blog ha frainteso i dati di uno degli analisti e a quel punto Aguilar Camin è sbottato: “México es un país enorme y heterogéneo donde hay muchísimas regiones seguras. Los 22.6 millones de turistas que visitaron México en 2008 no pueden estar equivocados? Cuántos turistas recibió Pakistán el año pasado?”. E concludeva il suo pezzo, così: “No faltan decapitados y hay periodistas amenazados por el narco, pero generalizar esa situación para describir lo que pasa en México equivale a pasarse unas noches en la sala de emergencia de la Cruz Roja y salir a contar la historia de una ciudad de atropellados y peatones perseguidos por los coches”. Che il blogger dell’Economist abbia preso fischi per fiaschi è vero ed è dimostrato da un’errata corrige ben visibile in coda al suo post, ma che l’orrore azteco in cui i narcos hanno fatto precipitare il Messico sia paragonabile a una notte in un pronto soccorso è una bestialità colossale. Un po’ come definire ‘Anno zero’ l’unica nota stonata del terremoto. Come se la Impregilo fosse un’azienda modello, come se la Protezione Civile in questi quattro mesi di sciame sismico avesse fatto appieno il suo dovere, come se il rispetto delle norme antisismiche fosse il fiore all’occhiello dell’edilizia italiana.

© Lorenzo Cairoli

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