Mi interessa ciò che è leggendario – ‘Voci’ di Frederic Prokosch

E’ leggendo Goffredo Parise che m’imbatto per la prima volta in Frederic Prokosch. Parise sta cercando di svelare al lettore i sofisticati congegni della prosa di Truman Capote, il finto casual di certi pezzi costruiti invece con un meticoloso e infinito lavoro di editing, l’arte, perchè d’arte si tratta, di ‘ritrarre’ con le parole anche solo appigliandosi a una frase, a una battuta, a un fatterello privo di importanza, ma che in mano a Capote diventa spina dorsale per costruirci intorno uno scheletro. (…un joke, un mot – scrive Arbasino)
Racconti-falene, questi di di Capote, appesi a un filo narrativo così evanescente che in mano ad altri non solo non decollerebbero mai, ma brucerebbero della loro inconsistenza. Scritti da lui invece diventano subito marchio di fabbrica, fiore all’occhiello di una prosa mozartiana. “Come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nell’espressione degli occhi perchè svela il carattere più che le altre parti del corpo – teorizza Capote – così mi concentro sui sintomi indicativi lasciando perdere le sequele dei fatti…”. E’ con questa tecnica che il pittore Capote ritrae mostri non rovinati, camaleonti, assassini reclusi nel Braccio della Morte, divi planetari come Brando e la Monroe, una donna delle pulizie a cinque dollari l’ora, George Gershwin in turné a Mosca, una vecchia signora del Connecticut che accatasta gatti morti nel surgelatore. Capote ricama e cesella, lima e smalta, lustra e rifinisce, e da bravo Paganini della semantica, come spesso amava definirsi, sforna ritratti dialogati che sfiorano la perfezione, splendidi gioielli d’orologeria che lasciano senza parole il lettore.
In questa analisi chirurgica Parise individua i riferimenti letterari a cui Capote attinge, Prokosch su tutti, e di Prokosch, ‘Voci‘. Prokosch è un altro raffinatissimo ritrattista con la parole e ‘Voci’ è la sua pinacoteca. Nella sua introduzione al Meridiano di Capote (Truman Capote e il suo mondo), anche Arbasino cita Prokosch insieme a Robert Mc Almon e Ned Rorem. Un caso? Lo stesso Chatwin resta abbagliato da Prokosch. Lo leggerà con acribia, facendo tesoro della sua arte di trasformare gli ‘altri’ in preziosi cammei. Basta leggere il pezzo in cui Chatwin incontra Junger: qui Prokosch è onnipresente, è come se abitasse in ogni pagina, in ogni paragrafo, in ogni parola del ritratto di Chatwin. Americano, di origine austriaca – suo padre insegnava letteratura tedesca alla Yale University – Prokosch fu baciato da un clamoroso successo fin dagli esordi. Tra i suoi estimatori Thomas Mann, Gore Vidal, André Gide e la Yourcenar che fece fuoco e fiamme per tradurre i suoi libri in Francia. Era un collezionista di farfalle e così come girava il mondo per catturarle, faceva altrettanto con gli scrittori del suo tempo, che inseguiva, pedinava, cacciava, infilzava sulla carta, trapassava nei suoi cammei, conservava. Nella sua collezione finirono Moravia e Malaparte, Gertrude Stein e Alice Toklas, Brecht e Robert Frost, Gide e Mann, Mario Praz e Chagall, Karen Blixen e Nabakov, Hemingway e Auden, Ezra Pound e Virgina Woolf, Colette e Joyce.
In ‘Voci’, libro che ho inseguito per anni, introvabile nelle biblioteche così come in quasi tutte le librerie, i cammei memorabili non si contano.
La Blixen la incontra a New York, è appena stata al Frick Museum per vedere i quadri di Fragonard e i Goya. “Mi interessa ciò che è leggendario” confida a Prokosch questa piccola signora scheletrica, con le labbra color sangue, il viso di un azzurro latteo e gli occhi fosforescenti in fondo alle orbite. Cena da Prokosch, rifiuta la tartare, assaggia distrattamente della lattuga e racconta storie africane, come quella volta che Finch-Hatton uccise un elefante e per sette lunghe notti il canto funebre degli elefanti fece vibrare la foresta. “Lei sapeva che un leone non guarda mai direttamente chi gli sta di fronte? Il leone guarda di là dalla persona per risparmiarle ogni senso d’imbarazzo. E arretra davanti alla luce sinistra dell’intelligenza umana”.
Virginia Woolf la incontra alla Hogarth Press seduta dietro a una cascata di bozze. Sembra Andromeda sullo scoglio mentre aspetta il salvatore. Gli hanno detto che somiglia, a ‘un nervo scoperto’, in realtà gli appare vulnerabile, dolorosamente fragile, ma anche piuttosto trasandata, avvizzita, sbiadita. Gli occhi hanno un bagliore notturno sotto le palpebre scure e danno alla sparuta gentilezza del viso ovale una grazia bizzarra, inaspettata e struggente. Prokosch al suo cospetto è goffo e impacciato, prova a parlare con lei di letteratura – Dostoevskij, Gogol’, Pirandello, lei lo gela lapidaria, affermando di non sentire nessuna affinità con Pirandello. E l‘Ulysses di Joyce? ” Un grandioso errore di calcolo. Una catastrofe. Un vero tracollo delle facoltà critiche”.
Curzio Malaparte che incontra a Capri nella sua splendida villa bianca sul ciglio di un precipizio rivolta verso i Faraglioni è un singolare e sinuoso personaggio, con la faccia più strana che ha mai visto come se una maschera fosse stata innestata su un viso profondamente e irrimediabilmente mutilato. Moravia lo incontra mentre è in spiaggia a prendere il sole. Lo ammira perchè in tutto quello che scrive c’è un’asciutta integrità, un serpeggiare di odio e disgusto per il genere umano. Moravia si asciuga il sudore dai capezzoli e esprime riserve su Hemingway. Alla pizzeria di Capri ‘Da Gemma’ (molti incontri di Prokosch avvengono a tavola) cena con Peggy Guggenhaim. Mentre da un grande forno a mattoni escono pizze fumanti che non sanno solo di acciughe, mozzarelle e olive, ma anche di vecchi mattoni affumicati, legna bruciata e di profondità marine, Prokosch è colpito dai capelli della Guggenhaim di un nero oleoso sconcertante e dal suo incantevole sorriso. Con T.S. Eliot beve Cynar a via Veneto perchè Eliot aveva sentito dire che faceva bene al fegato. In uno squallido bar della Third Avenue incontra invece Brecht che afferra boccali di birra con tozze dita da criminale. Ha il colletto listato di grasso e le unghie sporche, rutta cupamente e profetizza che Hitler finirà schiacciato come uno scarafaggio. A Marc Chagall, un solido ebreo con labbra pronunciate, naso bulboso, occhi diffidenti e l’aria di un maturo commerciante di tappeti rimasto intrappolato in un bagno turco, Prokosch recupera il portafoglio volato nell’acqua di Canal Grande. Per sdebitarsi Chagall gli disegna un gallo sul retro del menu del Bauer-Grunwald. Gide, Prokosch lo ‘colleziona’ a Parigi, dietro lo scrittoio, avvolto in una vestaglia di velluto rosso con la sua aria remota e gentile. Parlano di Whitman, Valery, Proust, Dostoevskij, Tolstoj, Conrad e Stalin. ” Era dietro a me ai funerali di Gor’kij. Aveva una bella faccia barbara, una faccia da zingaro assetato di sangue, e sembrava un po’ ubriaco. Di vodka, forse, ma poteva anche dipendere dal profumo della sua ferocia interna”.
‘Voci‘ è una pinacoteca di una bellezza inaudita. Lo pubblica Adelphi, splendidamente tradotto da Gilberto Forti, costa 20 euro e apre e chiude solo quando sta bene a voi.














