Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'quello che so del cinema'

8 marzo 2010

Tra poco sul red carpet c’è gloria anche per Huanta

Claudia e Magaly tentano un’impresa storica: regalare al Perù il suo primo Oscar. E a Huanta c’è chi si è fatto a piedi quaranta miglia per sostenere Paloma.

A me questo tormentone Bigelow-Cameron, quasi fosse la guerra dei Roses, mi ha sfinito. Anche le polemiche su The Hurt Locker. Possibile che i veterani si siano accorti solo nelle ultime due settimane che disinnescare una bomba con un tronchese era risibile come estinguere un incendio con un sifone? Vincerà Bridges, ed era ora. Tifo per Claudia e Paloma, per The Cove e per il copione di Up the Air. Gli ultimi due, salvo clamorose sorprese, ce la faranno. Paloma no. E’ giocata a 55, contro l’1.85 de ‘Il nastro bianco’ di Haneke’.

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27 febbraio 2010

Com’è fasulla l’Iraq War della Bigelow

Ai veterani della guerra dell’Iraq ‘The hurt locker’ è piaciuto poco. Secondo Paul Rickoff che non è un critico di Variety ma l’executive director and founder of Iraq and Afghanistan Veterans of America (IAVA) il film della Bigelow è negligente, impreciso, di un’imprecisione a tratti imbarazzante. Uniformi sbagliate, litany of inaccuracies, sfondoni grossolani che hanno indispettito i veterani al punto da contestare al film di averli trattati con poco rispetto

Yet there is a whole scene in The Hurt Locker when the two EOD characters clear a building to find a bomb inside a kid. Securing the area for the EOD specialists to come in is usually the role of infantry or military-police units. As Tom Tarantino, a former cavalry officer who led patrols in Baghdad told me, “EOD arriving on an unsecured scene alone to find ground forces huddled and hiding together in a courtyard stretched my suspension of disbelief to the breaking point. The portrayal of the ground forces was outright insulting

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18 febbraio 2010

Se oggi nella vostra videoteca c’è un DVD di ‘Ultimo Tango a Parigi’, se lo potete noleggiare da Blockbuster come fosse un qualsiasi film di Jim Carrey, vederlo in seconda serata sulle reti Mediaset o in versione integrale su Sky, il merito è di questo signore. Che si è spento a Roma ieri sera, dopo lunga malattia.

Per chi non è della mia generazione, per chi lo è ma ha memoria corta, per chi non è un cinefilo o non lo è abbastanza, c’è stato un film che ne ha passate veramente di tutti i colori, quasi come certi oppositori del regime di Teheran. Il film in questione è ‘Ultimo tango a Parigi’ di Bernardo Bertolucci – Marlon Brando, la scena del burro, il sax di Gato Barbieri vi evocano qualcosa? In Italia uscì nelle sale il 15 dicembre 1972, un giorno dopo l’anteprima europea. La settimana seguente il film fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”. In seguito a questa e ad altre denunce, cominciò un iter giudiziario che portò il 2 febbraio 1973 ad una sentenza di assoluzione in primo grado, ad una di condanna nel secondo processo d’ appello (il primo, sempre con sentenza di condanna nel giugno del 1973, era stato annullato per un vizio di forma) il 20 novembre 1974, ed il 29 gennaio 1976 alla sentenza della Cassazione che condannò la pellicola al rogo – si avete letto bene, al rogo, a Roma il vizietto non l’hanno perso con Giordano Bruno. Furono però salvate alcune copie che oggi sono conservate presso la Cineteca Nazionale, da conservare come corpo del reato. Per Bertolucci ci fu una sentenza definitiva per offesa al comune senso del pudore, reato per il quale venne privato dei diritti civili (fra cui quello di voto) per cinque anni e fu condannato a quattro mesi di detenzione (pena poi sospesa). Così per anni chi voleva vedere ‘Ultimo tango’ emigrava all’estero. Io lo vidi con Francesca in una piccola sala ai piedi di Montmartre: mi piacque molto ma uscì dalla sala sconvolto al pensiero della persecuzione giudiziaria di cui era stato vittima. Qualche tempo dopo Tinto Brass girò ‘La chiave’ un film molto più esplicito di ‘Ultimo Tango’, eppure nessuno si sognò di fare un barbecue con le pizze del film o di negare al regista il diritto di voto.
Nell ottobre del 1982, a Roma, durante una rassegna cinematografica dal titolo “Ladri di cinema” a cui era presente anche chi scrive, la pellicola fu proiettata a sorpresa. Gli organizzatori furono subito denunciati ma in seguito assolti e l’opera non venne più considerata proibita. A distanza di quindici anni, nel 1987, la censura riabilitò il film, permettendone la distribuzione nelle sale (Bertolucci stesso ne aveva conservato clandestinamente una copia).

Se oggi nella vostra videoteca c’è un DVD di ‘Ultimo Tango a Parigi’, se lo potete noleggiare da Blockbuster come fosse un qualsiasi film di Jim Carrey, vederlo in seconda serata sulle reti Mediaset o in versione integrale su Sky, il merito è di questo signore. Che si è spento a Roma ieri sera, dopo lunga malattia.

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5 febbraio 2010

“Accadranno cose bizzarre, posso dire che una delle scene finali sarà di me vestito da coniglio che vago per l’Arizona” (Giancarlo Giannini)

Aggiornamento per tutti i quelli che da settimane mi chiedono quando uscirà il film di Giannini. Sono rimaste solo le ultime scene da girare, tra cui l’epilogo in Arizona, che molti anni fa fu motivo d’attrito tra me e Giancarlo. Invece, leggo, con piacere, che la scena del coniglio è rimasta. Era e rimane il mio ‘capolavoro’.

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1 febbraio 2010

Com’è italiano questo tagliatore di teste!

Un operaio del bergamasco da due mesi senza lavoro si dà fuoco e muore. Settanta operai di una cooperativa appaltatrice del corriere espresso DHL vengono licenziati via fax, dalla sera alla mattina. L’Omsa taglia 350 dipendenti, le donne si rivoltano e gli occupano lo stabilimento di Faenza. Sembra l’America del tagliatore di teste George Clooney e invece è l’Italia, quell’Italia che Berlusconi, a colpi di sondaggi e di statistiche bugiarde, insiste nel raccontare immune da crisi, talmente immune che non si riesce più a distinguerla da un campo minato cambogiano. Un piede in fallo e nel giro di poche settimane vedi disintegrarsi il tuo quotidiano, le tue certezze, il futuro che avevi pianificato per i tuoi figli. A chi ci governa piace blandirci con promesse del tipo ‘nessuno resta indietro’, ma sono solo frasi vuote che nemmeno la Perugina sdogana più nei suoi Baci. Chi ci governa non ha nessun amore e nessuna curiosità per il destino di chi resta indietro. E se tende la mano, la tende con la stessa tempestività che Bush e la sua amministrazione usarono ai sopravvissuti di Katrina. Intanto la disoccupazione cresce silenziosa e come un’onda anomala travolge migliaia d’aziende, le famiglie stringono i denti per arrivare indenni a fine mese, mentre pagare un affitto diventa un’impresa e conservare un lavoro una lotteria. Forse è per questo che a tanti di noi è piaciuto ‘Tra le nuvole’, perchè è americano solo in apparenza, ma se sostituisci Omaha con Faenza, Wichita con Portovesme, St. Louis con Termini Imerese, la crisi e le teste che saltano non sono diverse dalle nostre. In America dicono che il film di Jason Reitman farà man bassa di Oscar. E se li meriterebbe tutti perché aldilà di una regia che non sbaglia una mossa, di un Clooney che non era così ispirato dai tempi di ‘Out of sight’, dei titoli di testa che sembrano usciti dal cilindro dell’indimenticato Saul Bass, di una mezza dozzina di battute folgoranti – su cui spicca la memorabile ‘Will you be my co-pilot?’ che minaccia di fare le scarpe addirittura alla mitica ‘Love means never having to say you’re sorry’ – c’è una sceneggiatura sontuosa che racconta l’America al tappeto che il presidente Obama ha ricevuto in eredità da Bush. L’America dell’american nightmare, dal volto tumefatto, cereo, allucinato. Basterebbe una scena. La ditta di Clooney ha deciso di cambiare strategia. Non più tagliatori di teste in trasferta che volano dai licenziandi a dar loro il benservito con robuste cucchiaiate di vaselina e metafore da telepredicatori. Una giovanotta esplosiva della Cornell University s’è inventata un metodo per licenziare in videoconferenza, evitando così lo stress del faccia a faccia. Clooney ovviamente non ci sta. Ricorda al suo capo che se fino adesso tutto ha funzionato è perché dietro al suo lavoro c’è una metodologia. “Quello che noi facciamo è brutale e lascia le persone devastate ma c’è una dignità in quello che faccio”. E alla giovanotta esplosiva, contesta: “Tu non sai nulla delle realtà del mio campo, sai organizzare una iChat, ma non sai come la pensa la gente”. La giovanotta ovviamente è convinta che basti il suo zelo, la sua grinta, la sua laurea breve in psicologia per licenziare tutta l’Umanità in esubero, ma un bel giorno a Detroit ha la malaugurata idea di chiedere a Clooney di tagliare un anziano dipendente. Davanti alla devastazione di quell’uomo, davanti alla sua rabbia e alle sue lacrime, il suo metodo infallibile va letteralmente in frantumi. Mentre guardavo questa scena ripensavo ai politici del nostro governo. Bravissimi nell’inventarsi formulette insulse, a improvvisare fasulle rivoluzioni copernicane, a presentarsi alla stampa col petto gonfio e con social card che non decollano, con emoticon per valutare il rendimento dei dipendenti pubblici che cadono nell’oblìo dopo una settimana, con crociere per terremotati che altrove sarebbero costate al loro inventore un impeachment quantomeno. Ciarpame che forse saprebbe organizzare un iChat, ma che non sa cosa pensa la gente. Probabilmente perchè non ha la più pallida idea di cos’è la gente.

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30 gennaio 2010

Mr Okra – Prodigi creoli che Katrina non è riuscito a cancellare

T.G.Herrington ha presentato al Sundance Festival un breve documentario sulla New Orleans che va estinguendosi, con la complicità di un pittoresco venditore di frutta e verdura, Arthur Robinson, alias Mr Okra.

Che si chiamino okra, bamies, bamia o gombo, sono una delle invenzioni più ghiotte e geniali di cui Dio detiene il copyright. In Grecia li mangi ovunque, cucinati in umido, come le taccole o i fagiolini delle rosticcerie romane. Quelli che compri al mercato di Piazza Vittorio arrivano quasi tutti dall’Egitto, lunghi come un un dito indice, molto saporiti, carnosi e di un turgore straordinario. Quelli messicani, turchi e dell’Africa Atlantica sono invece più lunghi e affusolati. I cuochi li usano nelle minestre e negli stufati: l’okra, infatti, secerne un liquido vischioso che funziona come coagulante naturale. Di queste zuppe la più famosa è il gumbo, il piatto principe della cucina creola che mangi in Georgia, Alabama, Mississippi e Louisiana e che ritrovi anche anche molto più a sud, sulle tavole di Bahia, ad esempio: un uragano di spezie, effluvi, sapori – polpa di granchio, code di gamberi e di gamberoni, okra, tabasco, maizena, fumetto di pesce, burro fuso, dadolate di peperoni verdi, cipollotti, riso, aglio, alloro, lime e Cajun seasoning. Il miglior gumbo che ho mai mangiato me lo ha cucinato il gentilissimo Paul Prud’homme, ma eccellente anche quello del sibaritico brunch del ‘Westwood Marquis’ di Los Angeles. Ciotole fumanti di gumbo venivano servite da grasse mamme nere in libera uscita da “Via col vento”. Gli okra più ghiotti me li ha cucinati Erez Komarovsky nel suo ristorante di Herzelya: dopo avermi deliziato con un’insalata di coriandolo fresco, con scalogni, noci caramellate, aneto e prezzemolo, e con i falafel più eccezionali assaggiati in 49 anni di scorribande eno-gastronomiche, lunghi e simili a dei sigari – immaginate dei Montecristo cubani – incapaci di lasciare sui tovaglioli anche solo un alone di unto, mentre in tutto il resto del paese, di unto, i falafel disegnano sui tovaglioli sacre sindoni – si presentò con dei bamia sublimi spadellati insieme a cozze veraci e alla loro acqua. I bamia più indigesti della mia vita me li ha rifilati invece uno chef indiano al ‘Namaste’ di Como.

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26 gennaio 2010

Salop!

1. Mulholland Drive, David Lynch
2. Elephant, Gus Van Sant
3. Tropical Malady, Apichatpong Weerasethakul
4. The Host, Bong Joon-ho
5. A History of Violence, David Cronenberg
6. La Graine et le mulet, Abdellatif Kechiche
7. A l’ouest des rails, Wang Bing
8. La guerre des mondes, Steven Spielberg
9. Le Nouveau monde, Terrence Malick
10. Ten, Abbas Kiarostami

Ecco la classifica dei migliori film degli anni zero stilata dalla redazione dei ‘Cahiers du Cinema’. Il 25 aprile del 2008 scrissi questo:

…ma la vera notizia del giorno in Francia, almeno per me, è la messa in vendita dei Cahiers du Cinema. Una piccola Alitalia francese, una Caporetto per i cinefili, anche perché i Cahiers non sono solo una rivista, ma storia del cinema. Per chi come me è cresciuto a pane e celluloide leggere una notizia del genere è come per un surfer apprendere che da oggi sarà vietato scivolare sulle onde hawaiane. Dai Cahiers sono usciti i padri della Nouvelle Vague: Godard, Rohmer, Marker, Rivette, Chabrol, Truffaut e altri grandi registi come André Téchiné, Leos Carax, Olivier Assayas, Patrice Leconte. Nel 1998, Le Editions de l’Etoile (la casa editrice dei Cahiers) è stata acquisita dal gruppo Le Monde. Oggi il gruppo considera chiusa l’avventura e mette in vendita i Cahiers. Incrociamo le dita

In seguito, il gruppo Le Monde si sbarazzò dei Cahiers vendendoli al gruppo anglosassone Phaidon. La rivista è stata diretta da Jean-Michel Frodon (affiancato da Serge Bozon) fino al 2009. Poi gli è subentrato Stéphane Delorme, attuale direttore dei ‘Cahiers’. Nel frattempo la rivista ha continuato a perdere lettori. Leggendo questa Top Ten, non è difficile capire il perché. C’era qualcuno che definì i Cahiers dell’ultima generazione un onanodromo. Aveva perfettamente ragione. I Cahiers dell’ultima generazione sono un mix delirante di osanna e di onanismi, di repentine infatuazioni e di cantonate eclatanti, di estasi incomprensibili e di crociate idiote. Basta vedere chi hanno messo in cima alla Top Ten. Sostenere che ‘Mulholland Drive’ è il capolavoro assoluto degli anni zero è come dire che senza Pupo la musica popolare come la conosciamo praticamente non esisterebbe.

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25 gennaio 2010

Che fine ha fatto Frank Serpico?

Vi ricordate di Frank Serpico? Il poliziotto che Al Pacino rese immortale in un memorabile film di Lumet e De Laurentiis? Quello dai mille travestimenti – rabbino, macellaio, vagabondo – con la barba cespugliosa da abuna etiope, il rosario sgranato tra le mani e il berrettino di lana calato in testa? Quello che denunciò la corruzione che dilagava nel suo dipartimento di polizia al ‘New York Times’ e a cui poi esplosero un proiettile in faccia? Una didascalia alla fine del film informava che Frank Serpico aveva lasciato l’America e si era rifugiato in Svizzera, lontano dalla possibile vendetta dei suoi colleghi. Questo, quasi quarant’anni fa. Oggi proprio il ‘N.Y.T’, il quotidiano che scatenò quell’Armageddon, strappa Serpico dall’oblìo e lo racconta ai suoi lettori. Vive in una baita che si è costruito con le sue mani vicino all’Hudson River, in un anacoretismo tenace, quasi alla Joan Pick – niente tivù, niente internet, una dieta rigorosamente vegetariana e biologica, un forno a legna con il quale cucinare e riscaldare la sua baita. “Questa è la mia vita, adesso – ha confidato -i boschi, la natura, la solitudine”.

Mr. Serpico relies on Chinese medicine, herbs and shiatsu. He practices meditation, the Japanese Zen flute and African drumming, and dance: ballroom, tango, swing. He takes long walks at sunrise and rescues wounded animals. He raises chickens and guinea hens. He has a girlfriend: she is French, a schoolteacher, age 50.

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24 gennaio 2010

In una danza mistica e un po’ idiota

E’ veramente il mese dei Gainsbourg. Prima il CD di Charlotte – strabello – poi il film di Joann Sfar su suo padre Serge, ‘Gainsbourg – Vie héroïque’. “…un beau film d’auteur, à la fois élégant et décontracté, un peu comme une barbe de trois jours”- ha scritto Alan Spira su ‘Paris-Match’. Il film è una specie di meteorite che spacca in due la critica e il pubblico. Vuoi perchè per i francesi Gainsbourg è come il Camembert o le maree di Bretagna, specie adesso che la morte lo ha reso definitivamente sobrio. E vuoi perché Sfar reinventa la sua vita con un’improbabilità deliberata e con un’infedeltà quasi felliniana, cosa che non tutti hanno gradito. Ma quello che è prodigioso in questo film è l’attore di Gainsbourg, Eric Elmosnino. Nel modo in cui muove le mani quando è ubriaco, con le dita che fendono l’aria in una danza mistica e un po’ idiota, c’è tutto il Gainsbourg che ricordo io. Crepuscolare, sciamanico, disarmante

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21 gennaio 2010

Troppe balle su ‘Baarìa’

La rassegna stampa di stamattina è tutta un pianto greco di maniera, un attestato di solidarietà a Tornatore da setta farisaica. Michele Anselmi, sul ‘Secolo XIX’, scrive: ‘Hollywood dice no a Tornatore – Neanche gli Oscar ci amano più’ che è poi il mantra che tutti i suoi colleghi riproporranno con altre parole, vedi Mereghetti sul ‘Corsera’ che evoca scelte inspiegabili da parte dell’Academy’. Ma il mantra se lo potevano risparmiare perchè se c’è un regista che in questi anni è stato miracolato dall’Academy Award, questo è proprio Tornatore. Quando poi Anselmi scrive: ‘che Baarìa è stato snobbato dai Golden Globe domenica scorsa’ è semplicemente ridicolo – ’snobbare’ significa trascurare intenzionalmente, trattare con freddezza, con tono d’indifferenza e di ostentata superiorità una persona, talora fingendo di non vederla o di non conoscerla’. E al Golden Globe non è andata così. In realtà, i suoi giurati hanno semplicemente fatto delle scelte. E ‘Baarìa’ è piaciuto meno di altri film. Quest’estate il Real Madrid non ha snobbato Ibrahimovic, ha pensato solo che Kaka e Cristiano Ronaldo fossero migliori di lui. Tutto qui. Quando Anselmi scrive che questa storia del miglior film straniero sta diventando una maledizione per il nostro cinema e cita le bocciature in sequenza de ‘La stanza del figlio’, ‘Le chiavi di casa’, ‘Mondo nuovo’ ‘La straniera’ dello stesso Tornatore, si rivela di una spudoratezza cosmica. Forse dimentica che nell’anno de ‘Le chiavi di casa’ di Amelio vinse l’Amenabar di ‘Mare dentro’ e in quello di ‘Nuovo mondo’ di Crialese la spuntò ‘Le Vite degli altri’, considerato in maniera plebiscitaria proprio dai suoi colleghi uno dei migliori film degli anni zero. Come il 99% dei critici italiani anche Anselmi dimentica che in passato l’Academy Award ci ha permesso di concorrere all’Oscar con film di risibilissimo spessore – ‘I nuovi mostri’ per esempio – e di vincere statuette assai poco meritate – a distanza di anni, ancora tutti d’accordo che ‘Mediterraneo’ fosse meglio di ‘Lanterne rosse’?
‘Baarìa’ non è ‘8½’ e nemmeno ‘Ladri di biciclette’. E come ‘Gomorra’ ha trovato di meglio sulla sua strada.

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