Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Roma-nzo'

13 marzo 2010

Articoli per il Gamberorosso – Se non è multietnico non lo mangio! Viaggio nell’universo parallelo di Pigneto

Con il Ghetto e San Lorenzo Pigneto è il quartiere romano che amo di più. Una specie di enclave, o spartiacque, tra quel che rimane del centro e la periferia che incombe – Casilina, Prenestino. A volte Pigneto mi dà la sensazione di camminare in un quartiere di Parigi, altre volte di essermi perso nel cuore di Amsterdam, nella multietnica Warmoesstraat. E’ un quartiere pullulante di associazioni culturali e di ristoranti etnici, di cinema sottratti alla mafia e di artigiani del presepe, di spacciatori nordafricani dalle occhiate turbolente come le loro vite e di botteghe odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. Un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla, in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. A via Montecuccoli, dove Lucio Battisti abitò negli anni sessanta, c’è una frutteria, e accanto una tavola calda senegalese dove quasi ti negano il cibo perchè temono d’incendiarti il palato con il loro cibo piccante. Più avanti, proseguendo per la Prenestina trovi tutte le cucine del mondo nel raggio di 800 metri. Il berberè del corno d’Africa, le mazzeh libanesi, la moussaka greca, i sancochos colombiani, i caldos ecuatoriani, i ceviches peruviani. Pigneto l’ho viaggiato insieme a un grande fotografo, Francesco Vignali, cercando di catturare le pulsioni e le tensioni del quartiere e la sua anima multietnica e il prodigio delle sue cucine. Un reportage bellissimo da uno degli universi paralleli più spiazzanti della capitale. Che a maggio potrete leggere sul ‘Gamberorosso’.

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7 febbraio 2010

Tre sfizi kasher

Questo post è dedicato a un amico che conosco dall’asilo e che non sentivo da una vita, ventanni almeno. Ci siamo ritrovati con grande naturalezza pochi giorni fa, come se ci fossimo lasciati solo da qualche giorno. Abbiamo parlato di figli, di amici comuni e di comuni incidenti – lui un infarto, io un ictus, entrambi nel 2001. Ho scoperto che ha una passionaccia per la cucina kasher e che è cliente affezionato di ‘Yotvata’. I ristoranti kasher a Roma sono raddoppiati: il primo ad aprire fu lo storico kasher di carne di Raffi Fadlon ‘La Taverna del Ghetto’, poi fu la volta di ‘Yotvata’, a Piazza Cenci, il primo chalavì, cioè kasher di latte. Adesso davanti alla Taverna del Ghetto c’è un nuovo kasher di carne e a pochi metri da loro, Nonna Betta, un altro lodevole chalavì. Io invece ho un debole per la Taverna di Raffi che considero uno dei migliori ristoranti della capitale. Ho pranzato da lui recentemente e ho mangiato un delicatissimo patè di fegato all’ebraica, una delle rare concessioni di Raffi alla tradizione ashkenazita, ghiotte pappardelle con carne secca, zucchine e Pachino e una strepitosa coratella coi carciofi. Tutta la pasta che si mangia da Raffi è fatta in casa e richiede pazienza certosina e una giornata intera di lavoro. Le uova vanno controllate ad una ad una, nel caso contenessero macchie di sangue.

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2 febbraio 2010

Riccardo Iacona è anche meglio di Soledad O’Brien

Domenica mi sono sciroppato un paio d’ore di reportages haitiani di Soledad O’Brien, una Rula Jebreal della CNN fascinosa come la sua collega palestinese ma infinitamente più aggressiva, più arrembante, più mastina – una delle sue performances più memorabili fu ‘azzannare’ in diretta un catatonico Michael Brown, il capo della FEMA ai tempi dell’uragano Katrina, per la scandalosa lentezza degli aiuti destinati alla popolazione della Louisiana. E dopo la mia full immersion in Soledad O’Brien, mi chiedevo, immalinconito: “Possibile che solo da noi non nasca mai una Soledad O’Brien?”.

Mi sbagliavo. Domenica sera, Riccardo Iacona è stato magistrale. Ha raccontato l’emergenza casa a Roma, le cartolarizzazioni che escludono dal mercato le fasce deboli, le occupazioni dei disperati, l’edilizia popolare colpevolmente malgestita, le politiche inesistenti per l’edilizia a prezzi concordati rendono il problema insolubile con le normative vigenti. In quell’inchiesta c’era tutto il mio 2009, con le sue secchiate di tempesta, i suoi arcobaleni, le sue eclissi. Un anno infido, turbolento, vissuto pericolosamente al fianco dei compagni di ‘Action‘, nelle piazze, in testa ai cortei, di picchetto, occupando quattro volte, espugnando la sede del ‘Messaggero’, lottando contro la campagna diffamatoria dei quotidiani dei palazzinari, assistendo ammutolito allo sgombero del ‘Regina Elena’. Tutto questo, e altro ancora, Iacona lo ha raccontato con una tersità e una chiarezza semplicemente prodigiose. Soledad O’Brien non avrebbe saputo fare di meglio

Guarda la puntata di ‘Presa diretta’

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29 gennaio 2010

Solidarietà con le Mourning Mothers

Le Mourning Mothers (“Madri in lutto”) si radunano ogni sabato pomeriggio a Tehran, nel Parco Laleh. Chiedono giustizia per i loro figli, uccisi dalla violenza del regime durante le manifestazioni che sono seguite alle elezioni di giugno, oppure arrestati, impiccati o scomparsi nelle prigioni iraniane.
Nel corso dei loro pacifici incontri, molte Madri sono state minacciate, percosse e arrestate.

In contemporanea con il loro raduno settimanale, ci ritroveremo a Piazza del Popolo, a Roma, per esprimere a queste Madri coraggiose la nostra solidarietà e il nostro affetto.

Chiediamo a tutti, e in modo particolare alle donne, italiane, iraniane e di qualsiasi altra nazionalità, di essere presenti

Sabato 30 gennaio 2010
Ora: 16.00 – 19.00
Luogo: Roma, Piazza del Popolo

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31 dicembre 2009

Nuovo Cinema Pyongyang

Polemica cinepanettoni: troppa gente finge di non capire. E’ inutile pubblicare le repliche piccate di Ghini e di De Sica – che peraltro già nel 1986 si rifiutò di partecipare alla prima edizione di ‘Ciak d’oro’ al Brancaccio di Roma, in polemica col mensile ‘Sorrisi e Canzoni’ che per tutto l’anno lo aveva stroncato per i suoi film natalizi coi Vanzina. Non è una questione di mi piace o non mi piace, d’essere snob o trash, di preferire il caviale alle uova di lompo. E’ che questo cinema non potrà mai essere definito ‘d’essai’, accedere a finanziamenti pubblici e godere di sgravi fiscali. Ma soprattutto non esiste che a Roma esca in 31 sale su 57. Questo è il vero scandalo. Poi per forza la gente va a vedere ‘Natale a Beverly Hills’. Cose così succedono solo a Pyongyang, dove il regime impone al popolo cosa leggere, cosa guardare, come divertirsi. Si parla tanto di libertà di stampa, si attacca con ragione il TG1 censurato da Minzolini, ma la libertà di andare al cinema e di vedere quello che ci piace dove è finita? Molti film non escono proprio. Altri li relegano in pessime sale nei posti più scomodi e inaccessibili della città. E Roma non è esattamente Lugo o Trento. E tra un cinema a Prati e un cinema all’Eur, la differenza c’è, si sente, è enorme. Due festival di Cannes fa, c’era Kusturica in concorso con un film che non vinse nulla ma che piacque moltissimo. Il film da noi doveva distribuirlo la BIM ma non è mai uscito. Per forza, con questo andazzo dove lo proiettavano che non ci sono più nemmeno le sale parrocchiali?

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24 dicembre 2009

Sveva Belviso, la fatina bugiarda che s’inventò la raccolta differenziata dei senza fissa dimora

Che a Natale si debba essere più buoni, va anche bene. Più fessi, proprio no. Per chi ancora non lo sapesse, a dicembre a Roma scatta il ‘piano freddo’. L’anno scorso scattò il primo dicembre, quest’anno Alemanno ha prorogato l’emergenza perché secondo lui non faceva abbastanza freddo. Poi è morto di freddo un senza fissa dimora, il bengalese Sher Khan, e Alemanno ha smesso di tergiversare coi termometri. Di giorno aveva anche ragione lui, ma di notte negare che il freddo rendesse la vita impossibile al popolo dei cartoni era una ciancia criminale. E allora il Comune che ha fatto? Ha mandato la solita Sveva Belviso a cicalare coi giornalisti. “Quest’anno con il Piano freddo mettiamo a disposizione 11 strutture pronte ad accogliere 600 persone ogni notte, il 65% in più rispetto allo scorso anno, fornendo un supporto completo che va dal cambio di vestiario all’assistenza sanitaria” – ha tripudiato la Belviso. L’assessore alle politiche sociali ha fatto anche sapere che “quest’anno, rispetto allo scorso, abbiamo caratterizzato il disagio. In ognuna delle undici strutture ci sarà la “caratterizzazione” di una fragilità: due saranno dedicate alle donne, una agli immigrati, una ai senza fissa dimora autonomi, un’altra ancora ai senza fissa dimora che hanno una patologia cronicizzata e un’altra a quelli con patologie gravi”. L’obiettivo: il “recupero sociale di queste persone, per evitare che il prossimo anno li si debba includere di nuovo nel piano invernale”.

Un anno fa la fatina Belviso raccontava la fiaba di coloro che, magari per storia personale, si erano smarriti. E di come lei e il suo munificente assessorato li avrebbero aiutati a rialzarsi, prendendosi cura di loro, dandogli protezione, un tetto, un posto. Nobili propositi, peccato però che a Roma mancassero, e in maniera drammatica, tetti e posti. Che l’assessore invocava e il suo sindaco tagliava. Gli ’smarriti’, o meglio, una parte minoritaria di loro fu parcheggiata per qualche settimana nelle strutture del Comune o della Caritas, poi rialzata sì, rialzata no, venne ributtata in strada, perché tornasse a smarrirsi com’era prima dell’emergenza. Adesso la fatina s’è inventata la favola delle caratterizzazioni che è un po’ come inventarsi la raccolta differenziata dei senza fissa dimora: la badante moldava la buttiamo qui, l’etilista rumeno lo gettiamo là, il pensionato sfrattato lo infiliamo lì, e così via. Quanto al recupero sociale di questi poveretti onde evitare che nel 2010 siano di nuovo ‘attori’ nel piano freddo, bè, questa è una fiaba che la Belviso poteva risparmiarsi. Da Rutelli a Veltroni, da Veltroni ad Alemanno, i loro assessorati alle politiche sociali hanno recuperato ben poco. Hanno cercato, piuttosto, di salvare ipocritamente la faccia alle loro amministrazioni, di dimostrare che nell’emergenza il Comune sapeva attivarsi efficacemente, ma era sempre una solidarietà di cartapesta, una mano tesa fasulla come le scenografie di un set cinematografico. I nazisti scrivevano all’entrata dei loro lager ‘Arbeit macht frei’ prendendosi gioco degli ebrei che detenevano. La Belviso usa formulette come ‘recupero sociale’, ‘povertà provvisoria’, ‘caratterizzazione di una fragilità’ o ‘gli smarriti’ per confermare alla città che chi comanda in questo comune, esattamente come chi comanda in questo governo, ‘non lascia indietro nessuno’. Ma basta guardarsi attorno per accorgersi che di noi a chi comanda non gliene frega un tubo. Nel terzo trimestre dell’anno sono scomparsi 500 mila posti di lavoro. Mezzo milione di persone sono a casa senza stipendio. Lunedì i manifestanti di Action sono stati bloccati da polizia e Digos ai piedi del Campidoglio perchè ’su c’era un altro corteo’. Scrive bene la De Gregorio: “Sui tetti, sulle gru, sui moli, ai cancelli delle fabbriche ci sono in queste ore i lavoratori della Merloni, della Fiat di Pomigliano d’Arco, della Fincantieri, della Yamaha di Lesmo. I 49 pionieri della Innse hanno fatto scuola. In ogni città se alzate gli occhi vedete striscioni, cartelli”. Se questo Stato non è in grado di tutelare chi ha una casa, una famiglia, un lavoro, come si può credere che riesca a recuperare chi s’è smarrito in strada, chi dorme e vive sui cartoni, chi si è annullato per troppo fragilità? Quanto alla fiaba del piano freddo che quest’anno soccorrerebbe il 65% in più dei senza fissa dimora rispetto al 2008, la Belviso farebbe meglio a tacere. L’anno scorso l’emergenza freddo fu gestita dal dottor Aldo Barletta che ebbe la premura di intervenire più volte su questo blog. I dati che mi fornì allora erano questi:

un servizio per 360 persone allestito alla Ex Fiera di Roma per il periodo invernale, più il centro di accoglienza di Via Assisi (90 posti adulti in disagio), i centri gestiti dalla Caritas (Lungomare Toscanelli, Via della Cisterna, Via Marsala per circa 290 posti), il Centro dell’Esercito della Salvezza di Via degli Apuli (100 posti), nonchè i Centri di accoglienza per nuclei di mamme con figli minori in Via Cassia ( 70 posti di cui 20 per le gestanti), Via G. Ventura ( 40 utenti), Via T. Fusco ( Trigoria per 40 posti) e Via Predoi ( Infernetto) per altri 50 posti ( in semiautonomia). Tutti in carico all’Amministrazione Comunale.

Calcolatrice alla mano, nel 2008 il Comune di Roma ospitava mille senza tetto. Altri mille se li accollava la Chiesa e il volontariato cattolico. Adesso la Belviso spalma 600 disgraziati in 11 strutture, ne accalca altri nelle stazioni delle metropolitane usate come dormitori di fortuna e poi ha la faccia tosta di farci credere che il nuovo piano del comune aiuterà il 65% in più dei senza tetto rispetto al 2008? Ma per favore….

© Lorenzo Cairoli

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6 dicembre 2009

Deep Purple

Non condivido la certezza granitica di Curzio Maltese su ‘Repubblica’ che profetizza che quando sarà finita l’era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. E mi fa veramente ridere il derby dei numeri tra organizzatori e Questura: per i primi eravamo più di un milione, gli altri giurano che eravamo solo novantamila (benissimo ha fatto Francesco a riesumare il pezzo di Ceccarelli). A Piazza Esedra, all’una, la folla c’era, ma non era un oceano. Una gran bella piscina olimpionica, semmai. L’oceano è arrivato dopo, man mano che attraversavamo il centro di Roma. Allora, è successo il miracolo. In quella piscina la folla arrivava da tutte le parti, come in un gioco di prestigio, come nella prestigiditazione dirompente delle grandi maree bretoni. E già a metà di via Cavour, la folla annegava tutto. Cavalloni di folla come non ne avevo visti mai. A nessuna manifestazione. E se eravamo davvero novantamila, eravamo i novantamila più straripanti e oceanici degli ultimi 150 anni. C’erano anche le bandiere dei dipietristi e di rifondazione, ma alla fine ha sbancato il viola, e solo il viola. E chi ha sfilato in corteo. Credetemi, sembrava di essere sull’Arca di Noè. Eravamo di tante specie diverse. Mamme eritree ed etiopi, disabili in carrozzella, giovanissimi che ballavano in preda a una bellissima euforia, gente che sbarcava dalla Sicilia, sudata, sbatacchiata da un viaggio infinito, ma felice, gente arrivata da Bologna con una gioia addosso come nemmeno a un concerto di Vasco Rossi, gente arrivata dall’Abruzzo che divideva con te la colazione al sacco, il vino fatto in casa, il pane con la ventricina. E giovani come non ne avevo visti mai. Neppure nei giorni più memorabili dell’Onda. Energia tranquilla – scrive Padellaro, con ragione – perché non c’è stato un solo gesto sbagliato, una vetrina infranta, una bandiera bruciata così che i tanti corvi del malaugurio sono rimasti a becco asciutto. Senza troppe fanfare, e senza divismi – ha scritto Federico Mello – in questo paese, può ancora accadere che la società civile si organizzi da sola, pacificamente, riesca a reinventare la politica dal basso coinvolgendo i cittadini per ribadire l’importanza di concetti come moralità e onestà. Ieri, dopo una lunghissima stagione di rabbia, di impotenza e di ribrezzo, ci abbiamo creduto tutti. Un’Italia bonificata dagli impresentabili, dai puttanieri e dai bugiardi non sembrava più né sogno, né un’utopia, ma il domani che ci attende dietro l’angolo. E questa gioia, niente e nessuno, potrà cancellarla.

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Magari le cose cambiano: a Rogoredo come a Ponte di Nona

Ieri, su ‘Liberazione’, Davide Turrini ha scritto dell’ultimo film di Tekla Taidelli, ‘L’alveare’, sulle case d’amianto a Rogoredo e Boris Sollazzo ha recensito ‘Magari le cose cambiano’ di Andrea Segre, accolto con legittimo entusiasmo e pluripremiato al festival torinese di Gianni Amelio. Racconta, tra le altre cose, quegli scandalosi mostri che sono i nuovi quartieri oltre il Grande Raccordo Anulare, la Roma abusiva, la Roma ad uso e consumo dei palazzinari, un deserto in cui la campagna capitolina, una delle più belle d’Italia, ha lasciato il posto a squallide oasi di cemento nate vecchie, alle “nuove centralità” che da vent’anni, da Veltroni e Alemanno, hanno avuto un ruolo fondamentale nei piani regolatori e soprattutto nelle loro modifiche (guarda caso, spesso in extremis e a colpi di maggioranza).

L’amianto a Rogoredo arriva all’inizio degli anni ottanta, quando Milano è ‘quella da bere’ e mandarinato della famiglia Craxi. A Via Feltrinelli 16/50, periferia sud est di Milano, nasce un complesso abitativo che diventerà tristemente noto come ‘le white’ di Rogoredo. Caratteristica principale: le case sono in amianto. Centinaia di pannelli rettangolari ricoprono le pareti esterne, dal pian terreno al terzo piano, per tutto il perimetro dello stabile. Ce n’è fin sopra il tetto e sulle pareti che si affacciano all’interno del condominio. Il comune assicura che le ‘white’ sono un parcheggio, una soluzione abitativa temporanea, e che i suoi inquilini dovranno attendere al massimo uno o due anni per ottenere un alloggio più dignitoso. Ma quelle famiglie, 151, nell’amianto ci pianteranno le radici. In 25 anni, l’amianto assassina di cancro diciassette persone e ne fa ammalare più di una trenta. E mentre il Comune promette ogni anno maggior attenzione sul problema, gli inquilini di via Feltrinelli vivono la loro quotidiana via crucis di chemioterapie, tumori ai testicoli, reparti oncologici. Poi, l’epilogo-beffa. Alcune famiglie vengono spostate in un altro quartiere, in un’altra periferia, in nuove case messe a di­sposizione dal Comune. Nuo­ve, pulite, quasi belle, le due torri ap­pena costruite. Con giardinetto condominale, bal­coni, box auto e asili per i bam­bini. C’è un però. Davanti, dal­­l’altra parte della strada, a non più di venti metri, c’è un cam­po da bocce. Il tetto è pieno di eternit. Amianto, anche qui. Una persecuzione. “L’idea iniziale era di raccontare le case popolari a Milano, poi ho incontrato Oscar (rapper che viveva nelle case bianche con la famiglia) e la sua storia era talmente forte che son stata obbligata a variare in corsa il progetto – racconta Tekla Taidelli – a me piace parlare e filmare la strada, la sua puzza di merda, fare un cinema diverso in un sistema dove non esiste la benché minima libertà espressiva”.
Un’ultima annotazione: l’impresa che gestisce lo stabile di via Feltrinelli è la Romeo S.P.A. Vi dice nulla?

Del film di Andrea Segre (che molti mi hanno descritto ‘bellissimo, amaro, lancinante’) ho visto il trailer e subito mi ha fatto tornare alla mente ‘L’esplosione’ di Giovanni Piperno. Stessa umanità assediata dal degrado. E a Giovanni ho chiesto di mettermi in contatto con Andrea che spero d’incontrare prestissimo. Inutile dire che le cose che racconta nel film mi toccano profondamente: mette in scena storie che più che interessarmi, da più di un anno sono il quotidiano di cui mi alimento.

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4 dicembre 2009

Immigrati, boom di annunci razzisti, luoghi comuni da sottobosco del Terzo Reich e i serpenti a sonagli che infestano la pineta di Castelfusano

Molti di voi avranno sicuramente letto il rapporto del ‘Transatlantic Trends: Immigration’ che evidenzia lo stato confusionale degli italiani in materia di immigrati, legali e illegali. Gli italiani, infatti, pensano che i cittadini stranieri in Italia siano il 23% della popolazione complessiva (invece sono circa il 6%). Non solo. Il 49% considera l’immigrazione più un problema che una risorsa (4 punti percentuali in più rispetto all’anno scorso) e il 77% addossa agli irregolari la colpa dell’aumento della criminalità. E non finisce qui: il 66% degli italiani pensa che nel nostro Paese ci siano più immigrati irregolari, che regolari (mentre è esattamente vero il contrario). Tutto questo mentre a Milano si registra un allarmante boom di annunci razzisti. Inserzioni che fino a qualche mese fa nessuno si sarebbe sognato di far pubblicare ora intasano i portali che offrono lavoro in rete, spiega Maurizio Crippa, responsabile dell’orientamento al lavoro della Cgil milanese. A vietare gli annunci discriminatori ci sarebbe il decreto legislativo 215 del 2003, che introduce “la parità di trattamento, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”. Se il cittadino che fa l’annuncio non rischia nulla dal punto di vista legale, la norma obbliga invece chi pubblica le inserzioni a pagare risarcimenti. Il primo processo è in corso a Roma: su segnalazione dell’Unar, l’unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo ha avviato una causa civile nei confronti del giornale di annunci Portaportese, che aveva pubblicato segnalazioni come “non si affitta a persone di colore” e “solo studentesse italiane”. La sentenza, attesa entro un anno, è destinata a fare scuola. “Abbiamo chiesto di condannare il direttore del giornale a un risarcimento, e i soldi saranno poi spesi in campagne contro la discriminazione — dice l’avvocato Antongiulio Lana, che segue la pratica — ma l’importante è che la sentenza metta un freno a una pratica discriminatoria che è sempre più evidente”. Vada come vada, l’aria che tira però è pesante. Il razzismo trova terreno fertilissimo nei nostri figli che già alle elementari snocciolano con fierezza le tesi deliranti e ignoranti ascoltate dai loro genitori e la loro fallace sondaggistica e i loro luoghi comuni da sottobosco del Terzo Reich. Così capita, come ha raccontato l’altro ieri Franco Vanni su ‘Repubblica’, che in una scuola media di Quarto Oggiaro, un’alunna tredicenne interrompa la lezione e faccia il verso a Mussolini, proclamando: ‘L’Italia agli italiani’. O che una classe intera emargini cinque cinesi perchè non pagano le tasse, sono diversi e puzzano. Sull’igiene personale dei nostri figli e dei figli degli altri mi verrebbe la tentazione di scrivere un post a parte. A Imola, quando andavo a prendere mia figlia a scuola sentivo il celestiale profumo di certi suoi compagni autoctoni specie di bimbo di nove anni, una specie di Dillinger in erba di Romagna, che menava le compagne, nevrotizzava le maestre e impestava l’aria peggio della dissenteria di una mora romagnola. Puzze a parte, ribadisco che l’aria che tira oggi in Italia è pesante come non lo è stata mai.

Un esempio fresco, fresco e bagnato, bagnato, visto che a Roma in questi giorni si scatenano senza preavviso precipitazioni a carattere monsonico. Poco fa sul 16 sento parlare del terzo serpente a sonagli avvistato nella pineta di Castelfusano, litorale romano, Ostia, per capirci meglio. Se non sapevate nulla di questa storia inquietante, è dal 29 settembre che in questa pineta si avvistano serpenti a sonagli, Crotalux Atrox preciserebbero gli erpetologi, sette chili di agghiaccio lunghi anche un metro e ottanta il cui morso è micidiale. Il primo esemplare è stato catturato dalla Forestale il 29 settembre dietro segnalazione di uno jogger in preda al panico, il 19 ottobre viene catturato un secondo esemplare, adesso arriva una terza segnalazione. Cosa avrei pagato per avere un registratore con me e condividere con voi quei commenti farneticanti che ero costretto ad ascoltare. La colpa? Ovviamente degli stranieri. E trattandosi di serpenti, la colpa cadeva sugli africani. Nigeriani in testa. “Chissà che altre schifezze si portano da casa loro a nostra insaputa” – malignava una sessantenne con un impermeabile beige che faceva pendant coi suoi denti macchiati di caffeina. E un’altra: “Ci fanno i riti, coi serpenti. E anche con gli aghi e con le bamboline. Vodò, mi pare si chiami”. Ho provato a spiegare a quelle Erinni che in Africa non esistono serpenti a sonagli e che sarebbe un po’ come dire che Andorra è la terra dei canguri o che le tigri vivono solo in Canton Ticino. Ma loro non mi ascoltavano e mi lanciavano torve occhiate oblique. Il solito comunista infiltrato, avranno pensato, o peggio, il solito disfattista che se la fa coi neri. E’ solo un esempio, fresco, fresco, e bagnato, bagnato, ma che fa capire tante cose sull’ignoranza, il pregiudizio e l’aria pesante che si respira in questo paese che crede che gli stranieri siano quattro volte di più di quello che invece sono e che dimostra di essere sull’argomento disinformato in maniera mostruosa.
Intanto però sarebbe il caso che la Forestale e i quotidiani romani la smettessero di confinare questa storia dei serpenti a sonagli a Castelfusano nei trafiletti della cronaca romana e gli dessero lo spazio e la visibilità che merita. Da settembre la pineta di Castelfusano è diventata una filiale del deserto del Mojave. E lì, trama un folle che crea orrori e trappole di morte da horror film e che non ha nessuna intenzione di desistere. Fermiamolo, prima che davvero ci scappi il morto.

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30 novembre 2009

Addis Abeba sul Tevere

Gli svizzeri dopo aver sgambettato Polanski adesso fanno anche di peggio coi minareti e per la Lega è un assist piovuto dal cielo. Oggi Calderoli teorizza che il minareto ha un forte contenuto simbolico che travalica la dimensione religiosa; la esteriorizza fino a farle assumere significati altri dalla preghiera. E’ ovviamente revisionismo islamico alla Calderoli, credibile come potrebbe esserlo una storia del blues in Louisiana firmata da Ciro Ferrara. In questo momento mi guarderei le spalle più che dall’Islam politico – come lo chiama quel somaro di Salvini – dai colletti bianchi di Scientology, rapaci plagiatori di un’umanità in crisi d’identità (religiosa). Per fortuna, l’intollerenza degli italiani e degli svizzeri verso le religioni altrui per ora si ferma all’Islam, e così ieri ho potuto assistere alla splendida cerimonia di Santa Maria che la Chiesa Ortodossa Etiope ha celebrato nella sua chiesa romana di via in Selci, adiacenze via Cavour. Un’esplosione di colori – le tuniche dei sacerdoti sfolgoranti d’oro e di velluti, i paramenti fastosi – un’eruzione di fede contagiosa e giubilante a cui è impossibile rimanere indifferenti, i balli frenetici in cui la fatica di chi danza non traspare mai, i sermoni estenuanti che i fedeli seguono senza mai distrarsi, i canti che fanno accapponare la pelle, i grossi tamburi e le tsinatsail, i campanelli dorati, che risuonano nell’aria fresca del mattino trasformando come per magia quella via di Roma in un angolo di Etiopia.

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