Un posto dove appendere il cappello

di Lorenzo Cairoli

Archivio della Categoria 'Sveva'

12 febbraio 2010

La neve a Roma, la neve a Rovaniemi, la neve sul mio nuovo articolo per ‘La Stampa’

Quando si dice tempismo: ieri è uscito il mio pezzo di Helsinki per ‘La Stampa’, in cui ci sono un paio di dritte preziose di Gino. Ho scritto di cattedrali luterane, di aringhe baltiche, di navi e di gabbiani intrappolati dal ghiaccio, di bei parchi sepolti da spessi cumuli di neve. Oggi invece la neve è scesa copiosa su Roma. Visto arrivare Alemannno in Campidoglio su un gatto delle nevi. Visto Ratzinger scomunicare uno spazzaneve e tre guardie svizzere che si tiravano palle di neve. Vista la Caritas distribuire coperte e sciolina ai senza fissa dimora. Visto Minzolini negare, in un editoriale al TG1, la nevicata romana. “Non si può privilegiare il gossip. E poi è solo forfora”. Scherzi a parte, non accadeva un fenomeno del genere dal’85. Tutti i vecchi rammentano invece la nevicata del ‘56 quando Testaccio sembrava Gressoney e a Piazza del Popolo le auto erano innevate come a febbraio in Manciuria. A Roma ho abitato molti anni, ho visto anche nevicare ma nulla che possa essere paragonato a quel prodigio del ‘56. In genere, il cielo si oscura, diventava plumbeo, e un nevischio fine imbianca la capitale. Ma appena tocca l’asfalto si squaglia. A cose fatte restano poche tracce, residui di neve sui cofani delle auto, sui tetti dei palazzi, moncherini bianchi ai bordi di campetti di calcio della periferia.


Quando portai Sveva in Lapponia, a Rovaniemi, aveva nove anni e nei suoi occhi colsi subito un’eccitazione che non avevo mai visto prima. Nemmeno quando la portai a Eurodisney, o in Bretagna, a pescare a piedi, subito dopo che le maree si erano ‘divorate’ l’Oceano. E nemmeno a Long Island a festeggiare Halloween. Era felice anche in quei posti, certo, ma lì, in Lapponia, la sua felicità era incontenibile. Nel villaggio di Babbo Natale, la rivelazione. LA NEVE. Aveva nove anni ma non aveva mai visto la neve. Non quella neve, almeno. E non così tanta, ovunque, tutta in una volta sola. Io c’ero nato con la neve in inverno, con le battaglie a palle di neve fuori dalla scuola, con le settimane bianche, gli ski-lifts, gli sci e gli scarponi nell’armadio, ma lei no, lei veniva da una città in cui la neve era quasi una leggenda metropolitana. Ne aveva letto sui libri, l’aveva vista cadere nei telegiornali, nei film. Adesso invece poteva stringerla nei guanti, farne dei piccoli ghiaccioli, succhiarla, scoprire che sapore aveva. Nel tardo pomeriggio, andavamo a fare spesa nei negozi. Nel corso centrale di Rovaniemi affondavamo nella neve fino alla caviglie. C’erano trenta gradi sottozero, se ti levavi i guanti sentivi spilli invisibili trafiggerti le mani, era buio anche quando doveva esserci il sole, ma mia figlia così felice non l’avevo vista mai….

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24 dicembre 2009

Sveva Belviso, la fatina bugiarda che s’inventò la raccolta differenziata dei senza fissa dimora

Che a Natale si debba essere più buoni, va anche bene. Più fessi, proprio no. Per chi ancora non lo sapesse, a dicembre a Roma scatta il ‘piano freddo’. L’anno scorso scattò il primo dicembre, quest’anno Alemanno ha prorogato l’emergenza perché secondo lui non faceva abbastanza freddo. Poi è morto di freddo un senza fissa dimora, il bengalese Sher Khan, e Alemanno ha smesso di tergiversare coi termometri. Di giorno aveva anche ragione lui, ma di notte negare che il freddo rendesse la vita impossibile al popolo dei cartoni era una ciancia criminale. E allora il Comune che ha fatto? Ha mandato la solita Sveva Belviso a cicalare coi giornalisti. “Quest’anno con il Piano freddo mettiamo a disposizione 11 strutture pronte ad accogliere 600 persone ogni notte, il 65% in più rispetto allo scorso anno, fornendo un supporto completo che va dal cambio di vestiario all’assistenza sanitaria” – ha tripudiato la Belviso. L’assessore alle politiche sociali ha fatto anche sapere che “quest’anno, rispetto allo scorso, abbiamo caratterizzato il disagio. In ognuna delle undici strutture ci sarà la “caratterizzazione” di una fragilità: due saranno dedicate alle donne, una agli immigrati, una ai senza fissa dimora autonomi, un’altra ancora ai senza fissa dimora che hanno una patologia cronicizzata e un’altra a quelli con patologie gravi”. L’obiettivo: il “recupero sociale di queste persone, per evitare che il prossimo anno li si debba includere di nuovo nel piano invernale”.

Un anno fa la fatina Belviso raccontava la fiaba di coloro che, magari per storia personale, si erano smarriti. E di come lei e il suo munificente assessorato li avrebbero aiutati a rialzarsi, prendendosi cura di loro, dandogli protezione, un tetto, un posto. Nobili propositi, peccato però che a Roma mancassero, e in maniera drammatica, tetti e posti. Che l’assessore invocava e il suo sindaco tagliava. Gli ’smarriti’, o meglio, una parte minoritaria di loro fu parcheggiata per qualche settimana nelle strutture del Comune o della Caritas, poi rialzata sì, rialzata no, venne ributtata in strada, perché tornasse a smarrirsi com’era prima dell’emergenza. Adesso la fatina s’è inventata la favola delle caratterizzazioni che è un po’ come inventarsi la raccolta differenziata dei senza fissa dimora: la badante moldava la buttiamo qui, l’etilista rumeno lo gettiamo là, il pensionato sfrattato lo infiliamo lì, e così via. Quanto al recupero sociale di questi poveretti onde evitare che nel 2010 siano di nuovo ‘attori’ nel piano freddo, bè, questa è una fiaba che la Belviso poteva risparmiarsi. Da Rutelli a Veltroni, da Veltroni ad Alemanno, i loro assessorati alle politiche sociali hanno recuperato ben poco. Hanno cercato, piuttosto, di salvare ipocritamente la faccia alle loro amministrazioni, di dimostrare che nell’emergenza il Comune sapeva attivarsi efficacemente, ma era sempre una solidarietà di cartapesta, una mano tesa fasulla come le scenografie di un set cinematografico. I nazisti scrivevano all’entrata dei loro lager ‘Arbeit macht frei’ prendendosi gioco degli ebrei che detenevano. La Belviso usa formulette come ‘recupero sociale’, ‘povertà provvisoria’, ‘caratterizzazione di una fragilità’ o ‘gli smarriti’ per confermare alla città che chi comanda in questo comune, esattamente come chi comanda in questo governo, ‘non lascia indietro nessuno’. Ma basta guardarsi attorno per accorgersi che di noi a chi comanda non gliene frega un tubo. Nel terzo trimestre dell’anno sono scomparsi 500 mila posti di lavoro. Mezzo milione di persone sono a casa senza stipendio. Lunedì i manifestanti di Action sono stati bloccati da polizia e Digos ai piedi del Campidoglio perchè ’su c’era un altro corteo’. Scrive bene la De Gregorio: “Sui tetti, sulle gru, sui moli, ai cancelli delle fabbriche ci sono in queste ore i lavoratori della Merloni, della Fiat di Pomigliano d’Arco, della Fincantieri, della Yamaha di Lesmo. I 49 pionieri della Innse hanno fatto scuola. In ogni città se alzate gli occhi vedete striscioni, cartelli”. Se questo Stato non è in grado di tutelare chi ha una casa, una famiglia, un lavoro, come si può credere che riesca a recuperare chi s’è smarrito in strada, chi dorme e vive sui cartoni, chi si è annullato per troppo fragilità? Quanto alla fiaba del piano freddo che quest’anno soccorrerebbe il 65% in più dei senza fissa dimora rispetto al 2008, la Belviso farebbe meglio a tacere. L’anno scorso l’emergenza freddo fu gestita dal dottor Aldo Barletta che ebbe la premura di intervenire più volte su questo blog. I dati che mi fornì allora erano questi:

un servizio per 360 persone allestito alla Ex Fiera di Roma per il periodo invernale, più il centro di accoglienza di Via Assisi (90 posti adulti in disagio), i centri gestiti dalla Caritas (Lungomare Toscanelli, Via della Cisterna, Via Marsala per circa 290 posti), il Centro dell’Esercito della Salvezza di Via degli Apuli (100 posti), nonchè i Centri di accoglienza per nuclei di mamme con figli minori in Via Cassia ( 70 posti di cui 20 per le gestanti), Via G. Ventura ( 40 utenti), Via T. Fusco ( Trigoria per 40 posti) e Via Predoi ( Infernetto) per altri 50 posti ( in semiautonomia). Tutti in carico all’Amministrazione Comunale.

Calcolatrice alla mano, nel 2008 il Comune di Roma ospitava mille senza tetto. Altri mille se li accollava la Chiesa e il volontariato cattolico. Adesso la Belviso spalma 600 disgraziati in 11 strutture, ne accalca altri nelle stazioni delle metropolitane usate come dormitori di fortuna e poi ha la faccia tosta di farci credere che il nuovo piano del comune aiuterà il 65% in più dei senza tetto rispetto al 2008? Ma per favore….

© Lorenzo Cairoli

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30 ottobre 2008

Gressoney: una bellissima rivelazione

I giorni più sereni di questo mio strano e turbolento 2008 sono stati probabilmente gli ultimi cinque di luglio a Gressoney con Sveva. In questa graziosa cittadina walser ai piedi del Monte Rosa ero stato più volte da bambino ma avevo ricordi labilissimi e confusi, come il Gregory Peck di ‘Io ti salverò’. Strano per un elefante come me che ricorda perfettamente quanti bicchieri di mentaorzata buttò giù la notte in cui Armstrong ammarò sulla Luna. A Gressoney non c’ero mai stato d’estate perchè ai miei piaceva sciare e di una montagna senza neve non sapevano che farsene. Peccato per loro perchè Gressoney è stata una rivelazione. Questi walser, ad esempio, che non parlano francese, ma il titsch, un broken deutsch antichissimo, che vestono costumi bellissimi con panni scarlatti e cuffie in filigrana d’oro, che non festeggiano il Natale ma che hanno un culto dei morti molto affine a quello buddista, mercanti formidabili e depositari di un’architettura tra le più originali in Europa. Scrive J.J. Christillin: “Lo stadel sembra uscito dalla terra, come gli alberi dei nostri boschi. Fa corpo con la terra che lo regge; è parte integrante del paesaggio che lo circonda; soprattutto è la dimora che conviene agli uomini che vi abitano“. Lo stadel aveva il tetto in beola, travi in larice e tavole d’abete, ma la cosa sorprendente era la stalla abitabile a piano terra, il wòhngade: tra la stalla e l’abitazione c’era solo un parapetto in legno e spesso ci si scaldava solo col tepore delle bovine.

A Gressoney si trovano formaggi eccellenti e ed eccellenti fontine, ma il formaggio più caratteristico è sicuramente la toma. “Una toma stagionata tre o quattro mesi non la cambio con nessuna fontina” – mi confida Peter Squinobal. Le sue tome sono tra le migliori di Gressoney.

La Regina Margherita amava Gressoney. Il suo sogno era la ferrovia, ma il treno che la Regina sognava, quassù non arrivò mai. Ironia della sorte, oggi c’è un trenino giallo che accompagna i turisti a visitare il Castello in cui dimorava la Regina

Questa è la Spoon River di Gressoney, il cimitero monumentale di La-Trinité

Una cosa che mi colpisce di questi cimiteri – penso anche a quello di Gressoney- Saint-Jean – è che sono tutti costruiti nel centro del paese, come accade con il municipio, la chiesa, le scuole. Forse la ragione che spinse gli abitanti di Trinitè a costruire il cimitero in questa posizione era semplicemente di natura pratica, per evitare che fosse devastato da valanghe o da inondazioni o forse perchè all’epoca si riteneva che la morte e i suoi riti fossero centro e motore della vita. I muri di cinta sono incredibilmente bassi, consentendo ai passanti la visione dei cippi e dell’intera area cimiteriale. Avere cimiteri così vicini non spaventava nessuno. Quello di Trinité sta di fronte alle scuole. Quello di Saint-Jean, è davanti a un bar molto frequentato dai turisti.

© Lorenzo Cairoli

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17 ottobre 2008

Daria e Damarys

Quattordici giorni oggi. E c’è anche Yaella.

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11 settembre 2008

11/9

Ground Zero. Ci sono andato con mia figlia nell’ottobre del 2003 perchè si rendesse conto cosa accadde lì l’11 settembre del 2001, perchè i telegiornali e libri di storia, i film e le canzoni, i libri e i documentari informano, è vero, ma non sempre riescono a rispondere a tutte le tue domande; anche il fatto stesso di trovarti, più di due anni dopo nel luogo in cui crollarono le Torri Gemelle, davanti a quel ubiquo cratere-cantiere, transennato, sbarrato, chiuso al pubblico, dove a volte non ti riesce nemmeno di spiare dentro, nemmeno drizzandoti sulle punte dei piedi o strizzando gli occhi in un pertugio, non ti aiuta a capire cosa sia successo perchè la vastità del cratere-cantiere è così annichilente da renderti inimmaginabile la tragedia. Vedi solo operai e betoniere. Gru, ponteggi e cemento. Se non fosse per quei grattacieli sventrati rimasti ancora intorno a Ground Zero, penseresti a un atto di terrorismo cosmico, a un meteorite di quelli che amano inventarsi gli sceneggiatori di Hollywood che nemmeno Bruce Willis è riuscito a fermare in tempo.

A dieci minuti dal cratere-cantiere, c’è la deliziosa chiesetta di Saint-Paul, quasi una miniatura immersa nel verde che l’undici settembre trasformò in un simbolo; da subito, la recinzione intorno alla chiesa di Saint Paul diventò un vero e proprio memoriale; chi veniva a visitare Ground Zero lasciava su quella recinzione, un segno, fiori, candele, magliette, cappellini, striscioni e ancora le foto delle persone disperse con tutti i dati per informare le famiglie.
Coincidenza vuole che la chiesa venga riaperta al pubblico proprio il giorno in cui ci porto Sveva; il memoriale è stato rimosso, l’esterno ‘ripulito’, la voglia di lasciarsi la tragedia alle spalle ha prevalso sulla sacralità del memoriale, ma per qualche settimana, all’interno della chiesa, si terrà una mostra dedicata all’11 settembre; striscioni colorati si srotolano dalle navate, disegni spediti da ogni parte dell’America ci dondolano sopra il capo, cuciti insieme in un lungo immenso addobbo che ricorda un gigantesco Leviatano, e poi, le foto di tutti coloro – vivi e morti – che in quei giorni passarono nella chiesa. Il parroco ci prende sottobraccio e con una voce da ninnananna ci narra storie che vanno oltre ogni immaginazione; poche ore dopo il crollo delle Torri, quella chiesa brulicava di soccorritori, pompieri, parenti delle vittime, volontari che scavavano nelle macerie fino allo stremo delle forze. Tornavano distrutti, imbrattati dalla polvere e dal pulviscolo che stagnava nell’aria, con le mani a pezzi, tagliate, insanguinate; intanto da ogni parte dell’America eserciti di massaggiatori e fisioterapisti si erano ammassati dentro e fuori la chiesa di Saint Paul; c’erano materassini ovunque, i soccorritori si stendevano, i fisioterapisti li massaggiavano, una catena di montaggio, una sincronia incredibile, nemmeno avessero provato per mesi, poi i soccorritori si rialzavano e tornavano a scavare.
Il padre mi confida che la cosa più preziosa in quei giorni era il Vicks VapoRub; andava letteralmente a ruba, era l’unico lenitivo che aiutasse quella gente a respirare in quei miasmi di polvere, detriti e morte. Su un piccolo altare, illuminato da un alone giallastro c’è un flacone di Vicks VapoRub messo lì come si esporrebbe un ostensorio e sotto un cartello con scritto: “Our light. Thanks“.

© Lorenzo Cairoli

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4 luglio 2008

Sei bella, ma bella, ma bella, ma bella, sei bella

Mi fermo. Blocco tutto. Fermo il pc. All’improvviso i viaggi, i cuochi, il cinema, i libri non contano più. Oggi ruota tutto intorno a te. Sei bella da levare il fiato. Papà.

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22 marzo 2008

La festa del papà

Ho dei problemi a connettermi e ad aggiornare il pc. Volevo segnalarvi questa festa del papà, che raccontai un anno fa.

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29 luglio 2007

Usi impropri… del Vicks VapoRub

Ground Zero. Ci sono andato con mia figlia nell’ottobre del 2003 perchè si rendesse conto cosa accadde lì l’11 settembre del 2001, perchè i telegiornali e libri di storia, i film e le canzoni, i libri e i documentari informano, è vero, ma non sempre riescono a rispondere a tutte le tue domande; anche il fatto stesso di trovarti, più di due anni dopo nel luogo in cui crollarono le Torri Gemelle, davanti a quel ubiquo cratere-cantiere, transennato, sbarrato, chiuso al pubblico, dove a volte non ti riesce nemmeno di spiare dentro, nemmeno drizzandoti sulle punte dei piedi o strizzando gli occhi in un pertugio, non ti aiuta a capire cosa sia successo perchè la vastità del cratere-cantiere è così annichilente da renderti inimmaginabile la tragedia. Vedi solo operai e betoniere. Gru, ponteggi e cemento. Se non fosse per quei grattacieli sventrati rimasti ancora intorno a Ground Zero, penseresti a un atto di terrorismo cosmico, a un meteorite di quelli che amano inventarsi gli sceneggiatori di Hollywood che nemmeno Bruce Willis è riuscito a fermare in tempo.
(continua…)

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9 luglio 2007

Il termostato della terra e la neve di Rovaniemi

Venerdì sera inciampo in un orribile film americano, ‘Un ciclone in casa’, con Steve Martin e Queen Latifah.
Risate zero, sceneggiatura da vomito, e loro due, una delle coppie peggio assortite di tutta la storia del cinema; come ci sia finito dentro Steve Martin e come abbia accettato di girare certe scene, si può solo spiegare in un modo: deve dei soldi alla mafia russa, sennò uno non butta via così trentanni di onorata carriera. Dopo il film tocca a ‘Matrix’ e a Enrico Mentana. Si parla delle stagioni che non ci sono più, di eventi meteorologici estremi, di mutamenti climatici, di un’Italia subsahariana, insomma, nel caso non ve ne siate accorti il nostro clima somiglia sempre di più a una maionese impazzita. Negli ultimi diecimila anni, ci ricorda Tim Flannery ne ‘I Signori del clima’, il termostato della terra è stato regolato su una temperatura superficiale media di circa 14 °C. Questo ha favorito la nostra specie che è stata capace di organizzarsi in modo estramemente efficace, introducendo l’agricoltura, domesticando gli animali e costruendo città. Infine, nel corso dell’ultimo secolo, abbiamo creato una civiltà veramente globale. Adesso però il termostato della nostra terra è andato in tilt.
(continua…)

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24 dicembre 2006

E’ bellissimo scivolare sul tuo naso di profilo! – Buon natale, Sveva

Credo era il 1997 o il 1998. Primo giorno d’asilo. Sei cresciuta, lo so, ma qui era la mia bimba-farfalla. Dobbiamo dirci tante cose in queste 2007, vero ? Intanto Buon Natale, e guarda cosa ho spizzicato dai Diari.

Papà.

(continua…)

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