Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'quello che adoro leggere'

24 febbraio 2010

Mi interessa ciò che è leggendario – ‘Voci’ di Frederic Prokosch

E’ leggendo Goffredo Parise che m’imbatto per la prima volta in Frederic Prokosch. Parise sta cercando di svelare al lettore i sofisticati congegni della prosa di Truman Capote, il finto casual di certi pezzi costruiti invece con un meticoloso e infinito lavoro di editing, l’arte, perchè d’arte si tratta, di ‘ritrarre’ con le parole anche solo appigliandosi a una frase, a una battuta, a un fatterello privo di importanza, ma che in mano a Capote diventa spina dorsale per costruirci intorno uno scheletro. (…un joke, un mot – scrive Arbasino)
Racconti-falene, questi di di Capote, appesi a un filo narrativo così evanescente che in mano ad altri non solo non decollerebbero mai, ma brucerebbero della loro inconsistenza. Scritti da lui invece diventano subito marchio di fabbrica, fiore all’occhiello di una prosa mozartiana. “Come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nell’espressione degli occhi perchè svela il carattere più che le altre parti del corpo – teorizza Capote – così mi concentro sui sintomi indicativi lasciando perdere le sequele dei fatti…”. E’ con questa tecnica che il pittore Capote ritrae mostri non rovinati, camaleonti, assassini reclusi nel Braccio della Morte, divi planetari come Brando e la Monroe, una donna delle pulizie a cinque dollari l’ora, George Gershwin in turné a Mosca, una vecchia signora del Connecticut che accatasta gatti morti nel surgelatore. Capote ricama e cesella, lima e smalta, lustra e rifinisce, e da bravo Paganini della semantica, come spesso amava definirsi, sforna ritratti dialogati che sfiorano la perfezione, splendidi gioielli d’orologeria che lasciano senza parole il lettore.

In questa analisi chirurgica Parise individua i riferimenti letterari a cui Capote attinge, Prokosch su tutti, e di Prokosch, ‘Voci‘. Prokosch è un altro raffinatissimo ritrattista con la parole e ‘Voci’ è la sua pinacoteca. Nella sua introduzione al Meridiano di Capote (Truman Capote e il suo mondo), anche Arbasino cita Prokosch insieme a Robert Mc Almon e Ned Rorem. Un caso? Lo stesso Chatwin resta abbagliato da Prokosch. Lo leggerà con acribia, facendo tesoro della sua arte di trasformare gli ‘altri’ in preziosi cammei. Basta leggere il pezzo in cui Chatwin incontra Junger: qui Prokosch è onnipresente, è come se abitasse in ogni pagina, in ogni paragrafo, in ogni parola del ritratto di Chatwin. Americano, di origine austriaca – suo padre insegnava letteratura tedesca alla Yale University – Prokosch fu baciato da un clamoroso successo fin dagli esordi. Tra i suoi estimatori Thomas Mann, Gore Vidal, André Gide e la Yourcenar che fece fuoco e fiamme per tradurre i suoi libri in Francia. Era un collezionista di farfalle e così come girava il mondo per catturarle, faceva altrettanto con gli scrittori del suo tempo, che inseguiva, pedinava, cacciava, infilzava sulla carta, trapassava nei suoi cammei, conservava. Nella sua collezione finirono Moravia e Malaparte, Gertrude Stein e Alice Toklas, Brecht e Robert Frost, Gide e Mann, Mario Praz e Chagall, Karen Blixen e Nabakov, Hemingway e Auden, Ezra Pound e Virgina Woolf, Colette e Joyce.
In ‘Voci’, libro che ho inseguito per anni, introvabile nelle biblioteche così come in quasi tutte le librerie, i cammei memorabili non si contano.

La Blixen la incontra a New York, è appena stata al Frick Museum per vedere i quadri di Fragonard e i Goya. “Mi interessa ciò che è leggendario” confida a Prokosch questa piccola signora scheletrica, con le labbra color sangue, il viso di un azzurro latteo e gli occhi fosforescenti in fondo alle orbite. Cena da Prokosch, rifiuta la tartare, assaggia distrattamente della lattuga e racconta storie africane, come quella volta che Finch-Hatton uccise un elefante e per sette lunghe notti il canto funebre degli elefanti fece vibrare la foresta. “Lei sapeva che un leone non guarda mai direttamente chi gli sta di fronte? Il leone guarda di là dalla persona per risparmiarle ogni senso d’imbarazzo. E arretra davanti alla luce sinistra dell’intelligenza umana”.

Virginia Woolf la incontra alla Hogarth Press seduta dietro a una cascata di bozze. Sembra Andromeda sullo scoglio mentre aspetta il salvatore. Gli hanno detto che somiglia, a ‘un nervo scoperto’, in realtà gli appare vulnerabile, dolorosamente fragile, ma anche piuttosto trasandata, avvizzita, sbiadita. Gli occhi hanno un bagliore notturno sotto le palpebre scure e danno alla sparuta gentilezza del viso ovale una grazia bizzarra, inaspettata e struggente. Prokosch al suo cospetto è goffo e impacciato, prova a parlare con lei di letteratura – Dostoevskij, Gogol’, Pirandello, lei lo gela lapidaria, affermando di non sentire nessuna affinità con Pirandello. E l‘Ulysses di Joyce? ” Un grandioso errore di calcolo. Una catastrofe. Un vero tracollo delle facoltà critiche”.

Curzio Malaparte che incontra a Capri nella sua splendida villa bianca sul ciglio di un precipizio rivolta verso i Faraglioni è un singolare e sinuoso personaggio, con la faccia più strana che ha mai visto come se una maschera fosse stata innestata su un viso profondamente e irrimediabilmente mutilato. Moravia lo incontra mentre è in spiaggia a prendere il sole. Lo ammira perchè in tutto quello che scrive c’è un’asciutta integrità, un serpeggiare di odio e disgusto per il genere umano. Moravia si asciuga il sudore dai capezzoli e esprime riserve su Hemingway. Alla pizzeria di Capri ‘Da Gemma’ (molti incontri di Prokosch avvengono a tavola) cena con Peggy Guggenhaim. Mentre da un grande forno a mattoni escono pizze fumanti che non sanno solo di acciughe, mozzarelle e olive, ma anche di vecchi mattoni affumicati, legna bruciata e di profondità marine, Prokosch è colpito dai capelli della Guggenhaim di un nero oleoso sconcertante e dal suo incantevole sorriso. Con T.S. Eliot beve Cynar a via Veneto perchè Eliot aveva sentito dire che faceva bene al fegato. In uno squallido bar della Third Avenue incontra invece Brecht che afferra boccali di birra con tozze dita da criminale. Ha il colletto listato di grasso e le unghie sporche, rutta cupamente e profetizza che Hitler finirà schiacciato come uno scarafaggio. A Marc Chagall, un solido ebreo con labbra pronunciate, naso bulboso, occhi diffidenti e l’aria di un maturo commerciante di tappeti rimasto intrappolato in un bagno turco, Prokosch recupera il portafoglio volato nell’acqua di Canal Grande. Per sdebitarsi Chagall gli disegna un gallo sul retro del menu del Bauer-Grunwald. Gide, Prokosch lo ‘colleziona’ a Parigi, dietro lo scrittoio, avvolto in una vestaglia di velluto rosso con la sua aria remota e gentile. Parlano di Whitman, Valery, Proust, Dostoevskij, Tolstoj, Conrad e Stalin. ” Era dietro a me ai funerali di Gor’kij. Aveva una bella faccia barbara, una faccia da zingaro assetato di sangue, e sembrava un po’ ubriaco. Di vodka, forse, ma poteva anche dipendere dal profumo della sua ferocia interna”.

‘Voci‘ è una pinacoteca di una bellezza inaudita. Lo pubblica Adelphi, splendidamente tradotto da Gilberto Forti, costa 20 euro e apre e chiude solo quando sta bene a voi.

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27 novembre 2009

Shashank Bengali – Dimenticare Nairobi

‘Somewhere in Africa’ il blog di Shashank Bengali è da anni un formidabile osservatorio su tutto ciò che accade nel continente africano. Ma la crisi che sta divorando l’industria dell’informazione americana su carta ha travolto anche l’editore di Bengali (Mc Clatchy) che ha chiuso la sede di Nairobi e richiamato in America il suo corrispondente. Nel suo ultimo post da Nairobi, Bengali scrive:

Media companies have to justify every scarce dollar they spend these days, and with the Obama administration waging two wars there’s no question where we must put our resources for now.
So our Africa bureau is going dark. Other American newspapers, too, are closing bureaus on the continent or leaving postings unfilled. It is the unfortunate reality of the moment. But while nothing can quite replace independent, unbiased reporting by professional journalists, we must be honest that there’s no shortage of news out of Africa. Just glance at the blogroll to the right, or head over to Twitter, where a vibrant community of Africans and foreigners are reporting and debating everything from economics to soccer results to ICC cases.

Tutti i corrispondenti dall’Africa hanno visto press’a poco le stesse cose, ma pochi soltanto, come Shashank, sapevano renderle così uniche e speciali. Era un gran bel ago di bussola. Mi mancherà moltissimo.

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24 ottobre 2009

“La società è multietnica, il resto è terzo reich”.

(Mariuccia Ciotta su ‘Up’, Il Manifesto)

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9 ottobre 2009

Disposizioni fiscali per incentivare la figura dei ‘nonna e nonno vigile’. Preparazione, confezionamento e distribuzione dei prodotti ortofrutticoli di quarta gamma. Disciplina dello sport di cittadinanza. Istituzione dell’albo dei consulenti filosofici – Sembrano provocazioni di Flaiano, scampoli di monologhi di Paolo Rossi, refrain demenziali di Elio e le Storie Tese e invece sono le proposte di legge più pazze approdate in Parlamento nel 2009

L’avvocato Silvio Boccalatte dell’Istituto Bruno Leoni ha raccolto tutte le leggi più folli approdate in Parlamento negli ultimi 365 giorni di attività. Era dai tempi di Flaiano che un testo non mi divertiva tanto. Molto più obliquo ed efficace di ‘Videocracy’ nel raccontare l’Italia colonizzata e devastata dal regime dei berluscones.

Ora è però giunto il momento di cessare di guardare al passato e di rivolgersi, invece, al futuro con fiducia: la fantasia dei nostri rappresentanti, infatti, non ha confini e qui di seguito ne potremo vedere alcuni fulgidi esempi.
Una tendenza appare subito chiarissima, limpida come il sole: i continui inviti a dere­golamentare sono stati pienamente assimilati dai parlamentari e la strada delle libe­ralizzazioni è ormai unanimemente riconosciuta come l’unica in grado di traghettare l’Italia fuori dalla crisi economica. Per questo motivo in 12 mesi sono state presentate proposte per l’istituzione di ben diciannove tra nuovi ordini, albi, collegi e chi più ne ha più ne metta: si va dalla “professione di sociologo” (C-2631) all’“istruttore subac­queo e guida subacquea” (C-2509, ma sullo stesso argomento si vedano anche i pro­getti C-2369 e C-344), dall’erborista (S-1583) al “costruttore edile nel settore privato” (C-2398, C-2313, C-2306, C-1926), dai “periti assicurativi” (C-2601) ai “mediatori inter­culturali” (C-2138), dalla “attività professionale agromeccanica” (C-2572) al registro de­gli “amministratori immobiliari” (C-2515), passando per un nugolo di nuove professioni mediche (“intensivista”, C-2285, “optometrista”, C-2171, “tecnico iperbarico”, C-2000, “esperto in medicina manuale-vertebrale”, S-1207, “senologo”, C-2286).
Di alcuni albi e ordini, però, si sentiva il bisogno più di altri: ci si riferisce, in primo luogo, all’Albo dei “radiodiffusori di informazione e cultura italiana all’estero” (C-1537), ma, in particolare dell’“Albo delle città d’arte e del Fondo per le città d’arte” (S-1415). Purtroppo sul sito del Senato non è presente il testo di questa proposta e non mi è quindi possibile rispondere alla domanda che ci si pone davanti a un simile progetto di legge: quante opere artistiche devono essere presenti per fare in modo che una città entri in questo fantomatico albo d’oro (zecchino, immagino)? Un castello vale più di un porticato medievale? E una fortezza semi diroccata va contata più di una necropoli etru­sca? In attesa di risolvere il mistero potremmo consolarci con un bel massaggio shiatsu, giusto il tempo per imbatterci in un fiammante progetto di legge finalizzato a istituire la “figura professionale di ‘operatore shiatsu’” (S-1243): evidentemente migliaia di anni di saggezza orientale non hanno particolare valore davanti all’ansia di tutelare la pro­fessionalità che, come un fuoco sacro, pervade i nostri augusti legislatori

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5 ottobre 2009

La sete di Bukowski

Tempo fa, in un forum si parlò della sete di Bukowski, del suo ciclopico alcolismo e del suo essere inquietante. Io intervenni.

Più che Bukowski, inquietante era la sua agiografia e il mito in cui si era invischiato; Bukowski era schiavo di Bukowski come Connery di Bond, e soprattutto l’ultimo Bukowski col Bukowski di ‘Compagni di sbronze’ non era neppure lontano parente. La sua carriera di biblico bevitore si era interrotta a quarant’anni dopo una delicatissima operazione al fegato; beveva ancora ma con una moderazione che il suo Chinaski non conobbe mai, neppure negli ultimi libri.
Permise quasi sempre alle processioni di studenti che lo avevano letto e mandato a memoria di irrompere in casa sua a qualunque ora del giorno, a patto che entrando consegnassero a Linda tutta la bumba che gli avevano portato in dono e tutti quei cartoni di birra, tutte quelle tintinnanti bottiglie di vino rosso, tutti quei whisky al doppio malto. Linda li allineava sulle mensole, come si fa al Divino Amore coi cuori votivi.
Ma il vecchio Hank di tutto quell’alcol non sapeva più che farsene. Il frigo era pieno di succhi di mirtillo per gli astemi, ma anche per lui quando voleva far credere di bere in compagnia ma non se la sentiva.
Fernanda Pivano, che lo conobbe bene, racconta che era sempre di una disponibilità squisita: in un’intervista di tre ore non un momento di stanchezza, il fastidio ben simulato dalla maschera sorridente, la voce mai alzata. Quando Linda preparò la cena, Bukowski apparecchiò la tavola. E al momento dei saluti, il suo commiato fu gentilissimo.
Hank le baciò la mano come un gentiluomo vittoriano, le offrì una rosa staccandola dalla siepe che costeggiava la porta di casa e mentre la macchina si metteva in moto agitò la mano sorridendo e gli gridò “ Scrivi qualcosa di carino”.
Anni dopo – scrive la Pivano – un giornalista, chiamiamolo così, di ‘Playmen’, era andato da Roma fino alla, diciamo villa prefabbricata supercaliforniana, e aveva chiesto a Bukowski se era vero che offriva una rosa e faceva il baciamano a una signora italiana. Il caro dolcissimo Hank si era insaccato la testa tra le spalle e gli aveva detto con la voce di quando non era contento
” E’ venuta una gentile signora che ha fatto tanto per noi americani. Cosa volevate che le facessi ? Che la stuprassi ? “

Per saperne di più:
Ben Gazzara – ‘Bukowski? Il suo viso mi ricordava le foto che gli astronauti scattano alla superficie lunare”

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25 settembre 2009

Assaggiando Chatwin

A parte le oltre 400 pagine di ‘Che ci faccio qui?‘ i libri di Chatwin non sono voluminosi, non danno l’idea di ‘tomi’, dunque non atterriscono il lettore occasionale. La prosa di Chatwin è agile ed essenziale come le sahariane che sovente indossava, usa con parsimonia le metafore, le sue descrizioni incantano per rigore ed esattezza soprattutto quando si tratta di colori: si pensi al racconto ‘Latte’ (da ‘Anatomia dell’irrequietezza’), al caldo colore dorato della zucca, alle vesti di cotone indaco, al blu degli abiti che si stinge sulla pelle bruna, alla corteccia arancione o verde chiaro degli alberi, alle strade rosse di laterite, ai termitai inzaccherati di bianco dagli avvoltoi.
La sua prosa non ‘pesa’ mai , è come se ogni rigo di quello che scrive passasse ripetutamente al setaccio e nei libri finissero solo le parole veramente necessarie. “Vorrei dar da mangiare alle parole nel palmo della mano” sognava Jules Renard. Nel palmo della mano di Chatwin, le parole becchettano avidamente.
La sua acribia è divenuta oggetto di studio, la disinvoltura con cui mescola archeologia a cucina francese, porcellane di Dresda a geomanti cinesi, aneddoti di set cinematografici a ragazzi-lupo indiani, ammalia.
‘Anatomia dell’irrequietezza’, 214 pagine pubblicate da Adelphi (come tutti i suoi libri del resto), si apre con il delizioso ‘Ho sempre desiderato andare in Patagonia’, un pezzo autobiografico che mi ha ricordato per ritmo, ironia, ricordi graffianti quel bel film di John Boorman ‘Anni 40′.
Comincia così:
“Bruce è un nome di cane in Inghilterra ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi. L’etimologia di Chatwin è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone ‘chette-wynde’ voleva dire ’sentiero tortuoso’”.
I suoi primi ricordi risalgono al 1942 e sono ricordi di mare. Aveva due anni. “Stavamo con la nonna in certe camere ammobiliate sul lungomare, a Filley, nello Yorkshire. Di là dal mare, mi dicevano, c’era la Germania. Mio padre era via, in mare, a combattere i tedeschi”.
Chatwin cresce con la guerra. “Al crepuscolo la nonna tirava sulla finestra la tendina di oscuramento e si chinava su una bruna radio di bachelite ad ascoltare il notiziario della BBC. Una sera una voce di basso annunciò che avevamo ottenuto una grande vittoria. Per festeggiare la battaglia di El Alamein la mamma e la nonna ballarono per la stanza il saltarello scozzese, e io ballai con le calze di mia nonna”.
La sua salute è spesso cagionevole. Si trasferiscono a Birminghan e lì, una mattina “mentre avevo il morbillo, mia madre salì le scale di corsa col giornale e annunciò giubilante che il Giappone si era arreso e papà sarebbe tornato a casa. Guardai la foto della nube a fungo e capii che era accaduta una cosa tremenda”.
Bruce cresce. I suoi compagni di giochi sono un cammello di legno di nome Laura, che suo padre comprò in un bazar del Cairo, una conchiglia delle Indie Occidentali ribattezzata Mona, nella cui splendida bocca rosata tratteneva il brusìo del mare e ‘The Fisherman’s Saint’, un libro che narrava le gesta missionarie di Sir Wilfred Grenfell sulle gelide coste del Labrador.

Il suo primo lavoro risale al 1944. Portava i soldati americani a visitare la tomba di Shakespeare a Stratford-on-Avon. Per ogni giro, chiedeva tre pence.
In collegio aveva la mania degli atlanti, ma i suoi compagni non avevano una mania per lui: veniva regolarmente messo al bando per le storie incredibili che raccontava. A tredici anni andò da solo in Svezia. Nel dicembre del 1958 cominciò a lavorare come inserviente da Sotheby, casa d’aste di oggetti d’arte in Bond Street, con una paga di sei sterline a settimana.

Annota che si erudì sulla ceramica cinese e la scultura africana e che provava un gusto particolare nel dire alle persone che i loro quadri erano falsi.
Lavorando per Sotheby scopre un meraviglioso Gauguin tahitiano in un fatiscente castello scozzese, ingaggia una memorabile conversazione con André Breton sulle slot-machines dei casinò di Reno, trascorre un pomeriggio nello studio di Georges Braque mentre lui dipinge un uccello in volo con un berretto bianco di tweed e una sciarpa di chiffon lilla. Passa le vacanze estive in Afghanistan, poi decide di inoltrarsi in Sudan. Attraversa a piedi e in cammello i monti del Mar Rosso, scopre inedite pitture rupestri insieme alla sua guida nomade, un valoroso hadendoa armato di spada che amava ungersi gli ispidi capelli col grasso fetido delle capre.
Chatwin senza saperlo è già entrato nel mito. E le generazioni future sogneranno sui resoconti dei suoi viaggi.

Chatwin da formidabile viaggiatore sapeva adattarsi a tutto e aveva imparato a mangiare di tutto.
A Loulou Falaise giurò d’aver mangiato un uovo cinese marcio che aveva mille anni. Era amico di Susan Sontag perché era la sola che accettasse di mangiare con lui a Chinatown un ‘hakka’: intestini fritti e unghie. Ma era anche un raffinato gourmet e un inguaribile francofilo. Se mai vi capitasse di leggere ‘Anatomia’, non perdetevi il racconto ‘Le attrattive della Francia’.
Nel deserto del Senegal gli americani hanno sostituito una vecchia miniera francese andata in malora con un moderno impianto di frantumazione. L’uomo che ha il compito non invidiabile di contentare i tecnici minerari francesi nel deserto e gli azionisti americani tenendo bassi i costi, è un maggiore dell’esercito inglese in pensione. Memorabile ed esilarante la scena in cui Chatwin accompagna il maggiore in mensa e lì assiste a un contenzioso tra il militare e un tecnico francese che si lamenta perché il suo camembert è troppo duro.
In ‘Che ci faccio qui?’ Chatwin racconta di un banchetto uzbeko offertogli a Mosca dall’eminente archeologo George Ortiz. L’unica portata consisteva in un agnello farcito di riso, albicocche e spezie.
Nel toccante ‘Lamento per l’Afghanistan’ ricorda invece con struggente nostalgia il pane rustico, caldo e amaro, il tè verde speziato col cardamomo, e l’uva che faceva raffreddare nella neve.
E qua e là si legge ancora dei bergamotti del Volga, del pollo con akassas degustato ad Accra, di due templi della ristorazione parigina come il Prunier e la Tour d’Argent.
Nel racconto ‘Un colpo di stato’ Chatwin è in Benin, si appresta a varcare il confine col vicinissimo Togo per andare a vedere una partita di calcio, ma proprio in quel mentre scoppia un colpo di stato e Chatwin, scambiato dai militari insorti per un mercenario, viene arrestato. Mentre annota che “No, non era questa la mia Africa, non questa fatta di pioggia e frutta marcia, non questa Africa fatta di sangue e massacri”, mentre l’ira e la violenza dei suoi secondini si fa intollerabile, il caporale agita il suo fucile e tutti si preparano al peggio, irrealmente Chatwin non trova di meglio che concentrarsi sul muro, dove ogni frammento di pula gli riporta in mente qualche ricordo chiaro e specifico di cose da mangiare o da bere.

“Nella Svezia centrale c’era un lago, e in mezzo al lago un’isola sulla quale nidificavano i falchi pescatori. Il primo giorno della stagione dei gamberi vogammo fino alla capanna del pescatore e tornammo indietro portando a strascico, dentro la rete, circa centocinquanta gamberi. Quella sera i gamberi uscirono dalla cucina ed entrarono nel soggiorno, una montagna scarlatta coperta d’aneto. La luce del sole nordico rimbalzava dal lago dentro la stanza di un bianco abbagliante. Bevemmo un aktavit in bicchierini piccoli come ditali e concludemmo il pasto con una torta di lamponi. Sentivo ancora il sapore delle sardine alla griglia che avevamo mangiato sul quai di Douarnenez e rivedevo mio padre che dava una dimostrazione di come suo padre mangiava le sardine à la Mordecai: prendeva per la coda una sardina viva e la inghiottiva. Oppure le anguille filiformi che avevamo gustato a Madrid, fritte nell’olio con aglio e mezzo peperoncino rosso. Era un freddo mattino di primavera, e avevamo passato due ore al Prado, a contemplare i Velasquez, abbracciandoci tra noi perché era così bello essere vivi: avevamo disdetto le nostre prenotazioni per un aereo che era precipitato. O le aragoste comprate a Cape Split Harbour, nel Maine. Nella baracca sul molo, in una bacheca per gli avvisi, era affisso un biglietto in cui una vedova ringraziava gli amici del marito per le loro offerte e pregava, pregava il Signore che, quando dovevano alare le nasse, fossero ben legati alla barca…”

Curiosamente la situazione si ripete in ‘Utz‘. Il protagonista, Kaspar Utz, ricco praghese di origine tedesca e leggendario collezionista di porcellane Meissen, racconta che “il giorno che la Gestapo lo aveva interrogato non era riuscito a concentrarsi sulle astrazioni della morte o della deportazione, ma solo sul ricordo di un eccezionale piatto di haricots verts che aveva mangiato in Provenza, in un ristorante su una strada bianca”.
‘Utz’ supera a malapena le cento pagine. Più che un romanzo ha il respiro di un racconto lungo, ha per trama uno stelo, ma contiene alcune delle più belle pagine scritte dal suo autore.
I protagonisti spesso si ritrovano al ristorante Pstruh – che in ceco significa trota – una reliquia degli anni trenta, sotto un portico dalle parti di Piazza Venceslao con un arredo da era delle macchine, in cromo, specchi e cuoio. Dal soffitto pende un modellino di galeone, con le vele di pergamena rigonfie e frotte di trote, rosee, picchiettate, col ventre scintillante alla luce del neon, nuotano dentro un acquario che occupa gran parte di una parete.
È un libro ispirato a una storia vera, un amouse-bouche letterario, forse il primo esempio di un nuovo genere letterario la ‘narrativa-gourmet’, che in poco più di cento pagine stappa vini che sanno di foglie di vite e mandorle, combina alchimisti che diventano vasai con cronisti francesi sulle tracce di terroristi peruviani, accosta accanite discussioni sui meriti e i demeriti di un Alaska, di una ile flottante o di una omelette norvégienne, a Golem e rabbini, a cigni di Meissen e a paleontologi col pallino delle mosche.

A ventisei anni, l’inserviente Bruce Chatwin della casa d’aste Sotheby in Bond Street ne divenne il direttore, ma visto che, come annotava Anatole France, “far collezione di oggetti è una buona cosa, ma far passeggiate è meglio”, presto Chatwin si stancò anche di Sotheby. Ebbe un assistente, David Nash, con uno curriculum vitae più delirante di una gag dei Monty Phyton: prima di entrare da Sotheby aveva fatto il becchino al cimitero di Wimbledon e l’elettricista al manicomio di Horton.
Tenne anche, per un breve periodo, in una valigia accanto al calorifero del suo ufficio un pitone reale, bianco e nero come la tastiera di un pianoforte. Quando, in partenza per Parigi, chiese alla sua segretaria se poteva tenerlo per il week-end, lei si rifiutò, inorridita, e lui, al grido di “piccola debuttante dispettosa!”, le tirò una copia del Dizionario degli artisti di Benizèit alla tempia, facendole un occhio nero. Chatwin, pentito, le portò in dono da Parigi un foulard di Hermès e le raccontò di aver fatto passare la dogana al pitone nascondendolo sotto la camicia e la giacca. Lo nutriva con topolini bianchi. Vivi, è ovvio.
Françoise Sagan, invitata a cena da Chatwin, per tutta la serata non riuscì a staccare gli occhi da quei topolini. Inorridita dalla fine che li attendeva, li nascose nella borsetta e in seguito li liberò al ristorante La Coupole, scatenando buffe reazioni.

Il suo primo libro ‘In Patagonia’ fu pubblicato nel 1977, l’ultimo – postumo – nel 1998 ‘Sentieri tortuosi’.
Chatwin morì il 19 gennaio del 1989 a Nizza.
Il 14 febbraio, nella cattedrale greca di Santa Sofia a Bayswater ebbe luogo una cerimonia commemorativa. Tra i presenti, Salman Rushdie, grande amico di Chatwin. Ascoltò i salmi insieme a Paul Theroux e Martin Amis. Fu la sua ultima apparizione da uomo libero. Alle 10.30 di quella stessa mattina, una reporter della BBC lo informò che l’ayatollah Khomeini lo aveva condannato a morte.
Le ceneri di Chatwin furono portate da sua moglie Elizabeth in Grecia, a Kardamyli, in uno dei luoghi prediletti dallo scrittore: la cappella bizantina in rovina dedicata a San Nicola in Chora.

© Lorenzo Cairoli

Per saperne di più:

Vorrei che tu fossi qui
L’eredità di Chatwin
pubblicati entrambi sull’Arena, Bresciaoggi e ‘Il Giornale di Vicenza’ il 24 aprile 2007

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10 luglio 2009

Scandinavian Crime Wave – Why the most peaceful people on earth write the greatest homicide thrillers?

Bella domanda. Ma che vi aspettavate? Che ci rifilassero Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe per tutta la vita?

Fortunately, more people are murdered every year in the pages of Scandinavian crime novels than are murdered in Scandinavia itself. The homicide rates in Scandinavian countries are among the lowest on the planet. This year, the Global Peace Index ranked Denmark and Norway the second and third most peaceful countries. Sweden came in 13th. The Nordic countries also consistently rank as the happiest countries in the world. It is not surprising to observe a trend of Chinese novels about Communist oppression or Ugandan novels about child soldiers. But Scandinavian homicide fiction? Why do such peace-loving societies produce internationally best-selling authors like Mankell, Nesbø, Karin Fossum, and Håkan Nesser? How to explain Stieg Larsson, author of The Girl With the Dragon Tattoo, who was the second-best-selling author in the world last year?

P.S. L’articolo di Nathaniel Rich è piacevole e brillante ma la sua analisi della ‘Scandinavian Crime Wave’ è clamorosamente monca. Cita Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Mankell, Nesbø, Karin Fossum, Håkan Nesser, Peter Høeg e Stieg Larsson, ma si perde per strada il più talentuoso di tutti, John Ajvide Lindqvist. Un po’ come raccontare il reggae giamaicano e dimenticarsi di Bob Marley o di Peter Tosh.

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9 luglio 2009

“Death, torture and prison are part of daily life for the youth of Iran” (Marjane Satrapi)

Per chi ancora non ha capito bene cosa sia accaduto in Iran, per chi ne vuol sapere di più, per chi vuol capire cosa accadrà in questo paese il giorno in cui i riflettori della curiosità del mondo si spegneranno, da martedì è in edicola lo ‘Speciale Iran’ di Limes.

Volendo schematizzare, lo scontro odierno vede opposte due fazioni principali. Da una parte la maggioranza del clero composto dai centristi vicini a Rafsanjani (gli ayatollah Javadi Amoli, Amini, Ostadi, Bayat Zanjani), dagli ayatollah illuminati e di sinistra (Montazeri, Taheri, Sanei, Mousavi Tabrizi, Mousavi Bojnurdi), dagli islamisti provenienti dagli ambienti universitari allievi di Khomeini, Taleghani, Bazargan e Shariati di formazione francese (come Mousavi stesso, ma, soprattutto, la moglie Zahra Rahnavard). A questi si aggiunge il partito Mosharekat, Majma’-e Rohaniyun e altri partiti riformisti, sostenuti dal mondo del lavoro e della cultura, dalle minoranze, dalle donne, dai giovani e dall’opposizione democratica erede di Mossadegh. E ancora i nazionalisti e i partiti delle minoranze etnico-confessionali: tutti concordi nel rispetto per il diritto internazionale e di cittadinanza e favorevoli a una maggiore apertura nei confronti dell’Occidente, sopratutto dell’Europa.

Dall’altra parte gli islamisti irriducibili, i pasdaran formatisi durante la guerra con l’Irak, che controllano il complesso militar-industriale, le varie sfere della vita economica (come le fondazioni che non pagano tasse e rendono conto solo a Guida Suprema Rahbar) e vari traffici illeciti, con cui alimentano le strutture di sicurezza e la milizia basiji (6-7 milioni di paramilitari con forte presenza sul territorio). Con il governo Ahmadinejad, molti pasdaran sono diventati governatori di varie regioni e province ed, assieme agli ambienti di sicurezza sostenuti dall’ala tradizional-letteralista del clero (Mesbah Yazdi, Mohammad Yazdi, Mahdavi Kani, Ahmad Khatami), costituiscono il famoso “Partito della caserma”. Appoggiati sul piano internazionale dalla Russia e dalla nomenclatura cinese, mirano a rafforzare il regime sul piano interno e a cercare lo scontro sul piano esterno, per cementare ulteriormente il proprio potere.

Sul piano sociale, parlare di islamisti radicali seguaci di Ahmadinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione è approssimativo e fuorviante. Nelle elezioni, i maggiori sindacati si sono schierati con i riformisti e con Mousavi, tant’è che vari leader sindacali (tra cui Mansur Osanloo) e responsabili di associazioni di categoria sono in carcere. La presidenza di Ahmadi-Nejad, caratterizzata da nepotismo e malgoverno, ha alimentato l’inflazione, rendendo la vita difficile alle categorie meno abbienti.

In realtà, secondo i riformisti i “seguaci poveri di Ahmadinejad” sarebbero gli immigrati provenienti dalle aree rurali, che risiedono nelle cinture di grandi città come Tehran, sono tagliati fuori dai servizi e dall’istruzione pubblica e, per effetto delle devastanti politiche economiche, si sono trasformati in un esercito di disperati senza lavoro, facilmente arruolabili dalle squadracce che attaccano manifestazioni sindacali, lavoratori, operai, donne, giovani, intellettuali, giornalisti, insegnanti. Nessuno può negare (almeno fino alle ultime elezioni), però, l’esistenza di uno zoccolo duro, di una base elettorale dei conservatori che votano per ragioni confessionali e non supererebbero comunque il 15% di voti.

Parlare di teocrazia per l’Iran, poi, è corretto solo su un piano formale, in quanto il clero sciita, in considerazione degli stretti e capillari legami con le aree sociali, è lo specchio della società ed al suo interno è diviso. A fronte degli irriducibili, che controllano gran parte dell’economia e hanno in Ahmadi-Nejad il loro portavoce, vi è il clero moderato, di gran lunga maggioritario.

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5 luglio 2009

Perchè l’Iran diventi come la Russia del 1991 e non come la Cina del 1989 – Highlights da Teheran

Per la prima volta, da tre settimane, ieri non ho postato nulla che avesse a che fare con l’Iran. Nè un accenno di highlights, nè un brandello di maratona, niente diretta, niente news from Teheran. I twitter continuano a cinguettare, ma ieri non ho letto nulla che potesse interessarvi – vi avrebbe cambiato la vita sapere che a Laleh Park hanno arrestato l’attivista Zeynab Peyghambarzadeh? Le notizie che arrivano dalla rete si possono dividere in due filoni: quello carcerario e quello politico. Quello carcerario è un bollettino aggiornato continuamente: chi entra, chi esce, chi resta nella carceri iraniane. A margine ci sono gli appelli accorati e la preoccupazione dei familiari per le condizioni di salute dei loro cari detenuti e la sorte ancora nebulosa di altri che da troppo tempo non danno notizie. Dove sono? Che fine hanno fatto? Perchè mancano all’appello? Poi, c’è il filone politico. La Rivoluzione è sulla difensiva, per non dire in ritirata. Mousavi è dal 18 giugno che non compare più in pubblico. Il 28 giugno era atteso alla Moschea di Ghoba. Ha telefonato dicendo che era bloccato nel traffico, così Karoubi gli ha rubato la scena. Anche ieri, a incontrare una delegazione di parenti dei detenuti non c’è andato Mousavi ma Karoubi. Mousavi fa opposizione su Facebook, Karoubi mescolandosi tra la gente. Charles Krauthammer, sul ‘Washington Post’, teorizzava che adesso agli iraniani servirebbe un leader alla Eltsin, uno che salga su un carrarmato ad arringare la folla, puntando l’indice contro il regime e mettendo pressione su Khamanei perché l’Iran diventi come la Russia del 1991 e non come la Cina del 1989. Mousavi da quasi tre settimane sale solo sui carrarmati dei social networks ed è a un bivio: tornare indietro è impossibile. Per lui come per i suoi nemici. Deve guardarsi dai falchi del regime che stanno lavorando alacremente per inchiodarlo. Una volta che avranno raccolto tutte le prove della sua sedizione, a Mousavi resteranno due sole alternative: il carcere duro o l’impiccagione. Neanche Khamenei può tornare indietro: una Guida Suprema non può ammettere d’aver sbagliato, azzererebbe il suo carisma e metterebbe fine al suo regno. Infine, c’è quello spietato fanatico di Ahmadinejad. Prima di lanciarsi in politica, si guadagnò una lugubre fama di boia e carceriere. A Evin era soprannomimato ‘the man of a thousand bullets’: si vantava di aver inferto il colpo di grazia a più di mille detenuti, di averli finiti personalmente con un colpo di pistola alla tempia. Un piacere che si guardava bene dal delegare alle guardie. Ahmadinejad odia Mousavi e la sua famiglia. Nessuno ha dimenticato il drammatico faccia faccia elettorale con Mousavi negli studi della Irib, dove ha disonorato sua moglie accusandola di millantare un dottorato mai conseguito. Ahmadinejad non vuole la sconfitta di Mousavi, vuole infliggergli il colpo di grazia. Domani inizia l’attesissimo etekaf, lo sciopero islamico, che scioglierà molti dubbi sullo stato di salute di questa rivoluzione. Intanto, di notte, tutti i tetti dell’Iran inneggiano alla grandezza di Allah. Come trent’anni fa, con la differenza che allora la Guida Suprema era un ayatollah laico, lo Scià Reza Pahlavi. Questi canti che scuotono l’oscurità di Teheran, Shiraz, Tabriz, Isfahan e di tante altre città iraniane, cominciano alle dieci di sera e non cessano fino all’alba. Una spina nel fianco del regime; ne scriveva ieri anche il ‘Los Angeles Times’. La polizia ha provato a zittirli con la violenza e le intimidazioni, con i raid notturni dei basiji e con gli arresti. Ma invece di zittirli li ha moltiplicati. Del resto, in questi anni, e soprattutto durante i quattro sciagurati anni di presidenza Ahmadinejad, gli iraniani hanno appreso tutte le tecniche di disobbedienza al regime. Narrava Azadeh Moaveni nel suo bel libro ‘Honeymoon in Tehran’ - che vi consiglio caldamente di leggere – che quando scoppiò il caso delle caricature di Maometto pubblicate dal quotidiano danese ‘Jyllands-Posten’, il regime vietò ai pasticceri di Teheran la parola ‘danese’. In Iran, i dolci danesi sono molto popolari. Di punto in bianco, i pasticceri si videro costretti a cambiargli nome e così i ‘Danish pastries’ si trasformarono ne ‘le rose del profeta Muhammad’. Nonostante questo e con buona pace di Maometto, scrive la Moaveni, gli iraniani continuarono a rimpinzarsi placidamente dei loro dolci preferiti. Con piacere infinito e senza nessun senso di colpa.

© Lorenzo Cairoli

Aiutate questo blog a informare e a proseguire le dirette da Teheran. Aiutatelo, così. Grazie

17.45 Due ore fa, quasi in contemporanea con la pubblicazione di questo articolo, la lietissima notizia della liberazione di Zeynab Peyghambarzadeh.

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29 maggio 2009

Editto bulgaro anche per il Nobel Saramago

Distratti dalla telenovela-Papi, molti non si sono accorti di questa notizia. Einaudi, che dal 1994 è una dei tanti mandarinati di Berlusconi, non pubblicherà l’ultimo libro di Josè Saramago perché lo scrittore portoghese ha rifiutato di censurare alcuni passi di «O caderno», uscito in aprile in Portogallo e l’altro ieri in Spagna. Lo ha spiegato ieri ‘L’Unità’. I passi incriminati contengono giudizi a dir poco trincianti su Berlusconi.

Per chi non lo sapesse, Saramago ha un blog che aggiorna costantemente in cui spesso scrive di quello che accade in Italia. Due settimane fa, con Berlusconi è stato più trinciante del solito.

La Historia de Italia sorprende a cualquiera. Es un extensísimo rosario de genios, pintores, escultores o arquitectos, músicos o filósofos, escritores o poetas, iluminadores o artífices, un no acabar de gente sublime que representa lo mejor que la humanidad ha pensado, imaginado, hecho. Nunca le faltarán catilinas de mayor o menor envergadura, pero de eso ningún país está exento, es lepra que a todos nos toca. El Catilina de hoy, en Italia, se llama Berlusconi. No necesita asaltar el poder porque ya es suyo, tiene suficiente dinero para comprar todos los cómplices que sean necesarios, incluyendo jueces, diputados y senadores. Ha conseguido la proeza de dividir la población de Italia en dos partes: los que les gustaría ser como él y los que ya lo son. Ahora promueve la aprobación de leyes absolutamente discriminatorias contra la emigración ilegal, saca patrullas de ciudadanos para colaborar con la policía en la represión física de los emigrantes sin papeles y, colmo de los colmos, prohíbe que los niños de padres emigrantes sean inscritas en el registro civil. Catilina, el Catilina histórico, no lo haría mejor.
Dije antes que la Historia de Italia sorprende a cualquiera. Sorprende, por ejemplo, que ninguna voz italiana (al menos que yo sepa) haya retomado, con una ligera adaptación, las palabras de Cicerón: “¿Hasta cuando, Berlusconi, abusarás de nuestra paciencia?” Experiméntese, puede ocurrir que dé resultado y que, por esta u otra razón, Italia vuelva a sorprendernos.

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