Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

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13 marzo 2010

Anteprima giro del mondo – L’eredità di Uribe

In Colombia è tempo di elezioni. Il 14 marzo 30 milioni di colombiani voteranno per rinnovare i membri del Parlamento. Il 30 maggio, invece, pochi giorni dopo il mio sbarco a Cartagena, uscirà dalle urne il nome del nuovo presidente, dopo quasi otto anni di controverso ‘uribato’. Se avessero permesso al caudillo di concorrere ancora per la presidenza, non ci sarebbe stata competizione. Ma senza di lui c’è grande incertezza, anche se le chances maggiori sembrano averle l’ex sindaco di Medellin Sergio Fajardo del Compromiso Ciudadano e Noemí Sanin Posada del Partido Conservador Colombiano. Sabato scorso su ‘Semana’ Maria Jimena Duzan ha scritto un editoriale all’arsenico su Uribe, ‘El paìs que nos dejò’. In cui ha ricordato, fra le altre cose, che dopo otto anni di governo Uribe il Paese ha il più alto tasso di disoccupazione di tutta l’America Latina, il peggior tasso di partecipazione femminile alla vita politica ed economica, un fondamentalismo religioso che sta avvelenando la Colombia con figure abiette come il levrefista Alejandro Ordóñez che considera i diritti umani un’invenzione del comunismo internazionale per sovvertire l’ordine del Paese. Senza dimenticare un triste primato, sottolinea la Duzan: in questi otto anni, la Colombia è diventata il secondo paese al mondo con più profughi interni

Luego de ocho años del gobierno Uribe el país tiene el desempleo más alto de América Latina y la peor tasa de participación de la mujer en la vida política y económica del país. Somos el último en el continente en el número de mujeres en el Congreso y se redujo ostensiblemente la presencia de la mujer en puestos de liderazgo en la rama ejecutiva, en los medios y en la empresa privada. Para colmo, en estos ocho años el país se lo tomó un fundamentalismo religioso que ha ido permeando las instituciones; el mismo que hoy ha convertido en letra muerta la sentencia de la Corte Constitucional por medio de la cual se despenalizó el aborto en tres casos específicos y que tiene en la Procuraduría a una persona como Alejandro Ordóñez, un lefevrista que considera los derechos humanos un invento del comunismo internacional concebido para acabar con el orden natural. Mientras el país veía cómo las cifras de homicidios disminuían, en uno de los logros iniciales innegables de la seguridad democrática -lo propio sucedió con los secuestros-, en el campo se producía una compra masiva de tierras que el país aun desconoce. Ese hecho produjo un incremento en el número de desplazados. En estos ocho años Colombia pasó a ser el segundo país del mundo con más desplazados internos. Durante ese lapso los hijos del Presidente se convirtieron en el epítome de los nuevos empresarios del régimen, con derecho a zonas francas, a exenciones de impuestos y en el epicentro de esa juventud que creció pensando que nuestra democracia era caudillista. En esos mismos años, el campesino que vivía en La Macarena experimentó una mejora sustancial en materia de seguridad, pero no pudo acceder a subsidios agrícolas porque el gobierno los destinó en su gran mayoría a los grandes terratenientes. ¿Qué es lo que queremos reelegir? ¿El derecho de los terratenientes a tener subsidio? ¿Hacer como Tomás y Jerónimo?

En estos ocho años el paramilitarismo mutó y hoy es una mafia poderosa entroncada con el poder local, regional y nacional, cada vez más difícil de detectar, a pesar de los ingentes esfuerzos que hace el general Óscar Naranjo. La política de Justicia y Paz no logró acabar con el paramilitarismo porque dejó intactas sus estructuras de poder y aunque ha logrado brindar un porcentaje mínimo de verdad -hoy son muchas las víctimas que han encontrado el cuerpo de sus seres queridos-, en materia de reparación y de justicia ha dejado una tremenda frustración. Las posibilidades de que una nueva vorágine de violencia se vuelva a repetir son aterradoramente altas.

A chi interessasse, sarò in Colombia alla fine di maggio

© Lorenzo Cairoli/La fábrica ‘Qué hago yo aquí’

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21 gennaio 2010

Carpe Diem

Non so come finirà domenica il derby di San Siro ma quello del lago Michigan tra genieri dell’esercito americano e carpe giganti dell’Asia lo hanno vinto le carpe. Hanno sfondato le barriere e ora minacciano il più grande bacino d’acqua dolce del mondo.

P.S. Se pensate sia la solita puttanata ambientalista, bè, avete preso una cantonata colossale. E lo dimostra il fatto che Obama, nonostante la sconfitta in Massachusetts, abbia convocato per la prima settimana di febbraio un vertice coi Governatori dei Grandi Laghi. L’invasione delle carpe giganti rischia di devastare irreparabilmente l’industria della pesca e l’ecosistema della regione.

Di carpe asiatiche giganti e di altri invasori non indigeni, scrivevo già tre anni fa:

Una strisciante omogeneizzazione ci minaccia e si consolida man mano che le specie introdotte si insinuano nella struttura darwiniana e gradualmente, quasi impercettibilmente, la soppiantano. gli invasori arrivano sotto forma di semi, spore, larve: ungulati a quattro zampe che si aggirano a piede libero. Essi arrivano dentro o sopra gabbie, nei container trasportati dai cargo e all’interno dell’acqua che le navi trasportano come zavorra per controbilanciare il peso del carico. I pesci si sono diffusi tramite l’apertura dei canali, le piante lungo le massicciate dei binari, le spugne sulla parte sommersa delle navi. Decine di migliaia di specie – la maggior parte delle quali appartenenti alla fauna, escludendo gli insetti – possono essere e sono legalmente importate via posta negli Stati Uniti. Le carpe asiatiche giganti, introdotte negli anni settanta per contrastare la proliferazione delle alghe, saltano furtivamente sui pescherecci lungo il corso del Mississippi. New York è multietnica anche nella flora e nella fauna ; qui, davvero si trova di tutto. Adesso hanno scoperto di avere in casa persino lo scarabeo lungo-cornuto asiatico: addetti della protezione dell’ambiente lo stanno monitorando, dopo i disastri che ha causato nell’area di Brooklyn con conseguente abbattimento di un gran numero di aceri. Dopo i primi casi di infestazione a Central Park, i ricercatori stanno sperimentando l’uso di un macchinario simile a uno stetoscopio che permette di percepire il suono della masticazione delle larve di scarabeo all’interno delle piante

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31 dicembre 2009

Motel Woodstock

Il concerto di Woodstock lo vidi a metà degli anni settanta condensato in un buon film di Michael Wadleigh. C’era quasi tutta la musica che amavo ascoltare allora: i Grateful Dead, i Creedence Clearwater Revival, i Canned Heat, i Jefferson Airplane, i Santana – che amavo follemente per quella gran fica nera che avevano stampato sulla copertina del loro 45 giri ‘Black Magic Woman’. C’erano anche gli Who e Pete Townshend che quando Abbie Hoffman salì sul palco e gli strappò il microfono, senza pensarci due volte lo stese con un colpo di chitarra. C’era ovviamente Jimi Hendrix che pretese d’essere l’ultimo artista ad esibirsi sul palco e suonò per due ore con una platea che nel frattempo si era più che dimezzata. C’era Janis Joplin che faceva tenerezza perchè era sempre fatta e perchè si capiva che la sua data di scadenza era imminente e presto sarebbe tornata ad essere cenere e niente più che una voce sul vinile. Furono veramente three days of peace and music nonostante la pioggia battente, gli ingorghi autostradali, le piccole illegalità, la carenza di cibo, le condizioni igieniche disastrose, un morto per overdose da eroina e uno spettatore travolto nel sonno da un trattore. Quando l’inviato del ‘New York Times’ Barnard Collier cominciò a raccontare nei suoi pezzi di un evento incredibilmente ordinato e pacifico, James Reston, il suo direttore gli fece una lavata di capo. Non doveva alonare il concerto di mito, doveva demonizzarlo. Doveva raccontare gli hippies di Woodstock come una folla di drogati che si rotolava nel fango e nei suoi escrementi. Ma Collier tenne duro e alla fine il ‘Times’ riconobbe che a Woodstock era successo qualcosa di nuovo e importante. Tutto questo il film di Ang Lee lo racconta solo in parte, scegliendo – con audacia quasi masochistica – di relegare il concerto ai margini del film, privilegiando alle rock star – che non si vedono mai – la folla, il dietro le quinte all’on stage. Le canzoni arrivano quasi come un eco lontana, il palco ci viene mostrato una sola volta, deformato dagli occhi del protagonista che in pieno trip d’acido scambia quella gigantesca piattaforma da duemila ampere per un fiammeggiante vulcano in eruzione. Ma quello che il regista taiwanese racconta benissimo è la rocambolesca genesi di quell’evento che ammarò sulla bifolca comunità di Bethel con la discrezione di un’astronave aliena, l’euforia contagiosa di quei giorni, le centinaia di migliaia di ragazzi che accorsero a Woodstock convinti, come ha scritto Paolo Mereghetti, nella possibilità di ripulirsi dalla guerra del Vietnam a suon di musica e di amore libero. Nel suo backstage romanzato Ang Lee gioca la carta della commedia ebraica, racconta con tono leggero e stupefatto il miracolo di un concerto che si trasforma in una festosa transumanza (più di quattrocentomila spettatori ma la leggenda arrotondò a un milione) fa rivivere con tenera ironia gli stereotipi della controcultura, lancia nella mischia una dozzina di attori formidabili – su tutti Demitri Martin, Henry Goodman e Eugene Levy, quel Max Yasgur, proprietario dei 600 acri di terreno che ospitarono il concerto, che aspirando dalla sua pipa, confida: “Mai sentiti tanti grazie e per favore”. Commedia senza cinismo, piena di grazia, lussureggiante e travolgente, ‘Motel Woodstock’ riperimetra quegli anni meglio di tutto il cinema che lo ha preceduto, ‘Hair’ di Forman compreso. E al momento del commiato lascia nello spettatore una voglia matta di correre nel primo Blockbuster a noleggiare il dvd dell’altro ‘Woodstock’, quello tutto rock del buon vecchio Wadleigh

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23 dicembre 2009

Oakland – ‘It’s hot, it’s happening, it’s Oakland’

Ho letto una cosa divertente che condivido volentieri con voi. Il sito era americano e commentava i migliori e i peggiori slogan turistici del mondo. Una lettrice di Oakland, California, ha ricordato che per alcuni anni il motto della sua città è stato ‘It’s hot, it’s happening, it’s Oakland’. Ma poi nell’ottobre del 1989 Oakland è stata devastata dal terremoto di Loma Prieta, e due anni dopo, sempre nel mese di ottobre, da un incendio apocalittico, partito dalle colline di Berkeley, che rase al suolo oltre duemila abitazioni. A quel punto il sindaco di Oakland cominciò a pensare che quel ‘It’s hot, it’s happening, it’s Oakland’ portasse una sfiga pazzesca e lo fece rimuovere da tutte le insegne della città. Al suo posto ci mise un convenzionalissimo ‘Oakland, Hometown to the World’. E la saga delle sciagure finì all’istante.

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7 giugno 2009

Continua l’assedio di ‘El Pais’ a Berlusconi

Più Ghedini e Berlusconi minacciano azioni legali contro ‘El Pais’, più il quotidiano spagnolo intensifica il suo pressing contro il premier. A poche ore dalla chiusura dei seggi, ‘El Pais’ pubblica nuove foto di Villa Certosa e due articoli (in italiano) di Marco Travaglio e Filippo Di Giacomo. Dà risalto a un pezzo duro e spietato di Saramago sulla ‘cosa Berlusconi’, amplifica una dichiarazione del fotoreporter sardo Antonello Zappeddu che è tutta un programma (Me da más miedo Berlusconi que la guerrilla colombiana) fa eseguire al suo inviato Miguel Mora un’anatomia di Berluscolandia in cui trancia giudizi di fuoco su due dei più celebri scendiletto del premier (‘…gente como Fede (autor del telediario más surrealista del continente), o como el siempre genuflexo Bruno Vespa, capaz de entrevistar doce veces al año al amo y sortear siempre la pregunta incómoda’). Sul ‘Giornale’ della famiglia Berlusconi prosegue invece lo sporco lavoro di affossamento di Veronica Lario. Dopo la Santanché su ‘Libero’, stavolta è Zeffirelli a farla a pezzi per la seconda volta – la prima un mese fa su ‘Libero’ in un’intervista di Salvatore Dama, adesso ci riprova in un lungo monologo, se è possibile, ancora più perfido e sguaiato del precedente).

Ho sempre detestato Veronica Lario e ancora di più adesso che gli ha fatto l’affronto pubblico. Quando Silvio la conobbe lei era bellissima e l’amante di Enrico Maria Salerno. La corteggiò e lei passò con lui facendo soffrire Salerno che era già malato. È furbissima e arida

Lui che potrebbe fare il miliardario e invece si è messo in testa di migliorare l’Italia. Doveva fare come ha fatto Sarkozy che si è liberato della rompiscatole Cecilia per trovarsene una più bella. Ma ha visto che le ha fatto il chirurgo plastico? Quelle labbra, gli zigomi che sembrano dolomiti. Povero Silvio, è andato a caccia e ha trovato l’animale sbagliato

E’ bene ricordare che il Maestro vive in una villa di proprietà di Berlusconi che, peraltro, gli finanzia il suo cinema da quasi vent’anni e che il suo giudizio su Veronica Lario è del tutto disinteressato. Come il prestito di un usuraio.

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27 febbraio 2009

Prove tecniche di fondamentalismo (e di wahhabismo) a Sarajevo

Sarajevo è la città più simile a Gerusalemme in cui io sia stato. Aveva ragione Andric : Sarajevo è un prodigio. A cento metri una chiesa ortodossa, una chiesa cristiana, una sinagoga e una moschea col suo minareto. Nello spazio di cento metri tutte e tre le religioni di Abramo in una città multietnica, seducente, sorprendente. Non avevo mai visto nulla di simile. Un pope e un iman in fila per lo stesso pane. Musulmani e ortodossi che giocavano a pallone in piazza, ebrei e cristiani che suonavano un rock autarchico su un piccolo palco improvvisato.
Sarajevo – dice bene la Sontag – era la San Francisco dei Balcani. Era una città miracolosa, viva, esuberante. Quello che è successo poi, non riesco a crederlo ancora adesso….

Di Sarajevo scrive Walter Mayr in un inquietante reportage su ‘Der Spiegel’. Questa città incassata nel cuore dell’Europa da sempre è crocevia tra oriente ed occidente, un luogo che condivide l’eredità storica dell’impero ottomano e della mitteleuropa degli Asburgo, un luogo in cui l’Islam convive da secoli con la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa e in cui musulmani, serbi, croati, turchi ed ebrei hanno potuto coabitare pacificamente secondo una tradizione di tolleranza ridotta in cenere dall’ultima guerra. La capitale della Bosnia – più di 750.000mila abitanti – ha ripreso a vivere con la consueta vivacità: nuovi cafè e ristoranti vengon su ogni giorno come l’erba matta, i pub e i bar sono ben forniti, i concerti non si contano e girando per le strade è normale imbattersi in grandi cartelloni pubblicitari di lingerie femminile. Ma qualcosa sta cambiando: gli integralisti islamici si stanno infiltrando lentamente ma inesorabilmente nella vita di Sarajevo. Secondo un sondaggio del 2006, oltre il 3 per cento di tutti i musulmani bosniaci – più di 60.000mila uomini e donne – professavano il credo wahhabita, quello, per capirci, di Osama Bin Laden e di Shamil Basaev, leader dei guerriglieri ceceni e il 10 per cento simpatizzava per questi difensori della morale. Un esempio. Oggi, a Sarajevo, alle donne che accettano il niqab, il velo islamico che lascia scoperti solo gli occhi, viene corrisposto un premio di 500 euro. Ma il simbolo di questa Sarajevo che vira pericolosamente verso l’integralismo islamico è la moschea di Re Fahad. Ogni venerdi, a mezzogiorno, in tutto il mondo, gli imam pronunciano la khutbah, il discorso che orienta la vita e la mente di un miliardo di musulmani. Da diversi venerdi, davanti a quattromila fedeli, le khutbah dell’iman della moschea di Re Fahad predicano la cancellazione di Israele. Animals in human form, gli animali in forma umana, così l’iman definisce gli israeliani, hanno trasformato la Striscia di Gaza in un “campo di concentramento” e questo segnerà “l’inizio della fine” per lo pseudo-Stato ebraico.

I nuovi missionari dell’Islam si sono messi in testa di rispiegare alla vecchia generazione musulmana di Sarajevo cosa è halal e cosa invece è haram, come se la vecchia generazione e i loro antenati per più di mezzo millennio non avessero capito nulla dei precetti coranici. La cosa ha offeso l’iman della Moschea dell’Imperatore a tal punto da indurlo a chiudere temporaneamente le porte della sua Moschea. In 450 anni di storia, un fatto del genere non si era mai verificato

© Lorenzo Cairoli

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14 febbraio 2009

Esorcizzare San Valentino

© Elliott Erwitt / Magnum Photos

Nei Diari di Cesare Pavese non c’è mai il 14 febbraio. C’è il 13, c’è il 15, ma mai San Valentino, come la poltrona numero 13 sui voli di linea. Quasi volesse esorcizzare quella data.

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23 gennaio 2009

Le nominations all’Oscar fanno sorridere Benjamin Button, Werner Herzog e il fantasma di Andreas Baader

Le nominations fanno piacere ma non sono Oscar. Spielberg ne collezionò 11 per ‘Il colore viola’, poi la notte degli Oscar lo mandarono in bianco undici volte di fila, un crudelissimo stillicidio che alimentò la falsa leggenda che l’Academy Awards nutrisse ostilità nei confronti del regista di Cincinnati. Le 13 nominations di ‘Benjamin Button’ non sono un record, ma fanno sensazione, così come le 10 di ‘Slumdog Millionaire’ e le 8 di ‘Milk’ che dei magnifici tre è quello che ha più possibilità di lasciare il segno la sera del 22 febbraio. Le nominations più scontate? ‘Wall-E’ miglior film d’animazione e Heath Ledger miglior attore non protagonista. La nomination ‘era ora’? Quella di Werner Herzog per il miglior film documentario (‘Encounters at the End of the World’); è su piazza da mezzo secolo, ha girato quasi sessanta film, è stato premiato a Cannes e a Berlino, ma non ha mai strappato una nomination. A 67 anni arriva finalmente il riconoscimento dell’Academy, ma trova sulla sua strada ‘Man on wire’ di James Marsh, il film meglio recensito del 2008. Sarà dura, molto dura. Da salutare con simpatia la nomination di Richard Jenkins come miglior attore protagonista ne ‘L’ospite inatteso’ che corona una strepitosa carriera nell’ombra di un gregario di talento che ha lavorato con i Coen, Woody Allen, Mike Nichols, Scott Hicks. Nella categoria miglior film straniero dove fino a qualche settimana fa si pronosticava un match tra i pesi massimi ‘Gomorra’ e ‘Bashir’, la lotta sembra restringersi al film israeliano di Folman e a quello tedesco di Uli Edel. ‘The Baader Meinhof Complex’ è un action-movie perfetto per il pubblico delle multisale del Midwest. Il regista non voleva esaltare, nè demonizzare, però comprime in due ore e mezza dieci anni di storia tedesca con una disinvoltura imbarazzante, si mostra molto più interessato a riprodurre il numero esatto di pallottole sparate per uccidere Buback o Schleyer che non a aiutare lo spettatore a orientarsi nella ragnatela degli anni di piombo, trasforma Baader in una specie di Che Guevara bavarese, fa uscire di scena Ulrike Meinhof senza uno straccio di spiegazione, come se a suicidarla fosse stato un concorso di fate. Insomma, come chiedere al tenente Marion Cobretti un’analisi attendibile della Raf. Junk-food ideale per il palato dello spettatore medio americano.

© Lorenzo Cairoli

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10 dicembre 2008

Ci sono tagli e tagli. Quelli scellerati di Mariastella Bobbitt, quelli illuminati della Guardia Costiera di Takamatsu

Racconta Gian Antonio Stella che quando alla regina Elisabetta hanno spiegato che costava troppo agli inglesi, lei s’è tagliata il bilancio del 61%. Adesso i suoi ospiti privati mangiano con i tovaglioli di carta e a Buckingham Palace lavorano solo 5 centralinisti. La metà di quelli presenti in certe ASL.

In tempi di recessione, di social card, di banche che saltano per aria come i piattelli di un poligono, ben vengano prodigi come quelli di Kibera, i siti del pane dei Gap, le lotte per la casa di Action. In Giappone, salvagenti e giubbotti salvagenti costano dai 42 ai 170 euro, a seconda delle dimensioni. La Guardia Costiera di Takamatsu ha fatto due conti e ha deciso di tagliare i giubbotti (troppo costosi) in favore del salvagente che vedete nella foto. E’ fatto di bottiglie in pet, costa meno di due biglietti della metropolitana – un euro e 68 centesimi – è più ecologico di Greenpeace e galleggia meglio di Michael Phelps.

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26 settembre 2008

Arakawa&Gins – L’eternità è una casa scomodissima

Shusaku Arakawa e Madeline Gins sono i padri dell’architettura impervia. Le loro case si abitano fra mille scomodità, sfidando pavimenti paurosamente ondulati, porte lillipuziane, stanze asimmetriche, corridoi claustrofobici, portafinestre dalle quali faticherebbe a uscire un bassotto. Più la casa è scomoda, più viverci somiglia a una sfida, più il corpo e la mente si tengono in esercizio e la persona invecchia più lentamente. “Le persone, particolarmente gli anziani, non dovrebbero prendersela comoda adagiandosi in situazioni confortevoli, così finiscono solo con l’accelerare il loro declino” teorizza Arakawa. Queste case, dunque, nascono come alternative ai bisturi, al botulino, ai trapianti, agli elisir di una farmacopea bugiarda. Vuoi essere longevo e sano, chiedono Arakawa e la Gins? Abita le nostre case. Così dopo la Biosclave House di New York, gli Hamptons, e molte altre spiazzanti anomalie architettoniche di questa strana coppia, sono nati i Reversibe Destiny Lofts di Mitaka, un complesso residenziale nella baia di Tokyo costato più di 8 miliardi di dollari. Scomodissimi, dai pavimenti gibbosi, dai colori che sembrano quelli dei mattoncini della Lego, così privi di comfort da far eiaculare di gioia un fachiro, si affittano a 2000mila e a 2400 dollari al mese per la gioia dei giapponesi.

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© Lorenzo Cairoli

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